Archivio di giugno 2009

LA VOSTRA VOCE.
Perdonate se vi faccio attendere prima della seconda parte dell’intervista, ma tra le tante, stamani, è arrivata questa mail.
E non ho potuto aspettare……prima di pubblicarla.
L’amica che l’ha ascritta si chiama Barbara, è il suo vero nome e vuole, giustamente, che si sappia, a nascondersi, peraltro siano loro, non noi!
A lei il vostro abbraccio e le vostre parole migliori….sperando che le “arrivino”, meglio, che lei le lasci entrare.
Con la stima che si merita……

“che dire di me?
abito all’ottavo piano, l’ultima volta che ho pensato di buttarmi di sotto è stato ieri sera. sono stanca. ho due figli non posso farlo. non posso. me lo ripeto sempre. non posso. sono stanca persino di pensare non posso. ma loro ci sono, gli ho già fatto talmente male che questo finirebbe per distruggerli. e allora oggi sono qui, davanti al pc che cerco disperatamente per l’ennesima volta qualcuno che possa aiutarmi. mi domando: ma per chi è stato violentato tanti anni fà, ma che proprio non riesce ad uscirne, cosa c’è? già cosa c’è? cura psichiatriche, già passate, centinaia di volte, pianti grida una vita da ricostruire. più che altro tutto da riimparare tutto da ricominciare. perchè quando è a casa che succede giorno dopo giorno, impari a sopravvivere, impari che è normale, impari che se ti dai stasera, domani sarà felice e nn picchierà la mamma o te. impari che per sentirsi amati bisogna aprire le gambe. quando sei grande scopri che tutto questo è sbagliato e allora? cazzo e allora? allora cerchi di imparare le cose giuste, di cancellare quello che ti è stato insegnato. forse se non fossi stata messa sui tavoli a spogliarmi per il divertimento suo e dei suoi amici avrei imparato che solo lui era malato. invece… invece gli sbagliati erano tanti… notte dopo notte… prostituta bambina picchiata perchè cresceva troppo in fretta e prendeva le sembianze di una donna… ho 37 anni a settembre 38 ad agosto festeggio il 30° anno di anoressia bulimia e problemi alimentari. a ricordami delle violenze cè un fisico che fa male. già, a volte penso, che se il dolore non fosse così continuo e forte, forse riuscirei ad avere momenti di spensieratezza. invece è qui, ora dopo ora, istante dopo istante. perchè quando il corpo non riceve cibo per anni questo ti regala. ossa, tendini, reni, cuore, stomaco, che non funzionano che fanno male. i dottori a volte mi chiedono se sono viva. ho la pressione così bassa, nulla nel sangue che manco loro riescono a capire come non stramazzi al suolo. eppure oggi sono in sovrappeso. il fisico incamera grasso in ricordo della mancanza di cibo, ma non lo lavora, non lo assimila come dovrebbe. un’anoressica sovrappeso, sembra un’eresia, eppure è così. eppure… eppure quando chiedo aiuto, mi sento dire che non è possibile che sono in perfetta forma, senza che si degnino nemmeno di misurarmi la pressione, quando lo fanno mi ricoverano d’urgenza. sono stanca, vivo la mia vita così. (…)”.

Intervista ad un pedofilo.

 

