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La vostra voce. Lettera di Renato alla mamma: perché non hai capito?

La vostra voce. Lettera di Renato alla mamma: perché non hai capito?

La lettera che pubblichiamo oggi è stata scritta da un nostro amico facente parte del coordinamento nazionale vittime pedofilia di Prometeo.
Destinatario: l’anziana madre, il cui cruccio che sapesse o meno, ha marcato profondamente la vita del figlio. Il quale oggi ha deciso di scriverle questa lettera. Dolorosa e forte. Ma necessaria e utile. Innanzitutto per buttare fuori quella rabbia covata dentro per 30 anni. E mai smaltita.
La lettera che verrà letta alla madre sarà diversa, però. Gli abbiamo infatti suggerito di modificare la seconda parte. Perchè lei è anziana, malata, ma soprattutto perché il fine non è distruggere, ma costruire, anzi ricostruire. Qua invece ci sta, così com’è, senza togliere una virgola. Perché è segno che un abuso può durare davvero decenni. Ma è anche segno che quando lo si vuole, c’è quella riscossa che porta a fare sì che “nessun dolore sia per sempre!”. E “il nostro Renato” apre con questa lettera la seconda parte della sua vita….!

«Cara Mamma,
ti sembrera’ strano che ti scriva una lettera cosi’ dopo tanto tempo ma ho
sentito il bisogno di farlo perche’ vorrei dirti tutto cio’ che non sono mai
riuscito a fare quand’ero bambino. Sei stata una brava mamma. mi hai voluto
bene, eri la mamma di tutti i miei amici. Ricordo che venivano tutti sempre e
volentieri a casa nostra, perche’ trovavano in te quella mamma che forse non
era la loro, quell’affetto che tu hai sempre saputo regalare a tutti e non solo
a me. Giocavi con noi, scherzavi  e ridevi con noi, e tutti si confidavano con
te, avevi sempre una parola di conforto. Io quel calore l’ho sempre sentito
tranne che… Per quella volta! Da allora non sono mai riuscito a parlartene,
un po’ per vergogna, un po’ per paura e comunque anche per quel dannato senso
di colpa che mi porto dentro da anni e che mi perseguita, di cui non riesco a
liberarmene.
I miei ricordi iniziano piu’ o meno da quando avevo 5/6 anni, eravamo una
bella famiglia, si viveva serenamente, ero un bambino felice, sereno e
sensibile, al punto che, come dicevate sempre voi, sembravo io la femminuccia
che non dava alcun problema, mentre mia sorella invece il maschietto ribbelle.
Quel bambino cosi’ sereno apparentemente, purtroppo non lo era e dentro di se
portava quel terribile segreto di cui  non riusciva a parlart,i. E’  stato
abusato per tanti anni! Nonno era l’orco, quell’uomo che voi tutti stimavate,
cosi’ bello con la sua divisa dell’aeronautica militare, la sua pipa con
l’inconfondibile odore di tabacco che si diffondeva ovunque passava, quell’uomo
e’ stato il mio incubo per tanti anni. Quando venivano a trovarci, lui e la
nonna, ci portavano tanti regali e tante cose buone da mangiare, eravano tutti
felici, tranne me, perche’ quella felicita’ io dovevo pagarla a caro prezzo. Mi
faceva sedere sul divano accanto a lui, davanti alla TV e quando non c’era
nessuno in sala, mi metteva un cuscino sulle mie gambe e con la sua mano mi
sbottonava i pantaloni e mi molestava ripetutamente. Questo accadeva ogni volta
che venivano a trovarci o che noi andavamo da loro. Mi chiamava, mi faceva
sedere…ed ogni volta la stessa cosa. Il cuscino forse lo utilizzava
evidentemente, per non farsi scoprire, semmai sarebbe entrato improvvisamente
qualcuno nella stanza, ma questo era il “minimo” che mi potesse accadere.
Quando invece, e te lo ricorderai benissimo, mi portava al cinema, oppure
uscivo con lui, si e’ vero che mi ci portava, ma poi io dovevo ricambiare quel
“regalo”, e sai come lo facevo? Mi portava a casa loro, la nonna era da voi, mi
spogliava nudo, si spogliava nudo anch’egli e li’, in quella cazzo di cameretta
degli ospiti, abusava di me! Non ti racconto i dettagli osceni, vorrei
risparmiarteli, ma non posso fare a meno di ricordare lo schifo dell’odore e il
sapore del suo membro, la puzza del suo orgasmo, l’odore nauseante della sua
brillantina per i capelli quando avevo io, la sua testa tra le mie gambe, il
dolore fisico che provavo in quel momento e l’impossibilita’ di respingerlo, mi
sussurrava frasi che per me allora non avevano senso, ma che ora a distanza di
anni, capisco eccome. E’ andato avanti per anni e quando e’ morta la nonna,
avete avuto, tu e papa’, la brillante idea di ospitarlo a casa nostra, e dove
l’avete messo??? Nella mia cameretta!!! Volevo morire, pensavo che non avrei
avuto piu’ scampo, e cosi’ e’ stato. Mi ha abusato quasi tutte le notti, ogni
volta che ne aveva voglia, come e quando voleva e voi gli avete spianato la
strada per farlo, ha avuto terreno fertile e sembrava che il dolore per la
scomparsa della nonna, a lui non lo scalfisse minimamente, tanto aveva il suo
“giocattolino erotico” cosi’ a portata di mano, da potersi sfogare.Mi svegliava
in piena notte e abusava, ricordo il dolore, mi faceva male quando mi
penetrava, ma non riuscivo ad urlare, non riuscivo a respingerlo malgrado fossi
abbastanza grande ormai, in eta’ adolescenziale, lui non si fermava, ha
continuato a farlo per tutto quel tempo, senza che tu, voi, vi accorgeste mai
di nulla!!! Ma davvero tu, non ti sei mai accorta di nulla??? Una mattina,
stavo andando a scuola, facevo la 3^ media, tu stavi in cucina, davanti al
lavello e lavavi le tazze della colazione che ci avevi appena preparato. Lui
quella notte si era “divertito” come sempre ed io non ce l’ho fatta piu’.
Mentre uscivo da casa, davanti alla porta d’ingresso gia’ aperta, ti ho detto
:” Mamma… Nonno ni da fastidio, mi fa male!” Tu non ti sei nemmeno voltata,
sei rimasta li’ di spalle a me ed io sono scappato via dalla vergogna, nel
dubbio se tu avessi sentito o meno quello che ti avevo appena detto. Al mio
ritorno pensavo ne avessimo riparlato e ricordo l’imbarazzo e la vergogna
quando rientrai a casa. e invece.. Nulla!!! Il silenzio, non mi hai chiesto e
detto nulla e da quel momento per me e’ calata la notte per sempre. Ho capito
che ero solo nel mio dolore e che non ne avrei mai piu’ riparlato ma che dovevo
far qualcosa per salvarmi! Cosi’, una delle “solite” notti, l’orco mi ha
svegliato convinto di poter “giocare” ancora con me ed ha incominciato a
toccarmi. Ho deciso che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe
fatto, gli ho fermato con forza la mano, gli ho stretto il braccio e con uno
spintone l’ho scaraventato con forza sul suo letto urlandogli:” Se lo fai
ancora, giuro che ti ammazzo!!!” Da allora non l’ha piu’ fatto, ero piccoletto,
avevo 13 anni ma mi sentivo cosi’ grande, immenso. La mattina successiva mi
sentii finalmente libero. Avra’ avuto paura? Non lo so, fatto sta che non e’
piu’ successo, forse aveva capito d’essersi spinto troppo in la’, forse ha
avuto paura che lo ammazzassi per davvero, fatto sta che da qualla notte
finalmente mi ha lasciato in pace, non l’ha piu’ fatto. La mia vita cambiava,
crescevo, diventavo uomo, ma quei maledetti ricordi, cara mamma, non li ho mai
cancellati dalla mia mente, persino quando mi sono sposato ed ho avuto una
famiglia tutta per me. Finche’ lui e’ morto, ricordo la telefonata di papa’ in
quella notte di capodanno del 1999 in cui mi annunciava la sua morte, ricordo
che a lui dissi che mi dispiaceva ma in realta’, da un lato ero contento,
finalmente me ne ero liberato, aveva smesso di tormentarmi anche solo
psicologicamente visto che non c’era piu’ alcun contatto fisico ormai, ma
dall’altra parte ero dispiaciuto perche’ la sua morte significava che non avrei
mai piu’ potuto poterlo denunciare ed avere giustizia. Ricordo che papa’ mi
chiese di venire al suo funerale, ma io trovai la scusa piu’ banale per dirgli
di no, dovevo lavorare e non potevo, ma in realta’ non volevo piu’ vederlo
nemmeno da morto!!!
Oggi mia cara mamma, sono un uomo di 45 anni, ho la mia vita, seppure
movimentata e tormentata a tratti, ma posso dirti che, quella ferita si e’
rimarginata, anche se la cicatrice resta ed e’ il marchio di bambino abusato,
quella non andra’ mai piu’ via. Ho deciso di collaborare con Prometeo,
affinche’ possa condividere con altre persone che come me, hanno vissuto e
subito sulla propria pelle, lo stesso mio dramma. Ho deciso che quelle persone
saranno per sempre la mia nuova famiglia e non li lascero’ mai!!! Lotteremo e
combatteremo affinche’ tutto sto schifo prima o poi finisca, anche se ci
rendiamo conto che non sara’ mai cosi’, gli orchi ci hanno rubato l’anima cosi’
come nonno ha rubato la mia,ma noi vogliamo riprendercela e crediamo tutto
questo sia possibile, vogliamo essere per sempre, dalla parte dei bambini…
Ti voglio bene comunque e per sempre!
“Renato”  »

