Archivi per la categoria ‘testimonianza abuso’

Da Facebook.

“La nostra famiglia è stata distrutta…lui, insieme a chi lo difende, vive libero, sereno. Lo incontri e ti sorride guardandoti in faccia”.

Vorrei tanto mostrarvi le lacrime che hanno appena bagnato la mia scrivania. Quel dolore che non passa, perché è ancora fresco. Quell’irritazione nell’incontrare ogni giorno chi ha tolto serenità a tua figlia e cammina per strada a testa alta.
C’è tanta strada da fare miei nuovi amici, e ce la faremo. Relegando all’oblio chi sorride fiero del proprio male. Un male che non vincerà. Che vi ha già rubato tanto. E che come diciamo spesso da ‘ste parti, non può, né deve, essere per sempre.

Il bimbo, la mamma e il solletico.

“C’è tanta vita dopo l’abuso”. Sono anni che ve lo dico in ogni modo. Settimana scorsa incontro un’amica. Venuta poi al gruppo di auto aiuto. Durante il colloquio mi racconta di come a distanza di anni rifugga il contatto fisico. Anche con il suo bambino. Che invece è sempre alla ricerca di abbracci, coccole e adora che gli si faccia il solletico. Le do un compito. Non facile. Torna a casa. Fagli almeno due ore di solletico: scherzando aggiungo, “fino a che non lo ricoverano per eccesso di risate”. Il giorno dopo mi scrive. Nessun dolore è per sempre. Costa fatica, impegno, volontà, ma non è per sempre. Pure questo credo di avervelo già detto. Questo il suo messaggio << Ciao Max, quando sono tornata a casa ci ho provato, non sono state due ore di solletico, ma 15 minuti buoni si.. Quella sensazione non se ne va.. Però sai una cosa? L’ho fatto lo stesso… mio figlio non ha mai riso così tanto con me! MAI!! Avrei voluto registrare quella risata! Sai che ha fatto dopo?? Mi ha abbracciata e mi ha detto ” mamma sono tanto felice “… Continuerò a sopportare quella sensazione.. voglio sentire ancora quella risata!  Non pensavo che quello lì (il pedofilo) si fosse preso anche questo! Grazie! >>

#nessundoloreèpersempre

 

danni dell'abuso

Quella bambina sarebbe fiera di me.

“Quella bambina che a sei anni sulle nevi di Foppolo aveva sognato di vincere le Olimpiadi.. oggi sarebbe fiera di me “.

sofia goggia

Riporto il post e le parole di Sofia Goggia, oro olimpico (bravisisma e complimenti <3) , e le dedico a tutte le “bambine” che ogni giorno incontro. Solo ieri sono state 6.
Ecco, vorrei che quelle parole le facessero proprie. Non avranno una medaglia da appendere al collo, ma il loro trofeo, ciò che rende vittoriose le bambine dentro di loro, è la vita che oggi dopo anni di
dolore, si sono riprrese o stanno per riprendersi.
You are the champions, my friends.

 

  • dalla pagina Facebook di Massimiliano Frassi

La vostra voce: “da bambina subii abusi, chiesi aiuto, mi portarono dall’esorcista!”

LA VOSTRA VOCE.
Dedicata a tutti i leoni da tastiera (conigli nella vita). A quelli che in questi giorni, dal caso eclatante di pedofilia a quello del produttore di Hollywood, sanno tutto, giudicano tutte (le vittime) e meritano solo una cosa: l’estinzione.

<<Ho subito abusi da mio nonno dall’età di 4 anni fino ai 9 anni circa. Ho dimenticato tutto fino ai 15 anni e quando ho ricordato l’ho detto a mia madre che mi ha portata da un prete x farmi esorcizzare. X anni ho subito esorcismi perché mi avevano convinta che fossi io quella sporca e malata. Ho avuto problemi di dipendenza da droghe x 5 anni. Disturbi alimentari ed attacchi di panico. Poi ho detto tutto a mio fratello e da lì la svolta. Sono andata in terapia ed ho poi incontrato Prometeo. Una luce in fondo al tunnel. Oggi sto abbastanza bene. Soffro del disturbo ossessivo compulsivo ma ci sto lavorando. Adesso non mi sento più sola e sto dando nuova vita alla bimba che è dentro di me. Bisognerebbe parlare di più in generale e specialmente nelle scuole. Spiegare la differenza fra amore ed abuso perché spesso il pedofilo gioca molto su questo aspetto. Io avrei voluto che qualcuno lo avesse spiegato a me. E che mi avessero creduta…>>

n.b.: la foto tratta dal film “L’esorcista”, non vuole essere ironica, bensì critica. Questo (in una forma, diciamo, meno scenografica ma altrettanto violenta!) è quello a cui una bimba (più di una guardando la nostra casistica) è stata sottoposta, dopo aver parlato degli abusi subiti.

bambina abusata viene esorcizzata

Post pubblicato sulla pagina Facebook.
A cura di Blog Staff.

