Archivio di Novembre 2008

Oggi è la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ritenendola quanto mai ipocrita ed inutile per oggi il blog chiude e ci prendiamo un giorno di vacanza, lasciando agli altri il compito di parlare, mostrarsi, celebrare.

Testimonianza di abuso / LA VOSTRA VOCE.
Ciao Max,
ci leggiamo sempre tramite blog e/o pvt, ora ho deciso di fare cio’
che da tempo meditavo, raccontare la mia storia.
Ti scrivo col mio vero nome, nel blog ilsalvagente sono Gomitolina, ti
prego solo di non pubblicare il mio cognome per ovvi motivi, qualora
tu decida di farlo con la mia storia.

Sono stata violentata da un pedofilo quando avevo circa 6 anni.
Ne sono stata vittima per un anno e mezzo. Non ho certezza dell’età perchè la mia mente è come un album di fotografie alcune delle quali andate perdute per sempre. Cio’ che mi ricordo con chiarezza e che mi ha aiutata nello stabilire la mia età all’epoca dei fatti era un giocattolo con cui giocavo a quell’epoca.
Non capivo cosa accadeva in quei pomeriggi, quando l’amico di mia nonna veniva regolarmente a farci visita, mi portava dei giochi e mi prendeva sulle sue ginocchia infilandomi, non visto, la mano dentro le mutandine.
Non capivo nemmeno cosa davvero mi facesse in quei pomeriggi quando i grandi gli davano il permesso di portarmi a passeggiare nell’uliveto intorno a casa e mi trovavo catapultata in un mondo di dolore, paura con ansimi animaleschi nelle orecchie, mentre subìvo il suo peso stesa
per terra.
Dentro me speravo solo che qualunque cosa fosse, finisse presto così
sarebbe finito anche il male. Sentivo che cio’ che accadeva era
comunque sbagliato e quindi tacevo per non dare un dolore a mia madre che, da donna sola, si spaccava la schiena per crescere e mantenere 2 figlie avute da una relazione extraconiugale di mio padre, uomo che mai ci ha volute, ne riconosciute, ne aiutate. A 6 anni già avevo
invertito i ruoli: io bambina che cercavo di proteggere mamma quando sarebbe dovuto essere l’inverso…
Solo da grande mi hanno spiegato che tacere per i bambini è un potente meccanismo di difesa, ma che si attua soprattutto quando non si percepisce nell’adulto una figura di riferimento solida cui rivolgersi. O sotto l’effetto di minacce.
Improvvisamente tutto finì. Quando chiesi, con un misto di speranza e delusione al contempo perche’ lui non veniva più a farci visita, mi dissero che "era stato arrestato perche’ dava noia alle ragazzine".
Nessuno però che mi chiese o si domando’ se anche la ragazzina che ero io era stata disturbata da lui….Forse temevano la risposta? O la
sapevano gia’ ma meglio far finta di niente tanto i bambini
dimenticano….
Ho passato 20 anni facendo finta di nulla, senza uno straccio di
amorino giovanile, con il terrore dei maschi, con la paura che quanto accaduto mi avesse segnato fisicamente e che quindi tutti potessero, guardandomi, accorgersi di quanto "avevo" lasciato che accadesse.
Ero una bambina prima e una donna poi schiva, solitaria, aggressiva, emotivamente instabile ma che dava l’impressione di forza e determinazione. Assurdo.
Nel frattempo la vita familiare era sempre più traballante: crescendo pensavo, e le cose non quadravano. Anni di collegio senza sapere perche’, il tribunale dei minorenni che mi ha controllato, assieme a mia sorella, sino al 18esimo anno d’età, sono persino stata in stato di adottabilità temporaneo senza sapere perchè. In 27 anni ho cambiato
32 case, molte per morosità, non so più quante città. Ogni volta