“È solo un gioco” – la storia di Giuliana.

“È solo un gioco – la storia di Giuliana”

 

Premessa (mia).
Oramai non si contano le  lettere di questo tipo che ogni settimana arrivano a noi. Onorandoci, con i loro scritti, di poter aprire il cuore ed accogliere tutte queste anime. Ferite sì, sconfitte, mai. Anime belle. Anime grandi.
Anime che con una dignità che è dono di pochi, attraversano i peggiori incubi divenuti realtà, per rinascere. Tornare alla vita e passo dopo passo, riuscire a specchiarsi e vedere la bellezza, che abbiamo il dono di riconoscere fin dal primo incontro, in loro.
Giuliana, nome fittizio, una delle tante? No.
Unica come tutte queste storie e le persone che le popolano, sono. Accomunate da dolori simili, da percorsi simili, da punizioni simili, ma anche dalla certezza, che non ci stancheremo mai di ripetere, ovvero che nessun dolore può vivere per sempre. E da tanto tantissimo fango, nascono poi davvero delle splendide rose.
Quella di oggi, ve la presentiamo, tramite le sue stesse parole.
Intanto, grazie Giuliana….benvenuta. Con te siamo meno soli….

 Gentilissimo sig. Massimiliano,
oggi mi sono decisa a scriverle. E’ da un po’ di tempo che volevo farlo, da quando ho conosciuto il vostro bellissimo blog. Volevo raccontarle la mia storia, una storia fatta di silenzi e bugie, forse un po’ troppo lunga, magari anche noiosa, ed è sempre stato questo a farmi esitare. Oggi però scrivo, perché ho bisogno di sfogarmi. Perché oggi mi sono sentita di nuovo abusata.
Ieri mi hanno offerto un lavoro come baby sitter: ovviamente in nero, 5€ all’ora, da svolgere solo quando necessario alla famiglia, che mi avrebbe avvisata il giorno prima. Inizialmente esito un po’, le condizioni non mi sembrano le migliori, ma qui in Sardegna il lavoro è oro puro, non ce lo si può lasciar scappare… E così accetto il colloquio. Poi inizia la solita tiritera di mia madre:”Lo sai dov’è la casa?”, “Vuoi che ti accompagni?”, “Guarda di non farti mettere i piedi in testa”, “Attenta che quella strada è brutta, la sera al buio magari ti fai andare a prendere da *G* (il mio fidanzato, di cui non faccio il nome per privacy)”. Insomma, alla veneranda età di 29 anni vengo trattata come se ne avessi 7, e fossi anche un po’ “tonta”. Io, come sempre, sto zitta, cerco di rispondere con ironia e non farmi assalire dalla rabbia che mi contorce lo stomaco per essere continuamente trattata da minorata mentale. Ed ecco che con l’avvicinarsi dell’ora del colloquio l’ansia aumenta sempre di più, finché… attacco di panico, niente colloquio. Perso il lavoro. La seconda volta che mi capita in 2 settimane. Ma il bello deve ancora venire: ci pensa mia sorella a farmi la paternale, a notte fonda, mentre lei è a lavoro per il turno notturno. Mi manda un sms per dirmi che mi devo dare una mossa, che non posso continuare così, che ho già perso 2 lavori e devo iniziare a reagire e devo imparare a contare solo su me stessa, come ha fatto lei nonostante le difficoltà e il suo passato comune al mio. E mia madre la difende. La giustifica e la difende, e nega pure che lo sta facendo, prendendomi ancora per una minorata mentale. E io oggi, in questa situazione, mi sono sentita davvero di nuovo abusata. Da mia madre, che non solo non rispetta il mio dolore, come ha fatto mia sorella, ma ci mette pure il carico sopra.
La mia storia è di quelle “da manuale”: classica famiglia per bene, tutti bravissime persone. Peccato che dentro ci sia il lupo cattivo, e che questo risponda al nome di “papà”.
Mio padre, in uomo fragile, pieno di insicurezze e probabilmente di fobie. Un uomo che però, da bambina, per me era solo un papà cattivo, grazie anche a mia madre, che non perdeva occasione per rincarare la dose. Papà era violento, nei modi e nei fatti. Quando litigava con mamma (6 giorni su 7), non gli si poteva rivolgere la parola, non si poteva “disturbare papà perché è arrabbiato”. Bestemmie, insulti pesantissimi verso mia madre, urla… questo lo scenario se non quotidiano, quasi. E mia mamma per fuggire cosa faceva? Scappava. Scappava in chiesa. Catechismo, coro, pulizie della parrocchia… Con la scusante che essendo tutto volontariato poteva tranquillamente lasciarci soli tutto il tempo che voleva. Stava andando in chiesa, mica a divertirsi, no?
Mia madre non è mai stata sfiorata con dito. Ma noi, io, mio fratello e mia sorella, quante ne abbiamo prese di botte. Perfino il cane, il dolcissimo migliore amico, che veniva preso a calci davanti al mio viso in lacrime, che non potevo gridare “Basta! Smettila!” e restituire quei calci a mio padre come avrei voluto, perché poi ci sarei passata anch’io. Guai a far notare le mie lacrime!!! Sarei stata picchiata ugualmente, come insegnava mamma: “non piangere sennò tua padre ti picchia!”; e guai a scappare nella mia cameretta! Sarei stata inseguita e picchiata anche così.
In questo ambiente penoso riesco a vivere più o meno bene, con la speranza che un giorno mamma e papà avrebbero magari divorziato, e io sarei stata “salva”. Invece no, nulla cambia. E arriva quel giorno, quella maledettissima sera. Avevo 9 anni. Era un periodo in cui mio papà era strano. Non capivo perché, ma mi trasmetteva una sensazione orribile. E poi c’erano le battutine spinte con la mia amichetta del cuore, una mia compagnetta di classe che probabilmente, purtroppo, sul sesso sapeva già troppo. Un giorno papà la porta in camera da letto. Rimangono su circa 10 minuti. A me la cosa non piace, e qualche giorno dopo lo racconto a mamma. Come, dopo aver chiesto spiegazioni a mio padre, crede a lui, che ovviamente nega tutto. Poi, quel maledettissimo giorno di maggio, tocca a me. Mi chiede di entrare in camera da letto. Io, titubante, entro. Mi dice di sdraiarmi sul letto, gli chiedo “che cosa vuoi?”, e lui “nulla, solo fare un gioco”. Non volevo, capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma accettai. Si mise sopra di me… e il resto lo lascio immaginare. Fortunatamente non ci fu il peggio, non arrivò nemmeno a spogliarmi, perché, non so con quale forza e quale coraggio, mi ribellai. Gli dissi ripetutamente di lasciarmi andare, finché non arrivai a dirlo con tono serissimo, arrabbiato e imperioso, quasi si fossero ribaltati i ruoli. Si alzo e mi lascio andare.
