Archivi per la categoria ‘associazione nazionale vittime abusi’

Coloratevi la vita

banksy for victims of sexual abuses

 

Durante l’ultimo incontro del gruppo di auto aiuto ho dato a tutti i partecipanti una fotocopia a colori, con questa opera di @banksy . E’ un quadro che quando uscì fece scalpore. Qualcuno lo trovò “irriverente”,  fino a quando non si pronunciò la comunità ebraica, ricordando che dietro quell’opera c’era un fatto storico importantissimo. E’ il 15 aprile del 1945. Le truppe alleate “liberano” i prigionieri del campo di sterminio di Bergen Belsen. Tra di loro il tenente colonnello Gonin, tra i primi soldati britannici ad entrare in quel inferno, che col suo diario ci porterà all’interno del campo: “non sono in grado di fornire una adeguata descrizione…ovunque si trovavano cadaveri…ci volle un po’ per abituarsi a vedere donne e bambini che crollavano a terra nel momento in cui si passava loro accanto…”. Arrivano degli aiuti umanitari. Insieme a cibo vestiti e farmaci…un acassa di rossetti. “fu l’operato di un genio, un gesto di pura incontaminata intelligenza.  Credo che niente abbia aiutato quegli internati più del rossetto….vidi una donna morta sul tavolo  autoptico e nella mano serrava un pezzo di rossetto. Finalmente qualcuno si era adoperato per far sì che  tornassero ad essere degli individui, erano qualcuno, non più solo il numero che avevano tatuato sul braccio…”. Ecco questo lo spirito di quel foglio dato al gruppo. Che contiene un invito: a riprendersi la propria vita, anche partendo dalle piccole cose. Inaspettate. Apparentemente incongruenti. Usate quelle energie per occuparvi di voi (l’ho appena detto ad una donna maltrattata uscita dal mio ufficio ) , colorate il vostro mondo, anche di un rosso acceso, quello di un rossetto. <3

Di demoni…..

DI DEMONI …

Sabato avremo a Prometeo il nuovo gruppo di auto aiuto, forse la  nostra risposta più “potente” contro tanto male. Il nostro “progetto” migliore. Cresciuto nel tempo. Modificatosi nel tempo. Migliorato nel tempo. E soprattutto che con quel tempo ha intrapreso una lotta agguerrita: per non sprecarne altro, da sacrificare in favore  del  dolore. Mentre preparo il nostro piano di lavoro e scorro l’elenco delle amiche e degli amici che onoreranno la nostra sede con la loro presenza, ritrovo la storia di quella bambina, abusata per anni e mai creduta. O meglio, una volta sì, possiamo dire che  le credettero. Credettero a quel male…e chiamarono un esorcista…..era piccola…ma credetemi, se lo ricorda ancora molto bene…

  • dalla pagina Facebook di Massimiliano Frassi.

A cura di Blog Staff.

St. Francis Borgia (1510-72) Helping a Dying Impenitent, 1795 (oil on canvas)

St. Francis Borgia (1510-72) Helping a Dying Impenitent, 1795 (oil on canvas)

Noi più forti dell’orco. Gruppo auto aiuto pedofilia.

gruppo auto aiuto pedofiliaIn attesa di un nuovo incontro del nostro gruppo di auto aiuto per i sopravvissuti agli abusi sessuali, ecco un bellissimo reportage di una giornalista che ha seguito da vicino una giornata di lavoro con noi.

https://www.pressreader.com/italy/gioia/20161103/281986082111085

 

 

Rinascere dall’abuso: “tanti auguri a me che ce l’ho fatta”.

rinascere dall'abusoLa rinascita di Luisella, passa anche dal festeggiare un doppio compleanno.
E’ bello saperti con  noi. Auguri grande donna.

