Archivio di gennaio 2013

Lettera per la ragazza violentata in strada a Bergamo che ha dovuto abortire.

Lettera per la ragazza violentata in strada a Bergamo che ha dovuto abortire.

La notizia è uscita venerdì scorso….ma riesco a parlarne solo ora. Non so perché ma ci sono storie che ti entrano più di altre “dentro”, sedimentano e per questo fanno ancora più male.
Tutto inizia a Bergamo, in una via centrale, un paio di settimana fa. Una ragazza esce da un bar e accidentalmente incontra sulla sua strada uno stupratore.
La ragazza ha 24 anni ed è incinta.
Pochi giorni fa il ricovero in ospedale ed il bambino che viene perso.
A lei oggi rivolgo il mio pensiero…chissà magari qualche conoscente comune glielo farà avere.

Cara sconosciuta, mi piacerebbe dirtelo a parole ma uso l’unico mezzo che ho per raggiungerti….forse dirò cose ovvie, che hai già risolto, o forse (temo) no…
Ti auguro di elaborare quello che ti è accaduto come un brutto incidente. Incidente già. Alla stregua del fatto che quella sera anziché finire addosso ad un mostro fossi stata investita da un auto. Non è per sminuire nulla, il dolore resta grande, ma è per ripareggiare le cose.
Mia Martini cantava “Gli uomini non cambiano” e sì, spesso è vero. Ma quello che ti auguro è di tornare al più presto a credere ancora che esistano uomini (come quello che credo tu abbia accanto) che sono diversi da certi altri maschi. In minoranza quest’ultimi ma di sicuro molto più rumorosi.

Ti auguro di tornare presto a credere nell’amore ed a fare l’amore con chi ti vuole bene. Quel amore che nulla ha a che fare con la fame di un bastardo che si sente onnipotente solo quando riesce a farla franca…solo se usa l’unica arma che la sua vita gli ha dato: la violenza…salvo trincerarsi dietro tardivi quanto ipocriti pentimenti…

Il tuo tornare a vivere. Ad uscire la sera. A non vedere negli occhi di ogni maschio che incontri camminando in strada un possibile pericolo, questa sarà la tua risposta.
Torna a vivere, torna ad amare.
Ed a lasciarti amare.
E chissà, già tra 9 mesi, oppure tra 10, 11, il tempo che ci vorrà, casa tua si tingerà di rosa o di azzurro e sarà ancora una volta la conferma della tua diversità.
Diversità sì. Tu sai dare vita. Lui cercava solo di toglierla quella vita.
Per questo ti chiedo di non permettergli di credere di esserci riuscito per sempre.
Con sincera stima ti mando il mio abbraccio migliore.
E se mai passassi dalle mie parti (pare che non viviamo poi tanto distanti) sarò qua a condividere un caffè ed una lunga chiacchierata con te.

Massimiliano Frassi

Due note a margine:

1) Non accadrà, perché in Italia accade sempre più spesso il contrario e perché manco in carcere l’hanno mandato. Ma se fossi io il Pubblico Ministro, ora lo condannerei non solo per stupro ma anche per omicidio!

2) Mi chiedo dove sono finiti tutti. Le femministe dell’ultima ora (così lontane anni luce dalle loro colleghe degli anni ‘70, forse quelle fin troppo estremiste e chiassose ma almeno attive). Mi chiedo dove sono le associazioni. I politici. Perché ora, davanti (anche) alla perdita di un bimbo, tutti tacciono? Perché si sono già spente le telecamere e cercano nuovi riflettori altrove?

CONDANNATO IL PEDIATRA DI VICENZA, MA PROMETEO DICE NO!

CONDANNATO IL PEDIATRA DI VICENZA, MA PROMETEO DICE NO!

 

Partiamo dalla notizia, che riportiamo dal Giornale di Vicenza.

CINQUE ANNI AL PEDOFILO. E’ stato condannato a cinque anni di reclusione per violenza sessuale su sei bambine, oltre all’interdizione dai pubblici uffici. A Domenico Mattiello, il pediatra di Vicenza, arrestato il 14 giugno 2011 dalla squadra mobile della questura di Vicenza in flagranza di reato, è andata meglio rispetto a quanto aveva chiesto l’accusa: otto anni. Il pediatra ha molestato sei bambine, una settima in realtà era costretta a guardare. Il medico è stato condannato anche perchè, durante una perquisizione nel suo studio e a casa gli era stato trovato del materiale pedopornografico che lui stesso aveva realizzato, filmando le sedute con i bambini. I legali del pediatra hanno annunciato che ricorreranno in appello.

Questa la notizia. Quello che segue il nostro comunicato.

“Vergognosa la condanna a soli 5 anni del pediatra vicentino” Lo dice l’associazione nazionale vittime di abuso, Prometeo.

“ Pur rispettando il lavoro della Magistratura, riteniamo a dir poco scandalosa la sentenza di condanna a soli 5 anni inflitta al medico vicentino Domenico Mattiello, reo di aver abusato di 6 bambine piccolissime e di averne obbligato una settima ad assistere ai suoi turpi giochi. Lo stesso deteneva poi materiale pedornografico. Cinque anni grazie al beneficio del rito abbreviato sono un insulto. Specialmente se si pensa che altri tipi di delinquenti, leggasi il caso Corona che tanto appassiona gli italiani a tal punto da dover aprire notiziari nazionali, ha ricevuto una condanna maggiore di questa.
Diamo piena solidarietà alle famiglie delle piccole, sapendo che grazie al loro amore sapranno riportarle a quella vita che un orco, punito come fosse un ladro di auto, ha provato, inutilmente a sottrarre loro. Inoltre in vista delle prossime elezioni chiediamo ai movimenti politici di qualsiasi schieramento un preciso e inequivocabile intervento sul fronte della tutela dei minori, per evitare che i benefici di legge siano sempre verso chi delinque e mai verso chi subisce”.

Dall’abuso alla rinascita. La storia di Ercole – parte 2/2

Ieri ci avete sommerso di messaggi, poiché tutti voi siete stati molto colpiti da quanto ha scritto “Ercole”. Oggi la seconda e ultima parte, che il titolo da noi dato aveva già riassunto: dall’abuso, alla rinascita. E lui ce l’ha fatta….alla grande! Orgogliosi di te, ma tanto…..!