 

La storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

wonder-woman-and-superman-art-portrait-social-campaign-domestic-woman-womens-violence-abuse-satire-cartoon-illustration-critic-humor-chic-by-alexsandrLa storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

 

Non l’ho mai raccontato, nemmeno a me stessa. Nessuno sa tutta la mia storia. Nessuno sa cosa si nasconde dietro di me. Nessuno mi conosce per davvero.

La mia è una storia “scomoda”, di quelle che pur sapendole, non ne si vuole parlare.

Non saprei nemmeno io da dove cominciare!

Ecco…

Sono sempre stata un po’ “speciale”.

Seconda di 4 figli, mia madre mi dice sempre che già da bambina ero “diversa”. Sapete come si dice: “la figlia muta la capisce solo la mamma”. Ma non era il mio caso. Io con mia madre mi sono sempre rifiutata di comunicare già appena nata.

Io avevo un magnifico principe, il MIO principe: mio padre.

Mamma dice che piangevo tutto il giorno fino a quando lui non tornava dal lavoro e mi prendeva in braccio. Non dormivo se non era lui a farmi addormentare.

Avevo 18 mesi quando rimanevo sveglia fino alle 2 di notte in piedi appoggiandomi alla culla, fino a quando lui non chiudeva la porta di casa quando usciva con amici.

Avevo 2 anni quando gli chiesi di rimanere con me una sera, e lui uscì lo stesso con un suo amico, e dopo un’ora mi ricoverarono per un’”improvvisa” febbre a 40 che mi è passata appena lui è arrivato in ospedale.

Bhè, un po’ il rapporto che hanno tutte le bimbe con il proprio papà. Per me era solo tutto molto amplificato.

Al resto del mondo, apparivo una bambina molto timida. Mia madre racconta sempre che fino ai 3 anni, nessun parente (se non i miei genitori e i miei fratelli) conosceva la mia voce. Allo stesso tempo ero una bambina sveglia e intraprendente. A 4 anni imparai sola a scrivere.

Tutto ok fin qui, no?

Lo ricordo come se fosse ieri. E’ una di quelle scene che la notte mi viene a trovare. Una di quelle scene che se chiudo gli occhi, mi sembra di essere ancora lì. Era inverno. Una mattina iniziai a fare i capricci perché non volevo andare a scuola. Mia madre allora mi disse che potevo rimanere a casa a patto di finire tutti i compiti che avevo, mentre lei andava a fare la spesa.

E così fu.

Chiuse la porta e mio padre mi chiamò. Lui era ancora a letto in camera sua.

Mi abbracciò come faceva sempre. Ma quella volta non fu come sempre.

Ricordo tutto. Un ricordo troppo lucido che fa paura.

Forse tanta paura io non l’ho mai avuta.

Non scendo nei dettagli, ma da qui ha inizio la mia storia. Da qui hanno inizio più di 8 anni di abusi in casa, dalla persona che avrebbe dovuto tutelarmi. Dall’unica persona che amavo.

Dalla prima elementare al primo superiore.

Io non capivo se era tutto normale. Avevo una sola certezza: non sapevo cosa fossero quelle attenzioni, sapevo solo che mi facevano paura. Anzi mi terrorizzavano.

Avrei potuto parlare. Ma l’unica persona con cui parlavo era lui. E poi lui mi voleva bene e diceva che quello che faceva era perché lui mi amava.

Iniziai a capire crescendo, quando sentivo brutte notizie al telegiornale.

Io ricordo perfettamente ogni volta che sentivo una storia in tv che mi faceva capire che la mia storia non era poi così normale.

La storia che più mi sconcertò in assoluto fu quella del piccolo Tommy (infatti sono rimasta parecchio sorpresa di trovare una sua foto enorme nella sede di Prometeo a a Bergamo).

2 marzo 2006, il piccolo Tommy viene rapito a soli due anni e trovato un mese dopo, ucciso. Viene arrestato Mario Alessi.

