Archivio di maggio 2013

Le vittime del Forteto incontrano le forze dell’ordine per fare formazione.

Riprende il nostro corso di formazione per le forze dell’ordine provenienti da tutta Italia.

Nuovo incontro sabato 8 Giungo con una conferenza dove parleranno, tra gli altri, le vittime del Forteto di Firenze, caso portato agli “orrori” delle cronache grazie al programma Le Iene.

http://www.youtube.com/watch?v=0Imh1B63lWA

 

Condannato a 10 anni il maestro pedofilo Aristide Mazza, eppure…..

Aristide Mazza, maestro pedofilo, condannato ad anni 10.

 

10 anni. Questa la pena inflitta in primo grado e con rito abbreviato al maestro pedofilo di Palosco (Bg) arrestato in flagranza di reato.
14 gli anni che aveva chiesto il Pubblico Ministro.
Lui, assente durante il processo, ha inviato una lettera, ammettendo abusi su due bimbi e dicendo che pure lui è stato vittima di abusi quando era in Seminario (non facendo però il nome dell’abusante, a cui oggi supponiamo la Procura debba risalire, o no?!).
Non commento più di tanto. Ieri scrivevo che avremmo avuto sorprese ed il primo ad essere sorpreso sono io.
Il maestro è un intoccabile, un pària, di quelli che possono abusare l’importante è che i bambini “non disturbino e se ne stiano zitti”. Bambini come quelli che lui ha abusato ma che, citando le sue parole, erano loro a cercarlo, quindi…quindi se a questo aggiungiamo che poverino ha subito abusi da piccolo (è scientificamente negata l’equazione bimbo abusato = adulto pedofilo, altrimenti io avrei un coordinamento di duemila pedofili non di duemila persone straordinarie  moralmente pulite) e che come scrivono i giornali  garantisti citando la perizia fatta dal suo consulente “non è un predatore ma una persona malata”, che “ha educato almeno 2mila bambini e alla fine ne ha poi abusati solo 9”, capisco perché non sia in carcere ma ai comodi domiciliari. Di una canonica.
La stessa che magari ha chiuso le porte ai bambini….per non farli uscire….

Nota: E’ una lotta culturale….e c’è ancora tanto, tantissimo da fare per sradicare questo garantismo pedofilo dalla testa di qualcuno…come dimostra il posto successivo…

I negazionisti del femminicidio – Un articolo di Loredana Lipperini che facciamo nostro.

I negazionisti del femminicidio.

Riporto un articolo che tante di voi ci hanno segnalato. Non ha bisogno di commenti, da parte nostra vista la completezza dell’analisi. Leggetelo con attenzione, grazie.

AUTRICE DELL’ARTICOLO: LOREDANA LIPPERINI.

Fabrizio Tonello, Davide De Luca, “Daniele”, Sabino Patruno. Sono, nell’ordine, un docente di Scienza dell’Opinione Pubblica, un giornalista a cui “piacciono i numeri e l’economia”, un laureato in filosofia che scrive per Vice e un notaio.
Cos’hanno in comune è presto detto: una serie di post (sul Fatto quotidiano, Il Post, Quithedoner, Noisefromamerika), pubblicati a distanza ravvicinata e decisamente simili nei contenuti, nelle conclusioni e nel commentarium, nei quali dichiarano il femminicidio vicenda montata mediaticamente e fondata su numeri sbagliati. Ci sono, naturalmente, varianti nei toni usati: da quelli gelidi di Tonello nel distinguere l’assassinio di una donna dallo sfregio con l’acido (“dalla tomba non si esce, dall’ospedale sì”), a quelli sprezzanti di De Luca, passando per l’esposizione dotta di Patruno fino alla “bava alla bocca” delle “neofemministe” evocata con compiacimento da Davide-Quit the doner.
Cosa altro hanno in comune questi post, a livello generale? La sensazione che, tutti, si rivolgano a interlocutori che hanno le sembianze di spettri, e che quegli spettri esistano solo nella loro testa, si tratti di giornalisti distratti, politici occhiuti, femministe, appunto, bavose. Non donne e uomini reali, ma caricature. Come se la denuncia del femminicidio venisse da un soggetto unico, che è facile incarnare nel vecchio stereotipo della femminista arrabbiata, livorosa, profittatrice, isterica, bisbetica. Le argomentazioni, infatti, non vengono quasi mai riferite a chi le ha effettivamente usate: si denuncia all’ingrosso complottismo, uso sbagliato o addirittura truffaldino dei dati, voglia di sensazionalismo, senza mai fare nomi e cognomi; come se tutte e tutti coloro che si sono occupati e si occupano del tema fossero indistintamente accomunati da intenzioni subdole, ignoranza, protervia, isteria, ricerca affannosa di un attimo di celebrità.
Veniamo al punto. Le argomentazioni statistiche usate dal drappello sono quattro.