COME APPARE IL PEDOFILO

PARLA UN PEDOFILO……..
PREMESSA:
Necessaria e già fatta, coi medesimi toni, quando pubblicammo la lettera di due sostenitori di Pino la Monica.
Questo blog è CONTRO la pedofilia. In ogni sua forma.
Questo blog non crede nella redenzione dei pedofili, tutt’altro.
Li considera scaltri manipolatori, (dis)abili seduttori. Sempre pronti all’occorrenza a reinventarsi una nuova identità, una mano di colore e via eccoli dotati di una nuova verginità. Questo blog non dà spazio solitamente a loro. Se non per denunciarne le esternazioni, le folli farneticazioni, le impossibili e complici difese.
Da un paio di settimane siamo stati contattati dall’autore di questa intervista.
un pedofilo condannato a 7 anni in primo grado. Inutile stare qua ad interrogarsi sul perché ci abbia scritto, dato che appare abbastanza scontato.
Il soggetto in questione sa peraltro che se bussa a questa porta si può esporre anche a mille critiche, dubbi, perplessità, attacchi. Oppure solidarietà, “comprensione”……..lascio a voi la scelta.
E domani, quando avrò messo la seconda ed ultima parte insieme decideremo, io e voi, se continuare a dialogare, facendo noi una nuova intervista o chiudendola qua se quello che avete letto già lo riterrete sufficientemente esplicativo..
 Mi preme sottolineare che dall’intervista emerge una cosa: che il sig. ”Mario” (lo chiamo così io per praticità) non chiede di essere perdonato né cerca alcun tipo di alibi che gli faccia da scudo. Ma fa, come dice anche il giornalista, una analisi lucida ed estremamente fredda del suo percorso……..
“IO PEDOFILO, HO CAPITO CHE C’È UNA VIA D’USCITA”.
Una cosa è chiara: qui non c’è nulla da giustificare; qui non c’è nulla da compatire; qui non c’è nulla da perdonare perché il perdono non serve e basta. Questo è uno degli abissi dell’animo umano. E questa è una intervista ad un pedofilo che parla delle sue pulsioni, della sua storia, dei suoi reati gravi. Di un male che sgomenta. Sempre più intollerabile perché, nonostante tutto, l’infanzia ha più valore oggi di un tempo, anche di un tempo recente. Un male profondo. “Sì – afferma – un male profondo. Ed è per questo che ho deciso di raccontare la mia storia di pedofilo.
DOMANDA: Lei è seguito da uno specialista?
RISPOSTA: Sì sono seguito da uno specialista del centro di salute mentale. Sento il bisogno di dire ad una certa, chiamiamola così, categoria di pedofili, che ci sono i presupposti per prendere coscienza di quello che si fa. Che ogni scusa che si cerca è di comodo, da tutti i punti di vista. Io sono ancora un pedofilo, ho ancora questi impulsi con i quali dovrò convivere, però quando si riesce a fare un passo avanti si sta bene. Vede questo taccuino? Questo è quello che chiamo il mio taccuino emozionale: quando sento di nuovo gli impulsi lo apro ed è come ricevere una scossa. C’è la foto di mio padre, vede? Qui c’è quella di un’altra persona che è stata molto importante per me.
D: Questo gliel’ha consigliato lo psicologo?
R: No, queste sono cose che capisci da solo quando inizi stabilmente un percorso.
D: Un percorso, immagino, che è iniziato con un reato e una condanna?
R: Sì la scelta è nata quando ho avuto a che fare con la polizia. La polizia delle comunicazioni, gente che ha una grande competenza tecnica, ma anche umana. Sono stati loro a capire che in me c’era qualcosa che si poteva salvare e mi hanno spronato ad andare al Centro.
D: Insomma se non l’avessero perso lei avrebbe continuato.
R: Ero combattuto tra bisogno e rimorso. Prevaleva il rimorso, ma poi non trovavo la forza per non farlo più.
D: Lei è stato individuato perché faceva scambi su internet?
R: No, il computer non l’ho mai voluto perché sapevo che avrebbe aumentato la mia pericolosità. Sono stato preso in seguito a contatti che avevo con una minore tramite il telefonino.
D: Minore che non è riuscito a incontrare…
R: No, anche se stavamo per incontrarci. In precedenza avevo fissato già altri incontri ma mi ero tirato indietro. Dentro di me c’era un contrasto tra l’anima bianca e quella nera.
D: Quindi lei aveva consapevolezza di quello che stava facendo?
R: Sì, ma come dicevo cercavo di trovare giustificazioni al mio modo di agire e questo di cercare scuse è il modo per non trovare una soluzione e andare avanti fino a superare una linea definitiva.
D: Lei è stato condannato?
R: Sì, in primo grado a 7 anni per un cumulo di pene…..
D: Quindi lei ha commesso più volte lo stesso reato?
R: Sì, l’avvocato dice che si potrebbe anche arrivare ai 4 anni di condanna perché ci sono i presupporti per considerare la mia personalità border-line, ma a me interessa poco.
D: Se i giudici di appello confermeranno la condanna lei andrà in prigione. Lo sa?
R: A me non importa. In prigione non ci andrò di sicuro e non perché penso di scappare, ma perchè ho già predisposto tutto per il suicidio.
D: Ne parla con un distacco che raggela.
R: Ho già tentato di uccidermi e ci penso spesso.
D: Quando si è accorto di essere un pedofilo?
 CONTINUA……

LA VOSTRA VOCE.
(…) Sono talmente stupidi da pensare di intimorirci, quanto sono idioti, noi ai nostri figli abbiamo dato la vita e noi per i nostri figli siamo disposti anche a rimetterci la nostra vita e più ci offendono più ci danno forza (…)

È uscito qualche tempo fa ma mi è arrivato solo ieri ed oggi lo riporto, con una mia nota a seguire.