Una storia che ha commosso l’Italia intera, compresa mia madre, che guardava con sdegno quell’uomo che aveva brutalmente ucciso Tommaso Onofri.

Ricordo che le indagini si spostarono anche sul padre perché aveva del materiale pedopornografico ben nascosto in casa. Chiesi a mia madre cosa significasse quella parola così complessa e appena capii di cosa stessimo parlando, pensai “Bhe e cosa c’è di male?”. Non lo dissi perché guardavo lo sguardo serio di mia madre, come se stesse raccontando di qualcosa di orribile. Una di quelle cose che veramente non dovrebbero esistere al mondo. E lì capii moltissimo di quello che mi stava succedendo. Questo è un altro ricordo fortissimo che ho nella mia testa. Lo rivivo mentre lo scrivo.

In tutto ciò iniziai ad odiare mia madre dal primo giorno.

Non credo di aver mai voluto così male a qualcuno.

Io avevo paura e lei non mi portava via da quell’incubo ad occhi aperti.

Io avevo paura e lei non vedeva. Lei non capiva che in me c’era qualcosa che non andava, eppure ero sempre sotto i suoi occhi.

Io l’ho odiata.

Io l’ho odiata per tutte le volte che mancava a casa e io ero sola con lui.

Io l’ho odiata quando guardava i miei disegni “deformati” in cui nessuno vedeva nulla tranne me, e diceva molto contenta “sono molto interessanti”.

Io l’ho odiata quando metteva le sue regole durante l’adolescenza, quando mi diceva che non potevo mica uscire tutti i giorni di casa e dovevo rimanere per forza nella tana del lupo.

Io l’ho odiata quando ad 8 anni scrissi grande grande sul muro con il gesso “MORIRO’ ”. E lei si limitò a sgridarmi, perché diceva che “quelle cose non si pensano”.

Io l’ho odiata per ogni volta che non si è chiesta perché avevo atteggiamenti non normali.

Io l’ho odiata quando guardava le mie mani graffiate senza prestarci attenzione e continuavo a graffiarmi e colpevolizzarmi per la mia situazione.

Appena cominciato il mio incubo, io iniziai ad avere “problemi nel relazionarmi”. Così li chiamavano. Non parlavo con nessuno. Mutismo globale.

In seconda elementare avevo bisogno di un apparecchio ortodontico, ma le maestre chiamarono i miei genitori chiedendo di posticipare, perché ero troppo “timida” e l’apparecchio non mi avrebbe aiutata. Ma ragazzi, qui non si tratta di essere timidi. ESSERE MUTI NON E’ SINONIMO DI TIMIDEZZA. ESSERE ISOLATI NON E’ SINONIMO DI RISERVATEZZA. NON SAPER COMUNICARE NON E’ SINTOMO DI INCAPACITÀ RELAZIONALI E BASTA!!!

Non sono mai nemmeno riuscita a scrivere un tema.

A scuola dalla 5 elementare in poi, ho sempre avuto un curriculum impeccabile, ad eccezioni delle insufficienze nei temi di italiano. Non erano poi così banali i miei “problemi di comunicazione”.

E lo sapeva bene il mio professore, quando in quarta liceo consegnai un tema in bianco e lui decise di diventare il mio psicologo. Lo sapeva bene quando continuava a chiamare mia madre a scuola per dirle che miei comportamenti non erano così normali.

Avevo anche disturbi del sonno. Cioè, non ricordo esattamente un periodo in cui io non facessi incubi una notte sì e una no. Incubi così brutti che mia madre mi chiese di non parlargliene più. Incubi che non mi facevano e non mi fanno tutt’ora dormire.

Ho iniziato ad avere troppi problemi che mi porto dietro ancora ora e che ormai mi formano.

Ho 22 anni e dormo con il mio orsacchiotto di peluche. Lui ha un’importanza che nessuno può capire. L’orsacchiotto di peluche è sempre stato il mio unico vero amico, perché lui era il mio unico testimone. Lui era con me nella maggior parte nei momenti. Lui vedeva quello che vedevo io. Fin quando mia madre ha ben deciso di buttarlo “perché era tutto rovinato” e quello fu uno dei momenti in cui la odiai di più. Mi aveva tolto l’unico amico che avevo.

Ho 22 anni e dormo senza cuscino, perché a 6 anni ero convinta che dormire con la testa sotto il cuscino mi rendeva invisibile.

Ho 22 anni e ho paura del buio!

