LA VOSTRA VOCE. IL SENSO DEL NOSTRO NATALE.
Finchè un giorno…
Quando il dolore bussa alla tua porta, fallo entrare, dopo arriverà la serenità, non puoi capire cosa significa soffrire se non vivi la sofferenza.
Il mio ex marito mi ha dato la prima sberla due giorni prima del matrimonio, quel giorno il campanello d’allarme ha suonato un bel po’: cosa potevo fare? Buttare all’aria tutto? Buttare dalla finestra tutti i soldi che i miei genitori avevano speso? Non ce l’ho fatta! Col senno di poi dico che avrei dovuto, ma avevo 21 anni, ero molto innamorata, troppo responsabile ed è iniziato il contagio di una malattia comune fra le donne che si chiama la “Sindrome della Crocerossina”, col pensiero “ il mio amore ti salverà” ben radicato nella mente ho messo a tacere il campanello e sono andata avanti! Lui aveva un carattere molto particolare: era gelosissimo, presuntuoso, permaloso e un gran senso dell’avventura, appena dicevo “mi piacerebbe…” lui me lo comperava con gran squillo di trombe…tutto faceva parte del suo fascino e mi incantava!
Il nostro vivere in Nigeria per cinque anni, in Indonesia per altri due, la Liguria e la Toscana, sempre con i mobili sul camion dei traslochi e scatoloni perennemente aperti in casa… tutto questo aveva un pegno da pagare: un paio di sberle all’anno, ma solo perché glissavo e facevo il possibile per non farlo innervosire, dicevo sempre di sì, quando tentavo di spiegargli le mie idee e le mie ragioni, lui si innervosiva ed io cedevo…per paura! Non era più amore, era solo paura!
Dopo un paio d’anni in un posto lui si stancava, iniziava a litigare con colleghi e datori di lavoro e a niente valeva il mio cercare di farlo ragionare, a niente valeva la mia stanchezza, lui voleva tutto subito… e passavano gli anni! Gli ultimi due con lui sono stati un calvario in discesa, aveva iniziato a bere, sempre di più, sempre di più, finchè si svegliava al mattino ed era già ubriaco e tutto era motivo di litigio, umiliazioni anche davanti ad altre persone, lavoravo per 10/12 ore al giorno per riempire anche i suoi vuoti, i suoi tempi passati nei bar e in casa a dormire.
Spesso mi dicevo “Dai Rosanna, non può continuare così, deve cambiare qualcosa, forza vedrai che smetterà e tutto sarà come prima” Prima quando? C’è mai stato un prima? Prima di conoscerlo? Quando ancora non era entrato nella mia vita? Non ci poteva essere un “prima” diverso, lui era sempre stato così!
Ogni volta che tornava a casa tutto era motivo per iniziare a picchiarmi, anche la cena che non rispondeva alle sue esigenze, oppure il serbatoio della macchina vuoto perché io non avevo fatto in tempo a riempire…sempre IO…tutto IO…era sempre e solo colpa mia di tutto.
Ricordo che a volte riuscivo a pensare che aveva fatto bene a picchiarmi, perché mi ero dimenticata di fare una tale cosa che lui mi aveva chiesto. Col tempo ho capito che il filo che unisce la vittima al carnefice è molto sottile, mi sembrava di sbagliare apposta e metterlo in condizione di picchiarmi perché ormai era l’unico modo per avere la sua attenzione, in quei momenti c’era uno scambio di ruoli: ero io il carnefice e lui la vittima, ero talmente abituata alle sue sberle, ai suoi calci e pugni che la mia anima persa li chiedeva!
Qualche volta scappavo a casa dei nostri amici, mi medicavano le ferite, mi dicevano di denunciarlo, mi fermavo una notte e poi tornavo a casa col pensiero che senza di me lui non avrebbe mangiato, non si sarebbe lavato, non avrebbe fatto niente. Quando rientravo era un agnellino, non mi ha mai chiesto scusa , non mi ha mai detto “Perdono non lo faccio più”, ma per qualche giorno stava buono e tranquillo, non toccava la bottiglia, lavorava serenamente…solo per qualche giorno…poi tutto ricominciava! La cosa più difficile era fare finta di nulla davanti agli altri, ridere ed essere serena sempre e comunque, parlare tranquillamente mentre la carne tremava, il cuore faceva un balzo dopo l’altro, la menta attenta a tutti gli spostamenti, i movimenti e le sue parole, appoggiarlo e sostenerlo quando iniziava qualche discorso sconnesso per paura che gli altri si accorgessero del suo stato, l’adrenalina sempre a mille: poteva scoppiare il caos ad ogni momento.
Finchè una sera… in quel tempo vivevamo in Toscana, lavoravamo in un agriturismo. Mi piaceva tantissimo il contatto con la gente, i colleghi di lavoro, gli ospiti italiani e stranieri e la campagna toscana mi riempiva gli occhi dei suoi colori e le narici dei suoi profumi, riuscivo a sentirmi allegra per niente, a canticchiare mentre stavo lavorando anche se lui controllava ogni mio movimento, mi seguiva anche in bagno con scuse banali! Era sempre pieno di sospetti, ogni uomo che mi si avvicinava era un potenziale amante, ogni volta che scendevo in paese per qualsiasi cosa era una sberla o un calcio quando rientravo, secondo lui ero stata via troppo tempo, avevo fatto altre cose. L’idea di avere un amante era molto lontana da me, come avrei potuto con tutto quello che dovevo fare? Dove avrei trovato il tempo per i sotterfugi e i nascondigli? Anche adesso che potrei rifiuto questo tipo di situazione…è troppo pesante, troppo difficile da gestire. Lui mi riempiva talmente tanto la giornata che nei momenti liberi riuscivo a malapena a riposarmi un po’…un altro uomo? No, non ce la facevo!
Una sera, al rientro dalla casa di alcuni amici dove eravamo stati a cena, lui si fermò in un boschetto lungo la strada per casa. Chiesi perché si fermava e lui iniziò ad urlare dicendo che era lì che incontravo il mio amante, che ero una puttana, che lo riempivo di corna solo perché volevo un bambino (lui è sterile), che in tutti i posti che eravamo stati io mi ero cercata un altro uomo, cercai di farlo ragionare ma era completamente rapito dall’alcool…puzzava di superalcoolici e sigarette, aveva le mani sporche e continuava a toccarmi ovunque, facendomi male, mi diede un calcio e mi buttò giù dall’auto, poi mi prese per un braccio, mi spogliò e fece l’amore con me in modo selvaggio e brutale…era dicembre…faceva un gran freddo…io pensavo solo a fuggire, ma non sapevo come liberarmi di lui e dove andare, l’agriturismo era piuttosto isolato e la nostra casa era al confine della proprietà. Mi urlava di stare ferma, tanto nessuno ci sentiva, poteva fare quello che voleva e quel posto doveva essermi familiare. Tirò fuori un coltello, lo appoggiò alla mia gola e mi ordinò di godere e di urlare come facevo col mio amante. La paura mi inibiva, il freddo mi entrava nelle ossa e nel cuore, pregavo che tutto finisse presto…e finì! Mi lasciò in quel bosco sola, al freddo, mezza nuda con la paura che mi chiudeva la gola…era molto tardi, ricordo che avevo parso la nozione del tempo, ma in qualche modo mi vestii e tornai a casa: lui non c’era, cercai di rimettermi in ordine e mi sedetti sulla poltrona, cercavo di riordinare le idee, di calmarmi, di smettere di tremare. Alle prime luci dell’alba lui rientrò, mi diede un pugno nello stomaco e mentre vomitavo un altro sulla guancia, poi mi buttò contro l’armadio, mi sbattè la testa contro il muro ed io svenni.
CONTINUA QUA:
 