PARTE 2: “Tutte le notti, o quasi, mio nonno si divertiva con il suo “giocattolo erotico” (io), sembrava che il dolore per la scomparsa della nonna non l’avesse scalfito minimamente!
Ricordo che aspettavo che andasse a letto lui prima di me, con la speranza che s’addormentasse e mi lasciasse in pace, ma spesso ero talmente stanco, che immancabilmente ero io quello che andavo a letto per primo, e lui? Veniva in camera, col suo “pappagallo” in mano (per chi non lo conoscesse, una sorta di contenitore dove urinava durante la notte, per non alzarsi, manco se il bagno fosse fuori casa e che al mattino lasciava sempre una puzza di pipì da cui bisognava scappare!) ma non era quella puzza che m’infastidiva più di tanto, ma la sua puzza di pedofilo schifoso che riconoscerei ancor oggi a distanza di tanti anni. Mi svegliava in piena notte e cominciava sempre (…). Una mattina, non ne potevo più dei suoi sporchi giochi, così, prima di andare a scuola, decisi di parlarne con mia madre. Ricordo che cercavo il momento giusto per dirglielo, ma non sapevo quando farlo, era imbarazzante e mi vergognavo. Ricordo che stavo quasi per uscire di casa, quando aprii la porta d’ingresso, vidi mia madre davanti al lavandino della cucina che lavava le tazze della nostra colazione, e le dissi che nonno mi faceva male e tanto! Mia madre rimase di spalle, non si voltò neppure ed io scappai chiudendo la porta dalla vergogna. Mi aveva sentito? Ero sicuro di si, al mio rientro pensai che ne avremmo parlato e invece non mi disse una parola! Quello fu il momento in cui decisi di non parlarne mai più con nessuno. Quello fu il momento in cui mi resi conto che ero solo a lottare contro il mio orcononno…

Ero quasi un adolescente oramai, diventavo grandicello, anche se fisicamente restavo sempre bambino (sono rimasto piccoletto di statura), mi sentivo tradito dai miei genitori, era come se avessero affidato un cucciolo di agnellino nella tana del lupo! Lui l’orco, aveva terreno fertile intorno a se, immagino come fosse contento di poter fare di me ciò che voleva per soddisfare le sue “voglie” perverse… Con un bambino! Una delle tante notti in cui puntualmente mi svegliò, ricordo che mi fece più male del solito, così decisi, in quel momento, che dovevo far qualcosa per salvarmi e che dovevo farlo da solo. Decisi che dovevo reagire, così mentre faceva le sue porcate, lo interruppi bruscamente, gli presi il braccio con violenza e lo fermai, mi alzai dal letto e con uno spintone lo buttai sul suo. Poi gli urlai con decisione che se l’avesse fatto ancora, giurai, che l’avrei ammazzato! Non so cosa successe in lui, fatto sta che rimase sorpreso da quella mia reazione. Forse si era spaventato davvero? Forse pensava che l’avrei ammazzato per davvero? Forse pensò che si era spinto troppo in là con i suoi giochi perversi? Non lo so cosa pensò e sinceramente non me ne fregò nemmeno nulla di ciò che potesse pensar lui, la cosa più importante fu che da quella notte, quella magica notte in cui finalmente trovai il coraggio di ribellarmi, non mi tocco mai più!
Quella fu la mia ultima esperienza con l’abuso infantile.
Qualche giorno dopo, con mio grande stupore e gioia, mio nonno decise di tornare a vivere a casa sua, da solo e che ce l’avrebbe fatta benissimo, disse ai miei. Avevo vinto io finalmente! Avevo sconfitto il mio peggior nemico, lo avevo reso inerme, non avevo vinto una battaglia ma una guerra intera. Quella fu l’ultima notte in compagnia del mio orcononno…

Ho sempre avuto problemi a rapportarmi con l’altro sesso, e questo grazie a “lui”, mi aveva fatto un maledetto “regalo” per sempre! Avevo paura d’affrontare il discorso “sesso” con i ragazzi della mia età, così come fan tutti. Crescevo, ma dentro di me covava anche “quella” ferita che pian piano si rimarginava, ma che rimarrà per sempre nel mio cuore, anche se oggi, posso dirlo con tutta tranquillità, si è cicatrizzata! Decisi così, di sposare, a 25 anni, la donna con cui feci sesso per la prima volta, a quell’età, (prima non ci riuscii), la donna che poi diventerà madre di mio figlio, uno splendido ragazzo che oggi ha 15 anni. Ci trasferimmo in Lombardia per motivi di lavoro, erano gli anni ’90, ero felice, non ci pensavo più, credevo d’aver dimenticato tutto, erano già passati degli anni da quando lasciai Bari e la mia famiglia, da allora non l’avevo mai più rivisto mio nonno, per scelta. Nel frattempo si era ammalato anche lui, i miei l’avevano rinchiuso in una casa di riposo. Ricordo che un anno ero in vacanza in Puglia, dai miei genitori dove spesso mi recavo durante l’estate, mio padre mi propose d’andare a trovare il nonno dal momento in cui erano anni che non lo vedevo e che probabilmente non avrei mai più rivisto se non mi fossi affrettato a farlo. Non volevo dare un dispiacere alla mia famiglia, così accettai. Avevo paura, il cuore sembrava dovesse uscire da un momento all’altro, dalla mia gabbia toracica, talmente mi batteva forte! Lo vidi, un vecchio bavoso, rincoglionito, sopraffatto dal Parkinson, che nemmeno mi riconobbe. Non lo salutai neppure, mi faceva schifo avvicinarmi a lui. Per un attimo ebbi un momento di compassione, non chiedetemi perchè, ma lo ebbi (volevo comunque bene a mio nonno, è normale, quale bambino non vuole bene a suo nonno?). Rimasi lì una decina di minuti, poi non resistetti più e con la scusa d’uscire a fumarmi una sigaretta mi allontanai. Quella è stata l’ultima volta che ho visto il mio orcononno…

Era il 01 Dicembre 1997, ci apprestavamo a festeggiare un Capodanno speciale in quanto quell’anno, a Maggio, sarebbe nato mio figlio. Era da poco passata la mezzanotte e i festeggiamenti andavano avanti, finchè giunse una telefonata. Era mio padre che doveva darmi due notizie, così disse, una bella l’altra brutta: la bella erano i suoi auguri di buon anno, la brutta invece che annunciava la morte di mio nonno! Ero felice? Ero triste? Ero amareggiato? Ero tutto questo! Da un lato, la fine di un incubo durato anni, la consapevolezza che quel nonno ormai, non m’avrebbe mai più fatto del male, dall’altro invece, la tristezza per l’ennesimo lutto familiare ma soprattutto, non avrei mai più potuto denunciare tutte le sue schifezze (anche se a dire il vero, non avevo mai pensato di farlo, e non perchè non lo meritasse, ma semplicemente perchè non ne volevo parlare con nessuno!) Era tutto finito. Mio padre mi chiese se avevo la possibilità di fare un salto a Bari per il suo funerale, m’inventai la scusa più banale, non potevo in quanto il lavoro non me lo permetteva, in realtà non volevo mai più rivederlo, nemmeno da morto, il mio orcononno…