E poi ci sono quei “compleanni” che non sono istituiti dall’anagrafe, che non sono iscritti in alcun registro, ma che sono li, fermi in un angolo della tua anima, sono quei compleanni che festeggi con il cuore, che condividi generalmente con poche persone, e ti aspetti che qualcuno, tra chi quel giorno era con te, si ricordi dell’importanza di questo giorno, ma così non è, la gente è distratta, disinteressata, troppo presa da altro, per ricordarsi piccoli grandi, enormi dettagli, anche se si tratta di vita, anche se a ricordarselo dovrebbe essere la tua famiglia, per cui, oggi, tanti auguri a me, che alcuni anni fa, ero in una stanza, fuori era buio, nessuna luce illuminava il cortile dell’ospedale, e i miei occhi vagavano persi e impauriti in quell’oscurità, chiedendosi come sarebbe cambiato, da quel momento, il mondo di una diciottenne che odiava da tempo il buio e in quella notte lo odiava ancora di più, anche perché non poteva alzarsi da quel letto, e poi… chissà cosa avrebbe fatto della sua vita. Tanti auguri a me, che ce l’ho fatta, che sono ancora qui, perché ho deciso anche se anni dopo, con ritardo, in un’altra stanza d’ospedale, mentre le terapie mi sfondavano lo stomaco, che meritavo la vita, e che c’erano tante persone lì fuori, anche se a centinaia di chilometri di distanza che mi aspettavano, che mi tenevano compagnia (…) perché in quel momento, come una valanga mi è arrivato tutto l’amore che pensavo di non meritare, in forme diverse, post, messaggi, sms, musica, e la paura c’è ancora quando penso che quella terapia la devo ripetere, ancora…. Ma ora lo so, non sono sola. Tanti auguri a me, perché era fine novembre quando decisi di affrontare il passato e contattare voi di Prometeo, perché da quel momento sono tornata a vivere, lasciando da parte quel passato, affrontando le paure, gli attacchi di panico, imparando a respirare a fondo, a guardare quella me bambina ancora ferita ed impaurita, prenderla per mano e accompagnarla facendola crescere con me, ha ancora tanto da imparare quella bambina, qualcosa da recuperare, insegnando anche alla parte di me adulta a tornare un po’ piccina, ad amare le feste, le bambole e le giostre, ma … tanti auguri a me, anzi, a noi, perché è con voi che voglio condividere questo mio compleanno, perché è grazie a voi se oggi sono quella che sono, perché è grazie a voi, se oggi, ho sete di vita. Siete una ricchezza enorme… spero di abbracciarvi presto in questa nostra casa che sa di vita. un abbraccio a tutti. e grazie, per esserci e per essere così meravigliosamente unici.
Luisella

 

La storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

wonder-woman-and-superman-art-portrait-social-campaign-domestic-woman-womens-violence-abuse-satire-cartoon-illustration-critic-humor-chic-by-alexsandrLa storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

 

Non l’ho mai raccontato, nemmeno a me stessa. Nessuno sa tutta la mia storia. Nessuno sa cosa si nasconde dietro di me. Nessuno mi conosce per davvero.

La mia è una storia “scomoda”, di quelle che pur sapendole, non ne si vuole parlare.

Non saprei nemmeno io da dove cominciare!

Ecco…

Sono sempre stata un po’ “speciale”.

Seconda di 4 figli, mia madre mi dice sempre che già da bambina ero “diversa”. Sapete come si dice: “la figlia muta la capisce solo la mamma”. Ma non era il mio caso. Io con mia madre mi sono sempre rifiutata di comunicare già appena nata.

Io avevo un magnifico principe, il MIO principe: mio padre.

Mamma dice che piangevo tutto il giorno fino a quando lui non tornava dal lavoro e mi prendeva in braccio. Non dormivo se non era lui a farmi addormentare.

Avevo 18 mesi quando rimanevo sveglia fino alle 2 di notte in piedi appoggiandomi alla culla, fino a quando lui non chiudeva la porta di casa quando usciva con amici.

Avevo 2 anni quando gli chiesi di rimanere con me una sera, e lui uscì lo stesso con un suo amico, e dopo un’ora mi ricoverarono per un’”improvvisa” febbre a 40 che mi è passata appena lui è arrivato in ospedale.

Bhè, un po’ il rapporto che hanno tutte le bimbe con il proprio papà. Per me era solo tutto molto amplificato.

Al resto del mondo, apparivo una bambina molto timida. Mia madre racconta sempre che fino ai 3 anni, nessun parente (se non i miei genitori e i miei fratelli) conosceva la mia voce. Allo stesso tempo ero una bambina sveglia e intraprendente. A 4 anni imparai sola a scrivere.

Tutto ok fin qui, no?

Lo ricordo come se fosse ieri. E’ una di quelle scene che la notte mi viene a trovare. Una di quelle scene che se chiudo gli occhi, mi sembra di essere ancora lì. Era inverno. Una mattina iniziai a fare i capricci perché non volevo andare a scuola. Mia madre allora mi disse che potevo rimanere a casa a patto di finire tutti i compiti che avevo, mentre lei andava a fare la spesa.

E così fu.

Chiuse la porta e mio padre mi chiamò. Lui era ancora a letto in camera sua.

