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La mia risposta al Boy Love Day.
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L’INFERNO DEGLI ANGELI.
Per due giorni staremo zitti. Parleranno gli altri. Come sempre.
Come quando si celebra la giornata mondiale per l’infanzia, ad esempio, o come quando, di recente, esaurito il filone Cogne certi sciacalli televisivi hanno banchettato coi bambini di Rignano o di Brescia.
Ho pensato parecchio a cosa scrivere per coprire il vuoto di questi due giorni.
Mettere nuovamente una qualche  foto? Alzando magari ancora di più il livello della durezza per calcare l’acceleratore della denuncia sociale, dato che oramai pare essere l’unico modo per scuotere certe coscienze?!
No…..già fatto.
Una nuova raccolta firme o un sit-in?….no comment.
Un articolo dove fare nomi e cognomi dei pedofili, attirandosi magari qualche nemico in più? ….non originale, dato che qui lo si fa da sempre ogni giorno.
Allora ho pensato di postare questo mio capitolo. Tratto dal mio secondo libro “L’inferno degli angeli”.
Lo posto perché unisce due fronti del mio lavoro, i bimbi abusati in Italia ed anche una piccola parte di Romania.
Ma lo posto perché è l’unica risposta a chi festeggia l’orgoglio di essere ciò che è, ma anche a quei tromboni che si indignano solo per compartire sui giornali ed avere un po’ di gratuita visibilità, sulla pelle dei bimbi che tanto, si sa, non proteggerebbero mai.
Molti di voi questa storia l’hanno letta, non importa.
In qualsiasi caso rileggetevela tutti quanti, partendo da una premessa. Inedita.
La bimba di cui parlo a settembre andrà all’Università.
Sta benissimo. E’ bellissima.
E quei i ricordi sono solo sfumati sogni incolori.
Questa, proprio questa l’unica risposta ai pedofili, coerentemente orgogliosi, o mascherati:
 
FANCULO PEDOFILIA!!!!!!!!
E FORZA BAMBINI!!!!!!!!!!!!!!!!
 
blog pedofilia
CAPITOLO 1 – DA L’INFERNO DEGLI ANGELI DI MASSIMILIANO FRASSI.
LA BIMBA, IL BOSCO, GLI ORSI
 
 
“Sono storie da dimenticare,
come sanguina il tuo cuore, però!
Vincerà l’amore, sulle tue paure…”.
Renato Zero – Storie da dimenticare.
 
Mi chiamo Martina, ho dodici anni e se sapessi scrivere, questo, sarebbe il mio Diario.
Da un anno ho smesso di grugnire ed ora posso parlare normalmente anch’io.
E’ bello dare un nome alle cose. Bellissimo poterle descrivere.
Prima, era tutto uguale. O forse, più semplicemente, se anche avessi saputo parlare nessuno sarebbe mai stato a sentirmi.
Prima, vivevo con mio padre e con i miei due fratelli, handicappati mentali, in una baracca nel bosco.
Pochi metri. Un grande letto matrimoniale, col materasso marrone. Un catino di plastica ed un piccolo fornello arrugginito, appoggiato ad un vecchio tavolo di legno. Senza sedie.
Tutti insieme, appassionatamente.
La mamma se n’è andata quando avevo quattro anni.
Il papà ha cominciato a violentarmi quando avevo quattro anni.
Non so dove sia andata la mamma.
Non so perché ancora lo chiamo papà.
Un paio d’anni dopo, hanno incominciato anche i miei fratelli, a violentarmi.
A volte andavano avanti per ore.
Io svenivo, perdevo sangue, ma niente di tutto ciò li fermava. Anzi. Il sangue a loro piaceva. E se svenivo era meglio, così non sprecavano le forze a dovermi tenere ferma.
Papà era sempre ubriaco. Non lavorava. Passava le giornate in casa e se si allontanava era solo per poche ore, “tanto non rimani mica sola, ci sono i tuoi fratelli a prendersi cura di te” mi diceva scoppiando a ridere e mostrandomi così i suoi denti neri.
Lui era molto grande, forte e robusto.
Anche i miei fratelli erano grandi.
Forti e robusti. 
E cattivi.
Non ricordo di aver mai fatto un pranzo regolare. Né tantomeno di essermi mai lavata.
Non era come qui. Qui mangio ogni giorno. Con i miei nuovi amici. E ogni giorno mi lavo, con l’acqua calda che esce dai rubinetti ed il sapone che mi profuma la pelle e mi scioglie i capelli.
Là non serviva lavarsi. Papà non lo faceva mai. E nemmeno i miei fratelli.
Al massimo, qualche volta l’estate mi immergevo nel ruscello, ma era cosa rara, perché non potevo mai allontanarmi troppo dalla casa.
Quando la suora è venuta a prendermi papà era così sbronzo che non si è nemmeno alzato da terra. I miei fratelli invece sono stati immobili in piedi a fissarla per tutto il tempo.
Io avevo i pidocchi ed i capelli erano così appiccicati che hanno dovuto tagliarmeli a zero. Avevo undici anni e a pensarci bene, pesavo poco più che un chilo per anno. I miei fratelli sono rimasti lì. Sicuramente gli manco. Chissà con chi se la prenderanno adesso che non ci sono più io. Forse si faranno le brutte cose tra di loro.
I vestiti che avevo addosso li hanno bruciati, non so perché.
Però me ne hanno dati di nuovi. Belli e puliti.
La mia prima vestina aveva così tanti fiori ricamati sopra che mi sembrava di essere un giardino. Ho pianto così tanto quando me l’hanno tolta, per mettermene una nuova, che per calmarmi mi hanno fatto un altro regalo.
Un bellissimo cagnolino di peluche, buffo e cicciotello, tutto marrone tranne che per le zampettine così bianche da sembrare neve. L’ho chiamato Flipper, come il delfino della tv.
La mia compagna Carolina dice che non si può, che il delfino poi è geloso e che Flipper è un nome solo da delfini ma io non le credo e poi a Flipper il nome gli piace e gli sta bene.
Per questo abbiamo anche litigato, ma poi facciamo pace subito.
Non si deve litigare con le persone che ami, è tempo buttato via.
Flipper mi ascolta. E mi difende.
Quando faccio ancora quel brutto sogno, lui mi difende.
Mi sveglio tutta sudata e lo stringo stretto forte a me.
Gli affondo dentro le mie dita che a volte ho quasi paura di passarlo da parte a parte.
Allora respiro profondamente, così almeno mi hanno detto di fare, e aspetto che le ombre passino mentre lui sta stretto tra le mie braccia.
 