a. Il numero di donne uccise è costante negli anni e l’incremento percentuale è dovuto al fatto che vengono uccisi sempre meno uomini, per cui il femminicidio non esiste;
b. In Italia le morti di donne sono di molto inferiori alla media internazionale, quindi il femminicidio non esiste;
c. Dalla combinazione incestuosa di a. e b., discende la variante forse più stupefacente di negazionismo statistico: siccome la frequenza delle donne uccise registra dei minimi – nel tempo e nello spazio – che si collocano attorno al valore di 0,5 casi l’anno ogni 100.000 abitanti, se siamo in prossimità di quel valore (e in Italia lo siamo) abbiamo raggiunto il “minimo fisiologico” e possiamo essere sereni;
d. I dati non sono attendibili in quanto raccolti in modo non scientifico, quindi il femminicidio non esiste;

Le argomentazioni “politiche” sono invece tre:

1. Non esiste un’emergenza femminicidio, si tratta di un fenomeno a bassa intensità costante nel tempo e anzi in calo;
2. E’ stato fatto del mero sensazionalismo, creando la percezione di una escalation che i dati non confermano e anzi smentiscono;
3. Non ha senso chiedere leggi più severe per gli omicidi derivanti da questioni di genere, perché la vita di una persona non è più preziosa di quella di altre persone.

La cosa che impressiona è che il drappello dice cose molto simili a quanto sostenuto da Michela Murgia e da me, ma arrivando a conclusioni opposte. Certo, i dati sono pochi e confusi, perché non esiste un’indagine statistica dedicata. Certo, bisogna porre la massima attenzione quando i numeri vengono forniti. Certo, le leggi repressive non hanno senso né utilità (ne ha invece il lavoro culturale e di formazione, la moltiplicazione dei centri antiviolenza e il loro finanziamento). Certo, se il femminicidio fosse un’emergenza contingente potrebbe essere studiato e circostritto, ma il femminicidio è fenomeno endemico e drammatico. E, certo, i numeri ci dicono che altrove si uccide di più. Per chiarezza, ecco un passo da L’ho uccisa perché l’amavo:

“ Gli statistici improvvisati vanno, abitualmente, in cerca di rapporti, specie le statistiche dell’Onu sull’omicidio (UNODC homicide statistics) grazie alle quali si può sottolineare che si ammazza di più in Nord Europa, ma guarda, proprio nei paesi più emancipati e dove le donne sono più libere, e dunque la percentuale di morte è in Norvegia il 41,4% in Svezia e Danimarca il 34,5% in Finlandia il 28,9%, in Spagna il 33,1% in Francia il 34,5%; in Giappone il 50%, negli USA il 22,5%. Contro il 23,9% dell’Italia. Dunque, ci vien detto, se in Italia le vittime di sesso femminile non arrivano al 25%, è logico e conseguente che a morire siano soprattutto i maschi, che dunque vanno considerati le vere vittime. (…)
Ma guardiamoli bene, i dati che riguardano il nostro paese. Nel rapporto sulla criminalità in Italia si scopre che le donne uccise sono passate dal 15,3 per cento del totale, nel triennio 1992-1994, al 26,6 del 2006-2008. Peraltro, la maggior parte delle vittime si registra nel ricco e sviluppato (e, certo, più popolato) nord: dove, nel 2008, ultimo anno disponibile, le vittime di sesso femminile sono state il 47,6 per cento, contro il 29,9 per cento del sud e il 22,4 del centro. In poche parole, se il numero cresce, ed è sempre quel tipo di omicidio, la crescita è il fenomeno, e non il numero, che è effettivamente tra i più bassi al mondo. Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelli per rissa da 105 a 69 , i delitti maturati in famiglia o “per passione”, che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57 per cento circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98 per cento. Inoltre. Se si guarda la tabella relativa ai rapporti di parentela fra autori e vittime di omicidi commessi in ambito familiare in Italia fra il 2001 e il 2006, nel 66,7 per cento dei casi (due donne su tre) è il coniuge, il convivente o il fidanzato maschio ad uccidere la propria compagna. Infine, se in assoluto sono i maschi a essere vittime maggiori di omicidio volontario, si nota però, che mentre le donne erano il 15,3 % nel 1992, sono arrivate a essere il 26 nel 2006.
Ancora. Nel Rapporto sulla criminalità e sicurezza in Italia 2010, curato da Marzio Barbagli e Asher Colombo per Ministero dell’Interno − Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Fondazione ICSA e Confindustria, i risultati sono così sintetizzati: “Rispetto alla fase di picco del tasso di omicidi, negli anni Novanta, oggi la quota di donne uccise è straordinariamente cresciuta. Nel 1991 esse costituivano solo l’11% delle vittime di questo reato, ma oggi superano il 25%. In Italia, quindi oltre 1/4 delle vittime è donna. La crescita dipende da una relazione ben nota agli studiosi, per la quale la quota di donne sul totale delle persone uccise cresce al diminuire del tasso di omicidi. Questo accade perché, mentre il tasso di omicidi dovuto alla criminalità comune e a quella organizzata è molto variabile, gli omicidi in famiglia − la categoria in cui le donne sono colpite con maggiore frequenza − è invece più stabile nel tempo e nello spazio””

