La difesa del branco

stuproUna giovane nigeriana costretta a prostituirsi interviene per difendere un’amica, obbligata anch’essa a stare in strada, da una rapina. I tre ragazzi rapinatori reagiscono a loro volta. E la pugnalano. A morte.
Ora stanno in carcere, in attesa di giudizio. Usciranno tra non molto e la loro vita, si sa, sarà sempre e solo quella.
Perché quello è il loro mondo. Il mondo dove tre “maschi” si arrogano il diritto di prendersi ciò che vogliono. Quando vogliono. Come vogliono.
Se poi lo fanno sulla pelle di una donna, “negra” e per giunta “puttana”, dai su, ragioniamoci bene, chissenefrega? Dove sta il dolo?
Ed infatti, puntuale, arriva la difesa del branco. Con quegli striscioni che di solito vedi appesi in occasione dei matrimoni. Manca il filmino commemorativo dove Kevin mostra il tatuaggio o Maicol (scritto così) i muscoli e la vecchia zia addobbata come un albero di Natale in finto Versace o in Guci ma con una sola C e ci sono tutti.
Lo striscione esprime solidarietà. A loro. Rapinatori, stupratori ed assassini.
Per la vittima, inutile dirlo, nulla.
Lo facciamo allora noi. Chiedendole scusa. E impegnandoci a restituirle un mondo migliore. Dove i branchi non abbiano terreno fertile e sugli striscioni ci siano parole di solidarietà verso le vittime. Mai verso i delinquenti.

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