Il sogno è iniziato tanti anni fa. E da allora l’ho fatto milioni di volte.
Io sono sola nel bosco, sto correndo ma continuo ad inciampare in lunghe bisce grigiastre e viscide, che mi attraversano la strada. Ed ogni volta che cado, mi faccio un taglio nuovo che mi fa uscire altro sangue.
Sangue che va a finire nella scia che ho lasciato dietro di me e che attraversa tutto il bosco e sembra quasi un fiume in piena.
Rosso e caldo. Pulsante. 
Gli orsi sono tre. Hanno le zampe ed il corpo come il lupo che una volta è venuto a bere l’acqua fuori dalla nostra capanna, ma la testa è quella dell’orso, ne sono certa.
Mi stanno rincorrendo e sono così vicini che sento il loro alito sul collo. Un odore rancido, d’alcool e sudore. 
Stanno digrignando i denti e le lunghe zanne affilate mi graffiano la schiena. Loro sono dietro di me, oramai mi hanno raggiunta ma io corro, corro a più non posso. Però non riesco a voltarmi, li sento ma non li guardo.
Se mi voltassi, anche solo per un attimo, sento che mi catturerebbero.
E sarebbe la fine. Altro dolore. Altro sangue.
Poi la scena cambia.
Non sono più in mezzo al bosco ma al centro di un prato così grande da non vederne la fine. Tutto intorno un mare di margherite, a tratti così fitte che sembra abbia nevicato, tanto grandi sono le chiazze bianche che hanno creato.
A pochi metri da me un sasso. Grande anch’esso.
Sopra c’è la mamma.
O almeno penso sia lei, dato che non ne vedo il volto, coperto com’è da un lungo velo nero che le avvolge anche il resto del corpo. In mano tiene una rosa. Che mi porge.
Ma quando la tocco le mie mani si sporcano nuovamente di sangue ed un brivido mi percorre tutto il corpo.
Poi tutto ad un tratto il sole va via ed incomincia a piovere. Lei si volta e io le chiedo di restare.
E’ la mia mamma, non può lasciarmi sola, anche perché gli orsi stanno per tornare, sento le loro grida in lontananza. “Mamma”, urlo, “Mamma”, “Mammaaaa !!! ”.
Invece è come se non avessi parlato. Scende dal masso e se ne va dandomi le spalle.
Allora afferro un lembo della sua veste e tiro con tutta la forza che ho.
Lei si volta di scatto e la veste che le scivola via scopre il viso.
Che è quello dell’orso.
Pronto per mangiarmi.
Quando ho finito di gridare oramai sono sveglia. Le lenzuola sono bagnate fradice.
Una mano stretta a Flipper, l’altra con le nocche ancora chiuse e rosse, per lo sforzo fatto a tirare via la veste.
La suora dice che un giorno questo sogno svanirà e non lo farò più ed io le credo poiché questa cosa mi fa stare tanto male.
Mi dice anche che imparerò ad amare gli orsi che non sono cattivi e non fanno del male ai bambini, come quello dei cartoni animati che con il suo amico al massimo ruba le merendine ai turisti che vanno a fotografarlo e fa tanto ridere la mia amica Carolina. Lui per esempio non ha i denti lunghi e non morsica nessuno. Anzi, è pure ghiotto di torte, come me.
Cinque mesi dopo che mi trovavo qui ero già raddoppiata di peso ed i capelli mi erano ricresciuti belli e forti, così diceva la suora, belli e forti.
Poi però è successo che siamo dovute tornare nel bosco.
Per tenermi qui la suora aveva bisogno che papà firmasse una carta ma lui non sa scrivere io gliel’ho detto però lei mi ha risposto che non importa bastava mettere una croce, è la legge, non possiamo farci niente, e allora siamo andate nel bosco.
All’inizio avevo paura poi sono stata contenta di rivedere il sentiero, il ruscello e anche la baracca e tutti quegli alberi che di giorno sono belli ma la notte fanno un buio così fitto che non vedi niente, nemmeno la luna, quando è tutta tonda.
Anche i miei fratelli erano contenti di vedermi ed anche il papà che all’inizio non mi aveva riconosciuta ma poi continuava ad accarezzarmi la testa e a dirmi che ero diventata proprio bella. Bellissima. Più bella che mai. Così bella che non mi avrebbe lasciata andare via. Sarei rimasta lì, con loro. Perché quella era la mia casa. Quella la mia famiglia. E magari adesso sarebbe tornata anche la mamma per vedere com’ero diventata.
E così dicendo ha preso l’ascia che usa per tagliare la legna ed ha cacciato con forza la suora, che urlava a più non posso ma lui le diceva che l’avrebbe uccisa, se non se ne fosse andata in fretta.
Quando un’ora dopo è tornata con la polizia del villaggio più vicino al bosco lui e i miei fratelli mi avevano nuovamente fatto le brutte cose. E stavano per ricominciare.
La suora ha pianto. Urlato e pianto. Io No.
Nemmeno quando per la seconda volta mi è capitato che mi togliessero la vestina e me la dovessero buttare via.
Ho capito che sarebbe stata l’ultima volta. Che nessuno mi avrebbe più sporcato. E poi a casa, quella vera, c’era Flipper ad aspettarmi, che non lo avevo portato con me per paura che loro gli facessero del male. Che sporcassero anche lui.
Ma soprattutto, non so perché, ho sentito che non avrei più sognato gli orsi. Mai più.
Non so cosa abbia fatto la polizia a mio padre ed ai miei fratelli, probabilmente nulla, ma non mi importa.
Perché da oggi so che vivrò per sempre qui.
Non ci saranno più, nella mia vita, baracche nei boschi né tantomeno orsi cattivi.
Starò qui. “Dove i bambini sono bambini”, come dice la suora, e dove gli orsi al massimo sono cartoni animati.
Qui dove imparerò a vivere.
Qui dove crescerò e diventerò grande. Insieme al mio Flipper.
Qui dove imparerò a leggere.
Ed a scrivere.
Pagine come queste.
 
