Archivi per la categoria ‘associazione nazionale vittime abusi’
La storia del bimbo e del pedofilo “di sani principi”.
Conosco “Giovanni” (nome fittizio) da tempo. So che persona meravigliosa sia. So quanta forza abbia. Forse non l’ha ancora capito lui. Ma so anche che è solo questione di tempo, poco credo, e lo vedrò spiccare il volo, magari mano nella mano con “Gioia”. Hanno tutta una vita che li sta aspettando e che non è giusto debba attendere un secondo di più….
Caro Massimiliano, è un po’ di tempo che nella testa mi gira l’idea di scriverti, di raccontarti di me, ma non ho mai avuto il tempo, o meglio la forza di farlo.. ma oggi, forse, è giunto il momento e sono davanti a questa tastiera e monitor a scriverti. Non so quanto volontariamente e quanto per difesa inconscia, per anni ho nascosto, sotterrato in me il passato, fin quasi a pensarlo come in terza persona. Ma per quanto possiamo esser bravi a celare il passato, a non pensarci, esso fa parte di noi ed inevitabilmente, prima o poi, fa capolino quel bimbo ferito e abbandonato dal mondo che bussa alla nostra porta, chiedendoci di prenderlo tra le nostre braccia, tirarlo via da quel cassetto dove l’avevamo lasciato e accompagnarlo nella vita. Io e quel bimbo ci siamo ritrovati circa tre anni fa. Appena venuto al mondo, la vita non fu clemente. Durante il parto mi fratturarono diverse ossa e mi misero nell’incubatrice, non per parto prematuro, ma per un soffio al cuore e perché ero rimasto senza ossigeno per un certo tempo. Non si sapeva se fossi sopravvissuto e in che condizioni.. ma la vita aveva ancora altro in serbo per me. Non so quando tutto ebbe inizio e nemmeno come, so solo che l’abusante, il pedofilo era mio nonno paterno, un rispettabilissimo ammiraglio della Marina Militare, che, come l’ha definito mia madre, era “un uomo di sani principi”. Fortunatamente, ci dividevano circa 400 km e quindi ci si vedeva raramente, eccezion fatta per l’estate, dove trascorrevo almeno una settimana in sua sola compagnia al campeggio nella roulotte. Non so come avvenne la prima volta, probabilmente mi presentò il tutto come un gioco, tant’è che successivamente fui a volte io a far in maniera tale da rimanere solo con lui, dato che “quel gioco” mi piaceva e mi dava piacere. Mi ricordo principalmente i letti della roulotte e il divano nella mia camera, con i vari movimenti, gesti e, ultimamente, a tratti sento ancora il sapore sgradevole del suo membro in bocca. Mi ricordo che una volta ebbi un episodio simile anche con mio fratello, sul suo letto; credo sia stata l’unica volta con lui. Arrivarono i 12 anni che videro mio padre abbandonarmi: aveva un’altra donna e così decise di lasciare la famiglia e disinteressarsi dei figli. Fino a quel momento era stato il mio punto di riferimento, l’unica persona che pensavo mi capisse e con la quale mi confidavo (escludendo l’abuso). Dei suoi atteggiamenti e discorsi, riporto solo una frase che penso esprima completamente tutto: “sono tuo padre dal lunedì al venerdì; il weekend e la sera, che sono con lei, no”. Ero rimasto solo e con il mondo addosso. Me la presi soprattutto con Dio, incolpandolo di tutto, e iniziai a bestemmiarlo pesantemente. La sensazione di inadeguatezza cresceva con i mesi, gli anni e con essa la stanchezza della vita. Pensai di farla finita, sia per il dolore e l’affaticamento di tutto sia per il pensiero che mio padre se ne fosse andato per causa mia, ma qualcosa mi tratteneva, mi bloccava. Gli anni passarono e non so se mio nonno fece leva sulla mia paura di perdere le persone o meno, ma gli abusi non finirono. Crescendo, però, la sensazione di far qualcosa di sporco, di anormale crebbe e dissi, non senza qualche difficoltà, a mio nonno di smetterla. Dopo quelle parole, successe ancora un volta e poi tutto fini. Avevo, credo, 17 anni ed in me non c’era la minima traccia di gioia della vita, anzi.. Per sentirmi “utile” iniziai a donare il sangue, almeno il mio vivere sarebbe servito a qualcuno. Dopo la morte di Giovanni Paolo II, mi riavvicinai al Signore, comprendendo che non potevo attribuire a Lui colpe di persone meschine, ignoranti e cattive. Negli anni successivi, persi una persona a me molto cara e ciò contribuì a far aumentare in me il senso di solitudine. Grazie a Dio, però, conobbi in chiesa una ragazza, “Gioia” con la quale condividevo un medesimo passato. Fu lei ad aprirsi per prima. Fino allora, la vita mi aveva insegnato che non valevo niente, che non meritavo niente, che dovevo esser forte, non per me, ma per gli altri. Per la prima volta, esisteva qualcuno, cui interessava come stavo veramente. Con i mesi, le raccontai del mio passato: fu la prima persona. Dopo un po’ di tempo, fu organizzato un incontro con Prometeo, associazione di cui lei mi aveva parlato. Decisi di scriverti per chiederti la possibilità di partecipare. Non sapevo cosa aspettarmi, ma fu emozionante e mi diede tanti spunti su cui riflettere, oltre che darmi tanta forza. Sull’onda di quell’incontro, presi coraggio e, non senza paura e vergogna, raccontai del mio passato al mio migliore amico: lo lasciai senza parole e, anche se non ne abbiamo più parlato, penso che lo scioccai profondamente, ma si comportò benissimo. Parlai poi con mio padre per comprendere, almeno vagamente, perché se n’era andato e si era comportato in quella maniera: scoprii che fu per paura di perdere quella donna, del resto io ero “solo” il figlio. Infine parlai anche con mio fratello, per chiedergli di nostro nonno, anche se non ebbi la forza di domandargli di quella volta tra noi. Mi confermò i sospetti che nostro nonno non avesse risparmiato nemmeno lui, ma del resto, sue testuali parole “lui era fatto così e poi bastava dirgli di no”. Queste parole mi riecheggiano ancora in testa e, soprattutto all’inizio, mi hanno fatto sentire ancora più sporco, complice, una puttana incapace di dire basta. Quasi un anno fa decisi di intraprendere un percorso con una psicoterapeuta, per scavare e comprendere meglio gli strascichi e le ferite causatemi dall’abuso e dai vari traumi, in primis dall’abbandono di mio padre. Ero convinto che il trauma maggiore fosse quello proveniente da mio padre e non tanto dall’abuso; quello c’era stato, ma un po’ perché vissuto come un gioco, un po’ perché era una “cosa a sé”, pensavo non avesse influenzato il mio essere: ma mi sbagliavo. Come il miglior regista, quando pensi di aver compreso bene quello che è successo, fa accadere l’inaspettato che ti porta a dover riscrivere e rivalutare tutto, così la vita fece con me durante una tua conferenza. Fu una conferenza “normale”, nella quale parlasti dei tratti comuni dei pedofili e degli abusati, o, come vengono definiti in Prometeo, dei “sopravvissuti”. Per me fu come vedere il castello, che mi ero costruito con tanta fatica e dolore, letteralmente sgretolarsi e pormi domande nuove e veder tutto sotto un’altra luce. Se da un lato potevo “giustificare” mio fratello, dato che a volte gli abusati, per attirare l’attenzione e chiedere aiuto, assumono comportamenti del pedofilo, dall’altra parte sorgevano domande inquietanti che mi portavano a dover rivedere l’idea che avevo del mio passato. Dopo un abuso, un bambino esprime le sue ferite tramite atteggiamenti “nuovi”, magari dal bimbo vivace che era, diventa il più tranquillo del mondo. Io questo cambiamento non l’ho mai avuto, ma fin da piccolo ho mostrato segnali di autolesionismo, come tirare le testate al pavimento, e fino all’età di 4 anni non ho parlato. Queste considerazioni mi hanno portato a riflettere che forse gli abusi non iniziarono a una certa età, come pensavo, ma da neonato, o quasi, e che quei miei comportamenti non fossero conseguenze della nascita traumatica, come supposto da tutti, ma solo richieste di aiuto non comprese. Alla luce di questo, l’abbandono di mio padre fu così tremendo, non solo in quanto padre, ma anche perché senza di lui non avevo più un’ancora di salvezza ed ero in completa balia del nonno. Oltre ad aprire gli occhi sul passato, la conferenza mi fece accorgere di comportamenti del presente: l’assenza di un obiettivo, di un sogno e il vivere in maniera apatica e indifferente quello che mi accadeva era come un lento e vile suicidio. Oggi.. mi piacerebbe scriverti che ho superato tutto, che finalmente ne sono fuori, che sto bene o almeno che vedo la luce in fondo al tunnel, ma mentirei. Oggi la sensazione di stanchezza e inadeguatezza è sempre più forte, anche a causa dell’assenza di un lavoro che non mi fa vedere e sperare in un futuro. La solitudine che ho dentro è come un buco nero che pian piano cresce e divora tutto. Al confronto del mio pessimismo, quello leopardiano sembrerebbe appartenere a Tonino Guerra. Ho paura a sognare, quasi fuggo dai sogni, perché inevitabilmente li vedo infrangersi. Come ti dissi dopo la conferenza, mi sento come una nave in mezzo al mare in balia della tempesta, senza un porto di partenza e, tanto meno, un porto di arrivo; tutt’intorno a me è acqua e solamente acqua. Nonostante tutto questo turbinio di sensazioni avvilenti e di emozioni affliggenti e non molto confortanti, c’è una grossa differenza rispetto a prima: ora ho una consapevolezza e, quindi, la possibilità di scegliere. Posso restare fermo nel mio stagno, continuando a nascondere me e il mio passato, facendomi trascinare da un futuro ignoto, in balia delle onde e degli avvenimenti, o afferrar per mano quel bimbo solo e abbandonato e salpare nel mare della vita. Ho scelto la seconda. Sento già ora che sarà dura, difficile, che i momenti di abbattimento e fallimento non mancheranno, che la destinazione è sconosciuta e magari affonderò, ma ho il dovere di provarci, se non per me, per quel bimbo cui hanno rubato l’infanzia e i sogni, quel bimbo che sogna l’isola che non c’è. Voglio anche provarci per scoprire qual è il piano di Dio nella mia vita, anche ascoltando l’esortazione di papa Wojtyla con queste parole: “Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”. Ringrazio te e tutta Prometeo per tutto quello che fate ogni giorno per i “nostri” bambini. C’è bisogno di gente come voi al mondo, per migliorare il mondo. Un abbraccio, “Giovanni”
Non provate ad arginare il dolore!
Davanti al dolore commettiamo un errore…umanissimo e comprensibile, ma pur sempre un errore…proviamo a costruire pareti che ce lo tengano distante, illudendoci che lui se ne va…invece da quelle pareti sembra trarne ancora più forza…e dato che non molla, fa se possibile ancora più male….
Lasciamolo entrare allora…che ci investa pure…quando non avrà più nulla da fare se ne andrà e noi, feriti ma vivi, sapremo come ripartire….
Fidatevi, è così….
“Sono una bambina pocodibuono”….la storia di Simona.
“Sono una bambina pocodibuono”….la storia di Simona.
Domenica avremo il nuovo incontro col coordinamento nazionale vittime pedofilia, progetto che come sempre dico è il fiore all’occhiello per la Prometeo, poiché da lì sono ripartite tantissime vite.
Tante, tantissime però quelle che stanno là fuori…ancorate al palo…ferme sotto una cappa di dolore, senso di colpa, vergogna….ree di aver subito abusi….eppure se solo capissero quanta meraviglia c’è nei loro cuori…quanto bella è la vita che le aspetta.
