Archivio di Aprile 2011

I NUMERI DELL’ORRORE. Tutto il mondo è paese.

Arrivano dall’India delle cifre shock. Sui casi di abuso in quel paese.
Che sarebbero, secondo le statistiche ufficiali fornite, di “un bambino su cinque ed una bambina su 4, prima del raggiungimento di anni 18”.
Secondo il giudice K. Lau, che ha lavorato ad un’indagine governativa sul tema degli abusi, “il 53% dei bambini indiani sono vittima di abusi sessuali”.
In seguito alla pubblicazione di questi dati il Governo indiano sta rivedendo la propria legge, che nelle intenzioni di chi ci sta lavorando, dovrà garantire una pena minima di almeno 5 anni. E massima di (soli) 10.

Dentro di me c’è una bimba di 9 anni che non ha imparato a difendersi!

Ciao Max,
avevo scritto questo testo autobiografico per un concorso letterario riservato alle donne. Volevo che si parlasse del problema della pedofilia ma poi, alla fine, non ho avuto il coraggio di mandarlo(…) lo mando a te, che sei l’unico custode di tutto quello che ho passato.
Se vuoi pubblicarlo, pubblicalo. Se vuoi tenerlo in un cassetto, tienilo. Io lo deposito in quell’angolino del tuo cuore riservato a me (c’è posto per tutti noi, hai un cuore talmente grande!!!!…e poi l’amore si moltiplica, non si dimezza mai!!!) perché so che questa condivisione può solo farmi bene.
Grazie perché da quando ci sei, questo fardello è più leggero.
Ti voglio bene,
“Elisa”

 “I’m worse at what I do best and for this gift I feel blessed
Lorenza era un fiume in lacrime. Ero seduta per terra, nel corridoio, quando lei arrivò, trafelata e distrutta. “Si è ucciso, si è ucciso….” Balbettò con la voce strozzata dai singhiozzi. Era il lontano aprile del 1994. Il telegiornale aveva appena annunciato la morte di Kurt Cobain, leader dei Nirvana. Il marmo del corridoio mi sembrò improvvisamente più gelido. Guardavo impotente la mia compagna di classe, chiusa nel suo dolore. Bionda, pallida, con gli occhi e il naso arrossati dal pianto.
I Nirvana. Colonna sonora dei miei 16 anni. La moda grunge, con quei vestiti trasandati e tanto criticati. Anch’io indossavo abiti larghi,  più larghi che potevo.
Che nascondessero il mio grassissimo corpo.
Da anoressica.
“Ma sei filiforme!” ed io, abbassando gli occhi, negavo sempre quella realtà che non volevo o non potevo vedere e, a testa china, sgattaiolando via veloce.
Così, era così tutti i giorni. Con tutti. Una lotta con il mondo per nascondere a me stessa e agli altri quello che il mio corpo urlava per me. Un corpo spigoloso, emaciato, magro all’eccesso, ma allo specchio ancora troppo grasso: 38 kg.
Una lotta continua. Coi miei genitori, che avrebbero tanto voluto costringermi a mangiare. Che mi avevano offerto addirittura dei soldi per ogni kg conquistato. Ma io non ne volevo sapere. Loro mi volevano grassa, io mi volevo magra. E questo era sufficiente per impedirmi di alimentarmi e sentirmi finalmente illusoriamente realizzata, padrona di me stessa, nella mia folle perdita di peso.
Amavo, in realtà, mangiare. Più di quanto potessi sopportarlo. Un piacere proibito, troppo forte per me. Un piacere che faceva male. Perché mi faceva perdere il controllo. E ingrassare.
Non avevo più vita sociale. Ritagliavo immagini di modelle, le loro cosce, i loro ventri, e le incollavo sul mio diario. “Voglio essere così. Entro due mesi, così”. E in 3 mesi avevo perso quasi 20 kg.
E così magra, a “Marco”, non piacevo più.
Marco. La mia mente andò indietro di qualche tempo. Potevo sentire ancora la brezza sul mio viso, in quella calda sera d’estate di qualche anno prima. Ero lì, sul balcone di casa, con lui vicino, che mi stringeva forte, mentre mi faceva sedere sulle sue gambe. Lui, che mi accarezzava in un modo che allora non capivo. Lui, che avvicinando le sue labbra alle mie, mi chiese sottovoce di baciarlo, mentre le sue mani esploravano il mio corpo. Lui, e i suoi 38 anni.
Io ne avevo solo 9.
Quella fottutissima paura di restare da sola in sua compagnia. Il mio corpo era scosso da fortissimi tremiti incontrollabili. Ero sola. Nessuno mi ascoltava. Nessuno mi salvava. Nessuno mi avrebbe mai creduto . Nessuno avrebbe mai creduto ad una bambina. Bambina “bugiarda”. Bambina che stava male per attirare l’attenzione dei genitori.
Scelsi la strada del silenzio. Uno di quei silenzi assordanti, squarcianti, laceranti e disturbanti a tal punto che il mio corpo lo ruppe per me.
Ma no, io non ero anoressica. E Marco non era un pedofilo. No. Lui mi amava veramente. Mi chiamava sempre così, “Amore”, e di quel amore mi nutriva. Ed io mi sentivo così terribilmente in colpa per aver paura di lui. Perché lui mi amava ed io non riuscivo a corrisponderlo. Non riuscivo a guardarlo negli occhi. Ero sotto il suo controllo, ero in suo potere. Lui ordinava, io eseguivo. “Altrimenti racconto a mamma e papà quello che stai facendo”. Da vittima, a carnefice. Da 9 anni, a improvvisamente adulta.
Rimase quello, il nostro segreto, per tanti, troppi anni. Ed io non volevo più mangiare. Quel cibo era dannoso per me. Mi stava avvelenando. Avevo bisogno di altro amore. Anzi, semplicemente, di Amore. Ma quello Vero.
Perché Marco era un pedofilo, ed io ero diventata veramente anoressica.
Finalmente era chiaro.
“Be still be calm, be quiet now, my precious Boy
don’t struggle like that or I will only love you more
for it’s much too late to get away or turn on the light
the spiderman is having you For dinner tonight” (“Lullaby”, The Cure).