Cosa dicono, invece, i negazionisti? Offrono una costruzione sillogistica inconsistente, per cominciare: sostenere che il femminicidio non esiste perché il numero resta fisso, abbiamo un numero di donne morte inferiore alla media e i dati non sono attendibili non ha consequenzialità logica. Diremmo forse che la mafia non esiste, in base alla constatazione che ormai il numero di morti ammazzati è costante da anni, c’è scarsità di dati e la mafia russa ammazza molta più gente? Quanto al “minimo fisiologico”, colpisce che chi bacchetta l’atteggiamento non scientifico di altri ricorra a sua volta a una vera e propria fola: chi l’ha certificato, questo minimo fisiologico? Sulla base di quali evidenze scientifiche? Facciamo un parallelo: si parla molto di malasanità; mentre l’OCSE colloca il nostro sistema sanitario addirittura al secondo posto dietro quello francese, e soprattutto lo attestano i fatti, con una durata media della vita degli italiani che è seconda solo a quella dei giapponesi. Nonostante questo, tutti i giorni negli ospedali italiani si muore, e non per malattia: si muore per infezioni ospedaliere, per errori medici, per guasti alle attrezzature vitali. Considerando le prestazioni erogate ogni anno, che sono milioni, si potrebbe ben sostenere che gli episodi riportati dai giornali siano un “minimo fisiologico”, che stiamo bene così e nessun intervento è dovuto. Non c’è emergenza. Eppure, nessuno si sognerebbe di dire che è “fisiologico” venire ammazzati in ospedale, sia pur involontariamente; siamo tutti consapevoli che il famoso “minimo fisiologico” probabilmente esiste, ma nemmeno vogliamo conoscerlo (ammesso che sia possibile) e lo stesso pretendiamo che ogni sforzo venga fatto per spostare quel limite il più possibile verso lo zero. La domanda da un milione di dollari è: perché invece parlando di femminicidio tanta gente ritiene che ci si debba accontentare? Non è di vite umane, che stiamo parlando?
Venendo ai dati, vera e propria croce per chi voglia seriamente indagare questo fenomeno, i negazionisti perdono regolarmente l’occasione per sottolineare questa carenza e additarla per quello che è: un problema da risolvere, e non una comoda cortina fumogena utile per avvolgere tutto nella notte in cui tutte le vacche son nere. Dire che i numeri non vengono da una fonte autorevole è giusto; dire che sono sbagliati è un fatto che va dimostrato. I negazionisti non si rendono conto che proprio l’assenza di dati è un fatto in sé gravissimo. Non solo: quando Patruno (da cui sono nati gli altri post, evidentemente) sostiene che l’incidenza percentuale dei femminicidi (che aumenta a fronte di numeri assoluti calanti per gli omicidi di altra natura) conta “assai poco” e che a contare sono “i numeri assoluti e le dinamiche di questi numeri nel tempo”, fornisce un’interpretazione tutta sua, e per nulla scientifica. Le percentuali non dicono “assai poco”: dicono una cosa diversa e complementare rispetto alle frequenze assolute (che in statistica sono sinonimo di numero, n.d.r.), integrando l’informazione. In questo caso specifico potrebbero ad esempio dire che, avendo trovato il modo di ridurre certi tipi di omicidio ma non quello ai danni delle donne, è giunta l’ora di mettere in campo risorse specificamente destinate a questo scopo.
Risorse non significa leggi: la maggior parte delle persone e delle associazioni impegnate nella lotta alla violenza contro le donne non chiede leggi ad hoc, ma semplicemente la rigorosa applicazione delle normative esistenti e, soprattutto, la protezione delle donne che denunciano e il finanziamento di strutture in cui possano essere accolte e aiutate.
Ricapitolando: se abbiamo davanti un’incidenza percentuale che ci dice che, a differenza di altri delitti, il femminicidio esiste e non cala come gli altri crimini, se abbiamo davanti un’assenza di dati e di risorse, si dovrebbe concludere – e sarebbe logico farlo – che abbiamo un problema. Il drappello di fact-checker, invece, conclude che NON lo abbiamo.
Perché? Questa dovrebbe essere la domanda. Le risposte, come è ovvio, soffiano nel vento. Ma una cosa vorrei dire: comprendo che la razionalità (è davvero tale?) degli studiosi (quando sono degni della definizione, naturalmente, e non semplicemente aspiranti influencer) chiami alla freddezza anche quando una ragazzina di sedici anni viene bruciata viva dal fidanzato, ché a noi non interessa, ché l’emotività è roba da “opinione pubblica”. Eppure non è questo che chiediamo a chi studia. Non è questo che chiediamo a chi pronuncia parola pubblica, sapendo bene di usarla come un’arma e di usarla, nella gran parte dei casi, solo per chiamare a sé i riflettori in un momento in cui il dibattito è caldo. Che vengano, i riflettori: abbiateli. Ma almeno sappiateli usare per il bene di noi tutti: e non, semplicemente, per qualche follower in più.