Nel 2002 decisi di separarmi da quella donna, non avevamo più niente da dirci, lo feci con molta dignità e intelligenza, tant’è che sono rimasto comunque in buoni rapporti anche oggi, (d’altronde è la mamma di mio figlio e merita rispetto). Ricordo il giorno che andai via definitivamente da casa, raccolsi le mie ultime cose e via. La salutai e salutai mio figlio. Malgrado tutto, andavo via a malincuore, più che altro mi rendevo conto che da quel momento, non avrei mai più rivisto mio figlio tutti i giorni, non avremmo mai più cenato insieme, non lo avrei mai più accompagnato a letto, non lo avrei mai più baciato, non avrei mai più fatto questo tutte le sere! La prima notte nella mia nuova casa, fu un incubo, non riuscì a prender sonno, troppi pensieri mi tornavano alla mente, anche “quelli” di bambino abusato, e mi resi conto che è un dolore che ti porti dentro, che lascia il segno, anche se a volte sembra che lo dimentichi, invece è lì, pronto a farsi vivo quando meno te l’aspetti, e sembra che ti faccia a pezzi. Mi sentivo triste, solo e abusato! La vita è così, ti da e ti toglie. Dovevo rialzare la testa, ero un uomo ormai, ancora giovane, avevo 36 anni e dovevo reagire in qualche modo, avevo tutta una vita davanti ancora, ed io volevo tornare a vivere e lo feci, eccome se lo feci! Conobbi una ragazza giovanissima, aveva da poco compiuto 18 anni, ma era di una saggezza da far invidia a mia nonna materna (persona che ho sempre stimato per questa sua capacità). Nacque una bella amicizia, ci sentivamo spesso, mi consigliava, mi aiutava, mi rallegrava, ci vedevamo quando potevamo, stavamo bene insieme e lentamente cominciavamo ad accorgercene entrambi anche se a dire il vero avevo paura, era così tanto più giovane di me! Lei invece non temeva nulla, anzi, era molto determinata e probabilmente sapeva benissimo cosa sarebbe accaduto. Accadde che dopo due anni, ci innamorammo di un amore vero, quello che ti fa sentir le farfalle nello stomaco e che fa bene al cuore. Per lei ero il primo, ma anche per me era come se fosse la prima volta, non avevo mai conosciuto quell’amore e mai nessuno mi aveva amato così tanto in vita mia, Adottammo anche la nostra cagnolona labrador che ci seguiva ovunque, regalandoci gioia e serenità. Era bello il suo modo d’amare, lo faceva con delicatezza, quassi sussurrandolo, ed io ricambiavo con tanta dolcezza. Ero tornato a vivere, respirare, viaggiare, tutto insieme a lei. Non avevamo tempo per le discussioni, ed anche se talvolta accadevano per motivi stupidi, banali, era sufficiente guardarsi negli occhi, sorridere, abbracciarsi e si finiva per far l’amore come se niente fosse accaduto. Ero Felice? Si, lo ero” Avevo finalmente e definitivamente seppellitto in quella dannata tomba, il mio maledetto orcononno…

Gli anni trascorrevano felicemente, cresceva insieme a me, diventava sempre più bella con i suoi bei riccioloni neri e gli occhi da cerbiatto, era una donna ormai ed io come per incanto, mi fermai ad aspettarla, avevamo entrambi la stessa età, la stessa voglia di vivere, anche se non era così all’anagrafe. Sembrava una favola la nostra storia, la principessa e il principe, eravamo fatti per stare insieme, per amarci. Ma non sempre le favole hanno un risvolto positivo, sembrava troppo bello per essere vero! Siamo nel 2011, la mia principessa cominciava a spegnersi. La sentivo più fredda, distaccata, distratta. Cominciai a sentire segnali di pericolo, stava cambiando, non era più quella di sempre. Cercavamo di parlarne, ma lei si chiudeva a riccio e non riusciva a dirmi nulla, non capiva nemmeno lei il motivo di quell’interruzione. Quando le chiedevo se voleva lasciarmi, piangeva, mi abbracciava e mi diceva di no, ma io sentivo che così non saremmo andati molto lontano, sentivo che… Aveva smesso d’amarmi! Ci mise quasi un anno prima di dirmelo e confermando così i miei dannati dubbi, non aveva il coraggio di farlo, e invece in un pomeriggio caldo di Giugno, me lo disse. Ricordo che le chiesi che doveva cambiare perchè così non ce l’avremmo fatta, mi rispose che probabilmente non sarebbe mai cambiata e non voleva farlo. Capii tutto! Fu così che le proposi l’ultimo disperato tentativo, un distacco momentaneo, per capire come saremmo stati lontani io e lei. Ci rivedemmo dopo una decina di giorni e purtroppo le cose non cambiarono. Passammo tutto il pomeriggio abbracciati e in lacrime, avevamo capito entrambi che era finita, da parte sua, io l’amavo come fin dal primo giorno. Quello fu l’ultimo giorno in cui vidi la mia principessa. Quello fu il mio primo giorno all’inferno! Ci salutammo per l’ultima volta, le promisi che ce l’avrei fatta anche senza di lei, mi promise che ci sarebbe stata ogni qualvolta ne avessi avuto bisogno, fu sincera con me e ne apprezzai comunque questa sua qualità, salutò la nostra cagnolona e scomparve, nel nulla. Avevo perso tutto in quel momento, mi sentivo un fallito, avevo voglia di morire e cercai la morte. Ero a Roma, nel frattempo lei era tornata a casa sua, abitava lì. Avevo preso in affitto una camera d’hotel per quell’occasione, era un tramonto bellissimo, si vedevano i sette colli all’orizzonte, amavo Roma, anche se in quel momento la odiavo. Capii che quella sarebbe stata forse l’ultima volta che avrei visto la città eterna. La disperazione ebbe il sopravvento su di me, non ce la facevo. D’improvviso mi tornarono alla mente i ricordi del passato. Fu come assistere ad un film horror in cui gli zombie escono da sottoterra e ritornano a vivere, vedevo il mio orcononno uscire anche lui dalla sua dannata tomba! Tutto non aveva più un senso, ero solo, senza più il mio grande amore, solo nella città che avevo amato per sette lunghi anni, uscii in terrazzo, m’arrampicai sul cornicione di marmo e mi sedetti a cavalcioni lì. L’hotel era isolato, nella campagna di Frascati, non mi vedeva nessuno e la finestra dava all’interno su di un giardino. Non so esattamente quanto tempo rimasi lì, ricordo però che guardavo giù e nel frattempo rivedevo come in un film, tutta la mia vita, ciò che mi aveva dato e tolto allo stesso tempo, facevo un bilancio di tutto quello che avevo fatto fino a quel momento ed era per me, un vero disastro, avevo 45 anni ed ero dannatamente solo. Ad un certo punto guardai verso l’interno del terrazzo e vidi la nostra cagnolona, ormai soltanto mia, che mi guardava stupita, probabilmente non capiva perchè fossi lassù, cominciò a guaire, forse si rendeva conto del pericolo, forse mi chiedeva di scendere da lì, forse voleva far qualcosa per aiutarmi, e lo fece. Ci guardammo negli occhi e non chiedetemi come, però mi convinse a scendere da lì e quando lo feci l’abbracciai e piansi, mentre lei cercava di consolarmi leccandomi dappertutto. Le chiesi scusa davvero, le chiesi di perdonarmi, che non l’avrei mai più fatto, chiesi perdono a mio figlio col pensiero, pensai a lui, alla sua bellezza, alla sua voglia di vivere, a quanto mi volesse bene. Raccolsi le mie cose e in piena notte partii verso Milano. Ero di nuovo in preda del mio orcononno…