Mi abbracciò come faceva sempre. Ma quella volta non fu come sempre.

Ricordo tutto. Un ricordo troppo lucido che fa paura.

Forse tanta paura io non l’ho mai avuta.

Non scendo nei dettagli, ma da qui ha inizio la mia storia. Da qui hanno inizio più di 8 anni di abusi in casa, dalla persona che avrebbe dovuto tutelarmi. Dall’unica persona che amavo.

Dalla prima elementare al primo superiore.

Io non capivo se era tutto normale. Avevo una sola certezza: non sapevo cosa fossero quelle attenzioni, sapevo solo che mi facevano paura. Anzi mi terrorizzavano.

Avrei potuto parlare. Ma l’unica persona con cui parlavo era lui. E poi lui mi voleva bene e diceva che quello che faceva era perché lui mi amava.

Iniziai a capire crescendo, quando sentivo brutte notizie al telegiornale.

Io ricordo perfettamente ogni volta che sentivo una storia in tv che mi faceva capire che la mia storia non era poi così normale.

La storia che più mi sconcertò in assoluto fu quella del piccolo Tommy (infatti sono rimasta parecchio sorpresa di trovare una sua foto enorme nella sede di Prometeo a a Bergamo).

2 marzo 2006, il piccolo Tommy viene rapito a soli due anni e trovato un mese dopo, ucciso. Viene arrestato Mario Alessi.

Una storia che ha commosso l’Italia intera, compresa mia madre, che guardava con sdegno quell’uomo che aveva brutalmente ucciso Tommaso Onofri.

Ricordo che le indagini si spostarono anche sul padre perché aveva del materiale pedopornografico ben nascosto in casa. Chiesi a mia madre cosa significasse quella parola così complessa e appena capii di cosa stessimo parlando, pensai “Bhe e cosa c’è di male?”. Non lo dissi perché guardavo lo sguardo serio di mia madre, come se stesse raccontando di qualcosa di orribile. Una di quelle cose che veramente non dovrebbero esistere al mondo. E lì capii moltissimo di quello che mi stava succedendo. Questo è un altro ricordo fortissimo che ho nella mia testa. Lo rivivo mentre lo scrivo.

In tutto ciò iniziai ad odiare mia madre dal primo giorno.

Non credo di aver mai voluto così male a qualcuno.

Io avevo paura e lei non mi portava via da quell’incubo ad occhi aperti.

Io avevo paura e lei non vedeva. Lei non capiva che in me c’era qualcosa che non andava, eppure ero sempre sotto i suoi occhi.

Io l’ho odiata.

Io l’ho odiata per tutte le volte che mancava a casa e io ero sola con lui.

Io l’ho odiata quando guardava i miei disegni “deformati” in cui nessuno vedeva nulla tranne me, e diceva molto contenta “sono molto interessanti”.

Io l’ho odiata quando metteva le sue regole durante l’adolescenza, quando mi diceva che non potevo mica uscire tutti i giorni di casa e dovevo rimanere per forza nella tana del lupo.

Io l’ho odiata quando ad 8 anni scrissi grande grande sul muro con il gesso “MORIRO’ ”. E lei si limitò a sgridarmi, perché diceva che “quelle cose non si pensano”.

Io l’ho odiata per ogni volta che non si è chiesta perché avevo atteggiamenti non normali.

Io l’ho odiata quando guardava le mie mani graffiate senza prestarci attenzione e continuavo a graffiarmi e colpevolizzarmi per la mia situazione.

Appena cominciato il mio incubo, io iniziai ad avere “problemi nel relazionarmi”. Così li chiamavano. Non parlavo con nessuno. Mutismo globale.

In seconda elementare avevo bisogno di un apparecchio ortodontico, ma le maestre chiamarono i miei genitori chiedendo di posticipare, perché ero troppo “timida” e l’apparecchio non mi avrebbe aiutata. Ma ragazzi, qui non si tratta di essere timidi. ESSERE MUTI NON E’ SINONIMO DI TIMIDEZZA. ESSERE ISOLATI NON E’ SINONIMO DI RISERVATEZZA. NON SAPER COMUNICARE NON E’ SINTOMO DI INCAPACITÀ RELAZIONALI E BASTA!!!

Non sono mai nemmeno riuscita a scrivere un tema.

A scuola dalla 5 elementare in poi, ho sempre avuto un curriculum impeccabile, ad eccezioni delle insufficienze nei temi di italiano. Non erano poi così banali i miei “problemi di comunicazione”.