E una preda così magra, adesso, non lo soddisfaceva più il suo ragno …..Marco smise di tessere la sua tela per me. Smise di mangiarmi d’”amore”
Così, con la mia folle perdita di peso, ero riuscita a liberarmi, a dissolvere quella vischiosissima tela, scrollandomi di dosso i suoi fili appiccicosi e maleodoranti.
Lentamente e progressivamente, il mio corpo smise di urlare. Mese dopo mese, il mio stomaco e le mie guance ripresero a riempirsi, mentre la testa si svuotava dei ricordi, che cominciarono a sfumare.
La sinopia dei miei pensieri raramente ripercorreva quei ricordi sbiaditi e lontani. C’era sangue nelle mie vene, c’era voglia di costruire e di combattere, c’era voglia di girare pagina e c’erano tanti sorrisi che dispensavo generosamente a chiunque incrociasse il mio sguardo. Sorrisi che nascondevano segreti e dolori inconfessabili, ma sorrisi che remavano nel mare azzurro della giovinezza più dolce e tenera, anche se non spensierata.
“It’s amazing with a blink of an eye you finally see the light”….canticchiavo a squarciagola sopra la voce di Steven Tyler. Adoravo questa canzone. La vita può cambiare in un momento, e in un momento si può uscire dalle tenebre – ma anche ritornarci.
Tutto, tutto era passato. Tutto era ovattato, lontano, impercettibile, quasi difficile da intravedere. Fino al giorno in cui nacque il mio bimbo.
Uno tsunami emotivo così violento e impetuoso da smuovere gli anfratti più profondi, tra le pieghe dell’anima, facendo venire a galla quello che avevo inghiottito a forza tanti anni prima.
Nessuno doveva toccare il mio cucciolo, nessuno avvicinarsi per fargli del male. Lo avrei difeso con le unghie e coi denti e con la mia stessa vita. Nessun bambino al mondo avrebbe mai dovuto passare quello che avevo passato io, né ora né mai.
Incubi a tinte forti ripresero a occupare le mie notti. Il pensiero di Marco divenne un’ossessione. Quella rabbia, così forte, così incontrollabile, che avevo sempre rivolto contro me stessa, cominciò finalmente a uscire. A travolgermi. Fino quasi a farmi soccombere. Avrei voluto cercarlo, prenderlo in disparte, per dirgli quanto male mi aveva fatto.
Avrei voluto finalmente incrociare il suo sguardo, e che per una volta fosse lui ad abbassare gli occhi. Per la vergogna. Per quella stessa vergogna che mi sta distruggendo la vita. Schiacciato anche lui, dai sensi di colpa. Soffocanti a tal punto da toglierti il fiato. Così paurosi e incontrollabili da farti tremare le gambe e da scuoterti violentemente il corpo. Solo. Isolato. A portare sulla schiena quella croce che tutte le domeniche va devotamente a pregare.
Per dirgli che sono cresciuta e che non ho più paura.
I bambini amano i genitori a tal punto da decidere di sacrificarsi, continuando a subire, piuttosto che dare a chi li ha messi al mondo un dolore così grande.
Sta ai genitori capire. Sta ai genitori credere sempre ai propri figli. E difenderli. Schierandosi dalla loro parte. Perché non c’è mente di bambino che possa mai arrivare ad inventarsi un orrore tanto grande. Con conseguenze così devastanti.
Marco vive tranquillo la sua vita. Da sempre. Come moltissimi altri “Marco” nel mondo.
Mentre dentro di me c’è una bambina di nove anni che ancora non ha imparato difendersi.