Furono giorni terribili per me, ero sempre chiuso in casa, buttato sul mio letto, non avevo voglia di far nulla, non riuscivo ad alzarmi. Solo il lavoro riusciva a distrarmi e per fortuna riuscii a mantenere quella lucidità mentale che mi permise di andare avanti, in quel momento era l’unica certezza della mia vita. Provai e trovai conforto in mio figlio, ma anche lui non bastava più. Sentivo che dovevo far qualcosa per uscire da quel vortice, ma non sapevo come fare, avevo bisogno d’aiuto, soprattutto psicologico, ma non potevo permettermelo economicamente. Trovai conforto anche negli amici, e fu proprio lei, una mia cara amica d’infanzia, che m’illuminò. Mi disse di contattare l’associazione Prometeo e il suo Presidente, Massimiliano Frassi, lui avrebbe fatto al caso mio. Lo conoscevo da anni, sapevo quel che faceva, lo tenevo sotto controllo a distanza, ma non avevo mai avuto il coraggio di parlargli di me. Una mattina lo chiamai, fui felice di risentirlo, erano passati una quindicina d’anni dall’ultima volta in cui c’eravamo incontrati, in uno dei soliti concerti del nostro amato artista, Renato Zero. Era in quelle occasioni che avevo avuto modo di conoscerlo. La sua voce, dall’altra parte del telefono, mi rassicurò, mi fece capire che era quella la strada da intraprendere in quel momento. Mi diede appuntamento nella sede di Bergamo, a Gorle precisamente, per un colloquio. Ci andai, era estate, i primi di Luglio. Ricordo l’emozione e l’abbraccio che ci scambiammo, erano passati davvero tanti anni, ma non eravamo cambiati più di tanto. Gli raccontai tutto di me, del mio abuso, del mio amore finito, della mia paura di morire, e lui, con voce rassicurante mi disse che ero arruolato in Prometeo e che da quel giorno ne facevo parte. Avevo per un attimo, almeno riavvicinato nella sua tomba, il mio orcononno…

Mi presi un lungo periodo di vacanza, passai tutto il mese d’Agosto in Puglia, dai miei genitori, per poi tornare nell’afosa Milano, i primi di Settembre, Massimiliano stava organizzando un incontro di due giorni con tutto il gruppo di Prometeo, si sarebbe tenuto in un paesino di montagna nella provincia di Bergamo. La vita, si sa, come ho già detto, ti dà e ti toglie, e quella volta avrebbe tolto qualcosa a Massimiliano. Suo padre scomparve dopo una lunga malattia. Ancora una volta facevo i conti con la morte e quel lutto lo sentivo purtroppo, anche mio. Ricordo il giorno del funerale, gli dissi che avrebbe dovuto andare avanti col suo lavoro, di non fermarsi, in memoria di suo padre, affinchè tutto il lavoro svolto fino ad allora non svanisse nel nulla. E così fece, rialzò la testa dignitosamente, da grand’uomo qual’è, l’incontro si tenne lo stesso, era la fine di Settembre ed io vi partecipai per la prima volta. Fu quello il momento in cui cominciai a parlare con qualcuno, del mio problema con la pedofilia e degli abusi subiti da bambino, durati per così tanti anni. Ritornavano alla mente i dettagli, i ricordi, le puzze e quant’altro di tutto quello schifo, ma cominciavo a sentirmi più libero, mi faceva bene incontrare tutta quella gente che aveva subito lo stesso “trattamento” durante la propria infanzia, così come me. (Prometeo è un gruppo di autoaiuto, e le persone si consigliano e consolano a vicenda) Avevo ributtato nella fossa, ma senza riseppellirlo, il mio orcononno…

Il mio percorso andava avanti, cominciavo a riacquistare fiducia in me stesso e Massimiliano mi aveva fatto capire che valevo davvero qualcosa, avevo riacquistato stima in me stesso, ma non era abbastanza. Mi portavo dietro, quell’infernale dilemma che durava da più di trent’anni: mia madre, “quella” volta in cui le dissi che il nonno mi faceva male, non mi aveva sentito oppure aveva fatto finta di nulla? Ricordo che il mese di Maggio del 2011 fu un periodo importante per me, tutti mi dicevano che dovevo parlare con quella mamma affinchè potessi finalmente avere una risposta, Massimiliano mi convocò nella sede di Brescia, a Pisogne per l’esatezza, un posto incantevole in riva al lago d’Iseo. Lì, facemmo un po’ il punto della situazione e ci rendemmo conto che sarebbe stata una corsa contro il tempo, in quanto mia madre è gravemente ammalata da tempo, quindi dovevo far qualcosa e subito. Se fosse successo l’irreparabile e non fossi riuscito a parlarle, rischiavo di portarmi dietro e per sempre, il mio dilemma. Così mi consigliò di scriverle una lettera, e di leggerla alla prima occasione in cui l’avrei rivista. Mi disse anche di non aspettarmi nulla in cambio, infatti il rischio era che si, quella volta poteva essere che aveva fatto finta di nulla, oppure si, che non m’avesse sentito, ma di sicuro mi faceva bene parlargliene, qualunque fosse stata la sua reazione. Scrissi la lettera, molto dura a tratti, ma sentita e liberatoria. La correggemmo insieme per alcuni passaggi in cui ero davvero incazzato, lo scopo non era quello d’incolparla di qualcosa ma di comunicarle ciò che sentivo e che avevo dentro me, da anni. Cominciavo a buttare del terriccio in quella dannata tomba del mio orcononno…