Ho 22 anni e non ho una vera amica donna perché odio tutto ciò che ricorda mia madre. Certo, sicuramente ho compagne del mio stesso sesso, ma il mio cervello in automatico pone dei paletti, e un vero rapporto di amicizia profonda con una donna io non l’ho mai creato e inizio a credere che questa cosa non avverrà mai.

Ho 22 anni e non mi piacciono troppo gli abbracci o le attenzioni di gente che non conosco.

Ho sempre nascosto tutto. Il terrore era troppo.

Ricordo la sensazione di paura che provavo. Quando sentivo i suoi passi, iniziavo a gelare da dietro il collo. Il freddo scendeva fino alla punta dei piedi e poi mi paralizzavo. E non sto esagerando. Mi paralizzavo e mi sembrava di vivere tutto da fuori. Il mio corpo non lo sentivo. Non sentivo le sue mani, non sentivo nulla di lui.

Ma se la violenza fisica non la sentivo, quella psicologica era inevitabile. Le orecchie non si tappano. Gli insulti, alcune frasi, “mi tagliavano in due”. Sentivo il petto disfarmi in mille pezzi, sentivo un dolore atroce alla gola, trattenevo il pianto rimanevo inerme, ferma, non riuscivo a reagire.

Potrei parlare molto a lungo dei problemi che mi rendevano una persona “disagiata”, ma ce ne vorrebbe veramente molto di tempo.

Comunque la storia “termina” quando frequento il primo superiore e arriva per la prima volta il ciclo, quando avevo ormai veramente compreso la mia storia.

Allora non volendo distruggere la situazione familiare, in cui mia madre aveva parecchio bisogno di mio padre, perché poi le dinamiche familiari “complesse” ci sono sempre, decido di prendere tutto e sigillarlo con cura in una stanza del mio cervello, e disintegrare le chiavi, certa che nessuno ci sarebbe mai più entrato, neanche io.

Dal primo superiore allora conduco la mia vita pseudo-serena, cercando di togliermi il terrore di dosso, ma gli incubi non sono mai finiti nella mia testa. Nel cervello avevo troppe cicatrici, ma l’indifferenza era la strada più facile. E fu proprio la strada che intrapresi.

Compiuti 18 anni, cerco l’università tra i posti più lontani da casa. Non è un caso se le uniche opzioni che avevo erano Roma, Bologna e Padova. Scelsi Padova, mettendo una grossa distanza tra me e la mia amata Sicilia. Non sarei tornata molto a casa.

Quindi parto e comincio una nuova vita e riscopro una Mary che non conoscevo. Qualcuno mi dice che sembro più sicura e parecchio meno timida rispetto al primo anno e di questo ne sono parecchio felice.

Stava procedendo tutto molto bene.

Ma la vita è infida e a lei non piace tenere le cose sospese. Tutto torna.

Una sera dell’estate scorsa stavo studiando con i miei amici. Ad un certo punto arriva una chiamata. Mia sorella di 15 anni, Assunta. Niente di insolito. Mi chiama spesso la sera.

“Pronto”, dissi.

Dall’altra parte solo singhiozzi interminabili.

Non era quel pianto da adolescente che litiga con il fidanzatino. Quel pianto io lo conoscevo troppo bene. Mi è bastato un secondo. UNO. Io avevo già capito tutto.

Per me non era così difficile.

Iniziai a fare domande, non avrei chiuso quel telefono fin quando lei non mi diceva la verità. Dovevo tirarglielo fuori. Non potevo lasciarla sola.

Lei continuava a piangere e continuava a ripetere “Mary tu devi solo ripetermi che questa cosa non devo dirla a nessuno. Questa cosa mi ha rovinato la vita. Io mi ammazzo.”

Sono parole che non scordi. Sono attimi di panico. Sento ancora la sua voce assordante nelle orecchie.

Sono stati i 45 minuti della mia vita in cui sono stata la persona più insistente del mondo.

A lei bastò dire “Papà…” e io la fermai.

NON POTEVO PERMETTERMI DI LASCIARLA SOLA.

NON POTEVO NON TENDERLE LA MANO E TIRARLA SU.

Chiusi la chiamata e mi crollò il mondo addosso. Io sono morta dentro in quell’istante.

Ho sentito così tanto male entrarmi da per tutto che non sapevo proprio cosa fare.

Mi ritengo responsabile di un delitto compiuto su di lei. Io l’ho uccisa. Io sono responsabile di tutto quello che le è successo. E non ho scusanti. Sono convinta che lei mi odi (anche se lei dice di no). Io non riesco a vederla negli occhi… Io non so descrivere il male che provo stando davanti a lei.