“ Questa storia è liberamente ispirata ad un fatto vero.
Vera la Suora. Vera la “nuova” Casa. Veri gli Orsi ed il Bosco.
Finto il nome della Bimba. Vero quello del Cane ”.
 
p.s.: Ah, dimenticavo di dirvi una cosa importante.
Da ieri, qui abbiamo un nuovo ospite.
Ha pochi giorni di vita ma è già un bel bambino, dagli occhi azzurri come il cielo e dai capelli che sono già lunghi. Mangia e dorme, dorme e mangia. E ci regala grandi sorrisi, come a volerci dire che anche noi piacciamo a lui. L’hanno chiamato Mihail, come il nome della persona che l’ha trovato, abbandonato in un mucchio di stracci vicino al bidone dove noi buttiamo i rifiuti. Per fortuna che i topi che vanno a rovistare lì non l’hanno visto per primi, altrimenti, grossi come sono, se lo sarebbero sicuramente mangiato in un boccone. Hanno detto che la sua mamma è stata cattiva, ma io non sono proprio d’accordo. Rispetto a me infatti, lui è stato fortunato. Potrà partire da zero, senza rendersi conto di quello che gli è capitato. Come me, invece, è nato due volte. E la seconda, lo sento, è quella giusta.
Se il mio Flipper un giorno farà i cuccioli, uno sarà tutto suo………………..
 
 
.….ed a tutti i Flipper del mondo.
 
 
“Per ogni lacrima che scenderà,
un abbraccio ci perdonerà”.
Renato Zero – Pura Luce.
 
 
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NOTA:
La storia di Martina è stata messa in scena in modo “magistrale” dalla compagnia di Omar Ramero. Dalla prossima settimana sarà disponibile il dvd Angeli all’inferno, con questa ed altre storie. Per info. Contattateci : prometeobrescia@yahoo.it
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