Parliamo di spaventapasseri, pedofilia e omosessualità.

Pochi giorni fa un giovane seminarista commentava un mio articolo insultando (con toni poco seminaristi….) la vittima di un prete pedofilo, che a suo dire era (la vittima non il prete) “un tossico…malato di mente…spacciatore…noi lo conosciamo bene e sappiamo che delinquente è” etc. etc..
Nemmeno davanti all’evidenza dei fatti, nemmeno alle immagini pedopornografiche nel computer (“chi di noi non ha scaricato per sbaglio ed ha nel computer immagini così” – sic!!!!) il ragazzino, che speriamo tutti abbandoni la via sacerdotale altrimenti chissà cosa ci troviamo tra qualche anno, prendeva appunto al tangente e non vedeva ciò che era sotto agli occhi di tutti.
Voglio, seppure nella negatività del giudizio, concedergli un minimo di “buona fede”, nel senso che soggetti così purtroppo (per loro e per noi) sono ciechi indottrinati, ai quali è stata applicata quella che in America chiamano la teoria dello “spaventapasseri” (una sottile forma di plagio che funziona ovviamente tanto più i “benficiari” sono, per così dire, portati a credere a certe falsità).
Ovvero davanti ad un caso eclatante, come lo è un reato di pedofilia che coinvolge qualcuno molto importante o in vista, si deve far indirizzare le attenzioni della gente su qualcosa d’altro.
Lo spaventapasseri quindi entra in azione. E non importa se è fatto con una vecchia scopa e dei ciuffi di fieno, che lo rendono così ridicolo e fasullo come una Lacoste comprata in spiaggia il 15 di agosto a Rimini, purtroppo certi miseri volatili, lo prendono per vero.
Lo Spaventapasseri è stato usato, pochi giorni fa anche sulle pagine del New York Times dove il presidente della Lega Cattolica Bill Donohue, ha scritto, a proposito dei casi di pedofilia nella chiesa quanto segue, riportando la falsa equazione “pedofilo = omosessuale”:
“Il ritornello che gli abusi ai danni dei bambini sono una realtà nella Chiesa è due volte falso.. Non erano bambini e non sono stati violentati. Sappiamo dello studio di John Jay (condotto nel 2004 dal John Jay College of Criminal Justice, nda) che rivela che la maggior parte delle vittime sono adolescenti che sarebbero stati inopportunamente tastati. E ciò non è uno stupro. […] Il Boston ha parlato della relazione di John Jay sottolineando che ‘oltre tre quarti delle vittime erano in età postpuberale, e che quindi non veniva soddisfatta la definizione clinica di pedofilia’. In altre parole, il problema è l’omosessualità, non la pedofilia”.
Ed aggiunge: “Francamente è più accettabile per la nostra società difendere i diritti dei detenuti di Guantanamo invece che i diritti dei sacerdoti”.
Non perderò tempo a commentare le falsità riportate, ma stavolta mi limiterò a ribadire questo. Ovvero che ci troviamo in presenza dell’ennesimo nuovo Spaventapasseri.
Per fortuna noi che la conquista del cielo ce la siamo guadagnate volo dopo volo, non abbiamo nulla a che spartire con quelle povere quattro cornacchie, illuse che Spaventapasseri così ancora possano avere una loro funzione.

