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Le mamme di Prometeo – parte 1 / 2
Che belle che sono le mamme di Prometeo. Dolci leonesse, scogli che possono arginare il mare.
Hanno sguardi dolci e sorrisi generosi, anche quando sul cuore scendono copiose lacrime.
Si alzano di notte in punta di piedi per non turbare quei sonni già minati e contano le ore, aspettando che l’alba porti quella serenità sottratta qualche luna orsono.
Alcune di loro quelle ferite le conoscono bene e il dolore per questo è stato ancora più intenso.
Le mamme di Prometeo attraversano gelidi inverni a piedi scalzi e scalano lisce pareti di ghiacciai spesso senza alcun appiglio.
Il rischio di cadere nel vuoto è enorme, ma nulla può fermare il loro desiderio di riscatto, il bisogno di giustizia, il dovere di riportare pulizia dentro quelle mura sporcate da tristi vili mani.
Le mamme di Prometeo dovrebbero tenere delle lezioni. Nelle scuole. Dall’asilo all’università.
Per insegnare? No, troppo umili.
Per spiegare come il buio possa interrompere, all’improvviso, la vita ad ognuno di noi. Ma anche poi, come da quell’interruzione, si sappiano trovare nuove energie per far risplendere il sole.
Grazie….è bello sapere che ci siete.
Gli uomini non cambiano. Certi poi…
Gli uomini, certi uomini, non cambiano.
Lo cantava bene Mia Martini in un Festival di San Remo di qualche anno fa, dove a vincere erano ancora le canzoni, lo confermano le cronache. Nere e non musicali, di oggi.
Certi uomini non cambiano proprio. E non parliamo qua di pene d’amore, tradimenti e rancori, parliamo di quegli uomini, pardon, quei maschi che proprio di cambiare non ne hanno voglia, peggio non possono. Poiché sarebbe come cambiare un braccio, un orecchio, un ginocchio. Servirebbe come minimo un intervento di alta ingegneria genetica, senza peraltro avere garanzie sulla buona riuscita.
Nel 2009 all’ospedale di Vicenza arriva una bimba di 4 anni. È stata letteralmente pestata a sangue.
Dal papà.
Il quale ha l’ardire di scusarsi e promettere “di non farlo più” e di essere stato disperato poiché rimasto “senza lavoro”.
Ora però torna in carcere poiché poco tempo dopo quel fatto e dopo una condanna, era uscito dal carcere e aveva replicato le aggressioni, coinvolgendo stavolta anche gli altri figli.
Interessanti i temi della giustizia: lui finisce in carcere nell’agosto del 2009. Oltre alle botte deve scontare anche una pena per detenzione di sostanze stupefacenti. La pena è di ben…1 anno e 8 mesi di reclusione, ottenuti col patteggiamento. Ne fa 5, di mesi, poi torna a casa. Ripesta a sangue i figli e ora, 2012, rientra per scontare l’anno e pochi mesi rimanenti.
Così folle questo percorso da sembrare una barzelletta. Di quelle che nemmeno a San Remo forse riuscirebbe a trovare posto. A meno che non torni Celentano, ma quella è un’altra storia….
Alberto Stasi condannato: la nostra riflessione
Alberto Stasi (che tutti ricordate poiché…assolto per il delitto della fidanzata Chiara Poggi) è stato condannato per detenzione di materiale pedopornografico.
Chi lo difende ovviamente nega, probabilmente ricorrerà in appello e parla di download non volontario, ma intanto in primo grado la condanna c’è, quindi in primo grado lo possiamo considerare pedofilo.
Ma non è di quello che vorrei parlare bensì della condanna a dir poco ridicola:
euro 2.540 di sanzione amministrativa.
Parlavo proprio ieri con un’agente della Polizia svizzera, specializzato nel contrasto al reato di pedopornografia. Mi parlava del turn over dei suoi uomini (non più di sei mesi) per l’orrore sempre crescente che ogni giorno si trovano a dove guardare.
Un pedofilo invece non solo non prova orrore, ma è lontano anni luce da lui il desiderio di fare un turnover, o anche solo una pausa. La sua dipendenza accresce giorno dopo giorno e lo porta appunto a scaricare sempre di più turpi immagini, con bimbi sempre più piccoli. E quello che a noi fa sta male, a lui dà piacere.