Per questo post un grazie di cuore va a quello che di fatto ne è l’autore, lo statistico Maurizio Cassi, e a Giovanni Arduino per aver suggerito il termine giusto per ribaltare quello, a rischio di abuso, di fact-checking: fact-screwing. Ovvero, incasinare i dati invece di analizzarli.

 

 

Lunedì sentenza per il maestro Aristide Mazza.

 

 

Lunedì sentenza maestro pedofilo.

Arriverà nella tarda mattinata di lunedì prossimo la sentenza per il maestro Aristide Mazza, arrestato in flagranza di reato. Del suo caso abbiamo parlato spesso
(= http://www.massimilianofrassi.it/blog/category/aristide-mazza ) e spesso ci siamo fatti parecchi interrogativi.
Gli stessi che riportiamo oggi, sperando vivamente di sbagliarci.
Il maestro ricordiamo essere stato arrestato praticamente “n diretta”. Nel senso che i carabinieri che con un intelligente lavoro investigativo lo stavano osservando in diretta grazie alle micro camere posizionate nella scuola, sono intervenuti in tempo reale quando il mastro si era appartato per l’ennesima volta con una delle sue vittime.
Allora, vi chiederete, dove sta il problema? La condanna dovrebbe essere garantita.
Ecco, il problema nasce a mio avviso qua. E anche se è ovvio che la condanna sarà certa (altrimenti se in Italia non serve più nemmeno flagranza di reato ce ne andiamo tutti in Burundi) ho un brutto presentimento…perché le cose non sono andate fino ad oggi, come sarebbero dovute andare……Ne riparliamo meglio lunedì…ok!?

 

La storia di Serena e del parroco che le disse “come fai a soffrire per una cosa accaduta tempo fa?”