E lo sapeva bene il mio professore, quando in quarta liceo consegnai un tema in bianco e lui decise di diventare il mio psicologo. Lo sapeva bene quando continuava a chiamare mia madre a scuola per dirle che miei comportamenti non erano così normali.

Avevo anche disturbi del sonno. Cioè, non ricordo esattamente un periodo in cui io non facessi incubi una notte sì e una no. Incubi così brutti che mia madre mi chiese di non parlargliene più. Incubi che non mi facevano e non mi fanno tutt’ora dormire.

Ho iniziato ad avere troppi problemi che mi porto dietro ancora ora e che ormai mi formano.

Ho 22 anni e dormo con il mio orsacchiotto di peluche. Lui ha un’importanza che nessuno può capire. L’orsacchiotto di peluche è sempre stato il mio unico vero amico, perché lui era il mio unico testimone. Lui era con me nella maggior parte nei momenti. Lui vedeva quello che vedevo io. Fin quando mia madre ha ben deciso di buttarlo “perché era tutto rovinato” e quello fu uno dei momenti in cui la odiai di più. Mi aveva tolto l’unico amico che avevo.

Ho 22 anni e dormo senza cuscino, perché a 6 anni ero convinta che dormire con la testa sotto il cuscino mi rendeva invisibile.

Ho 22 anni e ho paura del buio!

Ho 22 anni e non ho una vera amica donna perché odio tutto ciò che ricorda mia madre. Certo, sicuramente ho compagne del mio stesso sesso, ma il mio cervello in automatico pone dei paletti, e un vero rapporto di amicizia profonda con una donna io non l’ho mai creato e inizio a credere che questa cosa non avverrà mai.

Ho 22 anni e non mi piacciono troppo gli abbracci o le attenzioni di gente che non conosco.

Ho sempre nascosto tutto. Il terrore era troppo.

Ricordo la sensazione di paura che provavo. Quando sentivo i suoi passi, iniziavo a gelare da dietro il collo. Il freddo scendeva fino alla punta dei piedi e poi mi paralizzavo. E non sto esagerando. Mi paralizzavo e mi sembrava di vivere tutto da fuori. Il mio corpo non lo sentivo. Non sentivo le sue mani, non sentivo nulla di lui.

Ma se la violenza fisica non la sentivo, quella psicologica era inevitabile. Le orecchie non si tappano. Gli insulti, alcune frasi, “mi tagliavano in due”. Sentivo il petto disfarmi in mille pezzi, sentivo un dolore atroce alla gola, trattenevo il pianto rimanevo inerme, ferma, non riuscivo a reagire.

Potrei parlare molto a lungo dei problemi che mi rendevano una persona “disagiata”, ma ce ne vorrebbe veramente molto di tempo.

Comunque la storia “termina” quando frequento il primo superiore e arriva per la prima volta il ciclo, quando avevo ormai veramente compreso la mia storia.

Allora non volendo distruggere la situazione familiare, in cui mia madre aveva parecchio bisogno di mio padre, perché poi le dinamiche familiari “complesse” ci sono sempre, decido di prendere tutto e sigillarlo con cura in una stanza del mio cervello, e disintegrare le chiavi, certa che nessuno ci sarebbe mai più entrato, neanche io.

Dal primo superiore allora conduco la mia vita pseudo-serena, cercando di togliermi il terrore di dosso, ma gli incubi non sono mai finiti nella mia testa. Nel cervello avevo troppe cicatrici, ma l’indifferenza era la strada più facile. E fu proprio la strada che intrapresi.

Compiuti 18 anni, cerco l’università tra i posti più lontani da casa. Non è un caso se le uniche opzioni che avevo erano Roma, Bologna e Padova. Scelsi Padova, mettendo una grossa distanza tra me e la mia amata Sicilia. Non sarei tornata molto a casa.

Quindi parto e comincio una nuova vita e riscopro una Mary che non conoscevo. Qualcuno mi dice che sembro più sicura e parecchio meno timida rispetto al primo anno e di questo ne sono parecchio felice.

Stava procedendo tutto molto bene.

Ma la vita è infida e a lei non piace tenere le cose sospese. Tutto torna.

Una sera dell’estate scorsa stavo studiando con i miei amici. Ad un certo punto arriva una chiamata. Mia sorella di 15 anni, Assunta. Niente di insolito. Mi chiama spesso la sera.

“Pronto”, dissi.

Dall’altra parte solo singhiozzi interminabili.

Non era quel pianto da adolescente che litiga con il fidanzatino. Quel pianto io lo conoscevo troppo bene. Mi è bastato un secondo. UNO. Io avevo già capito tutto.