Tornando a Stasi ed alla sua, secondo me, assurda condanna vorrei sottolineare come il pericolo che passa da sentenze così ridicole sia una sorta di legittimazione delle pedopornografia. Mi spiego meglio: un pedofilo che scarica quel materiale sa benisimo che con 5 o 6 fotografie, o un paio di filmati, copre benissimo la spesa di 2.500 euro. Inoltre, salvo rari casi (vedasi Stasi poiché appunto già sotto i riflettori) il suo nome non uscirà mai e quindi la sua facciata resterà come la sua fedina penale: immacolata.
Il reato di pedopornografia quindi dovrebbe essere rivisto: poiché non si tratta “solamente” di avere nel proprio pc foto orribili. Si tratta di permettere a qualcuno là fuori nel mondo, al Polo Nord come nella casa davanti alla nostra, di catturare bambini, predarli, fotografare le proprie “prodezze” e condividerle con altri soggetti identici a lui.
Per questo non si tratta “solo” di punire quelle foto. Si tratta di punire una gravissima complicità: la complicità di chi abusa!
Domani parte il processo a Don Seppia.
Si apre domani a Genova, di fronte al gup Roberta Bossi, il processo in abbreviato a don Riccardo Seppia, arrestato nel maggio scorso per avere offerto droga e chiesto prestazioni sessuali a un ragazzo minorenne e avere molestato sessualmente un chierichetto. L’ex sacerdote della parrocchia dello Spirito Santo di Sestri Ponente, risponde di tentata violenza sessuale pluriaggravata per i palpeggiamenti al chierichetto, plrurime offerte di cocaina, anche a minori, offerta di cocaina al complice e amico Emanuele Alfano, tentata induzione alla prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico. Don Seppia e’ difeso dall’avvocato Paolo Bonanni. L’ex seminarista e sodale di don Seppia, Emanuele Alfano, fu arrestato un mese dopo il sacerdote. Ha scelto il rito ordinario. Quattro i capi di imputazione di cui risponde: induzione alla prostituzione minorile; favoreggiamento della prostituzione minorile; prostituzione minorile; detenzione di materiale pedopornografico . fonte ANSA
Da domani nuova due giorni di coordinamento vittime pedofilia.
Da domani nuova due giorni di coordinamento vittime pedofilia.
Per aderire e vedere di cosa si tratta, leggete qua:
http://www.associazioneprometeo.org/pilot.php?cl=2&im=3&ip=0
Pedofilia: Bologna, abusi su nipotina per anni, condanna 8 anni e mezzo
Un bolognese di 89 anni e’ stato condannato dal tribunale di Bologna a 8 anni e sei mesi di carcere per aver abusato della nipotina da quando aveva 5 anni fino a che non ne ha avuti 10. I fatti sarebbero andati avanti dal 2000 fino alla fine del 2004. La piccola veniva affidata dalla madre ai nonni materni mentre andava al lavoro. Solo nel 2009, quando la ragazzina trovò il coraggio di raccontare gli abusi ad una zia. Nell’inchiesta e’ poi emerso che anche due cugine avevano subito molestie dall’anziano. (fonte ANSA).
Commento: un 89enne condannato a quasi 9 anni direi essere un buon traguardo. Unica domanda: uno così, fermato a 89 anni, quanto male può aver fatto nell’arco della sua vita?
Stupro di gruppo? Il carcere può essere facoltativo!
Non so a voi, ma a me pare che se i dibattiti continuano a vertere su come si governa una nave e se viaggiare o meno con Costa Crociere, forse è pure per far passare inosservate notizie così:
Stupro di gruppo, carcere facoltativo
La Cassazione: il giudice può applicare misure cautelari alternative. Insorgono le donne
MARIA CORBI – La Stampa.
Stupratori in libertà. Non è proprio così, ma certo la sentenza della corte di Cassazione secondo cui nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell’indagato (applicando misure cautelari alternative), ha un suono amaro per le donne. Un cambiamento dovuto a un’interpretazione estensiva di una sentenza della Corte Costituzionale del 2010, inbase alla quale la suprema Corte ha annullato una ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere – ritenendo che fosse l’unica misura cautelare applicabile – per due giovani accusati di violenza sessuale di gruppo. Il fascicolo è stato rinviato allo stesso giudice perché faccia una nuova valutazione, tenendo conto dell’interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte alla sentenza n. 265 del 2010 della Corte Costituzionale.