 
E qua trovate un’altra storia, in versione integrale, che già avevate letto nel blog:
Nota: tantissime sono le storie che arrivano a noi, da quando per primi abbiamo deciso che era un dovere dare voce alle vittime. Non tutte però vengono pubblicate. A dire il vero ne rendiamo pubbliche solo l’1/2% sempre e solo dietro richiesta dei diretti interessati. Una cosa è certa: è “terapeutico” per le vittime raccontarsi. Fa bene a loro. Fa bene agli altri. Fa bene a chi ancora sta vivendo lo stesso dolore. Odio ripetermi, ma questo è per noi il senso del Natale.

3 Commenti a “”

  • Due storie di dolore immenso,un dolore che vorresti nessuno al mondo lo vivesse.
    Lascio  scendere sul mio viso lacrime x  queste storie piene di sofferenza e al tempo stesso mando un abbraccio caloroso e immenso a Rosanna e a Barbara.

  • Grazie! Così semplicemente grazie!
    Adesso che sono più forte e che la sofferenza degli altri non mi spaventa più, vorrei riuscire a dare una mano a tutte le donne che hanno vissuto lo stesso mio incubo…sono qui, per tutte voi!
    grazie a Max, che tre anni fa, quando ho visitato il suo blog per la prima volta e  per la prima volta ho avuto il desiderio di parlare non ha insistito e non mi ha fatta sentire troppo osservata, la sua discrezione e la sua fiducia nel momento che finalmente è arrivato, il conoscere le tante realtà simili alla mia attraverso questo blog,mi hanno aiutata a tirare fuori quello che avevo dentro e, soprattutto, a farlo senza vergonga!
    Questo per me sarà un buon Natale e vorrei che lo fosse anche per tante altre donne che soffrono…sono tante… tante…troppe!
    Rosanna

  • 88apetta88:

    Leggendo la tua storia ho pianto…
    ho rivisto atteggiamenti e situazioni che nella mia storia sono identici…
    io però ho potuto chiedere aiuto prima e i miei genitori hanno potuto "salvarmi" prima che lui entrasse nella mia vita…

    hai ragione sulla storia della casa famiglia e del fatto che le donne non sono tutelate in quiei momenti…

    vorrei abbracciare te,Rosanna cara, e tutte le donne che sono state "schiave" di un uomo… e mi piacerebbe anche aiutare quelle che sono ancora "prigioniere" ad uscire….

    Buon natale,spero che il tuo,quest’anno, sia felice!

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