lasciandomi dietro un pezzo di me,  portando un bagaglio di sole insicurezze. Mai un amico o qualcuno su cui fare affidamento.
A 17 anni altra botta: mia madre mi porta a vivere con il suo attuale compagno. Un uomo divorziato, che stava con lei ma ci provava anche con me. Non gliel’ho mai detto, lei non se ne è mai accorta. Lui pretendeva d’essere chiamato babbo, ma di paterno non ha mai avuto
nulla!
Ogni notte stavo all’erta nella paura che la porta della camera si aprisse, Quando accadeva e si faceva insistente lo minacciavo di dire tutto a mamma. Non so se mi credeva ma andava via…Un uomo che lavorava 3 mesi l’anno, ma spendeva quello che io guadagnavo nei 12 mesi. Un uomo che se non aveva soldi per sigarette urlava, sbatteva la
porta e spariva per ore senza sapere se e quando sarebbe tornato. Con cui i pagamenti delle utenze si facevano di nascosto per poi subìre le sue ire… A 18 anni facevo 4 lavori per mantenere tutto e tutti, uno dei quali notturno.
A 25 , 44 chili su un corpo di 169 cm… Una donna con cui era
impossibile con-vivere, divorata e stremata da ansia e paura e
stanchezza. All’ennesima discussione dico a mia madre: trovo un lavoro vitto e alloggio, prendo una camera in affitto e vieni via con me. Il lavoro lo trovai, la camera anche, in cui vissi da sola perchè mia madre è tutt’ora con lui. Mai dolore fu più grande. Ho ancora nelle orecchie la sua voce, che mentre esco di casa con sole 80mila lire in tasca mi dice che "casa non è un albergo, se esci non ci rientri."
Solo dopo ho capito che mamma ha i suoi problemi, i suoi motivi che non condivido e non approvo. Lei che ha scelto di perdere i suoi figli per una parvenza di normalità. Ma comprendo il suo bisogno di difendere la sua coppia, lei che da giovane si è sempre vista additare per la ragazza madre di due bastarde.
Conobbi quello che è stato il mio compagno di vita per 10 anni,
divorziato con due figli a carico. Vidi la deversità di rapporto che c’era fra lui – genitore solo- ed i suoi figli. Capii che in casa mia qualcosa non andava.. Lui mi mi ha raccolto ed aiutato quando a 27 anni ho finalmente trovato la forza di lasciare casa e poi entrare in terapia. Mi ha sostenuto nei mesi in cui avevo problemi a dormire, crisi di panico, cucinando per me affinchè mangiassi. Ero a pezzi.
Pensando di fare bene, andai da mamma, raccontandole quanto occorsomi da bimba, rassicurandola che stavo bene, che ero in terapia. Credendo che sarebbe stata orgogliosa di me. Invece mi volto’ le spalle, accusandomi di essermi inventata tutto per punirla di chissa’ quali colpe. Voleva che lasciassi la terapia, il mio uomo e che tornassi a
casa dove loro mi avrebbero aiutata. Non lo feci. Andai a casa a prendere le mie cose accompagnata da un amico, perche’ la mia piscologa non riteneva sicuro per me andarci da sola e mamma non mi avrebbe mai accettata con il mio compagno, uomo che detesta in egual misura come io detesto il suo, di cui ho un ultimo ricordo che mi fa venire i brividi ogni volta che ci penso: l’ultima volta che lo vidi mi disse che era dispiaciuto che io andassi via da casa, e geloso perche’ voleva essere lui il primo uomo mio e che se avevo problemi con gli uomini poteva aiutarmi… Gli detti del pazzo e me ne andai.
Non la vidi ne la sentii per due anni. Quando riallacciai i contatti
mi chiedeva sempre soldi, e così misi i miei risparmi a nome del mio uomo per non cedere ai sensi di colpa. Io che possedevo a malapena di che vivere.
Ora la sento ogni tanto per telefono solo perche’ quando mi sento forte la chiamo. Lei non lo fa mai.
FINE PRIMA PARTE – CONTINUA…….