PERCHE’ HO UCCISO PIERRE.
Presentato alla Fiera del Libro di Torino il primo libro a fumetti sulla pedofilia.
Ospite d’onore: Massimiliano Frassi, presidente di Prometeo Onlus.

È partita con un appuntamento particolare la nuova edizione della Fiera del Libro di Torino, che mai come quest’anno si preannuncia ricca di incontri e iniziative molto stimolanti.(…) Ieri sera, presso il prestigioso spazio del Caffé Letterario si è presentata la prima graphic novel mai apparsa in Italia, su un tema delicato e di scottante attualità: la pedofilia tra i sacerdoti.
A presentare il libro il presidente dell’associazione Prometeo Onlus Massimiliano Frassi, che incontrammo già in un paio di occasioni, sempre alla Fiera del Libro, dove Frassi intervenne per presentare le proprie opere “I bambini delle fogne di Bucarest”, “L’inferno degli angeli” e “I predatori di bambini, sono intorno a noi”. (…)
Stavolta l’occasione era la presentazione di un’opera particolare, un libro autobiografico, intitolato “Perché ho ucciso Pierre” (di Oliver Ka & Alfred, edizioni Tunué), alla presenza del disegnatore parigino Alfred, che Frassi ha intervistato per più di un’ora, cogliendo anche l’opportunità per rispondere alle domande dei presenti proprio sull’emergenza pedofilia nel nostro paese.
”Ammetto che quando ho ricevuto la bozza in anteprima di questo libro, l’idea di trattare un tema come quello della pedofilia, sottoforma di fumetto, mi ha lasciato inizialmente abbastanza stranito”, ha esordito Frassi, “poi la lettura mi ha coinvolto a tal punto da ricredermi subito su qualsiasi pregiudizio verso questa forma narrativa, non certo minore, visto il lavoro fatto da Alfred ed Oliver”.
La storia del libro è autobiografica. Oliver racconta la sua esperienza di bimbo molestato da un prete pedofilo e il suo percorso, una volta adulto, che lo ha portato ad incontrare nuovamente il suo abusante, facendo così i conti col passato e chiudendo una ferita aperta.
”Guardare in faccia l’orco e fare in modo che poi sia lui ad abbassare lo sguardo è l’obbiettivo a cui ogni vittima dovrebbe puntare. È proprio quando sono arrivato alla lettura di quella parte che ho capito l’importanza di questo libro.” ha incalzato Frassi, “mi ha colpito a tal riguardo il modo in cui l’orco è stato descritto. Il disegno che lo raffigura quando fa del male al bambino mostra una persona completamente diversa da quella che si trova a riaffrontare il piccolo Oliver, diventato adulto”.
”È vero” ha ribadito il disegnatore Alfred, “i disegni sono basati sui racconti che mi ha fatto Oliver e sulla lettura dei suoi diari. Quando insieme siamo andati ad incontrare il prete pedofilo, peraltro mai denunciato da Oliver per questo reato, abbiamo trovato una persona completamente diversa. L’omone imponente che molestava i bambini era un anziano sconfitto dalla vita e dai rimorsi”.
Durante il viaggio verso la casa del prete i due scattano delle fotografie che sono state poi messe nel libro.
”È stato un modo particolare, per raccontare un lungo doloroso viaggio. Le foto provengono dal telefonino di Oliver, che voleva imprimere nella memoria quel esperienza particolare. Mia l’idea di usarle al posto dei disegni per un inserto grafico molto particolare”.
”Mi permetto di consigliarvi caldamente questo libro. Vi appassionerà. Vi indignerà. Ma soprattutto restituirà alle vittime quella dignità che certi esseri, si illudono di togliere loro, impossessandosene tramite la forza dell’abuso”. (…) “In un momento storico come questo ben venga un libro a fumetti, se il messaggio contro i predatori di i bambini, può ricevere una ancora più ampia diffusione” ha rilanciato Frassi, con la forza che abbiamo già conosciuto durante i suoi passati dibattiti. (…)
”Perché ho ucciso Pierre”, ha vinto in Francia importantissimi premi letterari come il “Prix de Public” e il “Prix Essential”. (…)