Nel 2009, con l’approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale dopo che gli episodi si erano moltiplicati creando un diffuso allarme sociale non era consentito al giudice (salvo esigenze cautelari) applicare, ai presunti stupratori (con a carico gravi indizi di colpevolezza) misure cautelari diverse dal carcere. Ma la Corte Costituzionale, nell’estate del 2010, ha ritenuto la norma in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione e ha detto sì alle alternative al carcere «nell’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure».
Ora la terza sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n.4377/12) ha stabilito che i principi interpretativi che la Corte Costituzionale ha fissato per i reati di violenza sessuale e atti sessuali su minorenni sono applicabili anche agli stupri di gruppo dal momento che quest’ultimo reato «presenta caratteristiche essenziali non difformi» da quelle che la Consulta ha individuato per le altre specie di reati sessuali sottoposti al suo giudizio.
E le donne insorgono. «Una sentenza lacerante, che fa discutere», è il commento di Barbara Pollastrini, del Pd. «Perché, da una parte si intuiscono le ragioni legate agli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione. Ma, per quanto mi riguarda, finisce per stridere innanzi a quel reato così disumano e annichilente». «Il punto, continua, non è volersi vendicare ma poter avere fiducia che si compia sino in fondo giustizia. Leggerò con attenzione la sentenza della corte – conclude l’ex ministro per le Pari opportunità – ma, ora, il mio pensiero va a quella giovane donna e insieme a lei alle altre che sono state offese e violate». Per Mara Carfagna la sentenza è «impossibile da condividere». «Manda un messaggio sbagliato», spiega l’ex ministro per le Pari Opportunità. «Le aggravanti per i reati di violenza sessuale furono introdotte proprio per evitare lo scempio della condanna senza un giorno di carcere per chi commette un reato grave come questo».
LA BAMBINA COL PIGIAMA A RIGHE.
LA BAMBINA COL PIGIAMA A RIGHE.
Ho avuto il piacere di conoscere un paio di giorni fa la signora Hanna Kugler Weiss, classe 1928.
La signora si trovava in provincia di Bergamo per un ciclo di conferenze (con una media di 3 incontri al giorno), per raccontare la sua storia.
Affinché sia testimonianza e denuncia civile, perché le “stesse cose” non capitino più.
Aveva all’incirca 16anni quando con la sua famiglia fu arrestata dalla milizia mentre cercava di lasciare l’Italia e trovare rifugio in Svizzera.
Insieme alla mamma, alle 2 sorelle ed ai nonni materni, dopo un breve “soggiorno” italiano, venne portata, pardon, de-portata ad Auschwitz, ultimo girone dell’inferno. Massima realizzazione sulla terra di cosa il Male sia in grado di fare. Un Male con una sua logica, con un calcolo scientifico. Per tutto identico a quello che qua da anni combattiamo.
Sono andato ad incontrarla non solo per mio personale interesse sull’argomento, ma perché in vista del lavoro che facciamo col coordinamento nazionale vittime pedofilia, volevo porle la seguente domanda: “come si sopravvive?”.
Quando lei arrivò ad Auschwitz dopo un viaggio altrettanto infernale, dentro carri bestiame (impossibili chiamarli diversamente), affamata, impaurita ed umiliata (“dovevamo fare i nostri bisogni dentro un secchio…davanti a tutti…e svuotarli una volta al giorno quando aprivano le porte del treno. L’ultimo giorno corsi a respirare una boccata d’aria fredda ed invece respirai un forte odore di carne bruciata: eravamo arrivati al capolinea”) si trovò a dover percorrere una fila. Alla fine della quale c’era un uomo, in divisa.
Guardando lei e la sorella che la seguiva l’uomo alzò il dito e loro andarono a sinistra. I nonni, la sorellina più piccola e la mamma, andarono nella fila destra…..furono gasati probabilmente già poche ore dopo……”Lui era lì, con la sua divisa pulita, sembrava invincibile e sicuramente si credeva Dio…”.
Nel campo si ammalò e fu pure visitata da un medico, il cui nome risponde a quello di Mengele….