Verso la metà di Maggio, mi recai a Bari, in visita dai miei genitori, con la mia lettera a seguito e un carico pieno d’emozioni indescrivibili. Ricordo la fatica nel trovare il momento adatto per leggere quella lettera a mia madre, volevo farlo solo in presenza sua, era con lei che dovevo chiudere quel “cerchio” e non avevo molto tempo a disposizione per farlo, solo pochi giorni. Una mattina restammo soli in casa, io e lei, papà era uscito a far la spesa, quello era il momento buono. Era il giorno della festa della mamma, lo ricordo benissimo, le dissi che dovevo farle un regalo non del tutto piacevole. La sistemai sulla sua sedia a ruote e cominciai a leggere. A tratti mi fermavo per vedere la reazione sul suo volto, era triste, piangeva, le dissi di non interrompermi ma di parlarmi soltanto alla fine di tutto. Le raccontai tutto, dello schifo che aveva fatto quel nonno di cui lei portava invece un buon ricordo. Terminai la lettera, la guardai e mi disse:” Figlio mio, come hai fatto a tenere dentro di te tutto questo per tanti anni?” Le dissi che l’avevo fatto e che non sapevo neanch’io come ce l’avessi fatta, poi le chiesi:” Ma tu, mi avevi sentito quella volta?” Mi rispose di no e che purtroppo non si era mai accorta di nulla per tanti anni e mi abbracciò sempre in lacrime. La strinsi forte, piangemmo insieme per dei minuti, non vi so dire quanti, ma erano tanti. Poi mi chiese cosa avesse potuto fare per me in quel momento, le risposi che non doveva far nulla e che quello che desideravo da anni, l’avevo ottenuto, ed era la sua risposta. Feci la prima cosa che mi venne in mente subito, e cioè telefonare a Massimiliano per comunicargli che finalmente ce l’avevo fatta e che ero libero, avevo riavuto la mia mamma così come tutto il resto della mia famiglia, e si, perchè quella sera ne parlai con tutti, anche mia sorella maggiore e le mie nipoti, tranne che con papà, con lui non ebbi il coraggio di farlo, dissi a mia madre che se voleva, sarebbe stata lei a farlo, dal momento in cui è suo marito, io il mio scopo ormai l’avevo raggiunto! Massimiliano ne fu felice, lo sentivo dalla sua voce, continuava a ripetermi che ero un “grande” ed io mi sentivo tale, grazie anche a lui. Si, ero libero, mi sentivo leggero, parlai ancora con mamma la quale mi raccontò episodi della mia infanzia in cui mi comportavo stranamente e che solo adesso poteva capirne il motivo. Era la mia richiesta d’aiuto che lei purtroppo non aveva colto. Lasciai Bari con una sensazione di libertà e, consentitemelo, anche di felicità, salutai mamma la quale mi disse di sentirsi in colpa, la tranquillizzai dicendole che non doveva, anzi, sarebbe dovuta essere felice come me in quel momento, perchè io ero finalmente libero. Ricordo il viaggio di ritorno, avevo la netta sensazione che avevo seppellito definitivamente e questa volta con tutto il terreno addosso, il mio orcononno…

Oggi sono un uomo di 46 anni, ho dimenticato il mio grande amore ma sono felice comunque d’averlo vissuto, credo sia meglio amare, anche solo per un giorno, piuttosto che non aver amato mai, ho solo dei ricordi belli, ma la cosa più importante è che adesso vivo la mia vita serenamente, non ho più paura di “lui” e so che non potrà farmi più del male. Queste sono le stesse parole che ho usato anche con mio figlio, quando ho raccontato tutto di me anche a lui. Ha pianto, gli ho chiesto il perchè di quelle lacrime, mi ha risposto che certe cose credeva accadessero solo nei film e invece… La mia strada è questa, tutta in discesa, anche se sicuramente la vita mi farà incontrare altri ostacoli, dei dossi, chiamiamoli così, ma vivo con la consapevolezza d’avercela fatta, grazie a me stesso ma anche e soprattutto a Prometeo e Massimiliano. E’ per questo che continuo a incontrare questa meravigliosa gente, una vera e propria famiglia la nostra, dove sono nate delle belle amicizie, a dei nuovi amori e altri bimbi. E’ per questo che ho deciso di farne parte per sempre, (utilizzo le parole di Massimiliano e le faccio mie, nostre) perchè “un dolore non è per sempre”.

Dedicato ai meravigliosi Arcobaleni di Prometeo, con immenso amore…”.
Ercole

La storia di Ercole. Dall’abuso, alla rinascita. Parte 1.

Questa è una storia di abuso. Come tutte quelle che da anni leggete qua. Simile e unica, perché unico è il dolore di ognuno di noi.
E’ una storia che parte dal male, per arrivare al bene. Che racconta di lacrime, ma anche di riscatto. Contiene dignità, speranza, esempi a non finire. Partendo da quel bimbo “ricciolino” che da solo cacia l’orco e da solo si riaffaccia alla vita, fidandosi di lei.
Io, noi di Prometeo, siamo stati solo dei testimoni della sua rinascita. E per questo non ci stancheremo mai di ringraziarlo.
Per scelta mia ho tolto il suo vero nome (che lui voleva ci fosse insieme al cognome) ed alcuni passaggi “forti”. Prendetevi qualche minuto e ascoltatelo. Lezioni così, non è cosa di tutti i giorni, poterle avere.