aaaa figura di merda

RICEVO E RIPORTO:
CHE TRISTEZZA QUEI GENITORI
 
L’avevano già fatto davanti al Tribunale. E mercoledì sera lo hanno rifatto sotto casa sua. Il comitato “Insieme per Pino” che si batte per l’innocenza dell’educatore Pino La Monica accusato di violenza sessuale da parte di 11 ex allieve minorenni, insiste nel manifestare la bontà di quello che vorrebbero trattare come un martire, ma che, ahimé, ad oggi è solo un detenuto in attesa di giudizio. Siamo in un paese libero, per carità,il diritto di espressione delle proprie convinzioni è sancito dalla Costituzione e non saremmo certo noi a entrare nel merito di una vicenda processuale che deve essere lasciata esclusivamente agli avvocati, ai magistrati, e ai periti che seguono il caso. Il problema qui, cari genitori che manifestate sotto casa La Monica come se si trattasse di un compleanno, è che ancora una volta avete portato, a garanzia della vostra buona fede, i vostri bambini. Ancora una volta perché la presenza dei piccoli davanti al Tribunale  già faceva a pugni con il buon senso e rivederli anche mercoledì a Codemondo, permetteteci, ci ha dato un grande senso di tristezza. Sì tristezza, per come state usando dei piccoli per quelli che sono i vostri fini, ridicolizzando ai loro occhi una vicenda che è estremamente seria. Gli occhi dei bambini che cercano la realtà attraverso il gioco: se voi li portate a manifestare nel bel mezzo di una vicenda giudiziaria delicatissima state loro dicendo che è tutto un gioco. Così facendo spiegate ai vostri figli che voi siete superiori alla legge e invece che tenerli al riparo, insegnando loro che bisogna attendere che la giustizia faccia il suo corso, a tutela di tutti, li mettete in pasto all’opinione opubblica come soggetti pienamente consapevoli di quello che stanno facendo. Così banalizzate ai loro occhi la vicenda processuale di la Monica che immagino sia lacerante per lui, e sputate in faccia agli altri 11 bambini, che a differenza dei vostri, invece, stanno provando dolore.
Ripeto. Non entro nel merito della vicenda. Ho troppo rispetto per i Giudici, per l’imputato e per i bimbi che hanno deposto, per poter emettere dei giudizi che sarebbero certamente parziali e viziati dal mio modo di vedere le cose.
Però credo che lasciare a casa i vostri figli, le prossime volte che vorrete manifestare per Pino, sia un vostro obbligo di genitori.
Fonte: Il giornale di Reggio – prima pagina – 14/10/08 – Andrea Zambrano.

SENZA PAROLE. O meglio le parole le avrei, ma non voglio andare “oltre”…..
Londra – Lasciato solo al buio nel suo lettino per tutto il giorno, torturato, picchiato e morso dai cani. Il racconto della breve vita di "Baby P", un bambino inglese di 17 mesi morto in agosto a causa degli ripetuti abusi commessi dal compagno della madre, sembra una scena del film ‘Trainspotting’. ‘News Of the world’ ha raccolto la testimonianza di una quindicenne che ha assistito alle violenze cui fu sottoposto il bambino e descritto l’ambiente in cui viveva: un’appartamento a Haringey, nord di Londra, "putrido e infestato" (con escrementi umani alle pareti e odore di urina fino a bloccare il respiro). Ma ancora piu’ scandaloso e’ il resoconto degli abusi commessi dal compagno della madre, mentre lei passava la giornata sdraiata a fumare marijuana, giocare a poker al computer o a chattare sul web. Nei terribili mesi di convivenza l’uomo avrebbe inflitto al piccolo ogni tipo di tortura: amputato i polpastrelli e strappato le unghie con una pinza, colpito i genitali con una scarpa, addestrato i cani domestici a morderlo al volto, inserito una bottiglia in bocca cosi’ forte da tagliargli la bocca. Quando fu trovato morto il 2 agosto nella sua abitazione, Baby P figurava nell’elenco dei bambini a rischio abusi e per questo la stampa inglese ha puntato il dito anche sui servizi sociali, che, pur, avendo in cura la madre e il bimbo sin dalla nascita di quest’ultimo, non sono riusciti a prevenire la tragedia. In particolare – sostiene l’Independent – non e’ chiaro come gli assistenti sociali, nel corso delle numerose visite all’appartamento, non si siano accorti che nella casa viveva anche il compagno della madre, suo fratello, la ragazza 15enne e i cinque figli di quest’ultimo (di eta’ compresa tra 7 e 14), oltre a un serpente e due cani (un Rottweiler e uno Strafford bull terrier). Inoltre, negli ultimi otto mesi di vita al bimbo furono diagnosticate 50 lesioni e ferite, tutte registrate dai servizi sociali. Ma fu tolto alla madre solo per brevissimi periodi (due volte per 20 giorni complessivi), perche’ chi fece le indagini non riusci’ mai a provare che le lesioni non fossero frutto di cadute o altri incidenti, come la donna sosteneva.

telefono donna
Una donna nuda crocifissa su un letto (di dolore) e la scritta, chiarissima: “Chi paga per i peccati dell’uomo?” è, anzi sarebbe dovuta essere, l’immagine per la nuova campagna di Telefono Donna onlus, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne.
Invece il manifesto, che doveva tappezzare la città di Milano, è stato bocciato e non si vedrà.
Io lo trovo assolutamente chiaro, efficace ed utile.
Voi invece cosa ne pensate?