Per me non era così difficile.

Iniziai a fare domande, non avrei chiuso quel telefono fin quando lei non mi diceva la verità. Dovevo tirarglielo fuori. Non potevo lasciarla sola.

Lei continuava a piangere e continuava a ripetere “Mary tu devi solo ripetermi che questa cosa non devo dirla a nessuno. Questa cosa mi ha rovinato la vita. Io mi ammazzo.”

Sono parole che non scordi. Sono attimi di panico. Sento ancora la sua voce assordante nelle orecchie.

Sono stati i 45 minuti della mia vita in cui sono stata la persona più insistente del mondo.

A lei bastò dire “Papà…” e io la fermai.

NON POTEVO PERMETTERMI DI LASCIARLA SOLA.

NON POTEVO NON TENDERLE LA MANO E TIRARLA SU.

Chiusi la chiamata e mi crollò il mondo addosso. Io sono morta dentro in quell’istante.

Ho sentito così tanto male entrarmi da per tutto che non sapevo proprio cosa fare.

Mi ritengo responsabile di un delitto compiuto su di lei. Io l’ho uccisa. Io sono responsabile di tutto quello che le è successo. E non ho scusanti. Sono convinta che lei mi odi (anche se lei dice di no). Io non riesco a vederla negli occhi… Io non so descrivere il male che provo stando davanti a lei.

Comunque Le consigliai di dirlo subito a mamma cercando di darle tutto quel coraggio che forse io non ho mai avuto.

Lei lo fece, senza esitare e ringraziandomi perché “senza di me non l’avrebbe mai fatto”.

Era la sera del 29 luglio quando mia madre prepara la valigia a xxxxx e lui va via di casa.

Volevo sprofondare. Pregavo di non esistere.

Ricordate la stanza che avevo chiuso e buttato nel dimenticatoio?

E’ come se qualcuno l’avesse trovata, avesse sfondato la porta entrandoci di prepotenza, toccando tutto ciò che era mio. Questo qualcuno stava giocando con quello che fino a quel momento era solo MIO. Il mio dolore. Quel male che nessuno può comprendere se non lo vive, che nemmeno io so quantificare.

Mi stava togliendo tutte le forze, a tratti non respiravo e mi faceva male il petto e la gola proprio come quando ero piccola. La stanza è stata aperta e la porta è ancora spalancata e tutti i ricordi stanno tornando, sempre più forti, senza sosta la notte mi tornano in mente, e io rivivo tutto come se fossi li.

Speravo vivamente in mia madre che inizialmente ha dimostrato una forza non indifferente. Solo che adesso lei continua a vederlo, cena con lui e non con mia sorella. Lei parla ancora con lui, chiamandolo “mio marito” (con quale coraggio non riuscirò mai a capirlo). E io dal canto mio, pur consapevole di sbagliare, non riesco a dirle di me. Io continuo a non fidarmi di lei. Io proprio non riesco a vedere in lei un’amica. Lei sta rendendo la situazione ancora più complessa, così complessa che non so nemmeno spiegarla. Ancora una volta per me lei è la seconda abusante in questa storia.

Ma fare la vittima non è mai stato il mio forte.

Riconosco i miei limiti e so che adesso sola non arrivo da nessuna parte.

Ho tutto il mondo contro e non c’è un aspetto della mia vita che stia andando come vorrei. Intorno a me ho il nulla. Vedo tutto morto, tutto arido.

Mi alzo la mattina, con la pesantezza di vivere. La paura sta tornando. La voglia di vederlo morto mi assilla.

Anche se questa vita io non la voglio, io il fondo non voglio più toccarlo. Non voglio tornare a ritenermi una persona stupida e inutile. Non voglio che ritorni la voglia di non voler esistere. Non voglio e non posso permettermelo.

Allora ho deciso di fare un piccolo passo. Mi sono informata con tanta rabbia ed eccomi arrivare a Prometeo.

“Un piccolo passo per Mary, un passo enorme per la situazione.”

Da qui riparto io.

Maria Rosaria, ma per tutti, da oggi, Mary.

