Bambini sottratti alle famiglie e resi schiavi. Accadeva fuori casa nostra…

verdingkinder“Sai come percepivo che qualcuno mi volesse bene? Mi rannicchiavo sotto ad una mucca e lì, nel tepore del suo corpo, riceve quel calore che gli uomini non mi davano”. Chi parla è uno dei “centinaia di migliaia di bambini” che furono sottratti alle loro famiglie e mandati a lavorare nelle fattorie.

Si alzavano alle 5, pulivano la stalla, facevano una frugale colazione, poi se fortunati venivano mandati qualche ora a scuola e quindi di nuovo nei campi, tra animali da accudire, legna da tagliare e prati da arare, fino a che non giungeva la sera. A seguire una altrettanto frugale cena e poi a letto, al freddo (“lavoravo a piedi nudi, quando le mucche facevano pipì correvo a mettere i piedi sotto per scaldarli un po’…”) e al buio.

I bambini venivano tolti a famiglie considerate “fuori dalla morale” (ovvero, povere, con genitori separati, madri single, etc.) e venduti come braccianti ai contadini.

Gli stessi che li obbligavano a ritmi di lavoro estenuanti per dei bambini che li denutrivano e spesso abusavano sessualmente.

Un vero Inferno, realizzato peraltro con la piena complicità

Con la complicità dello stato e della chiesa!

“Andavo a scuola, pieno di lividi, affamato e stanco, nessun insegnante mi ha mai aiutato. Tutti sapevano, ma nessuno faceva nulla. Valevo meno di una capra”.

A parlare oggi è un altro di quei bambini, uno di quelli che è sopravvissuto, dato che tanti si sono tolti la vita, non riuscendo a superare quella terribile prova. Il tutto è durato per almeno due secoli, dagli inizi del 1800 fino alla fine degli anni 80!

Ora che una associazione di vittime ed un libro ne parla per la prima volta (titolo: Versorgt und vergessen – “Sistemati e dimenticati”), squarciando il silenzio e l’omertà ,  lo stato corre ai ripari pensando di “risarcire” le vittime. Li chiamavano “verdingkinder” bambini in affido e spesso una volta raggiunta la fattoria di destinazione perdevano pure il nome di battesimo, dato che i fattori li chiamavano semplicemente “bub” bambini.

E vista la vita fatta, crediamo che nessun risarcimento potrà mai dare loro indietro l’infanzia perduta.

Ultima cosa: importantissima.

Questa storia che sembra tratta da un romanzo di Dickens accadeva alle porte di casa nostra, nella tranquilla e ricca Svizzera.

 

 

Nota: in Italia ne ha parlato questa estate con un articolo, il Venerdì di Repubblica.

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