“Simona” è una di loro….ho lasciato la lettera integra (malgrado alcuni dettagli che spesso ometto)…leggetela, fatela circolare, e soprattutto al di là del mero racconto, raccogliete tutta la sua sofferenza…ma anche quel desiderio di riscatto che pe rora è un lumicino, sotto alla cenere, ma che sono certo diventerà un incendio….si chiama vita, non facciamola più attendere.
Grazie “Simona”, sei grande, immensa, solo che ancora non lo sai….
Ciao Max,
non so xchè ho deciso di scrivere proprio a te….
Sono arrivata al tuo blog cercando di alleggerire un po’ i sensi di colpa,
pensando che magari leggendo altre esperienze avrei trovato dei punti comuni che mi avrebbero aiutata.
Ho letto decine di esperienze, storie di BAMBINI (3-4-7-9 anni) stupri e
violenze, ho letto del loro terrore, del dolore e dei traumi subiti, dell’odio
che provavano nei confronti dei loro orchi, dell’infanzia rubata e mi sono
chiesta con che diritto mi permettevo di accomunare la mia alla loro storia.
Piccole vittime dell’orrore, che non hanno avuto scelta.
E’ proprio dalla scelta che inizio la mia storia, quella che ho fatto e che mi
porterò sul cuore come un macigno per il resto della vita.
Una vita perfetta. Ho raggiunto tutti i miei obiettivi, realizzato i miei
sogni…. laureata, specializzata, sposata, madre di due figli….ma
all’improvviso compare un dolore… li dov’era riposta una strana storia, li
dov’era chiusa una relazione fuori dagli schemi ma pur sempre una relazione, in un cassetto in fondo all’anima.
La prima volta che l’ho definita molestia è stato solo per paura, paura di
essere giudicata una bocodibuono,o forse per essere, almeno per una volta, trattata come una vittima…. pur non sentendomi tale.
Dopo 25 anni sono ritornati lentamente, come dei piccoli tasselli, episodi,
immagini, scene, odori….sapori!
12 anni…quasi donna, non certo una bambina.
Uno zio, quasi quarantenne, i primi contatti. Ero curiosa, forse un po’
spaventata da quelle mani, ma curiosa. Un rientro in città, dal mare, solo noi due, delle riviste “segrete”….
Non ricordo come, ma mi vedo nuda, addossata al muro del corridoio di casa sua, lui che si spinge contro di me, non dico nulla, non scappo…. ricordo la luce del sole che veniva dalla porta del bagno….e poi il letto, forse delle mani che guidano le mie tra le sue gambe, ero una donna, lo diceva lui ed io ne ero certa… lo fanno tutti… ma bisogna mantenere il segreto.
Ero felice di sentirmi adulta, ero felice che qualcuno mi trattasse così. Era
tutto un po’ strano…ma forse per gli adulti le cose vanno così.
Qualche sera dopo, si va a comprare i gelati…solo noi, senza i suoi figli…
più lontano del solito… accosta su di uno stradone isolato…..ricordo la
luce del lampione, l’aria fresca di una serata di luglio…. e la sua voce che
dice di fare come con il “calippo”…ma “Fai attenzione, se senti qualcosa in bocca non ingoiare”… lo ripete due volte e poi mi spinge la testa verso di lui, la mano sulla nuca,le cuciture dei sediolini, la luce della notte…
nessun’altra immagine, nessuna sensazione, solo la nausea… i conati…ma non devo vomitare… non posso. E poi….sputo fuori dal finestrino, ancora conati, un sapore amaro che rifiuterò per il resto della vita, Sputo pensando che se non l’avessi fatto forse sarei rimasta incinta, ma troppo vicino allo
sportello. Si arrabbia, devo vedere se ho sporcato la macchina, sono proprio una stupida.
Ma non importa… lui mi ama ed io lo amo. E poi dice che sono io che gli
faccio perdere la testa, con nessun’altra è così, e che mia zia starebbe
malissimo se si scoprisse, di certe cose non si parla.
Quanto altro c’é da raccontare, quanti altri incontri, quante altre volte mi
sono venduta per sentirmi adulta non sto qui a raccontare.
Ricordo bene però tutte le volte che, facendomi vedere le sue riviste, mi
chiedeva di scegliere ed io sceglievo quelli che oggi definirei rapporti
completi, ma che allora mi sembravano solo il mezzo per non fare ciò che non mi piaceva. Ma non si poteva. E così qualunque gioco, piacevole (e mi vergogno ancora oggi a definirlo tale) finiva poi nello stesso modo.
Negli ultimi tempi mi sono data della puttana decine di volte per quelle
scelte, per i no non detti, per il piacere che provavo con le sue carezze.
Ho scritto tutto in un racconto…tutto ciò che ricordo, e la persona che lo
ha letto dice che ho usato spesso la parola paura, ma non la ricordo…. Non
riesco a ricordarla se non l’ultima volta mentre scendevo le scale verso la
cantina come un condannato a morte, consapevole di ciò che mi aspettava, ma ancora una volta non dissi di no, e così mi ritrovai in ginocchio dinanzi a lui, ed ancora una volta ricordo solo la porta semichiusa di quella cantina, la paura di essere scoperti, l’umidità e la semioscurità….la rassegnazione.
Quanti mesi o quanti anni erano trascorsi non so dirlo esattamente, so che ad un certo punto gli ho detto che non volevo più, che ero fidanzata (non so se lo fossi davvero). Ero spaventata, non sapevo come l’avrebbe presa… mi fece promettere che appena “l’avessi fatto” con qualcun’altro l’avrei dovuto fare anche con lui, mi chiese di giurarlo ed io lo giurai, ma sapevo che non lo avrei fatto proprio con nessuno.
Smise…. oggi penso che avrei semplicemente potuto chiederglielo prima, ma non sono mai riuscita a fare la scelta giusta, non gli ho mai detto di no, non era una violenza solo una stupida cazzo di relazione. Ma allora perchè sento questo sasso sul cuore? Forse perchè vorrei semplicemente smettere di sentirmi così sbagliata, così sporca, così puttana.
Vorrei sentirmi per una volta la vittima e pulirmi questa maledetta coscienza che non mi da pace….ma non si può, gli errori si pagano, ed io ne porterò il peso per sempre.
Qualche volta analizzo tutto razionalmente, vedo una verità a me sconosciuta, ma non riesco a crederci fino in fondo. Ad un passo dalla “luce”, torno indietro… forse é giusto che questo dolore resti li dov’é.
Non so se leggerai questa mail, non so se mi servirà ad uscire da tutto
questo, non so se un giorno leggerò la mia storia e mi sembrerà così simile a quella degli altri, ma almeno ci ho provato. Grazie,
“Simona”
C’è la vita, dopo il tunnel dell’abuso sessuale.
Siamo già al lavoro per la prossima riunione del nostro coordinamento nazionale. L’unica vera risposta. La parte più bella, e impegnativa, del nostro lavoro. Quella che conta di più, visti i risultati. Lontani dai riflettori e per questo ancora più veri.
Questa la storia di una famiglia come tante. La vostra. Che ce l’ha fatta. Perché cambiare si può e nessun dolore è per sempre.
“Quando vedo alla tv le immagini di Sarah Scazzi non posso che tornare con la mente al giorno in cui le nostre vite sono cambiate per sempre. Non c’è nessuna connessione tra le nostre storie, ovviamente, eppure qualcosa mi lega al suo dolce viso.
Stavo facendo colazione quel mattino, con calma, la colazione è sempre stata il mio pasto preferito.
Anna era già a scuola, il fratellino di un anno dormiva beato nel lettino. Da un po’ qualcosa ci tormentava. Nostra figlia da un mesetto era inquieta, arrabbiata, non dormiva più, era diventata sonnambula, picchiava il fratellino e la mamma, era davvero incazzata con il mondo intero. Io e suo padre ci continuavamo a interrogare sul suo malessere, perché? Cosa non andava nella sua vita? Cosa ci sfuggiva? Cosa non riuscivamo a capire?
Al telegiornale quella notizia, il ritrovamento del corpo di Sarah, le lacrime che iniziano a scendere e dentro di me una voce che mi dice “vai a leggere quel diario”. Anna da un po’ di giorni scriveva un diario, lo chiudeva a chiave, ma non lo nascondeva, anzi lo lasciava in bella mostra in vari punti della casa, minacciandomi però con il ditino puntato “guai a te se lo leggi mamma”. Poi ho capito che era un “ti prego leggilo mamma”. La corsa in camera sua, la chiave trovata con molta facilità, il diario che si apre su quelle due pagine. Le uniche due di tutto il diario, oltre ad una pagina di cuoricini. Quello che ho letto è marchiato a fuoco nella mia memoria, non ci sarà passare del tempo che cancellerà quelle parole,non vanno via dalla mente, sono lì, come una filastrocca dell’orrore imparata a memoria.
Quello è stato l’inizio dell’incubo. Un tunnel senza uscita (apparente) nel quale siamo stati catapultati da un giorno all’altro, nel bel mezzo di una vita serena, semplice, come quella di moltissime famiglie, che iscrivono la loro bambina all’oratorio, d’estate, perché l’oratorio sembra il posto più tranquillo e protetto del mondo. Starà con le sue amichette, faranno tanti giochi, conoscerà nuove persone…chi mai potrebbe farle del male proprio lì, nella casa di Dio? Nella nostra testa non esisteva nemmeno questo pensiero.
Quel nome su quel diario, e la mente che ritorna subito ai racconti di Anna. Il primo giorno di attività in parrocchia “Sai mamma, ho conosciuto Roberto, ha detto che quando sarò grande mi sposa”.
Con la mente via a ripercorrere un’intera settimana, e di colpo intuire tutto. In un lampo. Avrei potuto capire prima? Oggi posso rispondere “NO, non avrei potuto”. Ma quel giorno ebbe inizio ufficialmente l’olimpiade dei sensi di colpa. Uno dei mali peggiori per una mamma. Un male che mi divorava dentro e non mi lasciava respirare. Un male che per mesi ha lavorato e lavorato in silenzio, fino a non farmi nemmeno accorgere della sofferenza di mio marito, che era uguale alla mia, ma io non lo capivo, anzi non lo vedevo proprio.
Quel pomeriggio mi ricavai del tempo da sola con la mia bimba, parlammo della scuola, delle amicizie, e poi, senza sapere come, riuscii a farla parlare. Si aprì con me. Fu solo l’inizio certo, i racconti proseguirono, dolorosi, a lungo. Ma iniziarono allora.
Quello che è successo da quel giorno è stato delirante. Nessuno ci ha dato una mano. Medici, psicologhe, neuropsichiatre infantili, avvocati, forze dell’ordine, assessori e sindaci, nessuna mano tesa. Anzi, siamo finiti io e mio marito PER MESI tartassati da incontri continui con psichiatre, che invece di vedere la bambina, continuavano a periziare noi. A distanza di quasi tre mesi dall’abuso di mia figlia finalmente qualcuno si degnò di parlare con lei, ma lo fece semplicemente per sapere se “hai tanti amici maschi” o se “sai fare l’occhiolino?”. E mentre noi chiedevamo aiuto, perché nostra figlia di notte sbatteva la testa contro il muro, diceva di voler morire e si lavava in continuazione le parti intime con l’acqua bollente, qualcuno ci disse che quella era “masturbazione”. “non lo sa signora che i bambini iniziano presto a masturbarsi? Già a tre anni ai bambini viene il pisellino duro, e quando fanno cavallino sulle gambe della mamma, non è un gioco, lo fanno per provare piacere sessuale”.
Ho il vomito a ripensare a queste frasi, ma anche queste, sono impresse lì nella mente e non se ne vanno. Quanto può sopportare il cuore di un genitore?
La solitudine. Questo ricordo di quel periodo. Terribile. Due genitori soli con i loro bambini, il loro dolore, incapaci l’uno di dire all’altra quanto soffriva e viceversa. Ci trascinavamo e i giorni passavano, gli eventi ci travolgevano, più grandi di noi, nostra figlia stava male, non sapevamo come uscirne, come aiutarla, la vita ci passava davanti come un treno che non si ferma perché tu sei in ritardo.