Sono nata al Sud…ma non posso restarci per aver detto “no” agli abusi!

sud1
“Sono nata in quel punto dell’Italia nel quale un Dio dai geometrici pensieri ha voluto sbizzarrirsi impastando soavemente colori, odori, sapori che fanno innamorare anche il più burbero degli scettici.
Il Sud Italia è quella parte dello stivale che il mondo intero ci invidia anche per il calore, l’affetto rumoroso e sorridente dei suoi abitanti.. sembra un quadro perfetto, ma la realtà vissuta da chi quel posto lo abita non è così rosea. Io ci sono nata in quel paradiso, ma non ho potuto restarci né posso tornarci; sono in molti a chiedersi il motivo.. non lo spiego mai, non capirebbero…la verità è che mi vergogno perché dovrei dire che a casa mia le brave ragazze subiscono in silenzio, che si tratti delle attenzioni sessuali di un genitore o di maltrattamenti in famiglia… una brava ragazza, se il marito la umilia, denigra e picchia sta zitta per non rovinare la facciata.. una brava ragazza non pronuncia la parola pedofilia, non dice ” ho subìto abusi dal più sporco dei pedofili “, non denuncia, porta con sé il segreto fino a che non morirà per mano dell’indifferenza e dell’omertà. Beh, credo che si sia capito, io non sono una brava ragazza perché ho parlato, ho raccontato, ho chiesto aiuto e, nonostante nessuno abbia voluto credermi o almeno farsi qualche domanda, non sono “pentita”. Ed è proprio per questo che le porte dello Stretto di Messina per me sono chiuse, perché non ho fatto ammenda né chiesto scusa.. Forse un giorno tornerò a calpestare il marciapiede della città che mi ha vista bambina per dire agli ipocriti che non hanno saputo uccidermi, che lo sdegno, il disprezzo dell’innocenza, invece, io ho saputo trasformalo in amore spezzando una catena alla quale molti vogliono rimanere saldamente ancorati… ho vinto perché sono in grado di guardare la parte buona della mia terra e mi commuovo quando per strada sento il mio accento quasi sempre nella voce di persone gentili e sorridenti. Amo ancora il profumo dei limoni e le distese di aranceti che colorano di amaranto la terra…il mare e le voci dei pescatori che tornano a riva col volto arrossato dal sole mentre i bambini corrono felici sulla spiaggia. Amo, ne sono ancora capace, nonostante tutto, perché ho la certezza che la mano di quel Dio fantasioso presto si poserà sulle coscienze di tutti e si parlerà del sud non solo per i suoi colori e i morti ammazzati dalla criminalità, ma anche perché sarà capace di spogliarsi di tutte le brutture nascoste.”

Questa  testimonianza è di una GRANDE anima , in rinascita.
Lei ha vinto. E’ tutto quel mondo che ha perso, non potendo più contare sulla sua presenza…..!

Domani nuovo corso per le forze dell’ordine.

god-domestic-abuseDomani nuovo corso di formazione per le forze dell’ordine, sul tema “Pas e violenza sulle donne”.
Questa a tal riguardo il monologo di una bravissima attrice americana Alice Brine. Che rende bene l’idea di cosa voglia dire “no!”:

<< (Stasera) Ho intenzione di andare a casa con dei ragazzi molto ubriachi conosciuti per caso e rubarmi tutta la loro “merda”. Tutto ciò che possiedono. Non sarà colpa mia dato che erano ubriachi. Avrebbero dovuto saperlo.(…) Quando uno di loro, quello più coraggioso mi porterà in Tribunale, dirò che ”non ero sicura se diceva sul serio quando ha detto ‘NO, non rubare la mia Audi .’ Semplicemente non ero sicura dicesse sul serio. Gli dissi ‘Posso portarmi via il tuo orologio di Gucci ? ‘ E lui mi rispose ‘NO’ , ma non era sicura che lo dicesse sul serio. Insomma, era ubriaco! (…) Avreste dovuto vedere come era vestito al Club , camicie e scarpe costose . Che tipo di messaggio è quello che sta mandando, vestito in quel modo?!? Ho pensato che voleva che venissi, per rubare tutta la sua merda . Me lo stava chiedendo! Quando mi disse ‘NO’ , che non potevo prendere tutto quello che possedeva, io semplicemente non sapevo se lo stesse dicendo sul serio . La sola parola ‘NO’ non è abbastanza oggettiva, potrebbe significare qualsiasi cosa. >>

Domani nuovo gruppo auto aiuto. Fate morire di fame l’abuso!

Domani da noi di Prometeo, in sede nuovo incontro del raduno nazionale “sopravvissuti” alla pedofilia. Tantissimi i nuovi amici che i arriveranno per la prima volta. Tutti con uno zaino pieno di dolore ma anche e soprattutto di sensi di colpa. Chiederemo loro di svuotarlo quello zaino, lasciarlo tutto lì e tornare a casa più leggeri, ma soprattutto più vivi.