Dal giorno la mia vita è cambiata, mi è crollò il mondo addosso. Era colpa mia, tutta colpa mia!! Io non dovevo accettare, perché dentro di me avevo capito che quello che voleva fare era sbagliato, ma inizialmente non fui abbastanza forte da dire di no. Speravo solo che smettesse lui. E tutt’ora, quando ci penso, mi sento in parte in colpa, anche se razionalmente so bene che non è così.
Iniziai a ingrassare: dovevo mangiare tutto quello che mi offriva mamma, sennò si dispiaceva e soffriva. Iniziai a rinchiudermi in casa: io dovevo stare con mamma, dovevo salvarla da quel mostro di suo marito! Dovevo proteggerla!!
Poi arrivarono le scuole medie: a metà dell’anno il mio andamento scolastico iniziò a peggiorare. Non riuscivo più a studiare, stavo a casa per saltare le interrogazioni, e pian piano scoprii che stare a casa, chiusa e rifugiata nella mia cameretta, era veramente bello. La mia salvezza! Le assenze da scuola divennero sempre di più, fino a che, in seconda superiore non decisi di ritirarmi da scuola. Nessuno mi ostacolò, nessuno vedeva il mio dolore, il mio malessere. Forse era molto più facile nascondere la testa sotto la sabbia, e raccontarsi che ero solo una ragazzina svogliata, anche un po’ ipocondriaca (visti i continui mal di testa), con la tipica crisi adolescenziale. L’anno dopo tornai a scuola, ma ormai il danno era avanzato… continuai ad alternare anni di promozioni risicate per mia delle assenze ad anni in cui decidevo di ritirarmi. Tutto questo fino alla quarta superiore. Quando decisi di ritirarmi definitivamente per studiare a casa, come privatista. Tutto sembrava andare per il meglio, mi sentivo più forte, qualcosa stava cambiando. Avevo anche nuove amiche! Poi però, nel giro di pochi mesi, il crollo. L’ansia che aveva iniziato ad accompagnarmi e a fare da sfondo costante delle mie giornate, prese il sopravvento. Crisi sempre più frequenti, fino ad arrivare al panico incontrollabile. I medici non hanno dubbi: depressione.
Vado avanti da sola per 3 lunghissimi anni, finché conosco il mio meraviglioso *G*, e decido di volerne uscire, per lui e per me. Mentre facciamo i diversi tentativi farmacologici ordinatici dal medico di famiglia, arriva un’altra botta: lo scorso anno litigo con mio padre e gli rinfaccio tutto, davanti a mia madre, incredula e sconcertata. Lui inizialmente smentisce, cerca di mettermi paura, vorrebbe picchiarmi, ma la mia rabbia è incontrollabile e non gliela do vinta. Se ne va per qualche ora. La sera torna a casa, crolla, ammette le sue colpe e supplica mia madre di non buttarlo fuori di casa. Poi arriva quella che per me è stata la seconda botta: racconto tutto a mia sorella, e scopro che anche lei è stata abusata da lui, e lei purtroppo per tanti anni. Tutto il resto è storia attuale. Decido di ignorare le scelte del mio medico, che diceva non avessi bisogno di un sostegno psicologico, ed accanto alla terapia con gli antidepressivi (seguita da psichiatra e non più da lui) associo una psicoterapia con una bravissima professionista. Sono solo 6 mesi che ho iniziato, sto già molto meglio e ne vado fiera. Ho ancora tanta strada da fare, tanti gradini da risalire, ma almeno ora ho un po’ di consapevolezza che posso farcela. Ho ancora innumerevoli insicurezze, debolezze e paure, come quella di affrontare il mondo del lavoro di cui ho parlato in apertura. Ma ce la metterò tutta per superarle.
Infine chiedo scusa per la lettera un po’ disordinata e per gli eventuali errori: l’ho scritta di getto, cercando di riassumere più possibile quello che ho vissuto, e volutamente non l’ho riletta, perché so già che cancellerei troppe cose. Spero solo di non averla annoiata troppo! :)
Grazie per tutto quello che fa. Grazie davvero!
Un abbraccio!
”Giuliana”. 

 

La vostra voce. I cocci della mia anima frantumata: la lettera di Chiara al suo carnefice.

Solo negli ultimi quattro giorni, 15 nuovi amici hanno aderito al nostro coordinamento. 15 anime che abbiamo incontrato e che ci hanno onorato, con la loro presenza e le loro parole, aprendoci il cuore come forse mai prima d’ora avevano fatto con qualcuno. Dire che sono anime speciali, significa cadere nella ripetizione, ma mai come ora tale ripetizione è obbligatoria. “Chiara” (nome inventato ma per lei importante e simbolico) è l’amica che oggi vi presento. Tolgo dal cassetto la sua storia, ne abbatto in qualche modo la privacy, perché voglio che da adesso in poi anche voi le vogliate bene quanto gliene voglio io.
La accogliate e, con il cuore in mano, le diciate che bella persona è.
Io che l’ho incontrata mi faccio garante della sua bellezza, di quella dolcezza rimasta intatta malgrado anni di sofferenza. Ma anche del suo stupore nel vedersi accolta, la sua difficoltà a capire che sì, stupenda lo è per davvero, e basta guardarla negli occhi, per volerle bene.  Chi fino ad oggi le ha fatto solo tanto male invece, quella capacità di osservarla, quella sua grandezza, non l’ha mai capita. Perché certi soggetti sono così. Nascono per abusare. Muoiono senza aver mai davvero conosciuto l’amore.
”Gli uomini non cambiano”, cantava Mimì, e non cambierà mai l’essere che ha ferito “Chiara”.
Ma può cambiare invece lei. Deve cambiare lei. Aprendo le porte al mondo. Tornando a fidarsi dell’amore, quello vero, a doppio senso non a senso unico. E un domani presentare a noi il dono più bello che la vita le avrà portato.
Io so che ce la farà. Ci scommetto tutto l’oro del mondo.
Voi fatele sentire su Facebook (e pure qua) il vostro calore. Riscaldatele il cuore. Credetemi, le servirà e mi auguro saprà farne buon uso…..
Ciao Chiara, grazie di questo incontro, abbiamo tanta strada da fare, ma insieme sarà ancora più bello percorrerla.