Lo stipendio del pedofilo.

È possibile avere ancora diritti quando hai violato tutti i tuoi doveri?
È giusto ricevere regolarmente un buon stipendio, anche se sei in carcere perché dei filmati INEQUIVOCABILI certificano che hai stuprato per anni un bimbo disabile?
Me lo chiedo ad alta voce, rivolgendo a voi il quesito.
Poiché, Pietro Materi, cacciatore di bimbi disabili, in carcere, continua a percepire  regolarmente lo stipendio dal Ministero.
Non so a voi, ma a me la cosa offende. Tanto. E, anche se ancora non c’è stato il termine del processo, credo che quelle immagini valgano più di qualsiasi sentenza, che dovrà solo dare un conto: quello degli anni di condanna.

Fioccano le polemiche sull’inserimento lavorativo dei carcerati di Vallo!

Come volevasi dimostrare non ha “disturbato” solo noi la notizia per cui alcuni detenuti del carcere di Vallo della Lucania verranno fatti lavorare all’esterno del carcere prendendosi cura del verde pubblico, in alcuni paesi di quella zona.
Comunicati stampa, associazioni scese in campo (Caramella buona), raccolte di firme, minacce di picchetti in strada,  polemiche, è tutto un susseguirsi di interventi. Ovviamente contrari a tale “reinserimento sociale”.
Non sono dello stesso parere la direttrice del carcere Mariua Rosaria Casaburo che ha dichiarato: “il progetto dará la possibilitá ai detenuti di reinserirsi nella societá con qualche prospettiva in più e senza pregiudizi rispetto al proprio passato”, ma soprattutto il sindaco di Castelnuovo Cilento, il cui pensiero, chiarissimo e lampante, è tutto espresso nel suo comunicato stampa che riportiamo integralmente:

“In relazione alle polemiche che sono nate intorno al progetto di manutenzione del verde pubblico e delle strade cittadine realizzato dal Ministero della Giustizia e il Comune di Castelnuovo Cilento, desidero precisare che nella Casa Circondariale di Vallo della Lucania non sono ristretti pedofili ma, come sostenuto dalla Direzione della Casa Circondariale stessa, autori di reati che , pur rientrando nella cosiddetta “ violenza sessuale” hanno avuto pene talmente brevi da risultare senza alcun dubbio di minore gravità rispetto ai reati di questo genere.
Inoltre, nel progetto in questione, non sono stati assolutamente inseriti pedofili. Questa evenienza, tra
l’altro, sarebbe stata impossibile perché NEL CARCERE DI VALLO DELLA LUCANIA NON VI E’, AL MOMENTO, RIBADISCO, NESSUN DETENUTO CHE ABBIA COMPIUTO ATTI DI PEDOFILIA.
Desidero evidenziare che il nostro progetto è frutto di mesi di lavoro impegnativo che ha visto il coinvolgimento e la condivisione di diversi attori istituzionali quali: Magistratura di Sorveglianza, Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, Carcere e Comune. Non a caso infatti nel progetto sono stati ammessi solo detenuti con fine pena talmente breve che usciranno comunque entro 5 o 6 mesi, selezionati da un’equipe composta da direttore, poliziotti penitenziari, criminologi, psicologi, educatori e soltanto dopo un reale percorso di rivisitazione critica delle proprie azioni, esattamente come prevede la legge e, quindi, in piena legalità e sicurezza.
Vorrei ricordare infine che ,come è sancito all’art.27 della nostra Bibbia Civile, la Costituzione Italiana, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Il carcere “non è un ghetto di persone abbandonate ma un luogo di recupero dell’umanità”, dove anche lavorare alla manutenzione del verde pubblico, oltre ad offrire a costo zero un servizio alla comunità, può far rinascere la speranza e la volontà di ricominciare.
Castelnuovo Cilento, 9/4/2011
Il Sindaco
Eros Lamaida” 