L’abuso si è mangiato già abbastanza vita, ora fatelo morire di fame, inedia, incuria….

A domani bella gente <3

associazioen prometeo lotta alla pedofilia

Dalla pagina Facebook di Massimiliano Frassi.
a cura di Blog Staff.

C’è vita dopo l’abuso. Una testimonianza di rinascita.

gruppo auto aiuto vittime pedofilia (2)

 

<< Mio zio,quando avevo 8 anni, ha deciso che le mie vacanze estive e natalizie dai nonni potessero divenire un suo divertimento…usandomi nei modi piu’ beceri possibili…”per fortuna” è durato solo due anni..e da allora è cominciato l’inferno..di me ricordo la tristezza..gli incubi notturni..la voglia di farmi male perché “facevo schifo, non valevo, ero stata io a volervo”..gli anni seguenti credo di non essermi fatta mancare nulla: sono passata dai DCA, in cui vivevo mangiando e vomitando dalle 5 alle 10 volte al giorno fino al momento in cui il latte era l’unica cosa che ingurgitavo in un giorno insieme ad una ginnastica forsennata per consumarlo. Poi ci sono stati gli anni della depressione, in cui il mio unico scopo al mattino era sperare che arrivasse presto la sera..a volte non mi alzavo neanche dal letto..quindi la fase di alternanza di abuso di alcolici e pastiglie per dormire per dimenticare..oltre a pensieri in cui speravo di non svegliarmi piu’..
A cio’ si è aggiunto l’aver avuto una famiglia abusante..non faccio commenti..riporto solo le parole di mia madre dopo la mia “confessione”: “immaginavo che ci fosse qualcosa sotto perché quando ti portava in cantina a prendere il vino, ci mettevate troppo tempo..”..”ho parlato con lui..non voleva farti del male ma ha imitato il vicino di casa che faceva quelle cose con la sorellastra..”..e considerando che sabato parte per andarlo a trovare.. capite che le mie parole sarebbero fiato sprecato…io sono sempre stata sola..DA SOLA HO DOVUTO FAR TUTTO…ho fatto la valigia e sono andata a ricoverarmi in un centro per DCA..ci sono stata per un anno…ho cercato una psicoterapeuta valida che potesse aiutarmi, cambiandone anche alcune fino a trovare quella “giusta” per me…ho trovato mille lavori e preso e lasciato l’università..
Tutto questo per farvi capire che il termine INFERNO è appropriato..e che dietro il sorriso che vedete oggi non c’è un’infanzia ed adolescenza felici..pertanto se da tutto cio’ io ci sono uscita, lo puo’ fare chiunque.. il percorso è faticoso, doloroso..ci sono momenti in cui si puntano i piedi dicendo “preferisco stare male’”..si passa dal sentirsi in colpa al vedersi come vittima fino pero’ al capire che NON PUOI PASSARE TUTTA LA VITA A METTER L’ABUSO AL CENTRO DI OGNI TUA SCELTA, DECISIONE, EMOZIONE VISSUTA..io non sono l’abuso, l’ho subito, ma oggi sono solo altro..
Non dimentico, non perdono, non do significati subliminali all’abuso: si, è una merda..si,darei chissà cosa per non averlo dovuto subire, ma è successo..e si, gli ho regalato anche troppi anni della mia vita..ma oggi IO SCELGO e IO SONO RESPONSABILE DI COME VOGLIO VIVERE..
Ed io ho scelto di stare bene, di amare e di essere amata, di riprendere in mano i miei sogni…e non solo a parole.. >>

 

Storia di una bimba trovata in un cespuglio mentre il cugino la violentava…..

associazione Prometeo Massimiliano Frassi pedofiliaPremessa. I nomi citati sono fittizi. La storia no! Piena solidarietà a questa famiglia. E la speranza che leggendo la storia qua, qualcuno possa ancora fare qualcosa, per salvare la bimba.
Perché pure noi che di storie ne abbiamo sentite a migliaia in questi anni, siamo rimasti davvero senza parole….

