PINUCCIO 1
Il giudice se ne va e il processo a Pino si «impantana»
 Fra cinque giorni riprenderà il delicato processo che vede alla sbarra il 36enne attore-educatore Pino La Monica: è accusato di atti pedofili da parte di nove sue ex allieve, nonché di detenzione di materiale pedopornografico. Una nuova udienza che arriva dopo quasi quattro mesi di stop, ma nel frattempo alcuni «passaggi» giudiziari di non secondaria importanza hanno avuto come conseguenza quella di «impantanare» il procedimento.  Ma cos’è accaduto concretamente al palazzo di giustizia?  Innanzitutto il collegio giudicante, nel frattempo, è cambiato perché il presidente della Corte, cioè il giudice Stefano Scati, da domani prenderà servizio a Vigevano per un avanzamento di carriera tradottosi nella presidenza della sezione penale del tribunale lombardo.  Un trasferimento che ha portato alla «rimodellatura» della Corte che giudicherà La Monica: rimangono sullo scranno i magistrati Pietro Mondaini e Renato Poschi (quest’ultimo diventa però il presidente), mentre il giovane collega Andrea Rat dovrebbe completare la terna giudicante.  La «riformulazione» della Corte ha però portato – per legge – al vaglio di quanto accaduto fino a questo momento nel processo (tecnicamente alla «rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale»), con ovviamente le testimonianze fin qui raccolte come punto-chiave da affrontare. E su questo versante il difensore di La Monica (l’avvocato modenese Francesco Miraglia) non ha dato il consenso all’utilizzo delle deposizioni fin qui assunte dalla Corte e finite nel fascicolo processuale.  Una «mossa» dal significato pratico-giudiziario non indifferente, in quanto i 24 testimoni già ascoltati (tutti dell’accusa) dovranno ripresentarsi in aula per confermare quanto già dichiarato nelle precedenti udienze, con la possibilità però per l’avvocato difensore di porre domande diverse a queste persone.  Una «processione» di testimoni che dovrebbe già «sfilare» in aula venerdì prossimo, con tempi di smaltimento tutti da verificare in udienza.  Comunque sia, tutto ciò comporterà un sicuro rallentamento ad un processo – a porte chiuse – fin qui caratterizzato da forti contrasti: da una parte il pm Maria Rita Pantani e l’avvocato di parte civile Marco Scarpati (che tutela tre ragazzine), dall’altra parte del «fossato» il difensore dell’imputato.  Con un simile «prologo» non è chiaro poi se vi sarà il tempo – venerdì – per la testimonianza di La Monica che non verrà, comunque, interrogato, ma farà «dichiarazioni spontanee».  Insomma l’ennesimo colpo di scena su una vicenda che ha scosso non poco l’opinione pubblica: nel mirino i corsi di teatro per minorenni tenuti da La Monica fra il 2006 e il 2007 a Correggio, Reggio e Quattro Castella. FONTE GAZZETTA DI REGGIO
Pinuccio 2 Accuse infondate», scagionato
 CORREGGIO. «Non è falso quanto contenuto nel verbale dei carabinieri, ma è falso – e in modo clamoroso – quanto dice Berardinelli». Così il gip Riccardo Nerucci ha archiviato il fascicolo che ha visto indagato il maresciallo Roberto Cesi e tre militari della caserma di Correggio.  L’ordinanza del gip sgombera, una volta per tutte, il campo da ogni sospetto. E restituisce al maresciallo e alla caserma di Correggio l’onore che merita. Ne è fermamente convinto l’avvocato Alessandro Conti, che ha assistito Cesi e i tre militari coinvolti.  L’ipotesi di reato era quella di falso in atto pubblico.  I fatti si riferiscono al 17 dicembre del 2008. Quando una donna di Correggio chiamò i carabinieri per una lite con l’ex compagno, Giancarlo Berardinelli.  I militari che intervennero, faticarono e non poco per impedire contatti violenti tra l’uomo e l’ex. Quindi, dopo averlo ammanettato, condussero l’uomo, all’epoca 37enne, in caserma.  E’ per quanto avvenne nella cella di sicurezza, che il muratore querelò il maresciallo per quanto riportato nel verbale: il muratore sostenne, infatti, di aver preso schiaffi al volto, pugni alla testa, calci all’addome e ai fianchi dallo stesso maresciallo.  Il 37enne venne arrestato per resistenza pubblico ufficiale. «Quello che forse Berardinelli non sapeva, è che ci sono telecamere che riprendono tutto ciò che accade in caserma, dal cancello a tutti i locali, camera di sicurezza compresa – spiega Conti – Il giudice nell’ordinanza dice che dal filmato, che noi abbiamo prontamente consegnato al magistrato, non si vede mai Cesi: il maresciallo non è mai entrato nella camera di sicurezza».  «Non solo – prosegue il legale – per il gip emerge in maniera inequivocabile che quando Berardinelli compie i gesti di autolesionismo, sbattendo la testa contro il muro, è solo nella cella. I carabinieri intervengono dopo, per proteggere l’uomo da se stesso».  E’ per questa ragione che il gip parla di «infondatezza» della notizia di reato.  «Nerucci anzi – sottolineato Conti – invita il pubblico ministero a valutare se procedere per calunnia. Un reato punito con la reclusione da due a sei anni».  Così, si chiude il caso, accogliendo la richiesta di archiviazione del pm. «Una pagina dolorosa, che ha coinvolto una delle caserme più importanti del Reggiano – sottolinea l’avvocato – in un momento particolare, quando il maresciallo doveva testimoniare in un processo importate come quello La Monica». Fonte Gazzetta di Reggio.
 
NOTA: DOMANI MAGARI LI COMMENTIAMO MEGLIO.
Per oggi dico solo, riguardo la  nota 1 che la stessa cosa accade al processo Tommy bis. Vergognosi ritardi, studiati ad arte (?) per regalare un ‘ora d’aria in più e minare i nervi delle vittime.
Riguardo la nota 2: lo riporto poiché, se vi ricordate la lettera che ci arrivò da alcuni membri del fans club di Pinuccio, si citava questo fatto. Che se pure fosse stato vero, nella loro mente rendeva il test meno credibile…..
Oggi si dimostra che ancora una volta il metodo A. è fallimentare, poiché non si può basare un’intera esistenza solo su menzogne ed infamie……..

3 Commenti a “”

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