“I miei primi ricordi iniziano quando avevo 5 anni, siamo in un paesino della provincia di Bari, sono gli anni ’70. Tutti mi chiamavano “Gesù bambino” perchè, dicevano, gli assomigliassi molto fisicamente, ero piccolo di statura, biondino, capelli ricci a forma di boccoli e occhioni azzurri. Io però, Gesù bambino non l’ho mai conosciuto e non so dire se effettivamente gli assomigliassi oppure no. Quel nomignolo forse, deriva anche dal carattere gioviale che mi ritrovavo. Mi volevano tutti bene, a partire dai miei amichetti, ai loro genitori, le maestre, mamma e papà, mia sorella, i miei nonni… Mi cercavano tutti, mi dicevano tante belle parole dolci, mi riempivano di attenzioni e di carezze. Ricordo il mio primo giorno di scuola, quando mamma mi accompagnò e mi affidò alla mia maestra, lei andò via in lacrime, io non mi accorsi di nulla ed invece ero felice di stare con tutti quei bambini. La mia maestra passava tutte le mattine a prendermi da casa con la sua Fiat 500 per accompagnarmi a scuola, perchè diceva, non voleva prendessi freddo.
Mia madre si fidava di lei, erano amiche ed io mi fidavo a mia volta, di ciò che diceva la mia mamma. Era una brava signora e me lo dimostrava sempre, mi teneva vicino a lei accanto alla sua cattedra, non lo perchè, forse come senso di protezione nei miei confronti, forse perchè mi considerava suo figlio, dal momento in cui lei non ne aveva mai avuti. A me non dispiaceva star lì, mi faceva sentire importante, era una bella sensazione, ogni volta che si allontanava dalla classe, mi lasciava l’incarico di badare ai miei compagni affinchè non si scatenassero, il più delle volte riuscivo nell’intento, e quando lei rientrava mi faceva sempre dei gran bei complimenti. Avevo un buon rapporto con mamma e papà, ma chi mi copriva di coccole era sempre lei, la mia mamma. Papà invece, è sempre stato un uomo molto schivo, riservato, incrine alle dimostrazioni d’affetto, però mi voleva bene ed io lo percepivo comunque. Mia sorella era come mio padre, timida e riservata, avevamo solo 18 mesi di differenza e lei era la maggiore. Io invece, così mi dicevano, assomigliavo tutto a mia madre, sia caratterialmente che fisicamente, oltre che a Gesù bambino. I miei nonni materni erano adorabili, soprattutto mio nonno, ricordo che durante le feste natalizie, si mascherava da Befana e, uno alla volta, benchè fossimo 17 nipoti, faceva un regalo ad ognuno di noi, dal più grande al più piccolo. Mia nonna materna invece era una bellissima donna, ricordo di lei che passava buona parte della mattinata davanti ad uno specchio, a truccarsi e pettinarsi, devo dire che le riusciva molto bene, dal momento che per me, era la nonna più bella del mondo. I miei nonni paterni invece, erano quelli che vedevo più spesso, anche se mia nonna l’ho vissuta poco tempo, infatti se ne andò via molto giovane a 65 anni a causa di un maledetto cancro! Ricordo gli ultimi giorni della sua vita, quando in preda ai dolori diceva sempre, per pietà, di far uscire il “mostro” che era in lei! Quando morì, mio padre tirò un sospiro di sollievo, ma non fu capito da tutti i miei parenti, disse che finalmente era morta, rimasero tutti perplessi da quell’affermazione, io l’avevo capito eccome, invece. Aveva smesso di soffrire quella povera donna…

Mio nonno paterno, io lo adoravo, per me era bellissimo, con la sua divisa da maresciallo dell’aeronautica e la sua pipa dall’inconfondibile odore di tabacco “Clan” (oggi lo riconoscerei in mezzo a mille, quel profumo che mi piaceva tanto, ma che, col tempo, ho imparato ad odiare! Se dovessi sentirlo oggi, andrei letteralmente in crisi). Adoravo quando mi raccontava le sue avventure durante la seconda guerra mondiale, mentre pilotava il suo idrovolante, un uccellaccio a motore che sembrava venisse giù da un momento all’altro, così mi diceva. Adoravo le domeniche pomeriggio, quando loro, i miei nonni paterni, venivano a trovarci e ci riempivano di doni e tante cose buone da mangiare. Adoravo la “TV Dei Ragazzi”, (programma pomeridiano riservato ai bimbi, trasmesso a partire dagli anni ’70 dall’unica rete Rai esistente in quel periodo). Ricordo che, mi sdraiavo sul divano e accendevo la TV, il telecomando non era ancora stato inventato, ma sarebbe servito a poco, dal momento in cui non esistevano altri canali da poter fare zapping. Ricordo che… Una volta, la prima volta, quella volta, arrivò anche lui, mio nonno, aveva accostato la porta e si sedette accanto a me. Ero felice di condividere quel momento insieme a lui, mai avrei pensato che, da quel momento sarebbe iniziato il mio incubo! Accese la sua pipa, e l’odore cominciò a espandersi per tutta la sala, ero entusiasta, gli commentavo le vicende del cavallo “Furia” o le imprese dell’eroico “Zorro”, per finire alle gesta del mitico “Rin Tin Tin” tutti personaggi che adoravo e che vedevo in TV. Ricordo che prese uno dei cuscini che erano sul divano, erano belli e colorati, con tanti fiorellini, li aveva fatti la mia nonna materna con la lana. Ricordo stranamente che, me lo mise sulle gambe, al momento non capii il perchè di quel gesto, ma ci volle ben poco per comprenderlo. Infilò la sua mano tra le mie gambe e il cuscino e mi sbottonò i pantaloni, tirando giù la cerniera. Tirai un sospiro, un misto tra spavento e sorpresa, infilò la mano nelle mie mutandine e tirò fuori il mio pene cominciando a masturbarmi. La mia reazione fu… Lo lasciai fare! Non so perchè, non potevo saperlo, ero un bimbo e quindi la cosa m’incuriosì molto. I bimbi, provano piacere quando si masturbano, è normale che lo facciano, è normale che scoprano il linguaggio del loro corpo, ma non è normale quando a farlo loro siano gli adulti, ma questo l’ho capito solo da adulto! Andò avanti per un po’, capii anche il significato del cuscino sulle gambe, sarebbe servito nel momento in cui fosse entrato qualcuno in sala, per nascondere il tutto. Provavo piacere e lo lasciavo fare, lui emetteva dei sospiri che non capivo, era il suo piacere, mi guardava e mi sorrideva, ed io gli sorridevo, sembrava tutto così “dannatamente” normale, ma di normale c’era ben poco! Notai che cominciò a toccarsi “lì” anche lui, ma lo faceva da sopra i pantaloni (probabilmente sarebbe stato troppo rischioso tirarlo fuori, in quel momento!), la cosa andò avanti finchè, ad un certo punto, sentì che emise un grosso respiro, molto più forte di quelli che faceva durante la sua “performance”, ed una specie di “ahhhhhh” liberatorio… Quello fu il primo incontro con il mio maledetto orcononno…