Da quando per primo anni fa aprii un blog chiedendo a voi di raccontarvi, mettendovi a nudo e condividendo con noi la vostra sofferenza, ho creato un precedente importantissimo. Quello per cui le “vittime” (definizione che come ben sapete non amo) potessero riacquistare la parola e con essa (ed il potere che ne deriva) quella dignità sottratta loro, temporaneamente; con l’abuso.
Credo siano migliaia le lettere arrivate fino ad oggi ed ogni tanto (una su cento è la media) ne pubblichiamo alcune, proprio perché si è capito che possono anche essere d’aiuto ad altre vittime, che da sole ancora non hanno parlato e si crogiolano nel loro immane dolore.
Serena è all’inizio di un percorso e forse ancora non sa quanto davvero sia stata importante la sua testimonianza che state per leggere. Importante per mille altre “Serena” che stanno là fuori, ma soprattutto per una: lei stessa.
Amici, eccovi Serena…Serena, eccoti i TUOI amici.
Inizio col presentarmi sono “Serena”, ho 18 anni, sono di Napoli …
Più volte mi sono chiesta se scriverti fosse la cosa giusta però credo che se la mia storia possa aiutare qualcuno allora è giusto farlo! Sono sempre stata una ragazza solare e allegra, ma dietro il mio sorriso c’è un dolore enorme che porto da anni.
Non ricordo con esattezza quanti anni avessi quando tutto è incominciato perchè ogni giorno cerco di dimenticare qualcosa di quell’accaduto anche se non passa giorno che io non ci pensi.Penso di avere avuto in torno ai 7 anni lui mi prese e mi portò nella sua stanza chiuse la porta a chiave e nascose la chiave. Mi fece mettere sul letto e mi disse giochiamo al dottore? Io non capì ho sempre voluto fare il medico fin da bambina e pensai che volesse farmi fare qualcosa che mi piaceva..invece no! Iniziò a toccarmi ovunque e dopo iniziò a prendere la mia mano e a toccarsi. Cercavo sempre qualche scusa per andare di là ma lui mi costringeva mi teneva talmente stretta…la cosa si ripetette più e più volte fin quando non mi butto sul letto a pancia sotto e iniziò a strusciarsi su di me la cosa che ricordo è che mi dava sempre un pupazzo in mano e mi diceva gioca e perchè non vuoi parlare con me? Poi decise di cambiare “gioco”mi fece sedere, mi bendo e mi disse ora indovina cos è questo io tolsi un attimo la benda e vidi che come al solito si stava abbassando i pantaloni e mi disse però non guardare,e poi iniziò a farsi fare tutto questo andò avanti per anni quando finiva andavo in bagno a lavarmi le mani e lui mi seguiva era la mia ombra ogni volta mi diceva perchè le lavi hai fatto qualcosa di sbagliato? E io ogni volta non sapevo che dire poi andavamo dai nostri genitori e facevamo finta che non fosse successo niente. Ogni volta era la stessa storia mi diceva che ero bella e non dovevo dire niente a nessuno ed io pensavo ma perchè mi fa del male io gli voglio bene è mio cugino (tra l’altro era molto più grande di me).Per anni ho tenuto tutto dentro giurando a me stessa di portare questo segreto con me nella tomba ogni volta che lo vedevo dovevo far finta di niente e ogni occasione era buona per toccarmi. Mi rendo conto che sto cadendo in depressione vorrei stare sempre da sola e non far niente. Sono andata da una psicologa perchè ero al limite cercando risposte e per la prima volta sono andata da un parroco e gli ho detto tutto e sai che mi ha detto …come fai a soffrire per una cosa successa anni fa??? Come si fa a dire questo??? Sto male non riesco a fidarmi veramente di nessuno,fino a poco tempo fa se qualche ragazzo mi si avvicinava iniziavo a sudare freddo ed ad andare nel panico, ho sempre l’ansia per tutto, non dormo mai serena, ho sempre il terrore che lui faccia qualcosa con altre ragazze. Sono arrivata al punto di pensare che fosse colpa mia, a non mangiare o a mangiare tantissimo credendo che ingrassando nessun ragazzo si avvicinasse a me, sono arrivata a rimettere, ad avere paura di tutto. Fino a ringraziare il cielo che fosse successo a me invece che ad altra gente perchè ho pensato magari che io fossi più forte di altre bimbe ,e che quindi era meglio che soffrissi io anzicchè altra gente.La mia storia non è solo questa ci sono tante cose ancora e che non riguardano solo lui che vorrei dirti. Mi scuso se magari la mia lettera è molto lunga e forse ti toglierà del tempo per altre cose, però ti prego di aiutarmi nessuno sa che ti ho scritto e vorrei che nessuno lo sapesse so che aiuti tanta gente ti prego se puoi di aiutare anche me…Con affetto……

p.s.: “Spero che tante altre persone decideranno in futuro di parlarti perchè farlo mi ha tolto una parte del peso che mi porto dentro.Vorrei dire a tutti che le cose possono cambiare se lo si vuole e che non bisogna piangersi addosso perchè NOI non abbiamo fatto niente!Quindi non cercate di colpevolizzarvi perchè il vostro cuore sa della vostra innocenza e se lo dico è perchè ho passato gran parte della mia vita a colpevolizzarmi e tutt’oggi non riesco a pronunciare il nome della persona che mi ha fatto del male, però sto capendo che bisogna essere combattivi e fiduciosi perchè nella vita tutto può succedere purtroppo anche queste cose e nessuno può giurarvi che sarà facile o che non avrete momenti di crisi perchè il passato non si può cancellare; ma per fortuna può non ritornare e che però prima o poi ci renderà più forti perchè voi siete speciali e abbiate fede perchè la vita vi sorriderà per questo!”

Telecamere anti abusi nelle scuole? Che ne pensate?