”Aveva uno sguardo che ti passava da parte a parte…per un attimo pensai riavrebbe ucciso, dato che tutti cercavamo di stare alla larga dall’ospedale perché da lì non si tornava…invece avevo solo una brutta scottatura, misurarono e rimandarono indietro…me lo ricordo ancora ridere delle mie lentiggini….”.
Liberata, insieme agli altri prigionieri il 27 gennaio del 1954 tornò in Italia, si diplomò infermiera e poi da lì andò a vivere in Israele. Dove si è sposata, è diventata mamma (di tre figli) e nonna. E dove oggi dirige il museo della Shoà di Nazareth Illit.
Tre/quattro volte all’anno torna ad Auschwitz, accompagnando gruppi di giovani.
Ascoltavo questa donna e pensavo a come appunto fosse riuscita a sopravvivere. Ad affrontare un così grave lutto, oltre che alla privazione di qualsiasi diritto umano, della propria identità, della propria dignità….
Credo di aver trovato la risposta nelle sue parole. Che riporto qua. Per le tante “Hanna” che ogni giorno ho l’onore di incontrare. Nelle sue parole c’è la risposta, a tanti temi a voi tristemente cari, uno su tutti “il senso di colpa”, quel dannato senso di colpa aggiungo io:
“vestita di stracci….con la testa rasata…sporca…magra…costretta a fare i miei bisogni davanti a tutti…..mi vergognavo come una ladra….poi però mi dissi, ma non è una vergogna mia, si vergognino loro che mi hanno fatto fare questo!”
“Impiegai 4 giorni a capire che avevo perso definitivamente tutta la mia figlia, tranne che mia sorella, 4 giorni per provare ad accettare un destino che mi era stato imposto con la violenza…lì scoprii che abbiamo tutti una forza interiore enorme, che non conosciamo. Spero nessuno debba scoprirla nel modo in cui l’ho fatto io, ma se ciò avvenisse, garantisco che questa ci rende davvero molto forti”.
”Quando liberarono il campo non capii subito che non ero più schiava, pensavo che quella sarebbe stata la mia condizione a vita, invece non è così, nessuno è schiavo di un aguzzino per tutta la sua vita, se non lo vuole…”.
E poi questo passaggio, che mi permetto di evidenziarvi più di tutti gli altri:
”fino al 1968 non parlai mai con nessuno del mio vissuto. In Israele poi non se ne parlava, si voleva voltare pagina e pensare solo al futuro. Poi nel ’68 appunto una giovane insegnante mi chiese di andare a parlare ai suoi studenti in occasione del giorno della memoria. Lo feci, raccontai tutto. La vita al campo. Quello che ci obbligavano a fare, a subire.
Alla fine quando dopo un rispettoso silenzio seguì un lungo applauso liberatorio, mi resi conto che ad ascoltarmi c’era mia figlia. Che di me non sapeva nulla. Come potevo raccontare a lei ed agli altri due figli, che per mesi dovetti portare le stesse mutande? Mangiare scorze di patate tolte dai rifiuti? Che non mi lavavo? Che di nascosto bevevo acqua maleodorante dai rubinetti? Che indossava una scarpa di una misura e un’altra completamente diversa, sotto ad una divisa di due taglie più grandi che cresceva sempre di più?
Pensavo, se i miei figli sapessero che madre ero, non mi avrebbero mai più voluto. Chi accetterebbe una madre… …sporca?
Poi elaborai. Che quello che mi era accaduto non era colpa mia.
Insieme ai miei figli allora, decisi di fare un viaggio ad Auschwitz”.
Chiaro vero? Questo passaggio lo dedico in particolare ad una mamma fantastica, che viene al nostro gruppo da due anni, e che quest’anno ha trovato la forza per raccontare il suo passato di abusi, alle figlie oramai grandi. E che in cambio non ha ricevuto giudizi o chissà cos’altro. Ma solo un grande forte abbraccio….perchè, appunto, non era colpa sua!
Continuo, per concludere, con le parole di Hanna, stavolta su chi ha fatto lei del male:
”è stato fatto da persone umane, civili, normali e quindi può succedere di nuovo, magari in un’altra forma, ma di nuovo. Certo oggi come ieri mi chiedo dove fossero i giusti? I buoni.”