Poi qualcuno ci fece il nome di Massimiliano Frassi. L’ultima speranza in quel tunnel senza uscita, eravamo già all’inferno, poteva andare peggio? Tanto valeva provare.
Una mail, una risposta immediata, una telefonata, cazzo sembrava proprio una voce amica “signor Frassi…” “dammi pure del tu”…. Pochi giorni dopo in macchina, verso Bergamo, nevicava quel giorno. Un uomo con una felpa nera con la scritta Prometeo….allora era quello Massimiliano Frassi? “ve la sentite di raccontarmi la vostra storia, come se non l’aveste mai raccontata?” Certo, non si sa mai che questa è la volta in cui di fronte abbiamo qualcuno che non ci dice che i bimbi sono tutti “seduttivi”.
Non ce lo disse. No. Ci disse “tranquilli, ci siamo noi adesso”.
Sono passati due anni da quell’incontro. Prometeo ora fa parte della nostra vita quotidiana. Crediamo in Prometeo e vogliamo credere che le cose prima o poi cambieranno. Per tutti i bimbi del mondo. Perché hanno il diritto di essere creduti e difesi.
A distanza di due anni e mezzo dall’abuso nostra figlia sta subendo una perizia psichiatrica da parte del tribunale dei minori. Non ci sono moltissime speranze che si apra un processo. Poco importa. Non sarà quella la nostra giustizia. La giustizia è oggi il sorriso di nostra figlia. La sua serenità. Il coraggio con cui affronta tutto questo. La confidenza con cui si apre a noi. La fiducia nei nostri confronti. L’amore. E’ proprio vero, l’amore vince su tutto. Questa è l’unica nostra vittoria. Ma è la più grande. Noi quattro insieme possiamo affrontare tutto.
Un dolore simile ti fa mettere in discussione tutta la tua vita. Io e mio marito da quel giorno entrammo in crisi. Il dolore ti annebbia la vista e il cuore. Non riesci a gestirlo ed è tutto talmente più grande di te che non sai da che parte devi andare. Abbiamo rielaborato anche dolori nostri personali, della nostra infanzia, rimettendo così a posto tanti tasselli nei puzzle delle nostre vite. Dopo 13 anni mio marito un giorno mi ha raccontato di essere stato abusato da piccolo. Si è fidato di me. E poi l’ha raccontato a sua figlia. Vedere il loro abbraccio, le loro lacrime…eh sì, ci sono anche immagini belle tatuate per sempre nel mio cuore!
Oggi io e mio marito ci amiamo. Molto più di 13 anni fa. Ogni sera ci prendiamo per mano e ci diamo la buonanotte. Non abbiamo sensi di colpa. Non più. Abbiamo fatto l’unica cosa che potevamo fare: credere a nostra figlia. Difenderla. Proteggerla.
Lei ha insegnato a noi a non avere paura. Mai.
Prometeo ci ha insegnato che “nessun dolore è per sempre”. Che si può, anzi si DEVE tornare alla vita.
Mia figlia l’altro giorno era incazzata per la perizia psichiatrica. “non è giusto che io deve vedere tutte queste psicologhe, e lui? Lui le vede invece?” “Mamma, è come rientrare di nuovo in quel tunnel”. E’ vero, ma poi da quel tunnel si esce. E Anna lo sa.
La strada che ogni mese ci porta a Bergamo alle riunioni del Coordinamento Vittime Pedofilia è piena di gallerie. Io ho paura delle gallerie. Tutte le volte trattengo il fiato. Ce n’è una lunghissima, sembra non finire mai. Poi di colpo vedo la luce in fondo. Tutti gridano “dai mamma è quasi finita, tranquilla!”. E poi improvviso ecco il sole!
Così è anche la vita. Ci saranno ancora gallerie. Ma alla fine di ognuna c’è il sole. E se le percorri con a fianco le persone che ami fanno meno paura. Se poi pensi che la strada ti porterà “verso casa” il respiro lo trattieni più volentieri.
C’è la vita dopo il tunnel, e ne vale sempre la pena.
Lettera aperta al proprio compagno, vittima da piccolo di abusi.
Non sono solo parole le mie. Sono testimonianze di ciò che voi ogni giorno, onorandomi, mi donate: testimonianze concrete, di vita. Rinascita. Coraggio. Resilienza. Futuro. Siete davvero un grande esempio.
Quella che segue è una lettera meravigliosa, dedicata da una donna al proprio compagno, che da piccolo è stato vittima di abusi. Dimostra che il bene vince davvero sul male, che nessun dolore è eterno, che ci si può (deve) aprire all’amore. E vincere.
Parole più belle non le poteva scrivere. E le rigiro a voi tutti augurandovi di avere già o di trovare presto, qualcuno che vi prenda la mano e decida di fare un po’ di strada con voi.
<< Mio caro amico, compagno, uomo, amante, futuro marito, ci ho pensato tanto se scrivere queste parole, se scriverle qui.
Ma poi ho pensato che forse, se riuscirò a farlo con la delicatezza che mi hai insegnato, potremo dare un messaggio di speranza a qualcuno.
Tu sei uno di quegli angeli innocenti a cui un giorno un mostro ha cercato di spezzare le ali.
Eri un bambino bellissimo.
Quando guardo le tue foto da bambino vorrei attraversare lo spazio e il tempo per fermarlo, proteggerti, abbracciarti. Non posso farlo ma posso abbracciarti ora. Quando in silenzio, la notte, dopo un incubo, una lacrima scende e non ci sono parole. Per spiegare che nonostante tu sia diventato un uomo forte, coraggioso, intelligente, certe volte l’ombra torna a sporcare i pensieri. L’ombra del mostro che quel giorno si è portato via la spensieratezza, l’infanzia… troppo presto bambino mio! Mi viene in mente la foto di te che sorridi su un’altalena mentre tuo padre la spinge, e poi le foto spente di uno sguardo come ferito.
Il mostro che ti ha ferito, usandoti per il suo schifoso, raccapricciante, perverso, malato piacere, ti ha tolto molte cose in un solo momento: la fiducia nei grandi, l’infanzia, la possibilità di capire, di raccontare. E, come spesso accade, tu, piccolino, ti sei fatto carico non solo del tuo dolore, ma anche di prevenire quello degli altri, proteggendo la tua famiglia da un dolore che pensavi troppo grande per loro. Figuriamoci per te!
Sono contenta tu abbia trovato sulla tua strada persone che hanno saputo aiutarti, raccogliere un po’ del tuo dolore. Sono contenta tu sia l’uomo che amo. Che tu sia andato avanti, abbia deciso di viverla questa vita e scoprire le cose belle che ha in riserbo per te. Io per te ci sarò sempre. Tu sei l’esempio che è possibile non darla vinta a questi mostri che si prendono tutto. Lui di te non riuscirà mai a prendersi la forza, la pulizia del tuo animo, l’amore.
Io prendo te… la tua forza ma anche le tue ferite, con me, su me, dentro me, per sempre.
Ci sarà anche per voi, se scegliete di andare avanti, ne sono certa, qualcuno che vi amerà in modo pulito e sincero.
Un abbraccio >>
Grace
La lettera di Fiore alla madre.
La lettera di Fiore alla madre.
Oggi pubblico una lettera di un’amica, che viene al nostro gruppo di auto aiuto (facendo progressi a dir poco miracolosi in tempi strettissimi). E’ una ragazza straniera che ha messo qualche migliaio di chilometri tra lei e un ambiente che non l’ha capita, ma soprattutto protetta: dall’abusante. Noto a tutti come pedofilo in quanto recidivo ed a tutt’oggi libero.
La lettera è per la madre….e vi troverete ancora una voltala prova di quanto da soli i nostri bimbi riescano ad affrontare….affinchè sia da monito a chi magari oggi ha in casa un bimbo con gli stessi problemi….
Grazie Andrea, sei davvero grande!
Mia cara madre,
so che per molte volte vi siete chiesti cosa accade ultimamente. Faccio veramente un grande sforzo per risponderti ogni volta che mi scrivi perché mi fa male, mi fa male non poter più esserti complice come prima. Si può anche capire che la mia vita è cambiata in meglio, che finalmente ho ricominciato a sorridere, che finalmente mi godo la mia vita dopo un periodo molto buio. Ci sono molte cose che non conosci, cose che magari tu non hai vissuto con me direttamente e cose che non li scrivo adesso solo per farti sentire colpevole, ma solo perché volevo proteggerti. Proteggerti dal dolore, da tutto ciò che potrebbe farti mai del male, perché ti amo molto.
Magari ti chiedi perché proprio adesso? Perché non in un momento diverso?
E ‘semplice .. Perché solo adesso riesco farlo e solo adesso capisco che non è niente di cui ti devo proteggere. Forse perché fino ad ora non sono mai stata in grado di buttar fuori tutto ciò che era in me …e perché non sono mai riuscita farvi capire a te e a papà tutto il dolore che era in me. Ora ho capito finalmente che tutta questa sofferenza deve finire.
Quando sei stata qui a Roma, è stato un incubo per me. Non perché tu fossi qui, ma dovevo tenere tutta questa realtà nascosta, questa realtà che tu non la conosci. Per quanto mi riguarda ho trovato la serenità qui, in questo paese, mi sono sentita finalmente libera, libera di tirar fuori tutti i mostri, per liberarli e per distruggerli. Quelli mostri che mi hanno distrutto la mia infanzia, hanno distrutto l’adolescenza e che mi hanno affrettato la maturità. Alcuni dicono che il tempo sana tutte le ferite. Io non sono d’accordo. Le ferite rimangono. Col tempo, la mente, per proteggere se stessa, le cicatrizza, e il dolore diminuisce, ma non se ne vanno mai. C’è stato nella mia vita quel giorno “benedetto” che è venuto dopo molti giorni “miserabili”, dopo tutto il fango e il sale, ho potuto uscire dal freddo e dal gelo e dopo molti giorni è arrivato, anche se raro il sorriso tra le lacrime … Quel sorriso, che c’è adesso sul mio viso…è vero, è puro ed è di vera felicità…ma per capire a che cosa mi riferisco userò una favola…
Mi spiego meglio. Userò una storia, la storia di una ragazza che ha combattuto da sola, come Don Quixote con i mulini a vento. Una bella ragazza con grandi ciglia nere, che amava giocare con le sue mille bambole, una più bella dell’altra…una bimba che amava giocare da sola e sentirsi libera di inventarsi il suo mondo pieno di fate, di re e regine, di unicorni e di stelline. Era una ragazza timida la nostra principessa, almeno è cosi che me la ricordo … Oh, questa bimba come ci credeva nell’amore…Eh si, si…a quel tempo ancora credeva nell’amore, credeva ancora nelle favole, credeva in Cenerentola continuando a pensare che si trasformerà in una principessa e in Bianca Neve e nella sua storia, accompagnata dal suono dell’ago dei giradischi, una volta che incontrava il suo principe … anche se, anche Bianca Neve ha dovuto combattere con la sua strega malvagia. Era una bambina felice che viveva per i giorni di domenica, quando usciva dalla vasca da bagno con l’odore di torta che adorava cosi tanto, quando sapeva che la mamma avrebbe tenuto da parte il bordo della torta, quello più croccante che si taglia ma che è cosi buono mangiato con il latte fresco…o i momenti in cui papà gli chiedeva di farli un massaggio, il che significava che la principessa saliva sula sua schiena a camminare con i suoi piedini piccolini… e rideva, rideva con tanta gioia quando la mamma gli faceva il solletico.