Comunque Le consigliai di dirlo subito a mamma cercando di darle tutto quel coraggio che forse io non ho mai avuto.

Lei lo fece, senza esitare e ringraziandomi perché “senza di me non l’avrebbe mai fatto”.

Era la sera del 29 luglio quando mia madre prepara la valigia a xxxxx e lui va via di casa.

Volevo sprofondare. Pregavo di non esistere.

Ricordate la stanza che avevo chiuso e buttato nel dimenticatoio?

E’ come se qualcuno l’avesse trovata, avesse sfondato la porta entrandoci di prepotenza, toccando tutto ciò che era mio. Questo qualcuno stava giocando con quello che fino a quel momento era solo MIO. Il mio dolore. Quel male che nessuno può comprendere se non lo vive, che nemmeno io so quantificare.

Mi stava togliendo tutte le forze, a tratti non respiravo e mi faceva male il petto e la gola proprio come quando ero piccola. La stanza è stata aperta e la porta è ancora spalancata e tutti i ricordi stanno tornando, sempre più forti, senza sosta la notte mi tornano in mente, e io rivivo tutto come se fossi li.

Speravo vivamente in mia madre che inizialmente ha dimostrato una forza non indifferente. Solo che adesso lei continua a vederlo, cena con lui e non con mia sorella. Lei parla ancora con lui, chiamandolo “mio marito” (con quale coraggio non riuscirò mai a capirlo). E io dal canto mio, pur consapevole di sbagliare, non riesco a dirle di me. Io continuo a non fidarmi di lei. Io proprio non riesco a vedere in lei un’amica. Lei sta rendendo la situazione ancora più complessa, così complessa che non so nemmeno spiegarla. Ancora una volta per me lei è la seconda abusante in questa storia.

Ma fare la vittima non è mai stato il mio forte.

Riconosco i miei limiti e so che adesso sola non arrivo da nessuna parte.

Ho tutto il mondo contro e non c’è un aspetto della mia vita che stia andando come vorrei. Intorno a me ho il nulla. Vedo tutto morto, tutto arido.

Mi alzo la mattina, con la pesantezza di vivere. La paura sta tornando. La voglia di vederlo morto mi assilla.

Anche se questa vita io non la voglio, io il fondo non voglio più toccarlo. Non voglio tornare a ritenermi una persona stupida e inutile. Non voglio che ritorni la voglia di non voler esistere. Non voglio e non posso permettermelo.

Allora ho deciso di fare un piccolo passo. Mi sono informata con tanta rabbia ed eccomi arrivare a Prometeo.

“Un piccolo passo per Mary, un passo enorme per la situazione.”

Da qui riparto io.

Maria Rosaria, ma per tutti, da oggi, Mary.

Sono nata al Sud…ma non posso restarci per aver detto “no” agli abusi!

sud1
“Sono nata in quel punto dell’Italia nel quale un Dio dai geometrici pensieri ha voluto sbizzarrirsi impastando soavemente colori, odori, sapori che fanno innamorare anche il più burbero degli scettici.
Il Sud Italia è quella parte dello stivale che il mondo intero ci invidia anche per il calore, l’affetto rumoroso e sorridente dei suoi abitanti.. sembra un quadro perfetto, ma la realtà vissuta da chi quel posto lo abita non è così rosea. Io ci sono nata in quel paradiso, ma non ho potuto restarci né posso tornarci; sono in molti a chiedersi il motivo.. non lo spiego mai, non capirebbero…la verità è che mi vergogno perché dovrei dire che a casa mia le brave ragazze subiscono in silenzio, che si tratti delle attenzioni sessuali di un genitore o di maltrattamenti in famiglia… una brava ragazza, se il marito la umilia, denigra e picchia sta zitta per non rovinare la facciata.. una brava ragazza non pronuncia la parola pedofilia, non dice ” ho subìto abusi dal più sporco dei pedofili “, non denuncia, porta con sé il segreto fino a che non morirà per mano dell’indifferenza e dell’omertà. Beh, credo che si sia capito, io non sono una brava ragazza perché ho parlato, ho raccontato, ho chiesto aiuto e, nonostante nessuno abbia voluto credermi o almeno farsi qualche domanda, non sono “pentita”. Ed è proprio per questo che le porte dello Stretto di Messina per me sono chiuse, perché non ho fatto ammenda né chiesto scusa.. Forse un giorno tornerò a calpestare il marciapiede della città che mi ha vista bambina per dire agli ipocriti che non hanno saputo uccidermi, che lo sdegno, il disprezzo dell’innocenza, invece, io ho saputo trasformalo in amore spezzando una catena alla quale molti vogliono rimanere saldamente ancorati… ho vinto perché sono in grado di guardare la parte buona della mia terra e mi commuovo quando per strada sento il mio accento quasi sempre nella voce di persone gentili e sorridenti. Amo ancora il profumo dei limoni e le distese di aranceti che colorano di amaranto la terra…il mare e le voci dei pescatori che tornano a riva col volto arrossato dal sole mentre i bambini corrono felici sulla spiaggia. Amo, ne sono ancora capace, nonostante tutto, perché ho la certezza che la mano di quel Dio fantasioso presto si poserà sulle coscienze di tutti e si parlerà del sud non solo per i suoi colori e i morti ammazzati dalla criminalità, ma anche perché sarà capace di spogliarsi di tutte le brutture nascoste.”