Eccomi qua…a riunire i cocci della mia anima frantumata, non mi riconosco più, non so più chi sono veramente.
Tutto ha avuto inizio quando ti ho conosciuto, sei stato il primo e unico  vero amore della mia vita, ti ho amato con tutta me stessa, come mai avrei creduto fosse possibile, pensavo tu fossi l’uomo della mia vita e ti ho messo tra le mani la mia anima, ma tu l’hai distrutta e ora sono persa non so più dove andare.
Ho tanti perchè che non hanno trovato una risposta, continuo a chiedermi dove ho sbagliato,cosa c’è di sbagliato in me, rimugino tra i se e i ma senza trovare una soluzione.
Tutto è cominciato dal tuo essere così geloso, non potevo uscire più con le mie amiche, non potevo più andare in Parrocchia e non potevo neanche uscire a far la spesa con mia mamma perchè chissà chi avrei potuto incontrare!! Ti ho amato così tanto che mai e poi mai avrei pensato di tradirti.
Ho smesso di volermi bene il mio primo giorno di tirocinio da infermiera, a fine turno ho accompagnato un mio compagno alla fermata del pullman, tu eri lì nascosto, mi avevi seguito… hai iniziato ad insultarmi e io non capivo il perchè, credevo di non aver fatto nulla di male e invece…sei tornato a casa ed hai incominciato a graffiarti, hai simulato un tentato suicidio e dentro me è scattata un odio per quello che sono, perchè inconsapevolmente ti avevo procurato un dolore enorme.
Da quel momento più nulla è rimasto uguale, durante le discussioni mi hai lasciato spesso per strada, a chilometri da casa, sotto la pioggia, mi hai riempito di insulti, anche davanti ad altre persone, mi hai minacciato, mi hai tolto tutto ciò in cui io credevo e sono diventata niente, perchè non hai mai capito quanto tenevo a te? Credevo che il tempo potesse aggiustare le cose, credevo che isolandomi da tutto potessi acquistare fiducia in me, invece non è servito a niente.
Poco dopo sono rimasta incinta, ricordo ancora il tuo sguardo quando l’hai saputo, mi hai detto “ il bambino non è mio, è del tuo amante perchè tu sei una puttana!!”, il mondo mi è crollato addosso, avevo 19 anni e avevo paura. Mi hai lasciato due giorni da sola, in posto dove non conoscevo nessuno, ho deciso di interrompere la gravidanza perchè non ero capace di fare la mamma, perchè avevo paura di tutto anche di me. Mi hai sempre accompagnato alle visite, ma non hai mai voluto partecipare, neanche quando la ginecologa ti chiedeva di entrare, tu rispondevi che il problema non era tuo e potevo fare quello che volevo.
Mi ricordo che quando vomitavo mi accompagnavi in un campo, tu rimanevi in macchina e cantavi, da allora non riesco più ad ascoltare quel gruppo senza che mi vengano in mente quei giorni.
Il 23 agosto ho messo fine alla futura vita, quel giorno diluviava, come se qualcuno più grande di noi stesse piangendo per il gesto che stavo per compiere. Tu hai perso una giornata di lavoro per accompagnarmi e ho dovuto pagarti per questo, durante l’intervento sei stato fuori dal reparto, sentivo la tua voce chiacchierare con altre persone, avrei voluto stringerti la mano, avrei voluto piangere con qualcuno, invece l’unica persona che mi ha rivolto la parola è stata un’infermiera che mi ha somministrato l’antidolorifico. Durante l’intervento ho avuto dei problemi, ma tu hai detto ai medici che non mi conoscevi, mi sono autodimessa  perchè non sapevo come tornare a casa e da te neanche una parola. Nei giorni successivi ti ho cercato, ho aspettato ore davanti alla tua porta ma non mi hai mai aperto. Ho pensato più volte di togliermi la vita, perchè da quel giorno Chiara è morta insieme al suo bambino.
Settimane dopo mi hai cercato e io sono tornata da te, pronta a ricominciare, persa più di prima con un odio inverosimile verso me stessa, mi facevo e mi faccio schifo. Da allora sono passati quattro anni, ho continuato a stare con te, a sopportare ogni insulto, ogni umiliazione, mi sono umiliata davanti alla tua famiglia per avere un briciolo del tuo affetto ma non è servito a niente… ho provato ancora una volta a mettere tutto nelle tue mani, o forse l’ho fatto fin da subito e non sono più riuscita a riprendere il controllo sulla mia vita. Sei stato e sei tutt’ora l’unica persona a cui abbia raccontato degli abusi da parte di mio zio, ma tu mi ha detto che era colpa mia, perchè mi facevo toccare perhè sono una puttana!! Le minacce sono diventate sempre più dure, fino a che una sera mi hai detto che mi avresti ucciso perchè avevo guardato troppo un nostro amico ad una cena… urlavi, ti dimenavi ed io ho avuto veramente paura di morire, tre giorni dopo ti ho lasciato e tu hai detto va bene… forse non ti importava di me già da un po’, ma allora perchè continuare a stare con me se per te sono solo una lurida e schifosa puttana che non merita di vivere??
Non mi hai  più cercato per giorni, ogni tanto mi scrivi che ti manco che ti ha rovinato la vita, che nonostante tutto saresti pronto a perdonarmi e a tornare da me.
Io mi sono persa, non trovo più Chiara in ciò che sono, mi odio, mi faccio schifo, non capisco dove ho sbagliato, non capisco cosa c’è di sbagliato in me… sono passati sei mesi, com’è ancora soffocante e irruente il pensiero di te. Sento ancora le tue parole, quando mi guardo allo specchio vedo i tuoi occhi schifati per quello che sono su di me.
Non sono  più in grado di gestire la mia vita, mi riempio la giornata di cose da fare per non pensare, mi sento sola, persa, da dove posso ricominciare? Se le persone che ho vicino sapessero veramente chi sono, mi vorrebbero ancora bene? Non so se riuscirò mai a trovare una risposta alle mie domande, non so se riuscirò mai a sorridere con il cuore e non più con la maschera che indosso ogni giorno per nascondere tutto agli altri, perchè in fondo penso di proteggerti, è tutto  dentro me nessuno saprà mai quello che è successo e tutti continueranno a stimarti, mentre io mi odio.
Non riesco a non pensarti, sei un chiodo fisso nella mia anima, nel mio cuore, nella mia testa…se solo avessi capito quanto ti amavo!! Le lacrime continuano  a scendere calde sulle mie guance, ogni piccola cosa mi ricorda te, non so se riuscirò mai a superare questo dolore, non so se merito di essere felice… non riesco ad odiarti, ogni tanto ti incrocio per strada e vedo la tua nuova vita, ti vedo sorridere, io non faccio che piangere e chiedermi il perchè, se avessi potuto leggere nel mio cuore avresti scoperto quanto amore c’era per te…ora non è rimasto più nulla, è distrutto, dilaniato, senza forze, svuotato…continuo a farmi scivolare la vita addosso in questi giorni che passano, arrancando, aspettando la sera per poter piangere le mie lacrime affogate nel cuscino, e ogni giorno perdo un po’ di me, se ancora ne è rimasto e cado in un baratro nero dove non vedo uscita.
”Chiara”

Testimonianza di abuso. La vostra voce, che sa di rinascita.