La storia comincia quando la principessa aveva pochi anni, attorno a 5-6 anni. Viveva in un quartiere piccolino dove tutti si conoscevano come in una grande famiglia. La nostra bimba amava la Bianca Neve, si sognava quando era grande cosi come lei…una grande principessa, che incontrerà il suo principe e vivrà felice fino alla fine dei suoi giorni. Poco ne sapeva, che nella storia della principessa, doveva esistere anche il dolore per poter arrivare a quella felicità, e presto non rimarrà una storia, ma la realtà e il male lo sentirà sulla sua pelle. Era già grandicella a quest’età e cominciava a svilupparsi. Come tutte le bambine, non faceva sempre la brava a volte non ci voleva proprio sapere di andare all’asilo, e in quel giorno era cosi…voleva la mamma in quel giorno, solo la mamma, voleva essere coccolata. Ma la mamma non poteva stare con lei…doveva andare a lavorare … così fu trovato un compromesso …poteva rimanere a casa ma doveva restare sotto l’osservazione di qualcuno, quel qualcuno con cui rimaneva spesso e in cui la madre metteva tanta fiducia e la bambina amava questo uomo, era come il suo secondo padre, un amico.
Era una persona affascinante, aveva la casa piena di casette colorate, di musica, e la nostra bambina amava la musica, amava i suoni, e l’emozione strana che davano i suoni.
In quel giorno, però tutto sarebbe cambiato…quel qualcuno cambierà tutta la vita della nostra eroina. Poco ne sapeva la mamma che l’amico di sempre si sarebbe trasformato, una volta chiusa la porta, in un mostro, un mostro brutto che ferirà, da quel maledetto giorno, la nostra piccola Bianca Neve.
Ha iniziato in quel giorno, un giorno freddo e piovoso. Non poteva andare fuori a giocare, quindi doveva stare in casa con lui, in quel mondo pieno di colori che a lei piaceva tanto. Era strano in quel giorno il suo amico. La guardava strano e non capiva perché. Egli la mise sul letto accanto a lui, li voleva mostrare belle immagini gli disse, immagini di persone grandi, quelle che solo i adulti li possono guardare è che cominciando da quel momento doveva essere un grande segreto che solo loro due possono sapere. La principessa aveva paura guardarle, ma lui li diceva che non deve avere paura, se il segreto rimane tra di loro, nessuno potrebbe dire niente … e prendendola in braccia le feci vedere tutti quei uomini e donne che si baciavano, che si toccavano, che si baciavano laggiù, facevano cose strane … non voleva più guardarle ma il mago cattivo non la lasciava più dalle sue braccia e se si sarebbe liberata in qualche modo il mago avrebbe urlato a lei. Lei ha paura delle persone che urlano, non gli piace la violenza, non li piace quando mamma e papà litigano, quando si fanno del male…E se anche lui li farebbe del male? No, no è meglio fare la brava…magari così non gli fa niente. Però non è stato cosi, ha cominciato a toccarla, e a toglierli il bel abitino che aveva messo in quel giorno…gli diceva “dai, adesso stai con me in letto, sotto il piumino perché ho freddo. E puoi ti faccio toccare qualcosa di morbido…vedrai che bello.” Aveva paura ma ha accettato perché lei amava tanto il suo amico…però quel che seguirà, sarebbe stato il suo modo di amarla…un modo nuovo di amare. Quel giorno, tutto si è fermato là…ma nei prossimo giorni, mesi, anni ha continuato così. Le chiese di promettere di non dire niente a nessuno, perché se i grandi avrebbero saputo del loro segreto lei sarebbe stata punita e avrebbero detto che lei è una ragazza cattiva, che è una ragazza che non sa come mantenere i segreti e che gli altri non potranno mai capire quanto lui ama lei.
Potrei finire la mia storia qui … se fosse qui la fine … ma purtroppo era solo l’inizio …
CONTINUA. DOMANI LA SECONDA PARTE.
Canzone per Lilly.
Sabato si è tenuto a Bergamo un nuovo incontro del nostro coordinamento nazionale vittime pedofilia.
Incontri così dovrebbero essere tenuti in diretta tv…giusto per permettere al mondo di SAPERE.
Ma soprattutto di sedersi ed ascoltare la migliore lezione di vita del mondo.
Sulla mia scrivania stamani ho due foto. Ingiallite dal tempo e stropicciate. In una c’è una bimba. Sorride.
E’ bellissima e serena. Facile riconoscere in lei lo stesso sorriso di quella bimba, oggi cresciuta, che sabato era seduta al mio fianco. Un esempio di resilienza, forza, coraggio, intelligenza ed una vita a cui dovrebbe essere dedicato un libro.
La seconda foto fu scattata invece al matrimonio dei suoi genitori. Ci sono loro due e un’altra coppia. L’uomo alla sinistra della foto è il testimone di nozze, nonché suo abusante. Un uomo (brutto) distinto, elegante, alto, altissimo se visto poi con gli occhi di una bimba.
Due foto per riassumere un’esistenza intera. E una morale:
per quanto dolore abbia portato il predatore, quella bimba ha vinto ed il suo sorriso è rimasto lo stesso, di questa fotografia che proprio ora tengo tra le mani….
Dall’abuso alla rinascita. La storia di Ercole – parte 2/2
Ieri ci avete sommerso di messaggi, poiché tutti voi siete stati molto colpiti da quanto ha scritto “Ercole”. Oggi la seconda e ultima parte, che il titolo da noi dato aveva già riassunto: dall’abuso, alla rinascita. E lui ce l’ha fatta….alla grande! Orgogliosi di te, ma tanto…..!
PARTE 2: “Tutte le notti, o quasi, mio nonno si divertiva con il suo “giocattolo erotico” (io), sembrava che il dolore per la scomparsa della nonna non l’avesse scalfito minimamente!
Ricordo che aspettavo che andasse a letto lui prima di me, con la speranza che s’addormentasse e mi lasciasse in pace, ma spesso ero talmente stanco, che immancabilmente ero io quello che andavo a letto per primo, e lui? Veniva in camera, col suo “pappagallo” in mano (per chi non lo conoscesse, una sorta di contenitore dove urinava durante la notte, per non alzarsi, manco se il bagno fosse fuori casa e che al mattino lasciava sempre una puzza di pipì da cui bisognava scappare!) ma non era quella puzza che m’infastidiva più di tanto, ma la sua puzza di pedofilo schifoso che riconoscerei ancor oggi a distanza di tanti anni. Mi svegliava in piena notte e cominciava sempre (…). Una mattina, non ne potevo più dei suoi sporchi giochi, così, prima di andare a scuola, decisi di parlarne con mia madre. Ricordo che cercavo il momento giusto per dirglielo, ma non sapevo quando farlo, era imbarazzante e mi vergognavo. Ricordo che stavo quasi per uscire di casa, quando aprii la porta d’ingresso, vidi mia madre davanti al lavandino della cucina che lavava le tazze della nostra colazione, e le dissi che nonno mi faceva male e tanto! Mia madre rimase di spalle, non si voltò neppure ed io scappai chiudendo la porta dalla vergogna. Mi aveva sentito? Ero sicuro di si, al mio rientro pensai che ne avremmo parlato e invece non mi disse una parola! Quello fu il momento in cui decisi di non parlarne mai più con nessuno. Quello fu il momento in cui mi resi conto che ero solo a lottare contro il mio orcononno…
Ero quasi un adolescente oramai, diventavo grandicello, anche se fisicamente restavo sempre bambino (sono rimasto piccoletto di statura), mi sentivo tradito dai miei genitori, era come se avessero affidato un cucciolo di agnellino nella tana del lupo! Lui l’orco, aveva terreno fertile intorno a se, immagino come fosse contento di poter fare di me ciò che voleva per soddisfare le sue “voglie” perverse… Con un bambino! Una delle tante notti in cui puntualmente mi svegliò, ricordo che mi fece più male del solito, così decisi, in quel momento, che dovevo far qualcosa per salvarmi e che dovevo farlo da solo. Decisi che dovevo reagire, così mentre faceva le sue porcate, lo interruppi bruscamente, gli presi il braccio con violenza e lo fermai, mi alzai dal letto e con uno spintone lo buttai sul suo. Poi gli urlai con decisione che se l’avesse fatto ancora, giurai, che l’avrei ammazzato! Non so cosa successe in lui, fatto sta che rimase sorpreso da quella mia reazione. Forse si era spaventato davvero? Forse pensava che l’avrei ammazzato per davvero? Forse pensò che si era spinto troppo in là con i suoi giochi perversi? Non lo so cosa pensò e sinceramente non me ne fregò nemmeno nulla di ciò che potesse pensar lui, la cosa più importante fu che da quella notte, quella magica notte in cui finalmente trovai il coraggio di ribellarmi, non mi tocco mai più!
Quella fu la mia ultima esperienza con l’abuso infantile.