<< Si conclude con una sentenza piuttosto pesante la terza parte del maxi processo sulla pedofilia nella bassa.
I due coniugi di Massa Finalese Delfino e Lorenza Covezzi sono stati entrambi condannati a 12 anni di reclusione contro gli otto richiesti dai pm. Alla coppia, che non era presente in aula, è stata tolta anche la patria potestà. >> Fonte: Il nuovo giornale di Modena.

Quello che la notizia non dice, e che più voci oggi mi hanno confermato, è che la sig.ra Lorenza aveva partecipato come relatrice (!!!) al convegno sui “falsi abusi” tenutosi a Rignano Flaminio (da non crederci eh?!), tra le lacrime delle insegnanti di Rignano presenti che ascoltavano la sua storia commosse……
Semmai ce ne fosse bisogno, un’altra conferma di chi sta dietro alla cultura dei “falsi abusi” in Italia.

blog copiaeincolla /
Pedofilia: padre recidivo abusò della figlioletta, condannato a 7 anni
Sette anni di reclusione per aver abusato della figlioletta di 3. Un 38enne di Pescara è stato condannato dal gup di Perugia anche all’interdizione dai pubblici uffici e al risarcimento di 80 mila euro, nei confronti della parte civile. I fatti risalirebbero a un periodo compreso tra il settembre del 2007 e l’inizio del 2008. L’uomo, che ha beneficiato del rito abbreviato e quindi della riduzione di un terzo della pena, aveva già alle spalle due condanne per simili violenze ai danni di altri due suoi figli.  Fonte AGR.

Riporto un mio articolo di qualche giorno fa su due temi qua già toccati. Per un giusto ripasso che male non fa.
 
Due storie. Accomunate per dolore, follia, imbecillità.
Anzi più follia ed imbecillità che dolore, poiché di quello nessuno pare tenere conto. Anzi.
A Reggio Emilia è iniziato il processo contro un educatore, Pino La Monica, accusato di molestie da una decina di allieve, alcune oggi sufficientemente grandi per poter deporre in tribunale. Teatrante, conferenziere, pio viaggiatore che si è fatto pure il cammino di Santiago de Compostela a piedi l’imputato, fuori dal tribunale, è stato accolto da uno sparuto drappello di sostenitori, con bambini alla mano, lieti di sostenerlo con fiori ed applausi, manco fosse la reginetta di un concorso di bellezza.
Attraverso i loro sguardi dovranno passare le giovani vittime, per andare a testimoniare.
A Brescia è iniziato il processo a don Marco Baresi, ex vice rettore del seminario, da mesi agli arresti domiciliari perché denunciato per abusi nei confronti di un bambino e detenzione di soli seicento files pedopornografici.
Ad accogliere l’imputato una decina di persone, tra cui quattro suore, che hanno pregato per lui in piazza sotto la pioggia ed indossato le magliette appositamente realizzate per l’evento con la scritta “Free Don”, Don Libero.
Entrambe le storie mi hanno fatto venire alla mente un documentario, realizzato tempo fa, con una lunga intervista alla, oggi anziana, segretaria di Hitler. La quale con disarmante candore ha affermato di non aver mai minimamente sospettato di avere avuto al suo fianco l’uomo che tutti sappiamo. Chissà se anche lei, a suo tempo, avrebbe marciato fuori da un Tribunale…..

QUANDO L’ORCO E’ LEI.
Durante il nostro corso di formazione per le forze dell’ordine, tenutosi nella sede di Gorle, abbiamo toccato il tema della pedofilia al femminile. Interessanti i dati emersi dagli studi presentati, inglesi australiani e canadesi in primis.
Innanzitutto la maggioranza degli abusi perpetrati da donne non viene denunciato. La pedofilia al femminile è infatti ancora un grosso taboo culturale, difficile da scardinare, e rafforzato dalla vergogna della vittima di chiedere aiuto, ma anche dall’elevata sofferenza che impedisce ogni azione specialmente quando l’abusante, ad esempio, è la propria madre (2% dei casi in Inghilterra).
Elena Martellozzo di Scotland Yard (nonché membro del nostro comitato scientifico) è intervenuta al corso per presentare la ricerca “Blue Island” realizzata proprio dalla Polizia inglese.
Durante tale ricerca sono state intervistate in carcere 18 donne, condannate per abusi a danno di minori.
In tutti i casi le loro vittime erano state ancora più isolate, di quanto normalmente non accada per la difficoltà a credere tali donne come delle predatrici. Inoltre si è riconfermato che l’equazione bimbo abusato adulto abusante era errata non avendo avuto nessuna di queste un passato di vittima.
La percezione sociale presenta le donne come “sessualmente inoffensive”, ancorate “ad un istinto di protezione” che allontana l’idea di vederle come abusanti. Invece una piccola ma significativa percentuale di donne abusano sessualmente. Il fatto che non se ne parli rende le vittime ancora più isolate e sole.
Uno studio scientifico canadese, presentato in una conferenza a Toronto ha dato un quadro preciso della situazione:
5 milioni di canadesi sono stati abusati da piccoli: la percentuale è di un bambino su 7 ed una bambina su 4. Il 10% degli abusanti era di sesso femminile. Bassa percentuale, certo, ma che porta il numero totale a ben 500mila vittime della pedofilia al femminile.
Se il dato vi sembra esagerato, dicono i ricercatori, immaginiamoci che solo l’1% delle vittime siano state abusate da donne, bene il dato è di “sole” 50mila vittime.
“Non so a voi ma a noi sembra tutto tranne che una minoranza di cui non tenere conto”.