Testimonianza di abuso. La vostra voce, che sa di rinascita.
Due anni fa andando alla ricerca di parole che potevano darmi un po’ di speranza “inciampai” nel tuo blog… lo lessi dall’inizio alla fine… quasi senza respirare… da quel momento quel blog è diventato anche un po’ mio… ti scrissi una mail… ti raccontai di me… per la prima volta mi sentii capita… non giudicata… poi nacque quello che oggi è il coordinamento nazionale vittime pedofilia ma non ebbi il coraggio di entrarvi da subito… ricordo i tuoi inviti così “in punta di piedi” e la mia titubanza, le mie scuse inventate perché non mi sentivo pronta… poi… ho trovato quel “coraggio”… più che altro era forte la voglia di conoscerti di persona… capire se eri vero oppure no… se eri davvero così come ti immaginavo leggendo quello che pubblicavi o quello che mi rispondevi ogni volta che ne ho avuto bisogno… conoscere te… capire che persone così immensamente normali e speciali allo stesso tempo esistono davvero è stato il mio nuovo inizio… sei stato tu a spingermi verso la ricerca di uno psicologo… tu mi hai fatto capire che potevo avere di più… che meritavo una vita degna di quel nome… che potevo desiderare di guardarmi allo specchio senza provare quel senso di vergogna e di schifo che provavo da sempre… tu mi hai fatto capire che dovevo guardarmi intorno e avrei visto che avevo già tra le mie mani gli “strumenti” per farcela… che ero già riuscita a costruire qualcosa senza rendermene conto, senza assaporare nulla davvero… oggi posso dirti che comincio ad amare la vita… comincio ad amare me… e tu sai che non è poco… sai cosa vuol dire davvero tutto questo… incontrare te e con te tutte le Anime Grandi della Prometeo, non avrei mai potuto desiderare di meglio… sono felice per questo… per tutti gli Amici che ho oggi… tutte quelle anime pronte a darmi una mano quando ne ho bisogno… e oggi sento che posso essere anch’io d’aiuto a qualcuno… la strada da fare è ancora tanta… non mi sono mai illusa che fosse semplice o breve… ma mangiare quel pezzetto d’elefante ogni giorno mi porterà a finirlo… e quando sarà finito voi sarete con me a festeggiare, di questo ne sono sicura… io ti voglio bene, Max… non sono parole dette così, tanto per… no, io ti voglio bene davvero perché oggi io so che ne sono capace, so che pur non avendolo mai “imparato” io posso amare, io so amare… non sono quello che ho vissuto… io sono migliore… e vincerò… vincerò
grazie Max… grazie con tutto il cuore ♥
”Monica”

Ho terminato la terapia e dopo anni mi sento libera.

LA VOSTRA VOCE. Perchè dall’abuso, ricordatevelo sempre, si può guarire. Si deve guarire. Nessun dolore rimane per sempre, solo i pedofili non cambiano, ma voi, siete diversi.

Carissimi,

vi scrivo con grande soddisfazione, per annunciarvi che ieri sera ho avuto la mia ultima seduta di psicanalisi !

Ho vinto la mia battaglia contro la pedofilia ! è stata dura e lunga ma ce l’ho fatta !

Ora sono finalmente una persona serena e migliore ! Sono felice felice felice ! Evviva !! ah ah ah non ci posso credere !! come sono contenta !!

E devo ringraziare tanto tutte le centinaia di persone splendide che ho conosciuto agli incontri del coordinamento vittime pedofilia perché anche attraverso il loro calore mi sono sentita meno sola durante gli anni bui, il loro affetto, il loro sostegno ha voluto dire molto per me …

E grazie anche a tutti i volontari di Prometeo, angeli in terra !!

So che voi saprete pesare il senso di questa mia conquista e che insieme a me ne siete felici …

Vi voglio bene, ma proprio tanto !

“Fede”

Storia di una Gabbianella, che oggi vola in alto.

LA VOSTRA VOCE, SENSO DEL NOSTRO IMPEGNO.

Oggi vi presento “Sara”.  Sara, come voi, è un essere speciale:
è una gabbianella dalle ali colorate, che oggi ha il dono del volo e quando è lassù, raggiunge al giusta distanza da quel dolore che non può più nuocerle. Perché, appunto, Lei vola (e lui no), perché appunto Lei è un essere speciale (l’esatto opposto di chi le ha fatto del male).
Questa la sua storia, che in questa giornata per molti di voi vacanziera, dedichiamo a tutte quelle gabbianelle che ancora non si sono viste nella giusta prospettiva. Che ancora non hanno dato il giusto valore a quelle ali, che le porteranno lontane. Dal dolore, verso la vita.

<< Da dove cominciare non saprei…… nel blog ne ho lette alcune
davvero agghiaccianti, e ho pianto dopo, tanto.
Non ricordo come sono venuta a conoscenza del blog, di te e dell’associazione, , anche perchè quando sei sensibile a certe cose, l’occhio  cade subito là… e leggevo di te, delle vittime, delle vostre attività… ci
ho impiegato un anno per trovare il coraggio di scrivere… poi ieri la trasmissione in tv su rai uno con la tua intervista e mi sono “fatta coraggio”… ti scrivo perchè vorrei comunicare questo:
è vero che se trovi qualcuno che ti infonde fiducia, qualcuno che è disposto ad esserci per te, solo ascoltandoti e non facendoti sentire in colpa per tutto il male che hai ricevuto, se trovi accanto poi le persone giuste, si può fare,
ce la si può fare a trovare un po’ più di amore per la vita

e questa è la mia storia. non so se può essere utile farla leggere ad altri,
il mio e’ un voler condividere quello che e’ stato il mio dolore
perchè ho toccato con mano che parlarne fa davvero bene. ma non mettere il mio nome… è la prima volta
che la racconto diciamo così “pubblicamente”… sono un po’ agitata.
Non ho avuto un’infanzia facile, ho visto mio padre picchiare mia mamma più di una volta, ma col tempo ho capito che era a causa di una malattia psichiatrica… forse questo ha influito dopo:  non sono mai riuscita a parlarne con loro, per tutta la mia adolescenza e anche dopo, sentivo di non potermi fidare, non vedevo nessuno intorno a me capace di potermi concretamente dare aiuto.. non ho mai vissuto realmente la mia vita, diciamo che ho provato a sopravvivere..ma è diverso .
La prima volta è accaduto nella casa delle vacanze, avevo 10 anni, mia mamma mi aveva mandato da sola con i miei nonni per un mesetto, poi sarebbe arrivata anche lei e tutto il resto della famiglia…
Era una mattina di giugno, mia nonna non c’era, io ero sul letto, ero in
costume e mio nonno vicino a me. Non saprò mai perché, ma lui cominciò ad accarezzarmi sulle braccia, poi sulla  pancia, e scendeva fino alla mutandina e continuava anche ‘’dentro’’… lui ‘’ giocava’’, mi diceva… io non capivo… rimasi immobile… “vedi, ti ho toccato la farfallina” diceva.. scappare, restare, chiedere aiuto, acconsentire.. che si fa?
Cosa si fa se ti accade questo?
Nessuno te lo spiega, ma tu percepisci che c’è qualcosa che proprio non va