Qualche giorno dopo, con mio grande stupore e gioia, mio nonno decise di tornare a vivere a casa sua, da solo e che ce l’avrebbe fatta benissimo, disse ai miei. Avevo vinto io finalmente! Avevo sconfitto il mio peggior nemico, lo avevo reso inerme, non avevo vinto una battaglia ma una guerra intera. Quella fu l’ultima notte in compagnia del mio orcononno…
Ho sempre avuto problemi a rapportarmi con l’altro sesso, e questo grazie a “lui”, mi aveva fatto un maledetto “regalo” per sempre! Avevo paura d’affrontare il discorso “sesso” con i ragazzi della mia età, così come fan tutti. Crescevo, ma dentro di me covava anche “quella” ferita che pian piano si rimarginava, ma che rimarrà per sempre nel mio cuore, anche se oggi, posso dirlo con tutta tranquillità, si è cicatrizzata! Decisi così, di sposare, a 25 anni, la donna con cui feci sesso per la prima volta, a quell’età, (prima non ci riuscii), la donna che poi diventerà madre di mio figlio, uno splendido ragazzo che oggi ha 15 anni. Ci trasferimmo in Lombardia per motivi di lavoro, erano gli anni ’90, ero felice, non ci pensavo più, credevo d’aver dimenticato tutto, erano già passati degli anni da quando lasciai Bari e la mia famiglia, da allora non l’avevo mai più rivisto mio nonno, per scelta. Nel frattempo si era ammalato anche lui, i miei l’avevano rinchiuso in una casa di riposo. Ricordo che un anno ero in vacanza in Puglia, dai miei genitori dove spesso mi recavo durante l’estate, mio padre mi propose d’andare a trovare il nonno dal momento in cui erano anni che non lo vedevo e che probabilmente non avrei mai più rivisto se non mi fossi affrettato a farlo. Non volevo dare un dispiacere alla mia famiglia, così accettai. Avevo paura, il cuore sembrava dovesse uscire da un momento all’altro, dalla mia gabbia toracica, talmente mi batteva forte! Lo vidi, un vecchio bavoso, rincoglionito, sopraffatto dal Parkinson, che nemmeno mi riconobbe. Non lo salutai neppure, mi faceva schifo avvicinarmi a lui. Per un attimo ebbi un momento di compassione, non chiedetemi perchè, ma lo ebbi (volevo comunque bene a mio nonno, è normale, quale bambino non vuole bene a suo nonno?). Rimasi lì una decina di minuti, poi non resistetti più e con la scusa d’uscire a fumarmi una sigaretta mi allontanai. Quella è stata l’ultima volta che ho visto il mio orcononno…
Era il 01 Dicembre 1997, ci apprestavamo a festeggiare un Capodanno speciale in quanto quell’anno, a Maggio, sarebbe nato mio figlio. Era da poco passata la mezzanotte e i festeggiamenti andavano avanti, finchè giunse una telefonata. Era mio padre che doveva darmi due notizie, così disse, una bella l’altra brutta: la bella erano i suoi auguri di buon anno, la brutta invece che annunciava la morte di mio nonno! Ero felice? Ero triste? Ero amareggiato? Ero tutto questo! Da un lato, la fine di un incubo durato anni, la consapevolezza che quel nonno ormai, non m’avrebbe mai più fatto del male, dall’altro invece, la tristezza per l’ennesimo lutto familiare ma soprattutto, non avrei mai più potuto denunciare tutte le sue schifezze (anche se a dire il vero, non avevo mai pensato di farlo, e non perchè non lo meritasse, ma semplicemente perchè non ne volevo parlare con nessuno!) Era tutto finito. Mio padre mi chiese se avevo la possibilità di fare un salto a Bari per il suo funerale, m’inventai la scusa più banale, non potevo in quanto il lavoro non me lo permetteva, in realtà non volevo mai più rivederlo, nemmeno da morto, il mio orcononno…
Nel 2002 decisi di separarmi da quella donna, non avevamo più niente da dirci, lo feci con molta dignità e intelligenza, tant’è che sono rimasto comunque in buoni rapporti anche oggi, (d’altronde è la mamma di mio figlio e merita rispetto). Ricordo il giorno che andai via definitivamente da casa, raccolsi le mie ultime cose e via. La salutai e salutai mio figlio. Malgrado tutto, andavo via a malincuore, più che altro mi rendevo conto che da quel momento, non avrei mai più rivisto mio figlio tutti i giorni, non avremmo mai più cenato insieme, non lo avrei mai più accompagnato a letto, non lo avrei mai più baciato, non avrei mai più fatto questo tutte le sere! La prima notte nella mia nuova casa, fu un incubo, non riuscì a prender sonno, troppi pensieri mi tornavano alla mente, anche “quelli” di bambino abusato, e mi resi conto che è un dolore che ti porti dentro, che lascia il segno, anche se a volte sembra che lo dimentichi, invece è lì, pronto a farsi vivo quando meno te l’aspetti, e sembra che ti faccia a pezzi. Mi sentivo triste, solo e abusato! La vita è così, ti da e ti toglie. Dovevo rialzare la testa, ero un uomo ormai, ancora giovane, avevo 36 anni e dovevo reagire in qualche modo, avevo tutta una vita davanti ancora, ed io volevo tornare a vivere e lo feci, eccome se lo feci! Conobbi una ragazza giovanissima, aveva da poco compiuto 18 anni, ma era di una saggezza da far invidia a mia nonna materna (persona che ho sempre stimato per questa sua capacità). Nacque una bella amicizia, ci sentivamo spesso, mi consigliava, mi aiutava, mi rallegrava, ci vedevamo quando potevamo, stavamo bene insieme e lentamente cominciavamo ad accorgercene entrambi anche se a dire il vero avevo paura, era così tanto più giovane di me! Lei invece non temeva nulla, anzi, era molto determinata e probabilmente sapeva benissimo cosa sarebbe accaduto. Accadde che dopo due anni, ci innamorammo di un amore vero, quello che ti fa sentir le farfalle nello stomaco e che fa bene al cuore. Per lei ero il primo, ma anche per me era come se fosse la prima volta, non avevo mai conosciuto quell’amore e mai nessuno mi aveva amato così tanto in vita mia, Adottammo anche la nostra cagnolona labrador che ci seguiva ovunque, regalandoci gioia e serenità. Era bello il suo modo d’amare, lo faceva con delicatezza, quassi sussurrandolo, ed io ricambiavo con tanta dolcezza. Ero tornato a vivere, respirare, viaggiare, tutto insieme a lei. Non avevamo tempo per le discussioni, ed anche se talvolta accadevano per motivi stupidi, banali, era sufficiente guardarsi negli occhi, sorridere, abbracciarsi e si finiva per far l’amore come se niente fosse accaduto. Ero Felice? Si, lo ero” Avevo finalmente e definitivamente seppellitto in quella dannata tomba, il mio maledetto orcononno…
Gli anni trascorrevano felicemente, cresceva insieme a me, diventava sempre più bella con i suoi bei riccioloni neri e gli occhi da cerbiatto, era una donna ormai ed io come per incanto, mi fermai ad aspettarla, avevamo entrambi la stessa età, la stessa voglia di vivere, anche se non era così all’anagrafe. Sembrava una favola la nostra storia, la principessa e il principe, eravamo fatti per stare insieme, per amarci. Ma non sempre le favole hanno un risvolto positivo, sembrava troppo bello per essere vero! Siamo nel 2011, la mia principessa cominciava a spegnersi. La sentivo più fredda, distaccata, distratta. Cominciai a sentire segnali di pericolo, stava cambiando, non era più quella di sempre. Cercavamo di parlarne, ma lei si chiudeva a riccio e non riusciva a dirmi nulla, non capiva nemmeno lei il motivo di quell’interruzione. Quando le chiedevo se voleva lasciarmi, piangeva, mi abbracciava e mi diceva di no, ma io sentivo che così non saremmo andati molto lontano, sentivo che… Aveva smesso d’amarmi! Ci mise quasi un anno prima di dirmelo e confermando così i miei dannati dubbi, non aveva il coraggio di farlo, e invece in un pomeriggio caldo di Giugno, me lo disse. Ricordo che le chiesi che doveva cambiare perchè così non ce l’avremmo fatta, mi rispose che probabilmente non sarebbe mai cambiata e non voleva farlo. Capii tutto! Fu così che le proposi l’ultimo disperato tentativo, un distacco momentaneo, per capire come saremmo stati lontani io e lei. Ci rivedemmo dopo una decina di giorni e purtroppo le cose non cambiarono. Passammo tutto il pomeriggio abbracciati e in lacrime, avevamo capito entrambi che era finita, da parte sua, io l’amavo come fin dal primo giorno. Quello fu l’ultimo giorno in cui vidi la mia principessa. Quello fu il mio primo giorno all’inferno! Ci salutammo per l’ultima volta, le promisi che ce l’avrei fatta anche senza di lei, mi promise che ci sarebbe stata ogni qualvolta ne avessi avuto bisogno, fu sincera con me e ne apprezzai comunque questa sua qualità, salutò la nostra cagnolona e scomparve, nel nulla. Avevo perso tutto in quel momento, mi sentivo un fallito, avevo voglia di morire e cercai la morte. Ero a Roma, nel frattempo lei era tornata a casa sua, abitava lì. Avevo preso in affitto una camera d’hotel per quell’occasione, era un tramonto bellissimo, si vedevano i sette colli all’orizzonte, amavo Roma, anche se in quel momento la odiavo. Capii che quella sarebbe stata forse l’ultima volta che avrei visto la città eterna. La disperazione ebbe il sopravvento su di me, non ce la facevo. D’improvviso mi tornarono alla mente i ricordi del passato. Fu come assistere ad un film horror in cui gli zombie escono da sottoterra e ritornano a vivere, vedevo il mio orcononno uscire anche lui dalla sua dannata tomba! Tutto non aveva più un senso, ero solo, senza più il mio grande amore, solo nella città che avevo amato per sette lunghi anni, uscii in terrazzo, m’arrampicai sul cornicione di marmo e mi sedetti a cavalcioni lì. L’hotel era isolato, nella campagna di Frascati, non mi vedeva nessuno e la finestra dava all’interno su di un giardino. Non so esattamente quanto tempo rimasi lì, ricordo però che guardavo giù e nel frattempo rivedevo come in un film, tutta la mia vita, ciò che mi aveva dato e tolto allo stesso tempo, facevo un bilancio di tutto quello che avevo fatto fino a quel momento ed era per me, un vero disastro, avevo 45 anni ed ero dannatamente solo. Ad un certo punto guardai verso l’interno del terrazzo e vidi la nostra cagnolona, ormai soltanto mia, che mi guardava stupita, probabilmente non capiva perchè fossi lassù, cominciò a guaire, forse si rendeva conto del pericolo, forse mi chiedeva di scendere da lì, forse voleva far qualcosa per aiutarmi, e lo fece. Ci guardammo negli occhi e non chiedetemi come, però mi convinse a scendere da lì e quando lo feci l’abbracciai e piansi, mentre lei cercava di consolarmi leccandomi dappertutto. Le chiesi scusa davvero, le chiesi di perdonarmi, che non l’avrei mai più fatto, chiesi perdono a mio figlio col pensiero, pensai a lui, alla sua bellezza, alla sua voglia di vivere, a quanto mi volesse bene. Raccolsi le mie cose e in piena notte partii verso Milano. Ero di nuovo in preda del mio orcononno…
Furono giorni terribili per me, ero sempre chiuso in casa, buttato sul mio letto, non avevo voglia di far nulla, non riuscivo ad alzarmi. Solo il lavoro riusciva a distrarmi e per fortuna riuscii a mantenere quella lucidità mentale che mi permise di andare avanti, in quel momento era l’unica certezza della mia vita. Provai e trovai conforto in mio figlio, ma anche lui non bastava più. Sentivo che dovevo far qualcosa per uscire da quel vortice, ma non sapevo come fare, avevo bisogno d’aiuto, soprattutto psicologico, ma non potevo permettermelo economicamente. Trovai conforto anche negli amici, e fu proprio lei, una mia cara amica d’infanzia, che m’illuminò. Mi disse di contattare l’associazione Prometeo e il suo Presidente, Massimiliano Frassi, lui avrebbe fatto al caso mio. Lo conoscevo da anni, sapevo quel che faceva, lo tenevo sotto controllo a distanza, ma non avevo mai avuto il coraggio di parlargli di me. Una mattina lo chiamai, fui felice di risentirlo, erano passati una quindicina d’anni dall’ultima volta in cui c’eravamo incontrati, in uno dei soliti concerti del nostro amato artista, Renato Zero. Era in quelle occasioni che avevo avuto modo di conoscerlo. La sua voce, dall’altra parte del telefono, mi rassicurò, mi fece capire che era quella la strada da intraprendere in quel momento. Mi diede appuntamento nella sede di Bergamo, a Gorle precisamente, per un colloquio. Ci andai, era estate, i primi di Luglio. Ricordo l’emozione e l’abbraccio che ci scambiammo, erano passati davvero tanti anni, ma non eravamo cambiati più di tanto. Gli raccontai tutto di me, del mio abuso, del mio amore finito, della mia paura di morire, e lui, con voce rassicurante mi disse che ero arruolato in Prometeo e che da quel giorno ne facevo parte. Avevo per un attimo, almeno riavvicinato nella sua tomba, il mio orcononno…