Ormai ero in balìa dei suoi “giochi”, lui era il predatore ed io la preda, non avevo scampo! Mi riempiva di regali, per lo più modellini di automobili e motociclette, le adoravo, e lui l’aveva capito, ne avevo una collezione infinita, ed ogni modellino corrispondeva ad una “prestazione”, era quella la sua tattica, quando voleva farmi capire che bisognava “appartarsi”. Ed io, dovevo ringraziare quel nonno che, mi voleva “bene” e che mi accontentava sempre, ogni qualvolta la fabbrica che le produceva (Polistil per l’esattezza, cessò l’attività nei primi anni ’90. Grazie Wikipedia) sfornava un nuovo modellino. Bastava un mio sguardo nella vetrina dei giocattoli, e come per incanto, il desiderio si materializzava. Pensavo che, il mio modo per ringraziarlo, fosse “quello”, non potevo capire diversamente, con la mente di un bambino. Andò avanti così, per molto tempo, non vi so dire esattamente quanto, ma tanto. La dinamica era sempre la stessa: soggiorno, divano, cuscini sulle gambe e via… Finchè un giorno, era domenica lo ricordo bene, i miei nonni vennero a pranzo da noi. Ero sempre felice quando questo accadeva, sentivo l’aria di festa, la mattina mi svegliai e trovai papà in cucina che preparava il ragù (era quasi un rituale che la domenica si occupasse lui della cucina), mi vestii e andai in chiesa con i miei amichetti per la Santa Messa (anche questo era un rituale domenicale, oggi sono ateo!), alla fine della cerimonia, andammo a comprarci un gelato nella piazza principale del paese, i miei gusti preferiti, cioccolato e zuppa inglese. Poi m’incamminai verso casa, era quasi l’ora di pranzo, loro, i nonni, erano già arrivati. Avevano portato tante cose buone da mangiare, dolci, pizzette, biscotti. Il pomeriggio, dissi a mamma che volevo andare al cinema (adoro il cinema, è una passione che ancor oggi mi fa star bene) ma nessuno si rese disponibile per portarmi, ed allora, come per incanto, ecco che saltò fuori il”volontario” disponibile ad accompagnarmi. Indovinate chi fu? Al cinema si, mi ci portò, ricordo anche il titolo del film “Anche gli angeli mangiano fagioli” con Bud Spencer e Terence Hill (altri due personaggi che amavo in quel periodo, era l’anno 1973 per l’esattezza, ed io avevo quindi 7 anni. Grazie Wikipedia). Alla fine del film, mi disse che saremmo passati da casa loro, prima di riaccompagnarmi, probabilmente m’inventò una scusa, non lo ricordo bene. Non perse tempo, questo lo ricordo benissimo, mi portò in cucina e mi sedette sul tavolo, mi sbottonò i pantaloni, tirò fuori il mio pene ed il suo, e cominciò a succhiarmelo (non so esattamente cosa riuscisse a prendere in bocca, era piccolino il mio pene, quello di un bimbo della mia età), mi dava fastidio, a volte faceva anche male e non so perchè (probabilmente usava anche i denti) e la puzza… La brillantina per i capelli che usava lui quando aveva la sua testa tra le mie gambe, era per me una puzza, non la sopportavo! Il gioco doveva invertirsi, a questo punto ero io che dovevo prendere il “suo” in bocca! Lo feci, mi faceva schifo, puzzava, era grosso (contrariamente al mio), sembrava immenso (agli occhi dei bambini tutto , oggetti, paesaggi, assumono sembianze più grosse rispetto alle reali dimensioni), andò avanti finchè all’improvviso mi staccò la testa dal suo pene, urlò come un dannato (…)  Mi riaccompagnò a casa, mi vergognavo da morire per quanto fosse successo e non mi passò neanche per l’anticamera del cervello, di parlarne coi miei genitori, lui lo sapeva e non chiedetemi come facesse a saperlo perchè non lo so nemmeno io, era così sicuro che non l’avrei mai detto a nessuno, tant’è che non mi fece alcuna raccomandazione, come di solito succede! Quello fu il mio primo pomeriggio al cinema con il mio orcononno…

Quel giorno, uno qualunque, decise di spingersi oltre, forse non gli bastava più lo schifo che avesse fatto fino a quel momento, così penso bene di raggiungere il massimo della depravazione che un maledetto pedofilo possa raggiungere! Mi portò ancora a casa sua, la nonna non c’era e probabilmente s’inventò un’altra maledetta scusa per attirare la mia attenzione, non ci voleva molto, bastava un modellino di auto o moto, ed il gioco era fatto! Mi ritrovai in quella dannata camera degli ospiti (succedeva spesso lì, in quella stanza), nudo, mi vergognavo, era la prima volta in cui mi ritrovavo in quella condizione. Era nudo anche lui, brutto, grasso e goffo. Mi fece distendere sul letto, il mio respiro era affannoso, avevo paura, ero in suo potere, non riuscivo a ribellarmi, me lo succhiò… Poi volle che fossi io a (…), facevo fatica a respirare. Quel giorno s’inventò un nuovo gioco, così mi disse. Mi fece sdraiare a pancia in giù e (…). Un dolore lancinante, urlai, gli dissi che mi faceva male, ma lui rispose che presto sarebbe passato e mi sarebbe piaciuto (a me non piacque mai!). Poi volle farlo al contrario, si mise accucciato come un cagnolino (…) Questo era il mio orcononno…
Era l’Aprile del 1979 quando mia nonna paterna decise di smettere di lottare contro il suo “mostro” che la divorava dall’interno e se ne andò per sempre. Quella fu la mia prima esperienza nei confronti della morte, feci conoscenza quindi, con il dolore del mio primo lutto familiare, un dolore diverso da quello che mi portavo dentro e che non riuscivo a comunicare a nessuno. Ci fu una breve riunione familiare nel quale si decise che, pochi giorni dopo, mio nonno sarebbe venuto a vivere da noi per non lasciarlo solo. Lui solo? Ed io, pensai? Nessuno ci pensa alla mia di solitudine? Iniziò un vero calvario per me! Indovinate dove lo sistemarono mio nonno? Nella mia cameretta!” –

CONTINUA. DOMANI LA PARTE 2.

Corso di formazione per forze dell’ordine. La riflessione della dr.ssa Claudia Barbarano, criminologa

“Mi rimane impresso di Bergamo, di Ponteranica, di Gorle la parte bella d’Italia: Agenti di Polizia, Carabinieri, Finanza, Stradale bloccati in un ascolto ininterrotto, mentre la neve picchetta contro le vetrate. Conservo il fruscio delle biro sui block notes, gli sguardi angosciati di chi ha bisogno di capire, di sentire, di vedere. Tengo per me l’interesse per il mondo visto dalla prospettiva del bambino, così semplice negli strumenti, eppure irrimediabilmente complessa. Accarezzo nel mio ricordo le domande preoccupate e rassegnate di chi in prima linea, è costretto ad accontentarsi delle scialbe parole, dei perbenismi pseudo-giuridici, della Carta di Noto. Sono troppi gli sguardi, le inflessioni della voce, i movimenti di contorno che mi hanno restituito speranza e alimentato contenuti. Prendo per me la soddisfazione di aver saputo usare diligentemente quello che ho studiato tanto a lungo per dare forme e nomi agli orrori che ho vissuto, e di aver dato informazioni concrete, prassi da utilizzare, comportamenti da tenere al primo contatto con una presunta vittima. Avevo risposte e non sgangherate linee guida.”