Tornano periodicamente sulle cronache più nere episodi di abusi e maltrattamenti a danno di bambini in quello che dovrebbe essere il luogo deputato alla loro crescita, alla loro protezione, alla loro educazione, la scuola. Materna o elementare, poco importa il grado, luogo che a volte per alcuni di loro è tutto tranne quanto descritto fino a qua. Riassumibile invece con una parola sola: l’inferno. Degli angeli. Costretti a botte, abusi, umiliazioni. E’ di poche settimane fa il caso della provincia di Vicenza dove un piccolo affetto da autismo è stato picchiato ed umiliato da tre adulti che dovevano occuparsi di loro e oggi altri due casi, tutti e due da Roma. Una suora di 40 anni è stata rinviata a giudizio dopo che in un asilo romano “avrebbe perpetrato attenzioni morbose a sfondo sessuali nei confronti dei due fratellini ottenendo il loro silenzio con delle punizioni corporali. L’inchiesta è stata aperta dopo la denuncia dei genitori dei piccoli, due operai che allertati proprio dai comportamenti dei bambini hanno cominciato ad indagare”. Restiamo a Roma dove sta facendo scalpore la notizia che è emersa sulla scuola per l’infanzia San Romano “dove per la coordinatrice e la maestra sono scattati gli arresti domiciliari. Secondo le accuse un bimbo costretto a ripulire la sua pipì, i più grandi incitati a usare violenza sui più piccoli e vessazioni anche ai bimbi con disagi psichici. Le umiliazioni verbali della maestra riguardavano anche bambini portatori di disagi e difficoltà psicoinfantili, che venivano apostrofati come «Scemo», «zozzo» e «bastardo». Secondo l’ordinanza di arresto, sono stati tanti gli eventi in cui la maestra è ricorsa alla violenza per ottenere l’obbedienza degli alunni, che vivevano in un clima di terrore. Alcuni bimbi, solitamente i più grandi, erano incitati alla violenza e alla denigrazione nei confronti degli altri. Alcuni bimbi venivano utilizzati come ‘kapò nei confronti degli altri” .bambini più piccoli, che avevano tra i tre e i quattro anni Sorrideva con sarcasmo di fronte agli agenti, durante l’arresto, la maestra arrestata dalla polizia con le accuse di maltrattamenti e percosse nei confronti di alcuni bimbi di una scuola materna a Roma. È quanto si è appreso da ambienti investigativi. La direttrice della scuola, invece, è apparsa sbigottita al momento dell’arresto e credeva che si trattasse di uno scherzo o di un’inganno. «Non siete poliziotti veri», avrebbe detto. Le donne arrestate sono sposate e hanno entrambe delle figlie. A parlare delle violenze a qualche genitore, in una classe di una ventina di alunni, sarebbero stati anche alcuni bimbi.” La questione riporta in auge il tema “telecamere sì o telecamere no” sul quale spesso qua abbiamo dibattuto. Io credo che i controlli da effettuare siano altri, partendo magari da test attitudinali e quant’altro. La mia paura è che le telecamere non siano per nulla un deterrente, ma in realtà possano diventare un alibi a chi comunque riuscirebbe a farla franca: poiché non ogni parte della scuola può essere coperta da una telecamera, o per il mancato funzionamento della stessa. Voi cosa ne pensate?

La storia del bimbo e del pedofilo “di sani principi”.

Conosco “Giovanni” (nome fittizio) da tempo. So che persona meravigliosa sia. So quanta forza abbia. Forse non l’ha ancora capito lui. Ma so anche che è solo questione di tempo, poco credo, e lo vedrò spiccare il volo, magari mano nella mano con “Gioia”. Hanno tutta una vita che li sta aspettando e che non è giusto debba attendere un secondo di più….