LA VOSTRA VOCE NELLA VOSTRA CASA.
HO CHIUSO GLI OCCHI – parte 2 :
LA RINASCITA.
 
È finito tutto forse tre anni dopo dall’inizio. Quando il mio dolore si tinse di rosso. Quando la pancia faceva così male da non riuscire a trattenere il dolore. Mi guardava in bagno mentre scrivevo la mia denuncia in lettere scarlatte..mentre tingevo invano la carta igienica. Sono ritornata a “dormire” quella notte. E al mattino il mio letto rosso guardava tutti. Una tela rossa di denuncia tra muri bianchi.
Niente. Non è successo niente. Nessuno ha pensato, o avuto il coraggio di pensare che quel sangue copioso non fosse un ciclo mestruale. Avevo solo i miei 10/11 anni con me. Mia madre cieca come sa essere cieco solo chi non vuol vedere.
Ero convinta che perdendo quelle notti avrei dimenticato tutto. Ma il peggio doveva ancora arrivare, doveva ancora perseguitarmi, doveva ancora minare ogni mia piccola certezza, doveva ancora insegnarmi a desiderare la morte. È iniziato il mio calvario in ospedale perché i dolori al pancino erano troppo forti da sopportare. Mi hanno mandato anche dallo psicologo ma nulla. Non dicevo nulla e nessuno riusciva a raggiungermi in me. Ero io e il mio marciume. A tredici anni ho provato il suicidio. Suicidio che era buffo e troppo imperfetto a pensarlo ora..ma il fine non cambiava: volevo morire. Ho iniziato a pensare che rendermi invisibile mi avrebbe aiutata. Ho iniziato a diventare l’ombra di me stessa. Ho iniziato a rifugiarmi nella musica e nei libri. La musica mi annullava i pensieri. Fantastico pensavo.
Ma sono cresciuta con mille insicurezze, mille rimorsi. Con il mio affannoso cercare qualcuno che mi stesse vicino che mi facesse sentire protetta. Non ho mai imparato ad amarmi.
Ho provato a raccontare ma mi è sempre stato detto che certe cose vanno taciute, anche la colpa di voler condividere il mio dolore sono riusciti ad addossarmi.
Sono qui a scrivere perché voglio cambiare. Voglio almeno considerarmi una donna. Voglio smetterla di piangermi addosso, voglio riprendermi una vita farla mia e proteggerla da tutto e tutti. La cosa che più mi sorprende è che non riesco a provare rabbia, mi sento solo morta dentro.
Sono qui a scrivere perché qualcuno mi sta aiutando.
Scrivo per conoscermi, per non dimenticare, per partire dai cocci della mia anima andata in frantumi e pazientemente riunirli. Scrivo perché non si torna indietro, purtroppo, ma si può andare avanti: basta averne la forza e la voglia! Scrivo perché forse non ho ne forza e ne voglia ma ho me! E se mai nessuno mi ha dato ascolto, forse, è bene che cominci ad ascoltarmi da me. Per me.
Ho chiuso gli occhi, a nove anni. Sto tentando di riaprirli a 25. Perché vorrei essere finalmente me senza sentirmi in disagio. Vorrei che l’amore non fosse solo più un nascondiglio. Vorrei vivere, soffrire, amare.
Vorrei, anzi voglio, adesso, mentre qualcuno mi tiene la mano.
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