Questa è la storia di Martina, trovata all’età di 4 anni ,una notte di Aprile 2008, dietro ad un  cespuglio mentre il cugino sedicenne abusava di lei. Portata insieme al fratellino di 5 anni (anche lui presente)in una casa protetta, aspettò 3 anni per avere anche lei una nuova famiglia che la proteggesse e la crescesse con amore. Da subito capimmo che in lei qualcosa non andava: oltre che il suo lieve ritardo mentale manifestava un forte disagio che le oscurava il suo splendido carattere, una bambina sorridente e solare che all’improvviso diventava cupa e disperata senza riuscire a dare una spiegazione. Un giorno, all’improvviso, mi rivelò un terribile segreto:la nonna materna, con cui viveva, la vendeva a pedofili ! Avvisammo subito i servizi sociali che la seguivano (ci era stata data in affido)senza che prendessero nessuna iniziativa(l’impressione fu che loro erano già a conoscenza dell’accaduto) ed i servizi che seguivano noi nel nostro comune i quali fecero subito partire la denuncia. Ma , purtroppo, il malessere di Martina diventava sempre più evidente e noi non riuscivamo ad arginare la sua rabbia. Viste le nostre difficoltà decisero, freddamente, di toglierci la bambina proponendoci  di riconsegnarla in un parcheggio insieme alle sue cose come un pacchetto qualsiasi. Trovando  noi disumano il modo in cui ci dovevamo separare da lei, ci concessero di accompagnarla nella sede di un centro di aiuto gestito da una psicologa esperta di abusi famosa alle cronache .Ci concessero di poterla vedere di tanto in tanto e lì ci accorgemmo che qualcosa le era successo, cercammo in tutti i modi di riportarla a casa ed una volta riusciti scoprimmo che era , di nuovo, stata vittima di abusi da parte di un adolescente ospite nella casa famiglia . Denunciammo di nuovo ai servizi l’abuso e loro rifiutarono di crederci perché,parole loro, Martina era ritardata e quindi non credibile, però , poco dopo, stranamente il centro chiuse i battenti. Passò un altro anno sempre altalenanti ma mai privi di amore, Martina ormai ci considerava i suoi genitori ci chiamava mamma e papà “veri” mentre gli altri erano i genitori” vecchi” ormai da lei cancellati. Martina ormai ha compiuto 11 anni si è fatta una bella ragazza ma i suoi fantasmi diventano sempre più presenti ,tanto da portarla ad episodi violenti verso amici ed educatori . Saranno proprio questi ultimi a fare la segnalazione ai servizi che ,consultandoci ,ci proporranno un ricovero ospedaliero in una clinica psichiatrica per minori. Durante i due difficili mesi di ricovero, la neuropsichiatra del centro ci comunica che , per il bene di Martina ,non può più rientrare in famiglia ma che per lei la soluzione ideale e quella di vivere in una comunità specializzata in problemi come i suoi, con la promessa , da parte nostra , di non abbandonarla mai continuando a vederla , sentirla ed a portarla a casa nelle festività e nelle ricorrenze, poiché insieme ai farmaci l’affetto famigliare e la miglior terapia. Martina esce dall’ospedale nel dicembre 2014 e viene collocata in una casa famiglia, lì comincia il nostro calvario. Mentre prepariamo i regali sotto l’albero una telefonata ci comunica che Martina non sarebbe venuta a casa per le vacanze di Natale ,proviamo a telefonarle ma ci chiudono il telefono in faccia e non riusciamo più a comunicare con lei. Passano 2 mesi ed i servizi ci chiamano per dirci che Martina è stata allontanata dalla casa famiglia e trasferita in una nuova struttura. Ci concedono di vederla seguendo un programma stabilito a patto che noi convinciamo Martina a comportarsi bene nella nuova struttura, accettiamo ma dopo due incontri ci sospendono le visite e ci impediscono di vederla. Veniamo a sapere che è stata di nuovo ricoverata ma in un altro ospedale ,non ci dicono dove e non ci permettono di andarla a trovare. Viene allontanata anche da questa comunità e portata in un posto a noi sconosciuto. Da qui in poi il silenzio. Non vogliono dirci neanche come sta e dopo la milionesima convocazione ci dicono , con il sorriso sulle labbra, che non vedremo mai più Martina.Oggi , dopo sei mesi, ci chiediamo ancora perché non vogliono più farcela vedere, cosa c’è dietro? Perché le sono stati negati i suoi unici affetti? E perché non è stata rispettato il programma terapeutico dalla neuropsichiatra della clinica(tra l’altro esperta delle patologie in questione) dando credito ad un ultima arrivata che ha riempito la bimba di psicofarmaci come se questi ultimi fossero l’unica strada. Aiutateci a ritrovare Martina per farle di nuovo sentire il nostro amore e perché non si senta abbandonata. La sua ultima frase è stata : mamma se non mi vedi più vienimi a cercare, non farmi fare una brutta vita voi siete la mia famiglia!

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