Caro Massimiliano, è un po’ di tempo che nella testa mi gira l’idea di scriverti, di raccontarti di me, ma non ho mai avuto il tempo, o meglio la forza di farlo.. ma oggi, forse, è giunto il momento e sono davanti a questa tastiera e monitor a scriverti. Non so quanto volontariamente e quanto per difesa inconscia, per anni ho nascosto, sotterrato in me il passato, fin quasi a pensarlo come in terza persona. Ma per quanto possiamo esser bravi a celare il passato, a non pensarci, esso fa parte di noi ed inevitabilmente, prima o poi, fa capolino quel bimbo ferito e abbandonato dal mondo che bussa alla nostra porta, chiedendoci di prenderlo tra le nostre braccia, tirarlo via da quel cassetto dove l’avevamo lasciato e accompagnarlo nella vita. Io e quel bimbo ci siamo ritrovati circa tre anni fa. Appena venuto al mondo, la vita non fu clemente. Durante il parto mi fratturarono diverse ossa e mi misero nell’incubatrice, non per parto prematuro, ma per un soffio al cuore e perché ero rimasto senza ossigeno per un certo tempo. Non si sapeva se fossi sopravvissuto e in che condizioni.. ma la vita aveva ancora altro in serbo per me. Non so quando tutto ebbe inizio e nemmeno come, so solo che l’abusante, il pedofilo era mio nonno paterno, un rispettabilissimo ammiraglio della Marina Militare, che, come l’ha definito mia madre, era “un uomo di sani principi”. Fortunatamente, ci dividevano circa 400 km e quindi ci si vedeva raramente, eccezion fatta per l’estate, dove trascorrevo almeno una settimana in sua sola compagnia al campeggio nella roulotte. Non so come avvenne la prima volta, probabilmente mi presentò il tutto come un gioco, tant’è che successivamente fui a volte io a far in maniera tale da rimanere solo con lui, dato che “quel gioco” mi piaceva e mi dava piacere. Mi ricordo principalmente i letti della roulotte e il divano nella mia camera, con i vari movimenti, gesti e, ultimamente, a tratti sento ancora il sapore sgradevole del suo membro in bocca. Mi ricordo che una volta ebbi un episodio simile anche con mio fratello, sul suo letto; credo sia stata l’unica volta con lui. Arrivarono i 12 anni che videro mio padre abbandonarmi: aveva un’altra donna e così decise di lasciare la famiglia e disinteressarsi dei figli. Fino a quel momento era stato il mio punto di riferimento, l’unica persona che pensavo mi capisse e con la quale mi confidavo (escludendo l’abuso). Dei suoi atteggiamenti e discorsi, riporto solo una frase che penso esprima completamente tutto: “sono tuo padre dal lunedì al venerdì; il weekend e la sera, che sono con lei, no”. Ero rimasto solo e con il mondo addosso. Me la presi soprattutto con Dio, incolpandolo di tutto, e iniziai a bestemmiarlo pesantemente. La sensazione di inadeguatezza cresceva con i mesi, gli anni e con essa la stanchezza della vita. Pensai di farla finita, sia per il dolore e l’affaticamento di tutto sia per il pensiero che mio padre se ne fosse andato per causa mia, ma qualcosa mi tratteneva, mi bloccava. Gli anni passarono e non so se mio nonno fece leva sulla mia paura di perdere le persone o meno, ma gli abusi non finirono. Crescendo, però, la sensazione di far qualcosa di sporco, di anormale crebbe e dissi, non senza qualche difficoltà, a mio nonno di smetterla. Dopo quelle parole, successe ancora un volta e poi tutto fini. Avevo, credo, 17 anni ed in me non c’era la minima traccia di gioia della vita, anzi.. Per sentirmi “utile” iniziai a donare il sangue, almeno il mio vivere sarebbe servito a qualcuno. Dopo la morte di Giovanni Paolo II, mi riavvicinai al Signore, comprendendo che non potevo attribuire a Lui colpe di persone meschine, ignoranti e cattive. Negli anni successivi, persi una persona a me molto cara e ciò contribuì a far aumentare in me il senso di solitudine. Grazie a Dio, però, conobbi in chiesa una ragazza, “Gioia” con la quale condividevo un medesimo passato. Fu lei ad aprirsi per prima. Fino allora, la vita mi aveva insegnato che non valevo niente, che non meritavo niente, che dovevo esser forte, non per me, ma per gli altri. Per la prima volta, esisteva qualcuno, cui interessava come stavo veramente. Con i mesi, le raccontai del mio passato: fu la prima persona. Dopo un po’ di tempo, fu organizzato un incontro con Prometeo, associazione di cui lei mi aveva parlato. Decisi di scriverti per chiederti la possibilità di partecipare. Non sapevo cosa aspettarmi, ma fu emozionante e mi diede tanti spunti su cui riflettere, oltre che darmi tanta forza. Sull’onda di quell’incontro, presi coraggio e, non senza paura e vergogna, raccontai del mio passato al mio migliore amico: lo lasciai senza parole e, anche se non ne abbiamo più parlato, penso che lo scioccai profondamente, ma si comportò benissimo. Parlai poi con mio padre per comprendere, almeno vagamente, perché se n’era andato e si era comportato in quella maniera: scoprii che fu per paura di perdere quella donna, del