 

oliver ka

NOTA MIA: Questa è solo una parte dell’articolo. Ometto altre cose che raccontano più il libro dal di dentro, anche perché non vorrei guastare la sorpresa di chi eventualmente lo leggerà.
Qua ribadisco solo che è un’opera molto interessante e particolare. Che consiglio a voi tutti. Ringrazio infine Oliver per il coraggio, il bravissimo Alfred per aver dato un volto alla sofferenza e lo staff della Tunué, per l’invito e Gabriella, periodista loca 😉
Non c’entra nulla con la pedofilia ma vi consiglio anche un altro libro, edito sempre dalla Tunué e sempre a fumetti (graphic novel….suona meglio!); è un libro carico di sofferenza, tristezza ma anche speranza ed è dedicato al tema dell’Alzheimer; il titolo è: RUGHE di PACO ROCA.

Le indagini condotte dal compartimento della Sicilia della polizia postale hanno coinvolto quasi tutte le regioni e 68 città. Circa trecento le perquisizioni

ACCADE. E QUANDO ACCADE, LA GIORNATA NON PUÒ ESSERE MIGLIORE, PURE PER TUTTI NOI.

Ciao di nuovo… ti avevo scritto una mail un paio di mesi fa raccontandoti in maniera forse un po’ confusa la mia infanzia… ora volevo solo darti una buona notizia… aspetto un altro bambino e vivo un periodo di serenità pressoché totale… grazie per l’ascolto attento delle voci dei bambini che hanno sofferto e di quelli che ancora oggi soffrono.

THIS IS THE END, MY ONLY FRIEND, THE END…..
suicide-bear-didnt-even-leave-a-not
Si disserta, come sempre a sproposito, del possibile suicido delle persone indagate/condannate per pedofilia. Di recente mi è capitato di farlo spesso, soprattutto per alcuni casi di predatori di bambini accusati per detenzione di materiale pedopornografico.
Il rendere pubblici i loro nomi da parte delle Procure (e di conseguenza sui giornali e in internet) a detta di alcuni addetti ai lavori era “potenzialmente pericoloso poiché poteva far correre il rischio che gli stessi, a causa dello smascheramento avvenuto e reso pubblico, si potessero togliere la vita”.
Ora in tutta sincerità, ammetto che del loro possibile suicidio, non me ne frega niente.
E che ogni persona che faccia del male ad un bambino, pur sentendosi sempre intoccabile ed invincibile, è bene che metta in conto il fatto che prima o poi verrà beccato. Ed una volta beccato, appunto smascherato e pubblicamente denunciato.
Sappiamo benissimo che l’idea non li sfiora mai. Sappiamo benissimo pure che si sentono sempre più protetti e che da qualche anno a questa parte, hanno imparato a combattere, partendo proprio dal farsi vedere subito, denunciando ad alta voce chissà quale complotto contro di loro, ardito da qualche pargolo congiurante……però, però resta sempre la possibilità che vengano appunto BECCATI! E questo è bene che se lo mettano in testa. Con tutte le conseguenze del caso.
E se per molti di loro il suicido poi è l’ultima via di fuga, per non guardare in faccia le persone loro care, che tanto abilmente hanno ingannato…bhé, chissenefrega…..è una scelta loro, codarda e per questo coerente con il loro essere cacciatori di bambini.

Il suicidio è un atto personale e doloroso. Ed in quanto tale va rispettato. Certo non lo condivido, specialmente poi quando tale atto diventa un alibi, una via di fuga, l’ennesimo tentativo di martirizzarsi spostando, inutilmente, le proprie colpe su altri……ma non resta, per nulla, un problema mio. Non mi tocca. Punto.
Quello che invece mi interessa e su cui invece NESSUNO dei soliti garantisti di cui sopra sembra interessarsi, è il possibile suicidio dei bambini vittima di abuso.
Piccoli la cui idea della morte appare come l’unica via di fuga. L’unico escamotage per tagliare la corda, liberarsi dalle fauci dell’orco, riacquistare, paradossalmente, la vita……volando via…….
Di loro non si preoccupa nessuno.
Nessuno pensa, ad esempio, che una fiaccolata sotto casa di un bambino PRESUNTA vittima di abuso, piuttosto che di una qualsiasi altra manifestazione di piazza, possa essere per lui/lei dannosissimo.
Una miccia…che accende una meccanismo apparentemente bloccato dagli eventi ma pronto a riacutizzarsi, distruggendo definitivamente quella piccola grande vita. Una miscela velenosissima che si mischia alla vergogna, al senso di colpa (smisurato), ed a tutto quel campionario di malessere che cova nel corpo e nella mente dei sopravvissuti!
Ecco, di questo si che “me ne frega qualcosa”, anzi molto di più…..
Ne ho incontrati troppi di bimbi che avevano anche “solo” pensieri suicidi per non indignarmi e riportare qua quel dolore.
Troppi, convinti che nessuno li avrebbe creduti. Troppi arresi davanti all’ennesima fiaccolata. Che li sporcava quasi quanto quelle putride mani malamente conosciute.
Di loro, lo ripeto, non si preoccupa nessuno.
Nessuno riflette su quanto sottile a volte sia il filo che divide la vita dei nostri bimbi dal loro tentativo, quella vita, di spezzarla. Per sempre.
Ed ancora una volta, mi chiedo, se dovrà “scapparci il morto” prima che si ragioni, in termini preventivi, anche su questo ennesimo folle disagio. Effetto collaterale del peggiore dei crimini.……