Claudia Barbarano , criminologa di Prometeo e relatrice del nostro corso di formazione per forze dell’ordine.

Il marito pedofilo? Lo accolgo a braccia aperte.

Parliamo nel blog di una storia, Accaduta un po’ di tempo fa e con un processo in corso (prossima udienza tra una decina di giorni). Ne parliamo poiché da oggi la seguiremo molto da vicino.
Partiamo da i fatti.
Una bimba trova il coraggio di confessarsi al proprio papà: “ti devo dire una cosa. Brutta”.
Quella cosa apre all’uomo un inferno. Dove la piccola era sprofondata e da dove la si doveva immediatamente togliere, l’inferno dell’abuso. Iniziato all’età di 11 anni e con il dover subire rapporti  completi da parte dell’abusante.
La persona che al bimba indica è un 51enne, che di professione fa il meccanico e che guida lo scuolabus. L’uomo è residente a Mozzanica, provincia di Bergamo ma i fatti si sono svolti in provincia di Crema. Autista di scuolabus: quale occupazione migliore, per poter entrare ogni giorno in contatto con i bambini? Scegliere le prede? Preparare le migliori esche?
Il papà segnala subito la cosa alla Polizia di Crema e gli agenti fanno il tutto in tempi brevissimi, acquisendo prove (che vi renderemo pubbliche alla fine del processo) ed arrestando infine il sig. Oreste Triassi.
L’uomo lo diciamo subito è ancora in carcere, e non ai comodi domiciliari come sempre più spesso di fa in alte città.
In questo filmato vedete cosa deve capitare ad ogni persona che abusa un bambino.
Un auto della polizia…le manette e via verso il carcere:
http://www.youtube.com/watch?v=vmY9f-mNjh0&feature=share

Al momento dell’arresto, dai giornali apprendiamo che l’uomo non ha negato mentre la moglie è rimasta in silenzio (e i figli, perché sì ha pure dei figli, non erano a casa).
La moglie mi permetto di dire è rimasta in silenzio giusto il momento dell’arresto, dato che da un altro articolo di giornale apprendiamo (quando il Tribunale bocciò la richiesta di domiciliari) dalle parole del leale che lo difende ben altri comportamenti. Guardate questo passaggio che copio e incollo qua:
<< Se il giudice avesse concesso gli arresti domiciliari, dove sarebbe andato il suo assistito?
“A casa sua a Mozzanica. Non c’è alcun problema con la moglie, che lo avrebbe accolto a braccia aperte”. >>
“A braccia aperte”…già quale modo migliore per riaccogliere una persona arrestata con pensati indizi di colpevolezza per abusi su minori?

Nota finale: Del caso come ho detto in apertura seguiremo da oggi ogni passaggio, ognu udienza, dando grande eco alla sentenza finale. Intanto alla bimba, oggi cresciuta ed ai suoi familiari ed affetti il nostro abbraccio migliore.

Storie di Donne. Stasera su TgCom 24

RICEVO E RIPORTO:
Stasera 21gennaio alle 21.30 in diretta su Tgcom24 “storie di donne” dedicato a donne contro la pedofilia
In studio – da Milano Claudia Mahler madre di una bambina abusata che dopo un complicato iter giudiziario ha rinunciato a cercare giustizia per evitare altri traumi alla figlia. Ha scritto un libro “Alla fine resta l’amore” edito da Mondadori
e la psicologa Stefania Andreoli
da Londra. Elena Martellozzo, criminologa italiana che lavora con Scotland Yard.
da Palermo. Alessia Sinatra magistrato
da Roma. Arianna Di Biagio . Portavoce delle mamme di Rignano. Uno dei casi più eclatanti della storia recente
Programma di Mario Giordano e Alberto D’Amico . Corrdinato da Rosanna Ragusa . Conducono Alberto D’Amico e Gabriella Simoni

Pedofilia: come ascoltare il bambino abusato. Conferenza per le forze dell’ordine a Bergamo.

 L’ascolto del minore vittima di abusi” se ne parla a Bergamo grazie all’impegno della Prometeo.
Continua sul nostro territorio l’attività dell’associazione Prometeo onlus. Il giorno sabato 19 gennaio 2013presso la sala consiliare del Comune di Ponteranica (Bg) una selezione di operatori delle forze dell’ordine (Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza) parteciperanno al corso di formazione permanente, progetto organizzato da due anni a questa parte dalla Prometeo. Il corso è nato per formare operatori delle forze dell’ordine proprio sul tema dell’abuso e è un’esperienza unica in Italia. Tema dell’incontro, ospitato dal Sindaco Aldegani presso la sala consiliare, sarà “L’ascolto del minore vittima di abusi”. Dopo aver avuto relatori di Scotland Yard, il corso continua sempre con ospiti di grande prestigio. In questa occasione interverranno infatti la dr.ssa Alessia Sinatra, pubblico ministero presso la Procura di Palermo, da anni impegnata in prima linea proprio nel contrasto al crimine della pedofilia, l’ispettore della Polizia di Stato Nicolò Angileri, la dr.ssa Claudia Barbarano, criminologa (che interverrà sul tema “I miti degli abusi sessuali sui minori” ) e Massimiliano Frassi presidente di Prometeo.

Vendeva bimba a rete di pedofili. Condannato a Torino.

L’ex maestro di musica, il cinquantanovenne Roberto Bertazzoni, è stato condannato a 10 anni di carcere con l’accusa di aver venduto una bambina di 13 anni a un gruppo di amici perchè la iniziassero al sesso. La sentenza è del tribunale di Torino. La ragazzina era la figlia di una donna con cui, all’epoca del fatto, nell’autunno del 2011, Bertazzoni aveva una relazione. L’accusa è stata sostenuta dal pm Alessandra Provazza.

Io in politica? No, grazie…non per adesso almeno….

E con stamani sono alla terza proposta di entrare in politica… e tutte con appositi programmi pro infanzia (allora i bambini li portano i voti?)…sembrano si siano messi d’accordo dato che mi sono arrivate da 3 parti distinte…ora non che la cosa non mi onori (e x questo ringrazio sinceramente) ed è pur vero che le cose si possono cambiare stando su certe sedie…ma dato che la mia sedia per scomoda che sia è anche quella che non potrà mai scendere ad alcun compromesso, come la mia storia personale insegna, cosa dite se me ne sto qua? Se davvero si vorranno fare le cose ad elezioni avvenute sarò lieti di collaborare con voi….

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