“Come sto oggi? Sto bene grazie. Mi sono educata da sola e dentro di me ho trovato la migliore educazione. Sono diventata buona proprio perché ho conosciuto il male nella sua massima esposizione. Io per questo non maltratto, ma faccio del bene.
Perché io sono diversa”.
Le mie bimbe molestate e lui libero e tranquillo. Perché?
Le mie bimbe molestate e lui libero e tranquillo. Perché?
Raccogliamo lo sfogo disperato di una madre. La cui vita, da alcuni anni, ha subito un brusco arresto ed una altrettanto brusca inversione di tendenza. La causa: il peggiore dei mali. Quello che a volte sembra surclassare il più forte dei tumori, resistente pure alle più moderne chemioterapie: l’abuso.
Nel suo caso verso la propria vita: quella rappresentata da due bambine, all’epoca dei fatti di 3 e 8 anni.
Bimbe che da un po’ di tempo non stanno bene ed hanno tutta una serie di malesseri a cui però non si riesce a dare una risposta.
Fino a quando l’amichetta della bimba più grande non raccoglie le confidenze della propria compagna di giochi: e spaventata ne parla subito con la propria madre, la quale avvisa la mamma delle bimbe.
E lì si apre un mondo. Di dolore, silenzi, minacce, paura.
Ma soprattutto un nuovo problema. L’abusante è minorenne ed il Tribunale competente è appunto quello dei minori. Ma è anche fratello del papà delle bambine e questo crea non pochi attriti in famiglia:
“pur rendendomi conto dell’assurdità, non riuscivo a perdonare a mio marito che ad abusare le nostre figlie fosse stato suo fratello minore.
Non gli perdonavo di stessere il fratello di un mostro!”.
Dalla famiglia peraltro arrivano i primi problemi:
“inizialmente ci minacciarono di morte. Poi addirittura cambiarono strategia offrendoci dei soldi per stare in silenzio”.
La madre però va avanti e denuncia appunto l’abusante.
Ma inizia un nuovo calvario.
“Veniamo noi periziati fino all’inverosimile, mentre non risulta che a lui sia successo lo stesso”.
Da allora (2006) è un via vai di assistenti sociali, psichiatri e quant’altro. La donna lascia il lavoro per stare più vicina alle bambine turbate da tutti i colloqui e pure il marito cambia lavoro, con una posizione che gli dà uno stipendio inferiore.
Sono passati quasi 6 anni ed ancora il Tribunale non si è pronunciato.
L’abusante resta libero.
Le vittime…no.
La storia di Lola. Morta a 3 mesi. E di quella carezza data da tutto il suo mondo.
La storia di Lola. Morta a 3 mesi. E di quella carezza data da tutto il suo mondo.
Questa è la storia di una mamma, di origini indiane e dal nome esotico Panang. E della sua piccola figlia, Lola, nata in Germania dove la mamma da tempo vive.
Lola ha tre mesi. Panang 22 anni.
Alla nascita di Lola le è stata riscontrata una grave anomalia, che ha portato i medici a tentare l’impossibile: un delicatissimo intervento chirurgico. Al cuore.
La piccola, come previsto, non ce l’ha fatta.
La mamma l’ha cercata disperata non capendo dove fosse finita e a questo punto devo rivelarvi qualcosa di più sulla loro identità.
Panang è una bellissima elefantessa indiana e Lola la sua cucciola.
Entrambe, insieme ad altri elefanti, vivono nello zoo di Monaco di Baviera.
Per placare la disperazione di Panang e certi del fatto che gli elefanti hanno “consapevolezza di ciò che sia la morte” gli operatori dello zoo hanno riportato il corpicino di Lola alla madre. Che ha così potuto ….salutarla, dandole l’ultimo bacio, l’ultima carezza.
Cosa che poi a turno tutti gli altri elefanti hanno fatto, salutando la piccolina amata dall’intero branco.
Perché vi raccontiamo questa storia? Perché la sua morale ci riporta a tante altre brutte storie di infanzia violata che riportiamo qua ogni giorno e che fanno sorgere appunto questa riflessione: se davvero certi brutti esempi di uomini (e donne) imparassero dagli animali, quanta strada, in meglio, potremmo fare……
(nel post successivo trovate la foto).