Perfetto. Ora sì è tutto chiaro. Dopo che per giorni si è sbandierato che si dava un lavoro ai sexual offenders e dopo che gli stessi sono stati fatti parlare in conferenza stampa (uno ha dichiarato: “Sappiamo che non è facile farci accettare al di fuori di queste mura carcerarie, per questo siamo grati al sindaco di Castelnuovo “) ora scopriamo che non sono pedofili.  
E che se pur si tratta di reati sessuali sono reati sessuali “di minore gravità” (e qua scusate mi vengono in mente le parole di quel padre pedofilo che incontrato stamani per un processo ha dichiarato alla moglie: “ma quanto casino per una toccatina” – toccatina = masturbazione dell’adulto su bimba di 5 anni), termien questo che il Sindaco credo sia tenuto a chiarire. Per rispetto alle vittime di tali reati!
Aspettiamo la stampa di domani, per scoprire che magari non sono nemmeno carcerati.
In tal caso auguriamoci siano amministratori comunali. Farli lavorare, quello sì, sarebbe un intervento socialmente utile.

LA DIFESA DEGLI ABUSANTI, NON PAGA PIÙ .

La notizia è di alcuni giorni fa.
E pure noi purtroppo non l’abbiamo data subito.
Ora è giusto rimediare.
Vista l’importanza della stessa.
Prima però, dopo aver preso (preventivamente) un buon digestivo, riguardatevi questi pochi minuti di filmato:
http://www.youtube.com/watch?v=EbWOExh9n-o  

La storia di Montalto di Castro è una delle tante storie che negli ultimi anni hanno reso il nostro paese la Repubblica delle Bananas. Un posto che se un osservatore sceso da un altro pianeta dovesse giudicare, dopo aver visto simili immagini, catalogherebbe come quarto mondo.
Chi legge questo blog, ed i suoi “toni” di umana indignazione, solo ieri leggeva di chi si lamenta perché lo striscione a favore di un prete condannato in primo grado per abusi è stato tolto da un luogo sacro!.
Per gente così queste immagini di sicuro non sono offensive, anzi….
Lo sono invece per noi. E dopo averle viste, con ancora la disturbante eco delle grida isteriche nelle orecchie, passiamo alla notizia.
Gli 8 stupratori (difesi dalla gente, dal paese, dal sindaco che anticipò 8mila euro per le loro spese legali, ma che è stato condannato pochi mesi fa dalla Corte dei conti a risarcirne 15mila!) gli 8 dicevo che a processo, piangendo come bambini capricciosi, ammisero che la ragazza “non era consenziente, chiedendo scusa per le violenze”,  in quanto minorenni vennero affidati ai servizi sociali (“messa in prova di 28 mesi, con sospensione del processo a carico”).
Beneficio oggi revocato.
E sapete per colpa di chi?
Per colpa dell’ambiente, già l’ambiente.
Quello dove lo stupro era “una ragazzata”, la vittima definita con i peggiori epiteti, e dove gli slogan più teneri erano “impiccate lei e sua madre e lasciate stare questi bravi ragazzi”.
L’ambiente, dicono i Giudici, non consente a questi CRIMINALI di ravvedersi. Di capire che hanno sbagliato. E quindi ora si va a processo, per quella che sulle pagine del Corriere della Sera, da Cesare Fiumi (che ha dedicato un lungo editoriale a questo fatto) fu definita come “l’assenza morale degli educatori”. “Al limite della complicità e di conseguenza, ostacolo reale al loro recupero sociale”.
È forse la prima volta in Italia che questo accade e spero che anche altri Giudici ne tengano conto. Ma soprattutto ne tengano conto i sostenitori di altri simili casi.
Alcuni hanno causato la morte del loro protetto, che per scappare alla vergogna ed alla non credibilità che cominciava a serpeggiare tra le fila dei supporter si toglieva la vita, altri da oggi sanno che per la legge, loro valgono come le persone che hanno difeso.
Non so perché, ma temo che per taluni di loro, quest’ultima frase suoni più come un complimento che per quello che realmente è: il peggiore degli insulti.

