“Avete una vita da vivere” Storia di Giulia che ce l’ha fatta. Parte 1/2

“Avete una vita da vivere” Storia di Giulia che ce l’ha fatta. Parte 1/2

 

LA VOSTRA VOCE. Segno del nostro impegno.

Parte 1 “Avete una vita da vivere”

Una delle più “belle”, dolorose e significative testimonianze mai ricevute. E la dimostrazione che nessun dolore è per sempre!

 

“Ho letto le storie on-line, non ho visto i volti di chi scriveva, ma ho sentito che erano vere, perché ho riconosciuto il dolore e deciso di parlare del mio dolore.
Ero una bambina forte e vivace, intelligente, con un papà che adorava, una mamma dolce e un fratellino. Passavo ore a disegnare, correvo, cantavo, la casa risuonava della mia vocina, tanto da meritarmi il soprannome radio-giulia.
A 8 anni è iniziato il mio inferno, mio padre è andato via di casa senza darmi spiegazioni, mia nonna mi ha raccontato che apri il suo baule preferito e che lo trovai vuoto, gettando un urlo che non aveva nulla di umano, e che poi non parlavo più.
Mia mamma soffriva, piangeva e non mangiava. Sembrava che qualcuno avesse rubato la mia mamma e che me ne avesse data un’altra, non era più lei. Mi parlava dei suoi problemi, parlava, parlava, poi prendeva le foto del suo matrimonio e piangeva. Comincia a diventare silenziosa e a rinchiudermi nello studio e nelle letture. A 10 anni arrivò il compagno di mia madre, pranzava con noi. Era un po’ più giovane di mia madre e pazzo. Fumava e beveva, ricordo il suo fiato puzzolente, le unghie gialle di nicotine, la faccia butterata e lo schifo che mi faceva. Era stupido e ignorante, ma non poteva ribellarmi. A pranzo parlava con la faccia paonazza per l’alcool per ore e io scappavo in cucina a lavare i piatti. Avevo imparato ad occuparmi del mio fratellino e facevo di tutto per fare contenta mia madre. Non ricordo quando, ma cominciarono gli abusi su di me e su mio fratello, carezze alle mani, sotto lo sguardo ebete di mia madre. UN bel giorno che mia madre era uscita e ci aveva lasciato in sua custodia, mi stuprò. Non riesco a ricordare tutto, nonostante da adulta abbia fatto anni di analisi, pregato, lavorato su me stessa. Ricordo solo fino a unc erto punto, che sono sul lettone con lui, che mi gira la testa perché mi ha fatto bere del vino, che c’è anche mio fratello e che ho una strana sensazione di pericolo, mentre mi accarezza la testa, poi il nulla. Ma le fobie restano…paura di essere strangolata, paura del buio, incubi, paura dell’ascensore, e problemi ad avere rapporti con il mio primo fidanzato, che terminavano sempre con un pianto e con lui che mi abbracciava
Giulia, chi è il bastardo, dimmelo che lo ammazzo!
Ora sono cresciuta, si cresce presto con il dolore, l’ho accettato e ho trovato una grande forza nella fede nel buon Dio.
A 12 anni ho cercato mio padre, quello vero, e mi sono confidata, solo delle botte, però.
Mio padre mi portò in una palestra di arti marziali, indossai perplessa il kimono. Ero la preferita del maestro, un poliziotto, che mi diceva di non abbassare mai lo sguardo. Man mano imparai, per fare judo bisogna essere flessibili e forti, era massacrante, ma continuavo a non vedere il maestro o i miei avversari, ma il mio patrigno, e divenni abbastanza brava.
Poi tornavo a casa e continuava la follia, mia madre succube, e me e mio fratello maltrattati e umiliati. Ci diceva che non valevamo nulla, che se non fosse stato per lui saremmo stati una puttana e un frocetto. Ricordo lo sguardo terrorizzato di mia madre mentre le rompeva un naso con un solo schiaffo, impedendole di visitare mio nonno moribondo. Mia madre non reagiva mai, era debole. Quando provavo a ribellarmi mi diceva che ero cattiva, che poverino aveva tanti problemi, che ci voleva bene. Poi mi aprii a mia zia, e mi disse che mi lei mi voleva bene, anche mia nonna. Un bel giorno il mio patrigno cominciò a parlare male del mio ragazzo, che secondo lui mi voleva solo scopare. Mi ero confidata con mia madre, ma lei mi aveva tradita, raccontando tutto a lui. Era troppo, non e potevo più. MI alzai in piedi, e gli misi le mani al collo, fu una reazione istintuale. MI aveva appena detto che mi uccideva, e io lo tenevo per il collo, scuotendolo. Ero il mio primo atto di persona, sentivo uscire tutto l’odio. Gli risposi, fissandolo negli occhi, che se voleva uccidermi, avrei venduto cara la pelle. Vidi per la prima volta la paura nei suoi occhi. MI disse tossendo, massaggiandosi il collo, che l’avrei pagata, che sarebbe tornato. Ma imboccò l’uscio di casa e non tornò più.

CONTINUA – DOMANI LA SECONDA PARTE

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