 Ci sono giorni in cui serve fermarsi. Perchè il male è troppo e troppo ha segnato. Ed inseguendolo hai dimenticato anche di occuparti d’altro.
Per questo una piccola pausa non fa male. Fosse pure di un giorno solo….
Serve per rigenerarsi, per potersi spendere meglio. Di più.
E tornare a combattere, in questa infinita guerra senza vincitori ma con troppi vinti…..

andrea terzi

LA MAPPATURA DELL’ORCO.
Andrea Terzi, del quale finalmente riportiamo la foto, è in carcere per abusi nei confronti di due tredicenni e detenzione di materiale pedopornografico.
La pena: 4 anni 11 mesi e 26 giorni di reclusione, con sentenza definitiva passata in Cassazione.
Imprenditore informatico collaborava con l’oratorio del paese di Gaultieri, dove viveva.

RICEVO E RIPORTO:
LA VOSTRA VOCE /
Intervista fatta a La Stampa da una nostra amica:
"Mio nonno, orco della Torino bene"
 
Francesca, 38enne: mi ha violentata
per tredici anni, ha rovinato tutti noi
«Mi chiamo Francesca, ho 38 anni, vivo e lavoro a Torino. Da undici anni sono impegnata in un percorso di psicoterapia molto duro. Sto lottando per tutti i problemi indotti dagli abusi sessuali subìti da quando avevo due anni. Il pedofilo era della specie peggiore: gentile, di successo, autoritario e affettuoso. Mi faceva anche le coccole, mio nonno materno».
Questa testimonianza è sul sito di Prometeo, l’associazione che si occupa di lotta alla pedofilia e tutela dell’infanzia. Trovare Francesca in città non è stato difficile. Perché dopo 36 anni di dolore e silenzio («Vivevo in uno stato di anestesia delle emozioni, la rabbia completamente repressa»), dopo undici anni di terapia («Ho speso circa 50 mila euro, ma l’analisi mi ha salvato la vita»), ha deciso di non nascondersi più. Arriva in anticipo all’appuntamento. È una donna minuta, pallida e coraggiosa. Ricopre un ruolo lavorativo importante. Seduta al tavolino di un bar del centro, ordina un bicchiere di Franciacorta. Beve a piccoli sorsi, mentre spiega perché ha deciso di raccontare la sua storia: «Condividere il dolore mi aiuta. È giusto che il mondo sappia. I pedofili regnano sovrani nel silenzio».

Qual è il primo ricordo?
«L’ho ricostruito con precisione a posteriori. Estate del ‘73. Quell’anno i miei genitori hanno fatto una crociera. Io ero una bambina con un brutto rapporto con l’acqua, mi faceva paura. Mi hanno lasciata a casa dei nonni, avevo due anni e mezzo. Ho pianto quasi tutto il mese».

Quando succedeva?
«Quando era il momento di cambiarmi, di mettermi a dormire, anche quando i miei parenti erano in un’altra stanza. Da quell’estate, fino a quando ho compiuto 15 anni, è successo sempre. Quando andavamo da loro, quando venivano a trovarci nella casa al mare, in montagna. Tutte le volte, anche più volte al giorno. Iniziava sempre con le coccole, poi mi spogliava e faceva quello che voleva. Ogni tanto mi sussurrava parole volgari. Poi mi coccolava ancora».