Il suicidio dei pedofili. E quello delle loro vittime.

Il suicidio dei pedofili . L’ultima folle corsa quando la facciata è oramai totalmente disgregata e chi hanno intorno ha capito la loro vera natura predatoria.
Un tema che ricorre spesso. Con cui molti di voi fanno i conti.
Per quel assurdo senso di colpa che vi colpisce (“sarà morto per colpa mia? E se non chiedevo aiuto? Se tacevo?” – poco importa se la risposta è “avrebbe continuato a fare del male”, essendo voi esseri umani è chiaro che proviate “qualcosa”).
Per quel loro ultimo modo di oltraggiarvi (“se parlerai io mi toglierò la vita”).
Ma c’è anche quel altro suicidio. Quello più doloroso. Quello che paradossalmente a loro, quelli che l’hanno generato, non fa provare alcunché.
È il suicidio delle vittime.
Che sono tante. Morte nell’anima. E poi, nel corpo.
Per oggi ripassiamo quanto già scritto. Poi a breve aggiungeremo nuovi capitoli all’argomento:
http://www.massimilianofrassi.it/blog/il-suicidio-dei-pedofili-e-dei-bambini-loro-vittima.html

QUALCUNO HA RIMOSSO LO STRISCIONE A FAVORE DEL PRETE PEDOFILO.

Alla fine la dignità aveva perso. Forse perchè di dignità, lì, non se n’è mai vista alcuna traccia.
E lo striscione, malgrado le numerose proteste e l’ovvio disgusto era rimasto.

http://www.ivg.it/2011/02/don-lu-associazione-prometeo-vittime-pedofilia-e-ora-via-quello-striscione-dalla-chiesa/
Oggi apprendiamo che qualcuno durante la notte l’ha tolto, assicurandosi così, viste le dimensioni, una scorta di carta igienica almeno annuale.
Fantastiche (nella categoria a cui appartengono) le parole di una delle supporter del comitato pro don Lù, che mi avete segnalato in tanti con epiteti che ovviamente non riporterò, la quale in Facebook, si esprime così, ennesima dimostrazione che quello che scrivo nei miei libri, ancora una volta, è superato, abbondantemente, dalla realtà dei fatti.

 IL RESPONSABILE DI SIMILE GESTO, COMPIUTO DI NOTTE, NON CONOSCE IL RISPETTO PER GLI OGGETTI CHE NON GLI APPARTENGONO E NON HA ALCUN CONCETTO DI LEGALITA’. LO S…TRISCIONE E’ IL SIMBOLO DELLA NOSTRA SOLIDARIETA’ A DON LUCIANO , DEL NOSTRO IMPEGNO A STARGLI ACCANTO IN QUESTO MOMENTO DI PROVA. TUTTO CIO’ NON SARA’ IN ALCUN MODO NEPPURE SCALFITO DA UN GESTO TANTO INSULSO QUANTO INUTILE. RIMUOVENDO LO STRISCIONE NON SI RIMUOVONO LE NOSTRE POSIZIONI E SOPRATUTTO NON SI CANCELLA LA FOLLIA DI TUTTA QUESTA STORIA GIUDIZIARIA. NOI SAREMO SEMPRE ACCANTO A LUI AL DI LA’ DI QUALSIASI AZIONE MIRATA A CONVINCERCI DI UNA VERITA’ CHE E’ SOLO NEGLI OCCHI DI CHI NON VUOL VEDERE.

UNA STORIA DI ABUSO ALL’INTERNO DI UNA SETTA SATANICA.