… mia nonna tornò, lui si ricompose… si era sbottonato il pantalone.. il resto non lo ricordo… ma ricordo che nei giorni successivi mi toccò ancora, quando mia nonna non vedeva o non c’era, mi toccava un seno che
appena spuntava, ero così piccola, poi incominciò a baciarmi, lui voleva sulla bocca.. provai un senso di schifo terribile… era il gesto che aveva dichiarato definitivamente lo stato di allarme: non era ‘’un’impressione’’!
Da allora mio nonno continuò.. anche quando ritornammo in città. ogni volta che andavamo a trovarlo a casa, se capitava che rimanessimo soli in una stanza, incurante della presenza di altre persone nella casa, tentava di baciarmi, di toccarmi… era la prima volta che provavo tanto disgusto e tanta vergogna… è durato 2 anni, poi mio nonno è morto di infarto e credo di essere stata l’unica ad esserne stata felice!
Ma sembra che non ci fosse ancora pace per me: mia madre, dopo un periodo di grave depressione,  voleva divorziare da mio padre (cosa che poi ha fatto più), ha cominciato a frequentare un gruppo di preghiera, una comunità; avevo qualche anno in più: 13 più o meno. Quest’uomo, 46 anni, sposato con tre figli, che tanto piaceva a tutti, perché gentile, perché autorevole, fu il mio nemico. Un giorno, sul pianerottolo dove si riunivano con la comunità, uscivo dal bagno, stavo davanti allo specchio, entrò, si avvicinò a me, mi prese i capelli e si poggiò dietro di me..si era eccitato.. si strofinava addosso a me, mi toccava.. mi prese il terrore, la paura: l’incubo non era finito! Questa cosa si è ripetuta più volte. Era come ossessionato, ogni momento in cui era indisturbato era buono per eccitarsi addosso a me, in bagno, nel corridoio, sapeva come trovarmi; era alto, non riuscivo a divincolarmi, mi stringeva forte il braccio, io mi sentivo niente, ero paralizzata dalla paura e dalla vergogna. L’incubo è finito anche qui più o meno un paio d’anni dopo quando poi, per altri motivi, lasciammo la comunità e noi ci trasferimmo in un’altra parrocchia. Avrei voluto avere il coraggio di raccontare cosa mi stava accadendo, ma non ce l’ho fatta. Ho sempre avuto paura che non mi avrebbero creduto, che mi avrebbero accusata di essermi inventata tutto.
Sono vissuta nel timore, nella diffidenza, nell’ansia…
A 17 anni ho avuto il primo di una lunga serie di attacchi di panico… ma io non sapevo che si chiamavano così, l’ho capito dopo. Il sesso per me era qualcosa di vergognoso e sporco, il mio primo rapporto è stato molto complicato, poi col tempo pensi che se non lo fai dicono che non sei normale e ti abitui anche questo. io mi sentivo sporca e in colpa per tutto quello che succedeva di male intorno a me. Anche oggi,  io preferirei mille volte solo stare abbracciati, che avere un rapporto, sento  sempre che qualcosa mi dà fastidio.
La mia famiglia non se ne è mai accorta, e tutt’ora non lo sanno. Eppure ho sofferto di disturbi psicosomatici, ansia, attacchi di panico, disturbi
alimentari… ma come potevano comprendere cosa mi stava accompagnando da tanti anni.
Devo dire però che ho mantenuto la mia fede sempre. Dio non c’entra con l’egoismo degli uomini, io ci credo fermamente e penso anche che mi è stato accanto, ha sofferto con me e ha messo sulla mia strada chi poi mi ha tanto aiutato.
La mia sfera affettiva manca di un pezzo, mi definisco un puzzle a cui è stato tolto il pezzo centrale.
Da tre anni sono in psicoterapia, e adesso abbiamo un solo incontro al mese. Ma non perché avessi trovato il coraggio di parlare, quello è venuto dopo. C’è stato un momento, quando sono diventata mamma, in cui ho avvertito che stavo per precipitare davvero: depressione e attacchi di panico così violenti da non farmi mangiare più e non uscire più di casa.
Si, dopo tre mesi dal parto, ho iniziato ad avere crisi di panico ingestibili, urlavo, cercavo la finestra per fuggire, avvertivo un caldo più forte degli altri, mi sentivo soffocare, pensavo realmente che sarei morta subito, non
mangiavo più. Ero stravolta! Ho perso 15 chili in due mesi.. mangiavo solo un omogeneizzato al giorno e bevevo un  solo bicchiere d’acqua al giorno.. era tutto quello che con la forza riuscivano a farmi ingoiare.
In realtà, se guardo indietro, non sono mai stata realmente sola, mio marito è rimasto accanto a me, nonostante tutto, e nonostante la sua incapacità ad accettare questo mio stato, le persone a me vicine mi hanno offerto il loro
aiuto come potevano. Così ho cominciato questo percorso psicologico.. ma non era abbastanza. Dopo pochi mesi che avevo cominciato a curarmi ho incontrato quello che chiamo “il mio amico del cuore e della mente”. Lui ha avuto la capacità di ispirarmi fiducia, di farmi sentire capace, importante, lui, che è abituato a fare da solo nelle sue cose, per alcune sue vicende personali  ha chiesto aiuto anche a me, si è fidato di me… che per la mia personalità e la mia bassissima autostima, è stato un gesto importante. A lui ho raccontato tutto, per la prima volta ho raccontato la mia storia, mi sono fidata, lui non mi avrebbe mai fatto del male e così è, mi è stato sempre vicino, anche da lontano.
Mi ripeteva “per  te ci sono sempre”: sembra una frase fatta, ma credo sia
stata la medicina decisiva, quella a cui pensavo nei momenti più tristi, di solitudine e di vuoto…
Il suo affetto e la sua amicizia mi hanno curato lentamente, senza che se ne
accorgesse; oggi lo vedo chiaramente…
Oggi gestisco la casa, vivo la mia famiglia, continuo il lavoro, e da un anno non ho più attacchi di panico, nonostante i problemi che la vita continuamente riserva un po’ a tutti…
Questo blog, l’ascolto continuo che dai a chi ha subito abusi, mi fa pensare a ciò che per  me rappresenta il mio amico:  la differenza tra  lui e “il resto del mondo” è che ha il dono di infondere così tanto coraggio, da farmi finalmente aprire la scatola dove “dormiva silenzioso e amaro il dolore”. Quell’uomo che 21 anni fa mi tolse la gioia di vivere un’adolescenza normale è ricomparso, poco tempo fa, mi ha contattato su fb, per ben due volte.. pazzesco!
All’inizio sono andata in crisi, ma come! Perché? Cosa vuole da me ancora? Non gli è bastato?
Allora non si rende conto del male che mi ha fatto? …no…
L’ho bloccato e basta… Avevo chiamato il mio amico, ero spaventata, e non sapevo che fare. Adesso denunciarlo sarebbe servito? Avrei dovuto farlo molto prima…Ora ho trovato le strategie per continuare la mia vita, so che non sono più
sola!  Ci sono sempre momenti in cui piango di tristezza, ma adesso almeno so dare un nome alle mie emozioni e cerco di riconoscere il perchè, e credo sia un passo importante.
E per una come me, per chi ha questo tipo di cicatrici, questo fa la differenza…
Leggo molto, mi piacciono i libri, se dovessi paragonarmi ad un personaggio, mi viene in mente  la gabbianella, quella del romanzo di Sepùlveda, a cui il gatto insegnò a volare, nonostante avesse perso la sua mamma. >>
”Sara”

Incontrare o no, anni dopo, il pedofilo che ci ha tolto l’infanzia?