Mi presi un lungo periodo di vacanza, passai tutto il mese d’Agosto in Puglia, dai miei genitori, per poi tornare nell’afosa Milano, i primi di Settembre, Massimiliano stava organizzando un incontro di due giorni con tutto il gruppo di Prometeo, si sarebbe tenuto in un paesino di montagna nella provincia di Bergamo. La vita, si sa, come ho già detto, ti dà e ti toglie, e quella volta avrebbe tolto qualcosa a Massimiliano. Suo padre scomparve dopo una lunga malattia. Ancora una volta facevo i conti con la morte e quel lutto lo sentivo purtroppo, anche mio. Ricordo il giorno del funerale, gli dissi che avrebbe dovuto andare avanti col suo lavoro, di non fermarsi, in memoria di suo padre, affinchè tutto il lavoro svolto fino ad allora non svanisse nel nulla. E così fece, rialzò la testa dignitosamente, da grand’uomo qual’è, l’incontro si tenne lo stesso, era la fine di Settembre ed io vi partecipai per la prima volta. Fu quello il momento in cui cominciai a parlare con qualcuno, del mio problema con la pedofilia e degli abusi subiti da bambino, durati per così tanti anni. Ritornavano alla mente i dettagli, i ricordi, le puzze e quant’altro di tutto quello schifo, ma cominciavo a sentirmi più libero, mi faceva bene incontrare tutta quella gente che aveva subito lo stesso “trattamento” durante la propria infanzia, così come me. (Prometeo è un gruppo di autoaiuto, e le persone si consigliano e consolano a vicenda) Avevo ributtato nella fossa, ma senza riseppellirlo, il mio orcononno…
Il mio percorso andava avanti, cominciavo a riacquistare fiducia in me stesso e Massimiliano mi aveva fatto capire che valevo davvero qualcosa, avevo riacquistato stima in me stesso, ma non era abbastanza. Mi portavo dietro, quell’infernale dilemma che durava da più di trent’anni: mia madre, “quella” volta in cui le dissi che il nonno mi faceva male, non mi aveva sentito oppure aveva fatto finta di nulla? Ricordo che il mese di Maggio del 2011 fu un periodo importante per me, tutti mi dicevano che dovevo parlare con quella mamma affinchè potessi finalmente avere una risposta, Massimiliano mi convocò nella sede di Brescia, a Pisogne per l’esatezza, un posto incantevole in riva al lago d’Iseo. Lì, facemmo un po’ il punto della situazione e ci rendemmo conto che sarebbe stata una corsa contro il tempo, in quanto mia madre è gravemente ammalata da tempo, quindi dovevo far qualcosa e subito. Se fosse successo l’irreparabile e non fossi riuscito a parlarle, rischiavo di portarmi dietro e per sempre, il mio dilemma. Così mi consigliò di scriverle una lettera, e di leggerla alla prima occasione in cui l’avrei rivista. Mi disse anche di non aspettarmi nulla in cambio, infatti il rischio era che si, quella volta poteva essere che aveva fatto finta di nulla, oppure si, che non m’avesse sentito, ma di sicuro mi faceva bene parlargliene, qualunque fosse stata la sua reazione. Scrissi la lettera, molto dura a tratti, ma sentita e liberatoria. La correggemmo insieme per alcuni passaggi in cui ero davvero incazzato, lo scopo non era quello d’incolparla di qualcosa ma di comunicarle ciò che sentivo e che avevo dentro me, da anni. Cominciavo a buttare del terriccio in quella dannata tomba del mio orcononno…
Verso la metà di Maggio, mi recai a Bari, in visita dai miei genitori, con la mia lettera a seguito e un carico pieno d’emozioni indescrivibili. Ricordo la fatica nel trovare il momento adatto per leggere quella lettera a mia madre, volevo farlo solo in presenza sua, era con lei che dovevo chiudere quel “cerchio” e non avevo molto tempo a disposizione per farlo, solo pochi giorni. Una mattina restammo soli in casa, io e lei, papà era uscito a far la spesa, quello era il momento buono. Era il giorno della festa della mamma, lo ricordo benissimo, le dissi che dovevo farle un regalo non del tutto piacevole. La sistemai sulla sua sedia a ruote e cominciai a leggere. A tratti mi fermavo per vedere la reazione sul suo volto, era triste, piangeva, le dissi di non interrompermi ma di parlarmi soltanto alla fine di tutto. Le raccontai tutto, dello schifo che aveva fatto quel nonno di cui lei portava invece un buon ricordo. Terminai la lettera, la guardai e mi disse:” Figlio mio, come hai fatto a tenere dentro di te tutto questo per tanti anni?” Le dissi che l’avevo fatto e che non sapevo neanch’io come ce l’avessi fatta, poi le chiesi:” Ma tu, mi avevi sentito quella volta?” Mi rispose di no e che purtroppo non si era mai accorta di nulla per tanti anni e mi abbracciò sempre in lacrime. La strinsi forte, piangemmo insieme per dei minuti, non vi so dire quanti, ma erano tanti. Poi mi chiese cosa avesse potuto fare per me in quel momento, le risposi che non doveva far nulla e che quello che desideravo da anni, l’avevo ottenuto, ed era la sua risposta. Feci la prima cosa che mi venne in mente subito, e cioè telefonare a Massimiliano per comunicargli che finalmente ce l’avevo fatta e che ero libero, avevo riavuto la mia mamma così come tutto il resto della mia famiglia, e si, perchè quella sera ne parlai con tutti, anche mia sorella maggiore e le mie nipoti, tranne che con papà, con lui non ebbi il coraggio di farlo, dissi a mia madre che se voleva, sarebbe stata lei a farlo, dal momento in cui è suo marito, io il mio scopo ormai l’avevo raggiunto! Massimiliano ne fu felice, lo sentivo dalla sua voce, continuava a ripetermi che ero un “grande” ed io mi sentivo tale, grazie anche a lui. Si, ero libero, mi sentivo leggero, parlai ancora con mamma la quale mi raccontò episodi della mia infanzia in cui mi comportavo stranamente e che solo adesso poteva capirne il motivo. Era la mia richiesta d’aiuto che lei purtroppo non aveva colto. Lasciai Bari con una sensazione di libertà e, consentitemelo, anche di felicità, salutai mamma la quale mi disse di sentirsi in colpa, la tranquillizzai dicendole che non doveva, anzi, sarebbe dovuta essere felice come me in quel momento, perchè io ero finalmente libero. Ricordo il viaggio di ritorno, avevo la netta sensazione che avevo seppellito definitivamente e questa volta con tutto il terreno addosso, il mio orcononno…
Oggi sono un uomo di 46 anni, ho dimenticato il mio grande amore ma sono felice comunque d’averlo vissuto, credo sia meglio amare, anche solo per un giorno, piuttosto che non aver amato mai, ho solo dei ricordi belli, ma la cosa più importante è che adesso vivo la mia vita serenamente, non ho più paura di “lui” e so che non potrà farmi più del male. Queste sono le stesse parole che ho usato anche con mio figlio, quando ho raccontato tutto di me anche a lui. Ha pianto, gli ho chiesto il perchè di quelle lacrime, mi ha risposto che certe cose credeva accadessero solo nei film e invece… La mia strada è questa, tutta in discesa, anche se sicuramente la vita mi farà incontrare altri ostacoli, dei dossi, chiamiamoli così, ma vivo con la consapevolezza d’avercela fatta, grazie a me stesso ma anche e soprattutto a Prometeo e Massimiliano. E’ per questo che continuo a incontrare questa meravigliosa gente, una vera e propria famiglia la nostra, dove sono nate delle belle amicizie, a dei nuovi amori e altri bimbi. E’ per questo che ho deciso di farne parte per sempre, (utilizzo le parole di Massimiliano e le faccio mie, nostre) perchè “un dolore non è per sempre”.
Dedicato ai meravigliosi Arcobaleni di Prometeo, con immenso amore…”.
Ercole
La storia di Ercole. Dall’abuso, alla rinascita. Parte 1.
Questa è una storia di abuso. Come tutte quelle che da anni leggete qua. Simile e unica, perché unico è il dolore di ognuno di noi.
E’ una storia che parte dal male, per arrivare al bene. Che racconta di lacrime, ma anche di riscatto. Contiene dignità, speranza, esempi a non finire. Partendo da quel bimbo “ricciolino” che da solo cacia l’orco e da solo si riaffaccia alla vita, fidandosi di lei.
Io, noi di Prometeo, siamo stati solo dei testimoni della sua rinascita. E per questo non ci stancheremo mai di ringraziarlo.
Per scelta mia ho tolto il suo vero nome (che lui voleva ci fosse insieme al cognome) ed alcuni passaggi “forti”. Prendetevi qualche minuto e ascoltatelo. Lezioni così, non è cosa di tutti i giorni, poterle avere.
“I miei primi ricordi iniziano quando avevo 5 anni, siamo in un paesino della provincia di Bari, sono gli anni ’70. Tutti mi chiamavano “Gesù bambino” perchè, dicevano, gli assomigliassi molto fisicamente, ero piccolo di statura, biondino, capelli ricci a forma di boccoli e occhioni azzurri. Io però, Gesù bambino non l’ho mai conosciuto e non so dire se effettivamente gli assomigliassi oppure no. Quel nomignolo forse, deriva anche dal carattere gioviale che mi ritrovavo. Mi volevano tutti bene, a partire dai miei amichetti, ai loro genitori, le maestre, mamma e papà, mia sorella, i miei nonni… Mi cercavano tutti, mi dicevano tante belle parole dolci, mi riempivano di attenzioni e di carezze. Ricordo il mio primo giorno di scuola, quando mamma mi accompagnò e mi affidò alla mia maestra, lei andò via in lacrime, io non mi accorsi di nulla ed invece ero felice di stare con tutti quei bambini. La mia maestra passava tutte le mattine a prendermi da casa con la sua Fiat 500 per accompagnarmi a scuola, perchè diceva, non voleva prendessi freddo.
Mia madre si fidava di lei, erano amiche ed io mi fidavo a mia volta, di ciò che diceva la mia mamma. Era una brava signora e me lo dimostrava sempre, mi teneva vicino a lei accanto alla sua cattedra, non lo perchè, forse come senso di protezione nei miei confronti, forse perchè mi considerava suo figlio, dal momento in cui lei non ne aveva mai avuti. A me non dispiaceva star lì, mi faceva sentire importante, era una bella sensazione, ogni volta che si allontanava dalla classe, mi lasciava l’incarico di badare ai miei compagni affinchè non si scatenassero, il più delle volte riuscivo nell’intento, e quando lei rientrava mi faceva sempre dei gran bei complimenti. Avevo un buon rapporto con mamma e papà, ma chi mi copriva di coccole era sempre lei, la mia mamma. Papà invece, è sempre stato un uomo molto schivo, riservato, incrine alle dimostrazioni d’affetto, però mi voleva bene ed io lo percepivo comunque. Mia sorella era come mio padre, timida e riservata, avevamo solo 18 mesi di differenza e lei era la maggiore. Io invece, così mi dicevano, assomigliavo tutto a mia madre, sia caratterialmente che fisicamente, oltre che a Gesù bambino. I miei nonni materni erano adorabili, soprattutto mio nonno, ricordo che durante le feste natalizie, si mascherava da Befana e, uno alla volta, benchè fossimo 17 nipoti, faceva un regalo ad ognuno di noi, dal più grande al più piccolo. Mia nonna materna invece era una bellissima donna, ricordo di lei che passava buona parte della mattinata davanti ad uno specchio, a truccarsi e pettinarsi, devo dire che le riusciva molto bene, dal momento che per me, era la nonna più bella del mondo. I miei nonni paterni invece, erano quelli che vedevo più spesso, anche se mia nonna l’ho vissuta poco tempo, infatti se ne andò via molto giovane a 65 anni a causa di un maledetto cancro! Ricordo gli ultimi giorni della sua vita, quando in preda ai dolori diceva sempre, per pietà, di far uscire il “mostro” che era in lei! Quando morì, mio padre tirò un sospiro di sollievo, ma non fu capito da tutti i miei parenti, disse che finalmente era morta, rimasero tutti perplessi da quell’affermazione, io l’avevo capito eccome, invece. Aveva smesso di soffrire quella povera donna…