Premessa. Rispetto a quanto capita solitamente, questa storia NON è stata verificata.
Però è arrivata a noi, due giorni dopo un report delle forze dell’ordine con dettagli pressoché simili. E dopo la sua ricezione sono ovviamente seguiti altri contatti con l’autrice, che mi perdonerà se ho tolto alcuni passaggi. Ma per la loro crudezza si rischiava, a mio modesto parere, di allontanare la gente. Poiché l’orrore era davvero troppo….Lasciamo a voi la lettura e l’analisi dei fatti. Che, mi permetto di dire, anche se non fossero veri (e temo lo siano) sono pressochè identici a quelli di altri racconti in nostro possesso.

“Ciao Massimiliano,
ti scrivo finalmente per affidarti la mia storia. Non vedrai scritto il mio nome da nessuna parte, la mia posizione adesso non me lo permette. Ci siamo già conosciuti, ti ho già scritto altre volte e tu gentilmente mi hai risposto…
Decidi tu cosa farne, io non posso più tenerla per me… è una storia che non può più essere taciuta e la racconterò a oltranza… Ti abbraccio forte e ti ringrazio per tutto quello che fai per tutti…
”A.”

-Non negare-
Questo vuole essere un tentativo di mettere ordine nella massa enorme di dati che è emersa in questi ultimi mesi di terapia e di vita.
Non so bene da dove cominciare e la mia memoria è soggetta ad amnesie, quindi non so che forma dare a questo racconto, se cronologica, di narrazione per argomenti, di narrazione a braccio…
Per adesso mi limiterò a scrivere…
Ho quasi 30 anni e da quando avevo 18 anni sono in psicoterapia. Fino a 3 anni fa ho condotto una psicoterapia che definirei “tangenziale” ed intermittente, compatibilmente con i miei vari impegni.
Definisco la terapia tangenziale perché ha toccato solo marginalmente il nucleo patogenetico e di devastazione che sarebbe emerso in questi ultimi 3 anni. È stato necessario un lungo periodo di rinforzo e molti anni di paziente percorso di consapevolizzazione prima che io potessi iniziare il vero lavoro di terapia.
La persona che ha permesso tutto questo e che mi ha amata permettendomi di guarire giorno dopo giorno è “C.”. Insieme a lei affronto il lutto e mi ricordo che esiste il sole.