resto io ero “solo” il figlio. Infine parlai anche con mio fratello, per chiedergli di nostro nonno, anche se non ebbi la forza di domandargli di quella volta tra noi. Mi confermò i sospetti che nostro nonno non avesse risparmiato nemmeno lui, ma del resto, sue testuali parole “lui era fatto così e poi bastava dirgli di no”. Queste parole mi riecheggiano ancora in testa e, soprattutto all’inizio, mi hanno fatto sentire ancora più sporco, complice, una puttana incapace di dire basta. Quasi un anno fa decisi di intraprendere un percorso con una psicoterapeuta, per scavare e comprendere meglio gli strascichi e le ferite causatemi dall’abuso e dai vari traumi, in primis dall’abbandono di mio padre. Ero convinto che il trauma maggiore fosse quello proveniente da mio padre e non tanto dall’abuso; quello c’era stato, ma un po’ perché vissuto come un gioco, un po’ perché era una “cosa a sé”, pensavo non avesse influenzato il mio essere: ma mi sbagliavo. Come il miglior regista, quando pensi di aver compreso bene quello che è successo, fa accadere l’inaspettato che ti porta a dover riscrivere e rivalutare tutto, così la vita fece con me durante una tua conferenza. Fu una conferenza “normale”, nella quale parlasti dei tratti comuni dei pedofili e degli abusati, o, come vengono definiti in Prometeo, dei “sopravvissuti”. Per me fu come vedere il castello, che mi ero costruito con tanta fatica e dolore, letteralmente sgretolarsi e pormi domande nuove e veder tutto sotto un’altra luce. Se da un lato potevo “giustificare” mio fratello, dato che a volte gli abusati, per attirare l’attenzione e chiedere aiuto, assumono comportamenti del pedofilo, dall’altra parte sorgevano domande inquietanti che mi portavano a dover rivedere l’idea che avevo del mio passato. Dopo un abuso, un bambino esprime le sue ferite tramite atteggiamenti “nuovi”, magari dal bimbo vivace che era, diventa il più tranquillo del mondo. Io questo cambiamento non l’ho mai avuto, ma fin da piccolo ho mostrato segnali di autolesionismo, come tirare le testate al pavimento, e fino all’età di 4 anni non ho parlato. Queste considerazioni mi hanno portato a riflettere che forse gli abusi non iniziarono a una certa età, come pensavo, ma da neonato, o quasi, e che quei miei comportamenti non fossero conseguenze della nascita traumatica, come supposto da tutti, ma solo richieste di aiuto non comprese. Alla luce di questo, l’abbandono di mio padre fu così tremendo, non solo in quanto padre, ma anche perché senza di lui non avevo più un’ancora di salvezza ed ero in completa balia del nonno. Oltre ad aprire gli occhi sul passato, la conferenza mi fece accorgere di comportamenti del presente: l’assenza di un obiettivo, di un sogno e il vivere in maniera apatica e indifferente quello che mi accadeva era come un lento e vile suicidio. Oggi.. mi piacerebbe scriverti che ho superato tutto, che finalmente ne sono fuori, che sto bene o almeno che vedo la luce in fondo al tunnel, ma mentirei. Oggi la sensazione di stanchezza e inadeguatezza è sempre più forte, anche a causa dell’assenza di un lavoro che non mi fa vedere e sperare in un futuro. La solitudine che ho dentro è come un buco nero che pian piano cresce e divora tutto. Al confronto del mio pessimismo, quello leopardiano sembrerebbe appartenere a Tonino Guerra. Ho paura a sognare, quasi fuggo dai sogni, perché inevitabilmente li vedo infrangersi. Come ti dissi dopo la conferenza, mi sento come una nave in mezzo al mare in balia della tempesta, senza un porto di partenza e, tanto meno, un porto di arrivo; tutt’intorno a me è acqua e solamente acqua. Nonostante tutto questo turbinio di sensazioni avvilenti e di emozioni affliggenti e non molto confortanti, c’è una grossa differenza rispetto a prima: ora ho una consapevolezza e, quindi, la possibilità di scegliere. Posso restare fermo nel mio stagno, continuando a nascondere me e il mio passato, facendomi trascinare da un futuro ignoto, in balia delle onde e degli avvenimenti, o afferrar per mano quel bimbo solo e abbandonato e salpare nel mare della vita. Ho scelto la seconda. Sento già ora che sarà dura, difficile, che i momenti di abbattimento e fallimento non mancheranno, che la destinazione è sconosciuta e magari affonderò, ma ho il dovere di provarci, se non per me, per quel bimbo cui hanno rubato l’infanzia e i sogni, quel bimbo che sogna l’isola che non c’è. Voglio anche provarci per scoprire qual è il piano di Dio nella mia vita, anche ascoltando l’esortazione di papa Wojtyla con queste parole: “Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”. Ringrazio te e tutta Prometeo per tutto quello che fate ogni giorno per i “nostri” bambini. C’è bisogno di gente come voi al mondo, per migliorare il mondo. Un abbraccio, “Giovanni”

Partecipazione a Verissimo. Pedofilia: nessun dolore è per sempre

Comunicazione di servizio.

 

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