Questa  testimonianza è di una GRANDE anima , in rinascita.
Lei ha vinto. E’ tutto quel mondo che ha perso, non potendo più contare sulla sua presenza…..!

Il ragno nella pancia della bambina

pedofilia

 

Fu uno dei miei  primi casi. Lei, una bimba di 6 anni. Lui, un prete con uno zero in più dopo quel 6. Era una bimba solare e vivace, curiosa e sempre allegra, con le treccine bionde, motivo per il quale la nonna la chiamava “la mia Pippi”, come Pippi calze lunghe. La bimba adorava i micini. A casa non poteva averli, ma la nonna, ne aveva ben due. Lei adorava la sua nonna, anche per questo. Frequentava l’oratorio, ci andava a piedi poiché abitava proprio davanti a quel luogo e i suoi genitori si fidavano. In una giornata di fine giugno come quella di oggi, di circa 20 anni fa, il prete decise che quel sorriso glielo avrebbe spento per sempre. Ed iniziò ad abusarla. Prima dei palpeggiamenti. Poi rapporti orali. Ogni volta che raggiungeva il suo orgasmo le diceva che un ragno era stato messo dentro di lei e che se lei avesse svelato il segreto che c’era tra di loro quel ragno, insieme ai “suoi fratellini”, l’avrebbe mangiata dal di dentro. La pancia comincio a gonfiarsi. La bimba aveva paura che anche solo espletando le sue funzioni corporee un ragno sarebbe uscito (per la cronaca lei aveva il terrore dei ragni). Mesi di visite ma nessuno capì. Poi un giorno la nonna la sentì piangere mentre confidava ai suoi micini una storia atroce: quella che stava vivendo sulla propria pelle. Il resto è storia nota: la denuncia, il paese spaccato in due. Le difese del pedofilo. Che purtroppo morì di infarto prima della fine del processo. Accadde in Kenya….stava lì in vacanza…. Ci vollero mesi di terapia, lunghi ricoveri per far caprie alla piccola che i ragni dentro di lei non esistevano. Nel frattempo la famiglia aveva dovuto lasciare il paese, poiché “avevano letteralmente tutti contro”. Il giorno che la mia vita si incrociò con quella della bambina lei era già una foto stampata su un’immaginetta ricordo. “Una complicazione”, come dissero i medici, l’aveva portata via. Aveva solo 10 anni. Anche la nonna se n’era andata, il giorno dopo la scomparsa della nipote. E, incredibile a dirsi, pure uno dei due micini. Chissà forse non volevano lasciarla sola lassù in cielo. La madre venne da me, mi raccontò la sua storia e mi fece giurare che avrei sempre difeso i bambini abusati. Poi sparì. Ogni tanto una cartolina a Natale. Un saluto. Oggi non so dove sia. Come stia. Ma so per certo che ogni qual volta leggo , 20 anni dopo, di bambini abusati finiti sotto accusa, di inquirenti o realtà come al mia accusate di chissà quale complotto, e di difese ad oltranza di esseri per i quali l’unica risposta certa, è chiuderli in gabbia per sempre, penso ad una bambina con le trecce bionde che amava i gattini.

p.s. Il mio formatore Ray Wyre mi raccontò una storia simile…accaduta a lui de da lui seguita con Scotland Yard…chissà forse i pedofili si scambiano pure le idee su come spaventare i bambini, non solo i supporter.

Una bimba abusata parla alle maestre: ecco cosa dovreste fare per tutelarci!

una bambina abusata parla alle maestre

Buongiorno a tutti, benvenuti e grazie di essere qui. ….