Quello che racconterò ha dell’incredibile. È la prima reazione della mente che si difende davanti a tanto orrore: non ci crede. Quello che racconto, però, l’ho vissuto e ne porto i segni evidenti.
Ho scoperto di essere stata abusata, in realtà tutto di me parlava di un abuso infantile ma era stato a lungo coperto da amnesia e 3 anni fa, come il risveglio da un lungo sonno, è cominciata la graduale ricostruzione della verità.
Ho subito abusi sessuali nell’ambito di rituali satanici e non, dai 2 agli 8 anni. Più gruppi di persone hanno abusato di me e dei miei fratelli, senza che l’uno sapesse dell’esistenza e dell’azione dell’altro. Alcune tra le persone a cui venivo affidata da piccola erano gli orchi satanici che mi sottoponevano ai rituali ed il principale gruppo era formato da mio padre e dalla sua famiglia.
Mio padre, suo fratello, le sue due sorelle, suo padre e sua madre, sono solo alcuni tra i personaggi che partecipavano ai rituali; a questi si deve aggiungere anche il marito di una delle sue sorelle.
Alcuni di questi rituali venivano svolti in un macello e durante essi io venivo drogata e violentata. Venivo costretta a bestemmiare ed ero continuamente insultata: mi chiamavano “puttana”. Ero costretta a fare sesso orale con i miei aguzzini e (mio omissis).
Ho delle visioni di questo, di quando sono stesa su una specie di tavolo/sedia e mi violentano come bestie fameliche in gruppo, tutte addosso in una frenesia incontrollabile.
Le mie personalità dissociate non mi permettono di ricordare completamente il mio passato perché le conseguenze sarebbero molto gravi a livello psicosomatico: riattraverserei un calvario, che ho già conosciuto da piccola, fatto di sintomi di vario genere. Questi sintomi spaziano dalla caduta di capelli alla comparsa di afte diffuse in tutta la bocca, dal vomito ininterrotto al sanguinamento vaginale per giorni e giorni ad una dolorosa contrattura dei muscoli della schiena.
I miei aguzzini mi minacciavano dicendomi che se avessi raccontato tutto a mia madre lei mi avrebbe rimproverata, mi riducevano al silenzio con l’inganno. Ma anche quando non interveniva il loro inganno una madre assente ed il suo stesso trauma che la dissociava mi rendeva ugualmente impotente e muta.
I luoghi degli abusi sono stati identificati in molti posti e città, ma quello che emerge più spesso è un macello nei pressi di KKK, vicino ad un bosco ed al mare.
In una scena che ho rivisto vengo portata in questo posto con una macchina nera, di grossa cilindrata. Una catenella mi lega alla mano del mio aguzzino, sono la prescelta, vengo trattata con molto riguardo, mi fanno sentire importante. In questo posto freddo, dove c’è puzza di petrolio anche, sono disposti dei tavoli a elle e sui tavoli ci sono dei vassoi d’argento. (mio omissis). Ci sono dei calici in metallo. A questo incontro partecipano uomini e donne ed una di esse è vestita con una pelliccia marrone, ha le unghie laccate di rosso. Gli uomini sono elegantemente vestiti con dei cappotti lunghi e scuri, hanno l’aria d’essere delle persone importanti. Nessuno di essi indossa cappucci o maschere, questo permette a tutti di sapere l’identità dell’altro e li rende ricattabili, nel caso uno di loro volesse uscire dalla setta o giocare un tiro mancino. La scena successiva che vedo è quella in cui io vengo drogata, mi sento intontita e vengo violentata. Sono nuda e loro celebrano la loro frenesia sessuale attorno a me. Due donne fanno sesso tra loro sopra la mia testa mentre gli altri uomini mi violentano e sono disposti in semicerchio in basso. C’è molto sangue, ma io non sento niente.
(mio omissis).
Questa sembra una storia dell’orrore, eppure è vera ed ho il coraggio della verità, scelgo di raccontarla, perché non cali il silenzio e tutto non appaia “normale”. Non c’è niente di normale a questo mondo.
Alla fine puoi scegliere da che parte stare, nonostante tutto il male subito, se dalla parte dei bambini o dei mostri. Ti ricordi, soffri, certo soffri, ma non neghi, ci vuole coraggio! Non metti tutto a tacere e neghi quello che è successo, mentre la tua anima è sepolta sotto le macerie. Ti prendi una responsabilità.
Non sono un orco io, vado avanti. Se neghi allora vincono loro. Non devi avere paura del dolore, è passato. È questa la scelta: scegli la verità.”

 Nota:
giusto per dare dei dati:
http://www.ultimenotizie.we-news.com/cronaca/interna/3404-sette-sataniche-ogni-anno-240-mila-nuove-vittime

I benefici dei pedofili: è ora di dire basta!

Basta col rito abbreviato per i pedofili.
Ci avevano fatto credere che con la nuova legge non si sarebbe più offerta questa possibilità a chi abusa dei nostri figli, invece….
Invece continuano ad esserci sconti di pene, aiuti, facilitazioni per i delinquenti.
L’ultimo caso in ordine di tempo arriva da Livigno.
Dove due pedofili sono stati condannati, anziché a 15 e 12 anni di carcere, rispettivamente a 6 anni e 5 anni e 4 mesi.
Loro si chiamano: Pierantonio Pointi, classe ’56 di Valdidentro e Lucio Brescia,  classe’58 originario di Napoli ma residente in provincia di Reggio Emilia.
L’accusa: atti osceni, detenzione di materiale pedopornografico e violenza sessuale a danno di 2 minori (di 14 e quasi 12 anni).
Per loro le violenze erano in realtà “tenere amicizie”.
Altro dato da sottolineare: sono entrambi ai domiciliari e non in carcere. Uno a Sondrio e l’altro a Morbegno. Peccato. Vista al notizia che segue avrebbero potuto svagarsi di più.

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