Mio nonno paterno, io lo adoravo, per me era bellissimo, con la sua divisa da maresciallo dell’aeronautica e la sua pipa dall’inconfondibile odore di tabacco “Clan” (oggi lo riconoscerei in mezzo a mille, quel profumo che mi piaceva tanto, ma che, col tempo, ho imparato ad odiare! Se dovessi sentirlo oggi, andrei letteralmente in crisi). Adoravo quando mi raccontava le sue avventure durante la seconda guerra mondiale, mentre pilotava il suo idrovolante, un uccellaccio a motore che sembrava venisse giù da un momento all’altro, così mi diceva. Adoravo le domeniche pomeriggio, quando loro, i miei nonni paterni, venivano a trovarci e ci riempivano di doni e tante cose buone da mangiare. Adoravo la “TV Dei Ragazzi”, (programma pomeridiano riservato ai bimbi, trasmesso a partire dagli anni ’70 dall’unica rete Rai esistente in quel periodo). Ricordo che, mi sdraiavo sul divano e accendevo la TV, il telecomando non era ancora stato inventato, ma sarebbe servito a poco, dal momento in cui non esistevano altri canali da poter fare zapping. Ricordo che… Una volta, la prima volta, quella volta, arrivò anche lui, mio nonno, aveva accostato la porta e si sedette accanto a me. Ero felice di condividere quel momento insieme a lui, mai avrei pensato che, da quel momento sarebbe iniziato il mio incubo! Accese la sua pipa, e l’odore cominciò a espandersi per tutta la sala, ero entusiasta, gli commentavo le vicende del cavallo “Furia” o le imprese dell’eroico “Zorro”, per finire alle gesta del mitico “Rin Tin Tin” tutti personaggi che adoravo e che vedevo in TV. Ricordo che prese uno dei cuscini che erano sul divano, erano belli e colorati, con tanti fiorellini, li aveva fatti la mia nonna materna con la lana. Ricordo stranamente che, me lo mise sulle gambe, al momento non capii il perchè di quel gesto, ma ci volle ben poco per comprenderlo. Infilò la sua mano tra le mie gambe e il cuscino e mi sbottonò i pantaloni, tirando giù la cerniera. Tirai un sospiro, un misto tra spavento e sorpresa, infilò la mano nelle mie mutandine e tirò fuori il mio pene cominciando a masturbarmi. La mia reazione fu… Lo lasciai fare! Non so perchè, non potevo saperlo, ero un bimbo e quindi la cosa m’incuriosì molto. I bimbi, provano piacere quando si masturbano, è normale che lo facciano, è normale che scoprano il linguaggio del loro corpo, ma non è normale quando a farlo loro siano gli adulti, ma questo l’ho capito solo da adulto! Andò avanti per un po’, capii anche il significato del cuscino sulle gambe, sarebbe servito nel momento in cui fosse entrato qualcuno in sala, per nascondere il tutto. Provavo piacere e lo lasciavo fare, lui emetteva dei sospiri che non capivo, era il suo piacere, mi guardava e mi sorrideva, ed io gli sorridevo, sembrava tutto così “dannatamente” normale, ma di normale c’era ben poco! Notai che cominciò a toccarsi “lì” anche lui, ma lo faceva da sopra i pantaloni (probabilmente sarebbe stato troppo rischioso tirarlo fuori, in quel momento!), la cosa andò avanti finchè, ad un certo punto, sentì che emise un grosso respiro, molto più forte di quelli che faceva durante la sua “performance”, ed una specie di “ahhhhhh” liberatorio… Quello fu il primo incontro con il mio maledetto orcononno…
Ormai ero in balìa dei suoi “giochi”, lui era il predatore ed io la preda, non avevo scampo! Mi riempiva di regali, per lo più modellini di automobili e motociclette, le adoravo, e lui l’aveva capito, ne avevo una collezione infinita, ed ogni modellino corrispondeva ad una “prestazione”, era quella la sua tattica, quando voleva farmi capire che bisognava “appartarsi”. Ed io, dovevo ringraziare quel nonno che, mi voleva “bene” e che mi accontentava sempre, ogni qualvolta la fabbrica che le produceva (Polistil per l’esattezza, cessò l’attività nei primi anni ’90. Grazie Wikipedia) sfornava un nuovo modellino. Bastava un mio sguardo nella vetrina dei giocattoli, e come per incanto, il desiderio si materializzava. Pensavo che, il mio modo per ringraziarlo, fosse “quello”, non potevo capire diversamente, con la mente di un bambino. Andò avanti così, per molto tempo, non vi so dire esattamente quanto, ma tanto. La dinamica era sempre la stessa: soggiorno, divano, cuscini sulle gambe e via… Finchè un giorno, era domenica lo ricordo bene, i miei nonni vennero a pranzo da noi. Ero sempre felice quando questo accadeva, sentivo l’aria di festa, la mattina mi svegliai e trovai papà in cucina che preparava il ragù (era quasi un rituale che la domenica si occupasse lui della cucina), mi vestii e andai in chiesa con i miei amichetti per la Santa Messa (anche questo era un rituale domenicale, oggi sono ateo!), alla fine della cerimonia, andammo a comprarci un gelato nella piazza principale del paese, i miei gusti preferiti, cioccolato e zuppa inglese. Poi m’incamminai verso casa, era quasi l’ora di pranzo, loro, i nonni, erano già arrivati. Avevano portato tante cose buone da mangiare, dolci, pizzette, biscotti. Il pomeriggio, dissi a mamma che volevo andare al cinema (adoro il cinema, è una passione che ancor oggi mi fa star bene) ma nessuno si rese disponibile per portarmi, ed allora, come per incanto, ecco che saltò fuori il”volontario” disponibile ad accompagnarmi. Indovinate chi fu? Al cinema si, mi ci portò, ricordo anche il titolo del film “Anche gli angeli mangiano fagioli” con Bud Spencer e Terence Hill (altri due personaggi che amavo in quel periodo, era l’anno 1973 per l’esattezza, ed io avevo quindi 7 anni. Grazie Wikipedia). Alla fine del film, mi disse che saremmo passati da casa loro, prima di riaccompagnarmi, probabilmente m’inventò una scusa, non lo ricordo bene. Non perse tempo, questo lo ricordo benissimo, mi portò in cucina e mi sedette sul tavolo, mi sbottonò i pantaloni, tirò fuori il mio pene ed il suo, e cominciò a succhiarmelo (non so esattamente cosa riuscisse a prendere in bocca, era piccolino il mio pene, quello di un bimbo della mia età), mi dava fastidio, a volte faceva anche male e non so perchè (probabilmente usava anche i denti) e la puzza… La brillantina per i capelli che usava lui quando aveva la sua testa tra le mie gambe, era per me una puzza, non la sopportavo! Il gioco doveva invertirsi, a questo punto ero io che dovevo prendere il “suo” in bocca! Lo feci, mi faceva schifo, puzzava, era grosso (contrariamente al mio), sembrava immenso (agli occhi dei bambini tutto , oggetti, paesaggi, assumono sembianze più grosse rispetto alle reali dimensioni), andò avanti finchè all’improvviso mi staccò la testa dal suo pene, urlò come un dannato (…) Mi riaccompagnò a casa, mi vergognavo da morire per quanto fosse successo e non mi passò neanche per l’anticamera del cervello, di parlarne coi miei genitori, lui lo sapeva e non chiedetemi come facesse a saperlo perchè non lo so nemmeno io, era così sicuro che non l’avrei mai detto a nessuno, tant’è che non mi fece alcuna raccomandazione, come di solito succede! Quello fu il mio primo pomeriggio al cinema con il mio orcononno…
Quel giorno, uno qualunque, decise di spingersi oltre, forse non gli bastava più lo schifo che avesse fatto fino a quel momento, così penso bene di raggiungere il massimo della depravazione che un maledetto pedofilo possa raggiungere! Mi portò ancora a casa sua, la nonna non c’era e probabilmente s’inventò un’altra maledetta scusa per attirare la mia attenzione, non ci voleva molto, bastava un modellino di auto o moto, ed il gioco era fatto! Mi ritrovai in quella dannata camera degli ospiti (succedeva spesso lì, in quella stanza), nudo, mi vergognavo, era la prima volta in cui mi ritrovavo in quella condizione. Era nudo anche lui, brutto, grasso e goffo. Mi fece distendere sul letto, il mio respiro era affannoso, avevo paura, ero in suo potere, non riuscivo a ribellarmi, me lo succhiò… Poi volle che fossi io a (…), facevo fatica a respirare. Quel giorno s’inventò un nuovo gioco, così mi disse. Mi fece sdraiare a pancia in giù e (…). Un dolore lancinante, urlai, gli dissi che mi faceva male, ma lui rispose che presto sarebbe passato e mi sarebbe piaciuto (a me non piacque mai!). Poi volle farlo al contrario, si mise accucciato come un cagnolino (…) Questo era il mio orcononno…
Era l’Aprile del 1979 quando mia nonna paterna decise di smettere di lottare contro il suo “mostro” che la divorava dall’interno e se ne andò per sempre. Quella fu la mia prima esperienza nei confronti della morte, feci conoscenza quindi, con il dolore del mio primo lutto familiare, un dolore diverso da quello che mi portavo dentro e che non riuscivo a comunicare a nessuno. Ci fu una breve riunione familiare nel quale si decise che, pochi giorni dopo, mio nonno sarebbe venuto a vivere da noi per non lasciarlo solo. Lui solo? Ed io, pensai? Nessuno ci pensa alla mia di solitudine? Iniziò un vero calvario per me! Indovinate dove lo sistemarono mio nonno? Nella mia cameretta!” -
CONTINUA. DOMANI LA PARTE 2.
Intervista a Massimiliano Frassi per tesi di laurea sulla pedofilia
Riporto l’intervista integrale apparsa sulla tesi di laurea dell’amica Donatella.
Tesi dedicata a tema della pedofilia e che ha al suo interno un capitolo a me dedicato, grazie grande amica mia.
3.4 INTERVISTA A MASSIMILIANO FRASSI, PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PROMETEO ONLUS.
Massimiliano Frassi, presidente dell’Associazione Prometeo, lavora in questo campo da più di 10 anni, com’è nato questo impegno e qual è la “battaglia” che ricorda di più?
L’impegno dell’associazione nasce circa 15 anni fa. Dopo avere organizzato alcune conferenze su varie tematiche ne organizzammo una sulla pedofilia e benché il pubblico presente fosse numericamente scarso, ne parlarono i giornali, da quando uscì quell’articolo incominciò a suonare il telefono e dall’altro capo c’era chi chiedeva aiuto, passammo un primo periodo a formarci, in Italia e soprattutto all’estero, e aprimmo un primo sportello che raccoglieva anche segnalazioni, si scoperchiò un sommerso che fino ad allora non aveva nessuno che lo potesse ascoltare, la battaglia più grossa è stata fare capire quanto “l’orco”, sia una persona normale e, l’identikit, che si può andarne a tracciare è quello di una persona al di sopra di ogni sospetto, questa è anche la grande fregatura della pedofilia, perché in questo identikit, a livello teorico ci rientriamo tutti; è chiaro che la battaglia più grossa, è fare cambiare testa alla gente nel modo di porsi rispetto a questo problema, fino a quando avremo casi che quando emergono fanno si che ci sia una difesa ad oltranza dell’abusante e il vuoto intorno alla vittima, la battaglia resta aperta e che la lotta resta culturale.
Il linguaggio che la contraddistingue è la chiarezza e il non avere peli sulla lingua, è un modo per attirare l’attenzione sul tema?
Il linguaggio è fin dall’inizio un linguaggio senza peli sulla lingua, fatto non per presunzione, ma è più un grido di dolore, è chiaro non poteva avere sfumature, doveva essere o nero o bianco non c’era una via di mezzo e doveva essere fatto anche con un linguaggio urlato, forte, aggressivo, qualcuno da quel linguaggio ne è rimasto turbato ma è servito per abbattere certi muri e farsi notare, oggi quel linguaggio è in parte uguale in parte cambiato perché vuoi per l’esperienza vuoi la storia che ci portiamo appresso o per alcune situazioni e il contesto in cui si presentano che sono cambiate, ci sta che quel linguaggio a seconda della situazione possa avere toni e impatti diversi e a volte anche un maggiore equilibrio e un grido meno forte e meno urlato.
Perché siamo afflitti da questa carenza di cultura sociale? Perché non si parla di pedofilia?
Questa è “una domanda da un milione di euro”, noi siamo i primi a parlare di pedofilia con ogni mezzo, blog, social network, pubblicazioni, convegni, andando ovunque e incontrando ogni tipo di pubblico; la riflessione da tecnico su come mai non se ne parla è un punto che noi stessi spesso ci poniamo, come mai su 10 storie ne passa solo una sui giornali, quando ne hai altrettante 9 nella stessa città, con un uguale impatto emotivo?, da una parte forse, non passano perché la pedofilia è ancora un tabù, tocca alcuni tasti che possono essere una sorte di nervo scoperto, quindi uno non se ne occupa perché è disturbante l’argomento, perché fa male, altre volte perché dare spazio alla vittima, significa dare voce a chi ha subito abusi magari da realtà a loro vicine che devono proteggere di cui sono direttamente o indirettamente complici, gli aspetti sono tanti e la lotta è culturale, uno dei nostri modi è chiedere a forti lettere che se ne parli spesso, perché l’arma più grande che il pedofilo ha è il silenzio e l’omertà che vanno rotti con qualsiasi informazione ovviamente la più corretta che sia, e in qualsiasi modo la si riesca a farla.