Il mio nome è Pierina, vivo in Piemonte e conosco Prometeo da alcuni anni.

La mia esperienza con l’abuso risale a, quando avevo circa 7/8 anni, fui avvicinata da un predatore che con una scusa banale, mi trascinò nella cantina del palazzo dove abitavo, ricordo come allora la sua fuga quando senti mio fratellino, che, compreso cosa stava accadendo, urlò con tutto il fiato che aveva in gola.

Ciò che restò in me fu un trauma, uno shock …ed un segreto celato per tanti anni.

Non riportai nulla dell’accaduto a casa…vivevo in una famiglia dove il rapporto padre figli non esisteva…dove l’unica immagine che avevo di famiglia era di un padre/padrone irascibile, sopratutto verso mia una madre.. succube… avevo paura, come avrei potuto parlare loro del mio abuso?

Come conseguenza, la mia esperienza con la scuola fu alquanto negativa, ero una bambina timida, introversa, molto insicura, che viveva nel proprio mondo costruito apposta per non soffrire.

Ricordo bene alcuni episodi…uno in particolare, il più doloroso, un giorno, una compagna fece notare all’insegnante le mie gambe, segnate, violacee, l’insegnante diresse lo sguardo per un attimo verso di me, io, immaginando di dover raccontare quei lividi, cominciai ad arrossire, mi vergognavo, ma Lei non disse una parola, e proseguì il suo lavoro facendo finta di nulla, quei segni erano i lividi che mio padre mi aveva lasciato il giorno prima dando sfogo alla sua rabbia.

Ogni interrogazione era un tormento per me, ero presa da una tosse convulsa, tanto da non riuscire e parlare, e immancabilmente collezionavo voti scarsi, e non perché non studiassi. Ma nessuno degli insegnanti trovati sulla mia strada, si è mai chiesto il perché. E’ cosi divenivo via via prima una bambina chiusa e poi una ragazzina svogliata…

In questi ultimi anni ho lavorato molto su me stessa per poter finalmente uscire dal mio guscio, sono riuscita grazie a Prometeo, grazie al nostro gruppo di auto/aiuto a tirare fuori tutto ciò che avevo dentro, a parlare del mio abuso, a volermi bene, a trovare la stima perduta, a ricucire e rafforzare affettivamente un rapporto , pur profondo , ma difficile con mia figlia, e ad avere un bellissimo e unico legame con la mia nipotina che oggi ha 10 anni.

Ecco, quello che non avuto nella mia esperienza scolastica, è la sensibilità da parte dei miei insegnanti, la mancanza d’attenzione  verso una bambina che dava dei segnali, mai capiti, che cercava aiuto, protezione, anche solo di un  sostegno (es.“ Ok non ti interrogo, scrivimi la lezione su un foglio, la leggerò e ti darò il voto” )

Oggi ,io direi a quegli insegnanti, per la grande importanza che ha il loro ruolo, di osservare i propri alunni, i bambini danno sempre dei segnali ,  di usare tatto, di avvicinarsi a loro con accortezza, di adoperarsi in tutti i modi, di mettere in moto tutti gli strumenti a disposizione, per non lasciarli, come successo a me, soli a combattere il proprio dolore.

Sopravvivere all’abuso. la vostra voce.

La vostra voce. Senso del nostro impegno.
Riceviamo e pubblichiamo:
testimonianza di abusoraduno nazionale vittime pedofilia 2012

“Scrivo alle 2 di notte per poter raccontare la mia storia , perché nessuno a parte me sa cosa ho passato. ho dovuto prendere il coraggio a quattro mani per poter scrivere , ora lo faccio perché questo segreto mi sta letteralmente divorando e perché chi leggera questa mia , non mi vedrà mai in faccia mentre la racconto . Sto piangendo come quasi ogni notte da quando sono piccola , piccolissima. Ho ricordi della materna quando mi cugino , forse 18enne , mi molestava.  Al tempo abitavo in una villa  a Napoli che apparteneva a mio zio . Lo stesso zio che era il padre del cugino molestatore . Non ricordo la prima volta , ma i primi ricordi che ho , sono di mio cugino che mi molesta . Ora leggo di un maestro di scuole elementari , accusato di violenza sessuale nei confronti di 9 suoi alunni tra gli 8 e i 13  anni, condannato a 10 anni….come a dire che per ogni bambino abusato , viene inflitto poco più che 1 anno . Quello che mi ha fatto mio cugino non è tra i più gravi , né tra i più violenti , ma mi ha ugualmente segnata per il resto della mia vita e ancora oggi , che ho 30 anni ,  non riesco a dimenticare né a perdonare . Semplicemente , credo che la gravità della situazione da parte di chi la subisce , purtroppo , non sia ancora ben chiara oppure sottovalutata . Perché chi subisce una molestia o una violenza non vive , ma ‘SOPRAVVIVE’ .”