Perché nessuno se n’è accorto?
«Non lo so. Ho dato molti segnali che nessuno ha raccolto. Né in famiglia, né a scuola, neppure i medici. La pipì a letto fino a 6 anni, forti dolori addominali con ricoveri in ospedale, disegni inequivocabili, che dopo aver fatto appallottolavo diligentemente. Avevo gravi difficoltà a relazionarmi con gli altri bambini».

Resta la domanda: perché nessuno se n’è accorto?
«Si era interrotta completamente la comunicazione. Da fuori sembravamo la famiglia del Mulino Bianco, dentro era l’inferno. Ma devo dire che se mi avessero fatto un esame medico, fino a una certa età, non avrebbero trovato nulla. Quel bastardo stava molto attento a non lasciarmi segni».

Come è stata l’adolescenza?
«Ero anoressica, non mi alimentavo, bevevo, mi drogavo. È stata un casino, la mia vita. Rapporti pessimi con i miei genitori. Ma agli occhi degli altri, sembravo una ragazza di buona famiglia, un po’ viziata, che sentiva il bisogno di evadere e fare la controcorrente. Dicevano di me: "Guarda quella, ha avuto tutto…"».

Quando è riuscita a rompere il silenzio?
«Dopo avere cambiato tre analisti fino a trovare quello giusto. Dopo aver lavorato molto su me stessa. Era il 2001. Dicevo mezze frasi, avrei voluto urlare ma ero senza voce. Durante l’ennesima scenata in casa dei miei genitori, ho allargato le braccia: "Non è possibile che non abbiate ancora capito".

E loro?
«Mi hanno convocata la sera dopo: "Abbiamo chiuso il cerchio". Avevano pensato ai vicini, al campeggio, al medico, allo zio. Per anni io stessa ho difeso quel pedofilo bastardo. Ma quel giorno, dalle loro facce, ho capito che avevano capito: il nonno».

Cosa ha fatto il nonno?
«Ricordo l’ultima telefonata, si sentiva braccato. Mi ha detto: "Stai facendo soffrire la tua famiglia". Urlava. Ma quella volta ho avuto la forza di urlare più forte di lui».

Qual è stato l’ultimo atto?
«Si è sparato un colpo in testa con la pistola regolarmente denunciata. Ha lasciato una fotografia con scritto dietro: "Piango lacrime di sangue". Il giorno del suo funerale io e mia cugina abbiamo brindato. Ma avrei preferito un processo, avrei preferito saperlo in carcere per il resto della sua vita. La castrazione chimica non basta».

Come può descriverlo?
«Un uomo alto, di bell’aspetto, slanciato, affabile. Era un dirigente d’azienda rispettato da tutti, il che complicava le cose. Non mi sono ancora liberata di lui. Quando è morto, ho scoperto che ha abusato anche di mia madre, di mia cugina e non so di quanti altri bambini. Ha sempre avuto case confinanti con scuole elementari. Nell’ultima, in giardino, si era creato un gabbiotto inaccessibile».

Può esistere un risarcimento per una tragedia così?
«Credo di no. Resta una traccia profonda, incancellabile. Prendo ancora psicofarmaci, ho attacchi di panico. Il mio rapporto con la fiducia si è interrotto quando avevo due anni. Ho paura degli altri, controllo continuamente se mi hanno rubato la borsa. L’unica cosa è riuscire a guardare il passato senza provare un dolore lancinante».

Lei ci riesce?
«Non sempre. Mi chiedo: ma perché proprio a me? Come sarebbe stata diversa la mia vita? Ho un blocco: non riesco ad avere figli.

I suoi genitori?
«Siamo tutti in terapia. Ci siamo abbracciati, abbiamo parlato e pianto insieme. Disperati. Mi sono ritrovato nella situazione controversa di essere io a consolare loro. Non si danno pace. Mi chiedono continuamente: "Ma noi dov’eravamo mentre succedeva tutto questo?"».

Dov’erano?
«Mio padre al lavoro e alle riunioni politiche. Mia madre era a fare volontariato per altri bambini».

Che senso ha, ora, affidare il suo dolore a un articolo di giornale?
«Vorrei abbracciare chi ha sofferto come me. Vorrei sentirmi abbracciata. Sento il bisogno di lanciare un messaggio. Le vittime sono molte di più di quelle che pensiamo. I bambini custodiscono segreti tremendi perché si sentono responsabili di qualsiasi cosa. Bisogna cercarli nella loro tana di disperazione, sconfiggere il silenzio».

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