Collaborate con Scotland Yard, con la quale avete organizzato corsi di formazione per le forze dell’ordine italiane in tema di pedofilia, com’è stata la risposta italiana?
Da circa un anno con una certa periodicità, riuniamo in varie parti d’Italia una selezione di operatori delle forze dell’ordine, mandando random inviti a tutte le questure, caserme e quant’altro, e si è creato un gruppo solido che ci segue ovunque andiamo, una risposta molto positiva che si riassume con la frase dettami alcuni giorni fa al telefono da un carabiniere il quale dice: “mi è accaduto in passato di ricevere in ufficio una donna con dei lividi e di dirle signora torni a casa capita a tutti di litigare con il proprio partner e magari di esagerare un po’, oggi non lo farei, cosi come è capitato di commettere perché non c’era la formazione, l’errore di male interrogare un bambino o non decifrare quei segnali, quelle richieste che il bambino dava” questo corso ha il compito grazie anche ad esperti esterni prima su tutti, quelli di Scotland Yard e dell’F.B.I di New York, di dare uno strumento formativo che dal punto di vista ministeriale non viene fornito nel giusto modo, dall’altra parte creare un fronte comune e sapere che se capita un caso a Reggio Emilia, a Bologna, o a Lamezia Terme sappiamo lì di potere indirizzare le persone che fanno un esposto, che portano una richiesta di aiuto all’autorità giudiziaria a persone preparate e competenti che potranno investigare e intervenire nel modo migliore, per l’associazione questo progetto è un fiore all’occhiello anche se razionalmente è assurdo che un associazione si debba autotassare per offrire un corso di questo tipo che dovrebbe essere obbligatorio, fatto in ogni città, in modo costante, completo e ufficiale
Una delle cose che ripete spesso è che bisogna svestirsi dall’abito di vittime, cosa non semplice, anche perché per molti è più facile restare in quel ruolo, perché?
È purtroppo vero in questo tema come in altri, a volte capita che il male si cronicizzi e pur stando nella sofferenza, paradossalmente è più facile rimanere con quel vestito che provare a toglierselo, qualcuno ci ha provato, sbagliando non per colpa sua ma perché magari ha cercato un aiuto sbagliato o ha provato nel momento sbagliato in cui non era pronto, a togliersi quel vestito, c’è stata una ricaduta che è umana e più che ovvia, però questo ha fatto pensare che in realtà da quel vestito non ci si potesse più spogliare, c’è un po’ un arrendersi e crogiolarsi nella parte della vittima in tutta la sofferenza che quel vestito porta con tutta la scomodità di quel vestito ma c’è quasi la paura che se uno si toglie quel vestito non riceva più quelle attenzioni, che invece avrebbe, ma avrebbe nel modo più pulito e meno filtrato da richieste di aiuto da bisogno, togliersi il vestito da vittima, non è facile ma è un passaggio necessario, sicuramente difficile ma c’è tutta una vita che uno può viversi riscattandosi del tempo perduto, questo è un passaggio che si deve obbligatoriamente fare; su chi lì vuole rimanere non possiamo fare nulla, ci auguriamo che arrivi un giorno in cui razionalmente torni a chiedere aiuto a rimettersi in discussione; nella relazione di aiuto per ricevere aiuto devi anche tendere una mano e lasciare che la mano venga presa, quando questo capita, il risultato ci può essere
Bisogna educare i più piccoli a difendersi, come associazione state svolgendo un lavoro nelle scuole, in cosa consiste?
Abbiamo da più di otto anni questo corso che si chiama “impariamo a difendersi”, un corso in 4 moduli per i bimbi di terza, quarta e quinta elementare, inizialmente molto osteggiato, era difficile entrare nelle scuole, oggi abbiamo delle liste di attesa che si rilanciano di anno in anno e questo è positivo perché chi ci ha ospitati ci chiede la garanzia che si ritorni l’anno dopo; si svolge con un percorso che tocca le emozioni, che insegna ai bambini a non avere segreti cattivi, che sono quelli a cui il pedofilo o chi fa del male obbliga, il segreto buono è quel segreto che va a breve svelato, legato ad una manifestazione buona, un compleanno, un regalo che viene fatto, la differenza è che il primo ti fa star male, ti viene imposto e ti tiene legato a chi può continuare a nuocerti, al bambino insegniamo a cercare nel suo mondo ad identificare delle figure di adulti di fiducia e, dico agli adulti poi, quando diamo la restituzione del corso augurandoci che loro lo siano davvero, che una volta che c’è questa richiesta d’aiuto, la loro risposta ci sia davvero, è un corso dove il bambino divertendosi mette in atto alcune situazioni con alcune storie che andiamo a leggere loro sdrammatizzandole recitandole e mettendole in atto, imparano a tenere alzata la e sanno di non dover aver segreti, di dover chiedere aiuto di poter dire di no a chi fa loro delle richieste disturbanti, fosse anche solo “il poterlo fotografare senza vestiti o il poterlo fotografare a prescindere senza il suo consenso, è un corso che dimostra che il bimbo che ha questi strumenti, può rispondere nel modo più deciso e avere una risposta molto più serena e costruttiva rispetto ad un’aggressione da parte di un adulto verso un bimbo che non ha la conoscenza di questo problema.
Gruppi di auto aiuto, si tengono a cadenza mensile presso l’associazione, tanto dolore ma anche tanto riscatto, qual è l’immagine che più di tutte riassume questi incontri?
Altro progetto di cui ci vantiamo e che è un fiore all’occhiello, un progetto studiato per anni e dopo sette o otto anni di riflessioni, di partenze bloccate perché non volevamo rischiare di fare un passo falso, è partito ed è nato un coordinamento nazionale che oggi riunisce più di duemila sopravvissuti all’abuso, la storia che colpisce di più è chi arriva e magari ha una lametta nella borsa perché soffre di autolesionismo e si punisce anche a distanza di trenta anni da quell’ultimo abuso, o chi arriva e ha disturbi dell’alimentazione, a chi arriva e pensa di essere un bambino sporco, da punire che tutto sommato quello che gli è accaduto se lo meritava che arriva a testa bassa, non riesce ad abbracciarti, a guardarti quasi ti saluta a fatica e poi va via a testa alta, noi non facciamo nulla di magico, di speciale, facciamo da specchio, siamo uno specchio ben pulito, e quello che suggeriamo è di provare per un attimo a guardare in quello specchio, noi sappiamo che c’è una persona fantastica, con un sacco di ferite che vanno cicatrizzate e quando quella persona specchiandosi vede che la ferita diventa una cicatrice vede due occhi che sorridono, una bocca che sa di potere sorridere torna a casa, e poi, seguita nel tempo, dà veramente dei risultati che parlano di vita e in questa storia ci stanno tutti, che dai due mesi agli ottanta sei anni, che è la fascia di età che copre al momento il gruppo, con la bimba più piccola e la “bimba” più anziana, è veramente la risposta più bella.
Siamo abituati ad immaginare il pedofilo come un mostro, di sesso maschie, perché è cosi difficile immaginare che possa essere una donna ad abusare?
Nell’immaginario collettivo “l’orco” è di sesso maschile, ed è pur vero che se guardiamo ai dati, abbiamo una percentuale numericamente molto bassa, però una percentuale al femminile comincia ad esserci, una percentuale bassa ma molto disturbante, perché quando l’abuso è di tipo familiare per quel bambino che sia la mamma o la nonna l’abusante attiva, crea in quel bambino dei dolori, delle ferite che necessiteranno di un tempo sicuramente maggiore per essere rimarginate, se è chi ti ha messo al mondo a farti del male questo atto, fa nascere mille quesiti che portano una mole di dolore enorme, che necessita quindi di un impegno doppio per elaborarla e poterla smaltire però se guardiamo le percentuali sicuramente resta per più dei tre quarti dei casi, per un 95/97%, parlo dei casi conosciuti, può darsi che il sommerso porti a non dico a ribaltare ma sicuramente a fare cambiare questi numeri però parliamo di una percentuale che resta altissima di una pedofilia al maschile e una percentuale qualitativamente pesante ma quantitativamente bassa di una pedofilia al femminile.
La pedofilia è vista come malattia, ma da una malattia si può guarire e dall’essere pedofili?
Tecnicamente parlando la pedofilia è una parafilia e quindi sappiamo essere un disturbo della sfera sessuale e quindi è considerata dall’OMS come una malattia, non dimentichiamoci che fino a non molti anni fa l’OMS considerava anche l’omosessualità come una malattia, cosa poi sminuita e smentita dalla scienza che oggi sta facendo la stessa cosa sulla pedofilia, il pedofilo non è una persona sana, e quindi non volendo fare dei giochi di parole, non essendo sano è insano e di conseguenza malato, nel senso più dispregiativo del termine, il pedofilo è un criminale, un soggetto, dice la cassazione italiana, perfettamente in grado di intendere e di volere sa ciò che vuole, sa come ottenerlo e quindi non può essere considerato alla stregua di una persona non in grado di controllare le proprie azioni che camminando in strada vede un bambino e lo aggredisce, quello non è un pedofilo, ci può stare che lo sia anche quello, ma la percentuale di possibilità che quel bimbo ha di essere aggredito è la stessa che ho io adulto se passo vicino a quell’adulto, il pedofilo è un astuto che conosce il mondo del bambino, che si intrufola nel suo mondo e lo studia, che si guadagna la fiducia del bambino e dei genitori, se non è un caso dove è il papà o la mamma l’abusante, e che intrufolato in quel mondo, di li ad un giorno, un mese, un anno, lui ha tutto il tempo che vuole, incomincerà a colpire e lo farà con una logica assolutamente scientifica. Il termine malato è spesso un alibi che questi soggetti hanno, è un termine utilizzato spesso dicendo una cosa che oggi la scienza ha abolito, quella per cui un bambino abusato diventerà un adulto abusante, non è vero, può anche capitare, ma la scienza dati alla mano, dati anche nostri, in 15 anni non abbiamo mai incontrato un pedofilo che avesse avuto un infanzia infelice.
Quali sono gli obiettivi a breve e lungo termine dell’associazione?
Continuare a dare voce all’infanzia violata cercando di raggiungere un numero sempre maggiore di persone per creare una sorta di esercito, di persone che hanno conosciuto questo male che oggi vogliono spendersi per chi è all’inizio di un percorso, ha appena scoperto che il proprio bambino è stato ferito, vuole lui adulto fare i conti con quella ferita e cicatrizzarla e nell’ottica del reciproco aiuto fare questo tipo di percorso e poi il formare in questo modo il maggior numero di persone possibili ma che vanno dalla casalinga alla mia vicina di casa, al questore della piccola o grande città.
Un’ultima cosa, un suo messaggio rivolto a chi ha conosciuto l’orrore dell’essere abusato?
Una frase che nell’ultimo periodo utilizzo sempre è “nessun dolore è per sempre” che non è una frase da bacio perugina o per far contento qualcuno che così torna a casa felice, ma nasce da anni di fatti concreti ed osservazione diretta, ed è una frase che una volta un adulto, o meglio un bambino oggi cresciuto, disse in uno dei nostri coordinamenti e disse: “è vero nessun dolore è per sempre, oggi sono qua, mi sono sposato, sto per diventare papà e fino a pochi anni fa questa cosa se me l’avessero prospettata, l’avrei ritenuta folle e comunque impossibile”, quindi il messaggio che passa è che richiede sforzo, richiede impegno, ma veramente nessun dolore è per sempre.