Caro Nonno che abusavi di me…riposa in pace…

Riceviamo e pubblichiamo:
stop pedofilia

Caro nonno
Sono tua nipote…   Maria  ricordi?
Mah… Forse no o forse sì.
È passato tanto tempo.
Avevo 17 anni quando sei morto e ora ne ho quasi 55 .
Fa te… quanto tempo.
Quanto tempo.
Eppure, neppure in così tanto tempo sono riuscita a dimenticare.
Strano.
Neppure.
In così.
Tanto.
Tempo.
È andata sempre in peggio nonno.
Mi violentavi che avevo 2/3 anni.
Piccina ero. Non capivo.
Non ti racconto quello che mi facevi perché suppongo tu lo ricorda.
E già. Dai su… non si dimenticano certe cose.
Cose orribili, inimmaginabili.
Cosa ti posso dire: che sei stato un vecchio porco schifoso bastardo maledetto farabutto assassino?
Che mi hai rubato la vita?
Cosa ti posso dire. .. che anche a te era stato fatto questo e che quindi
Dovevi ripeterti?
Non sapevi che mi stavi portando via la vita?
Che non faceva differenza che tu sparassi, oppure no?
Sappilo ora: Il risultato era lo stesso. Viva Morta.
Vivere per me è come tirare un carro senza ruote.
E la so io tutta la fatica.
Tutta la fatica per tirare avanti, per di più senza capire.
Già, la mia mente per proteggermi ha rimosso.
Solo ora mi vomita addosso immagini indicibili.
Nemmeno questa possibilità.  Nemmeno la possibilità di raccontare.
Vomito Immagini e male.
Male di quello forte.
Profondo.
Più profondo del profondo dell’anima. Un male eterno, senza tempo.
Ci affogo certi giorni in questo male.
La mia vita, come quella di tutti, avrebbe avuto già le sue salite… non ne avevo bisogno, nonno.
Vorrei trovarti una giustificazione valida… te ne ho trovate tante sappilo.
Malato forse. Ritardato. Eppure, non ricordo tu lo fossi.
Ignorante sicuramente Sì.
L’ ho nascosto bene questo male.  Non si vedeva.
Sempre sorridente.
Va tutto bene.
Lo conoscevo solo io.
Ma chi era più attento se ne accorgeva.
Si accorgeva che qualcosa non andava.
Bastava un abbraccio che le mie braccia di botto cadevano lungo i fianchi. Il fastidio era indescrivibile.
Il non riuscire a sentire e ad amare per bene miei figli come avrei sicuramente fatto.
A dar loro il giusto affetto.
Paura anche solo di abbracciarli.
E qua mi fermo, perché se dovessi fare l’elenco di dove s’insinuano i tentacoli di questa piovra, sarebbe interminabile.

Chi mi ridà tutto questo.
Nessuno.
Peccato! Posso dire.
Potevo volare invece posso solo saltellare come una gallina.

E così ora mi ritrovo qua a cercare disperatamente di non cedere.
Che poi spesso mi domando che significa. Ho già ceduto.
Non mi sento male quando dico  questo.  È la realtà e va accettata.
Potrei raccontarti le cose belle che ho avuto e che mi hanno impedito di morire del tutto.
Pensa… ironia della sorte il regalo più grande e bello me lo hai fatto proprio tu. Tuo figlio.
Mio padre. Un papà di quelli con la P   maiuscola. Capace di voler bene e di un bene di prima qualità. Mani scure rovinate, callose, che mi stringevano le spalle forte sorridendo. Sì sorridevano pure le mani.
Forza, sento quando ci penso.
Molta forza.
Mi hai dato il veleno, ma anche l’ antidoto.

Ora, nonno, riposa in pace.
Riposa del sonno eterno.
Incurante di me, come sei sempre stato.
Non farai più male a nessuno e questo già mi rassicura.
Io continuerò a cercare pace come fosse acqua.
Pace dentro l’anima.
Me la auguro più di ogni
altra cosa e credo di meritarla
Almeno un po’……

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