Incontrare o no, anni dopo, il pedofilo che ci ha tolto l’infanzia?
È un quesito che spesso ci riportate. A volte l’incontro è l’ultimo passo prima di chiudere definitivamente le porte al dolore e tornare alla vita. Altre invece è un ennesimo naufragio. Un’ennesima prova di dolore. Ricevuto.
Non c’è una sorta di ricetta, o di giusta risposta. Ogni storia fa da sé.
A volte, ripeto, è terapeutico (soprattutto quando si capisce quanto codardi siano questi soggetti che se guardati negli occhi, dovranno abbassare loro lo sguardo), altre invece (se ci si presenta a tale “incontro” non preparati, diventa un’occasione per lui di nuocere ancora).
Una nostra amica da alcuni mesi si crogiola proprio per questa decisione.
Quella che state per leggere è la sua lettera, che io per ora non commento.
Vorrei lo faceste voi.

” Forse è solo un volersi sentire dire “scusa”. Questo senso d’irrisolto. Profondo. Fortemente magnetico. E’ la vita che pretende un riscatto. Una bambina che chiede giustizia.
E’ passato un quarto di secolo. E ancora non si può dimenticare. Non ci si riesce. Le sue espressioni, il suo odore, le sue mani, la sua voce.
Quel giorno è successo qualcosa di spaventosamente inquietante. E quel giorno ha cambiato tutta la mia vita. In modo irreversibile.
Non l’ho mai presa troppo sul serio. E forse è stato un errore. Semplicemente, fare finta che non fosse successo nulla di grave, rendeva la gravità di quei gesti più sopportabile. In fondo ero solo una bambina. Non ero fatta per le cose da grandi, io. Come poter gestire quella paura, così immensa, senza un adulto che mi proteggesse? Come affrontarla, se non bastavo nemmeno a me stessa? E dunque l’ho ridimensionata. Cercando di farla piccola piccola. Una pallina minuscola che però ha mantenuto la stessa massa e,  come una supernova, a un certo punto è implosa. Diventando un buco nero. Che sta sconvolgendo tutto. Che sta curvando lo spazio e il tempo attorno a sé. Cioè me. E con me, anche la mia salute mentale, se non mi sbrigo a risolvere l’irrisolto.
Non riesco a resistere al suo magnetismo. Mi sta risucchiando dentro di sé. Sempre più forte, sempre più velocemente, sempre più follemente. E’ una corsa che non si può fermare. E’ il mio passato che mi chiama. “Ehi tu…Questo è quello che ti è successo. Questa è la paura che hai provato. E questo è quello che accade quando quella paura non l’affronti”. Un buco nero.
“E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”(Nietzsche).
L’abuso sessuale è esattamente questo. E ora il mio abisso mi sta scrutando. Coi suoi occhi invisibili, ma che sento essere enormi. Profondo. Scuro. Immobile. Però capace di leggermi dentro e di attirarmi a sé. Perché è dentro me.
Ho bisogno di rivedere quel adulto, ora che sono grande anch’io e che possiamo lottare ad armi pari. Vorrei parlargli.
O forse no. Vorrei vederlo marcire in galera. O forse no. Vorrei vomitargli addosso tutta la merda che mi ha costretto ad ingoiare. O forse no. A giorni mi sembra di stare sulle montagne russe. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Come una luce intermittente che si accende e si spegne continuamente, quando i neuroni fanno contatto nella scarsa materia grigia che stoicamente resiste nel mio cervello. Cervello che spesso va in  corto circuito. Specie quando cerco di sviscerare quei ricordi. Maledetta sindrome di Stoccolma. Che mi ha impedito di parlare. Per proteggerlo. Anche se lo odiavo… Per difenderlo. Anche se lui mi faceva del male…Per evitare che mi odiasse. Perché avevo bisogno di sentirmi accettata…Per evitare che lo scoprissero. Anche se abusava di me.
E ora che sono grande, ora sono io che non vedo l’ora di toccarlo. Sì. Con un bel paio di manette. Di vederlo. Certo. Con un bel pigiamino a righe bianche e nere. Orizzontali. Gli auguro una lunga vita. Già. Visto che sono così indecisa, che non gli venga in mente di defungere prima che io gli possa parlare. Che avrei un paio di cose urgenti da dirgli.
La prima, che sono cresciuta. Eh già. Non potevo mica rimanere piccola in eterno. Passi la Sindrome di Stoccolma, ma quella di Peter Pan gliela lascio volentieri.
La seconda, che sono incazzata. Molto incazzata. Con lui e con il mondo. Ma lui offre il giro e paga per tutti.
La terza, che non c’è nulla di peggio di una donna incazzata che ha un buco nero grosso così.  (…)
Mi dispiace.
Ecco. Le parole che lui non ha mai detto. “Mi dispiace”.
Ma io lo so che le sue, di scuse, non arriveranno mai.
Tutt’al più, potrà arrivare solo altra merda.
D’altronde, ognuno vende quello che ha.
O quello che è…..”

ESCLUSIVO BLOG – Grazie alle lettere pro pedofili, una vittima esce allo scoperto: ”don Pezzotti ha abusato anche di me.”

ESCLUSIVO BLOG.
Grazie alle lettere pro pedofili, una vittima esce allo scoperto:
“don Pezzotti ha abusato anche di me.”

Tutto è iniziato così, con la pubblicazione di queste due lettere a favore di Don Marco Baresi. In una delle lettere si citava però anche un altro sacerdote, “Padre” Mario Pezzotti (v. foto) di cui spesso ci siamo occupati in passato: lo si citava come ennesimo innocente di cui avremmo (s)parlatoa vanvera. Per chi non le avesse lette, le lettere stanno qua:

http://www.massimilianofrassi.it/blog/le-lettere-dei-sostenitori-dei-pedofili-%e2%80%9dsiamo-mondi-accostabili-solo-per-contrasto%e2%80%9d.html

Dopo la pubblicazione, una vittima di padre Pezzotti, che conosciamo da parecchio tempo, ci ha contattati ed ha deciso per la prima volta, con la forza e la sensibilità che la contraddistingue, di esporsi.
Quella che segue è la sua lettera, che riportiamo integralmente.
A cui fa seguito una nostra richiesta:
per la Giustizia italiana purtroppo questi reati sono in prescrizione. Per questo ci appelliamo a quella “religiosa”: chiedendo che, dopo i fatti americani già accertati (v. foto di uno dei tanti documenti in nostro possesso) ora con questa nuova testimonianza “Padre” Mario Pezzotti venga sospeso immediatamente “a divinis”.
Per coerenza con le parole di Papa Ratzinger.
Per rispetto verso tutti quei sacerdoti che vengono chiamati “Padre” nello stesso modo in cui viene chiamato “Padre” un pedofilo, che sacerdote non deve essere:

“Caro Gianmario,
rimango un po’ basito nel leggere il tuo commento postato sul blog di Massimiliano Frassi dove accenni al fatto che Padre (?) Mario Pezzotti è stato condannato ingiustamente e accusi l’associazione Prometeo di non conoscere i fatti,
le persone e di dover approfondire il tutto prima di fare danni “incalcolabili”.
Lascia che ti dica che, nel caso specifico di Padre (?) Mario Pezzotti, sia tu a non conoscere i fatti.
All’età di 8 anni il “buon” Padre (?) Mario Pezzotti ha abusato di me. In Italia, in casa dei miei genitori che l’hanno ospitato. Da bravo pedofilo abusò di me con la scusa di giochetti, (che tralascio di descriverti).
Quando diventai più grande cominciai a capire cosa mi era successo e per me fu come avere un macigno sopra di me. Mi sentivo colpevole, che forse mi ero inventato tutto? Che i ricordi fossero frutto della mia immaginazione?
Come pensare che una “brava” persona come Padre (?) Mario Pezzotti avesse fatto quello che ricordavo?
Essendo uno che ha sempre cercato la verità all’età di 18 anni scrissi una lettera, a lui direttamente; gli chiesi spiegazioni su cosa mi aveva fatto, perchè lo aveva fatto e come continuava a professarsi testimone del messaggio evangelico.
Mi rispose, con una lettera scritta di suo pugno, nella quale mi chiese perdono per due motivi “per avermi mostrato brutto esempio e per non averne parlato subito con me”. Non solo, in tutta la lettera parla della sua difficoltà della fede, di aver “vacillato” di aver avuto un brutto momento di “questionamento” ma non una parola di cordoglio, di affetto, di rammarico per quegli atti ripetuti più volte che mi hanno lasciato una ferita che porterò sempre con me.
Certo nel 1989 (anno in cui scrissi la lettera e ricevetti risposta da lui) non c’era internet (o meglio era agli albori) e non c’era la circolazione di notizie e di comunicazioni che c’è oggi. Decisi, come ovvio, di non rivolgergli più la parola e tenni il segreto (sbagliando) per me.
Non ti dico la mia sorpresa e angoscia di aver saputo che non ero stato l’unica vittima, che altri ragazzi e ragazze erano stati/e oggetto delle sue attenzioni, dei suoi momenti di “questionamento”.
Ecco l’altra faccia del “buon” Padre (?) Mario Pezzotti. Tu avrai avuto la fortuna di conoscere solo un lato della sua persona, il lato che predica bene, che dice belle parole, che parla di spiritualità, di amore di Dio. Ma non difenderlo, nelle scritture si parla chiaro “chiunque abbia fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Può una persona così essere un testimone credibile della parola di Dio? Non credo proprio. Ognuno di noi ha il proprio cammino e il proprio rapporto con Dio e da lui sarà giudicato o perdonato, ma la giustizia terrena, il male compiuto dal “buon” Padre (?) Mario Pezzotti deve essere condannato e data giustizia alle vittime.
Per motivi personali (legati alla mia famiglia) tengo l’anonimato, ma l’associazione Prometeo sa chi sono.
Mi spiace vedere che ci sono persone che cercano di difendere l’integrità morale di una persona che ha abusato di piccoli innocenti anzichè aprire gli occhi e decidere che non vale la pena sprecare tempo a difendere soggetti che si sono macchiati di tali abonimi.
Ultimo commento: perchè se un prete, un bidello, un maestro, viene accusato di pedofilia tante persone si mobilitano a difenderlo SENZA SPENDERE una parola in difesa delle piccole vittime? Tutti pronti a fare magliette, a scendere in piazza, a mandare lettere di incoraggiamento… e alle vittime chi ci pensa?
Grazie Massimiliano e a Prometeo che pensate anche a noi.
AMDP

La bambina ed il maestro pedofilo – seconda ed ultima parte.

Testimonianza di abuso: parlano le vittime.

“quando una persona muore, dicono che il corpo muore ma lo spirito è vivo, invece in me è morta la mia anima e sono viva con il corpo”.

La prima parte l’abbiamo pubblicata ieri. E tantissimi sono stati i messaggi di solidarietà (calcolando il periodo di ferie siamo rimasti stupiti noi stessi del numero di mail/messaggi ricevuti). Oggi la parte finale di questo dramma. Che dimostra ancora una volta quanto impunti siano certi criminali e quanto, negli anni, il loro dolore continui a vivere.

A “Sole” il nostro abbraccio migliore e l’augurio che da sempre qua facciamo a chi come lei ha già vissuto un’esistenza intera: buona vita!

“L’ anno seguente ho  cambiato la scuola e ho iniziato a uscire un po’ con gli amici ma ero sempre una persona di poche parole, avevo sempre paura di stare da sola con gli uomini , o anche solo con i miei compagni di classe.
I miei genitori pensavano che ero malata, e che forse mi erano rimasti dei problemi perché avevo passato poco tempo fa l’epatite B, mi hanno fatto tutte le visite e i medici hanno dato come risultato che ero anemica, ma non sono riusciti a dire altro, io con questo situazione di vomito e anemia ho sofferto fino a 19 anni, sono stata ricoverata in diversi ospedali di xxx e non ho mai avuto una vita normale.
Oggi dopo tanti anni , anche se sono riuscita a creare una vita normale , dove studio e lavoro, mi capita spesso di chiudermi dentro in camera e piangere …..e quando sono nervosa io vomito ancora…
In tutti questi anni ho sperato che qualcuno poteva prendere il coraggio di parlare e dire quello che succedeva dentro a quei muri di quella scuola; io oggi ho quasi 30 anni, e non so se questa persona continua a fare il mestiere di maestro. Io sono allontanata da quella città quando avevo 18 anni perché ci siamo trasferiti a xxx.
Sei la prima persona che io sto scrivendo e raccontando tutta la mia storia, la mia mamma l’ha saputa prima 1 anno fa, è rimasta malissimo mi ha detto perché non me l’hai detto prima, ma alla fine come io immaginavo da piccola, mi ha detto di non dire nulla al Papà.
Qualcuno lo sa che sono stata abusata, ma niente in dettagli.
Quando ero piccola per un lungo periodo io pregavo il Dio di far morire questo Bastardo, ho anche pensato di fare del male o uccidere a lui e poi me stessa nei momenti di stress, ma alla fine niente, mi  sono allontanata dal mio Paesino con dolore e rabbia. e con la speranza che qualcuno parla.
Ma fino a questo giorno nessuno parla.
Non so per gli altri ma io parlo di me e dico che un bambino abusato si sente cosi: quando una persona muore, dicono che il corpo muore ma lo spirito è vivo, invece in me è morta la mia anima e sono viva con il corpo.
Grazie Max, che mi ha i dato la possibilità di parlare anche se tra le lacrime e scusa ancora per il mio italiano non perfetto. Ti abbraccio forte,
“Sole”

La storia di Angela: la bimba ed il bosco.

Questa storia è accaduto parecchi anni fa. Più di 40. Ma per la bimba di allora che oggi sta seduta davanti a me il tempo non conta e quegli anni in realtà sono pochi secondi.
La sua e l’ennesima favola nera. Con tutti gli ingredienti della favola.
Il bosco. Il lupo cattivo. La bimba sola.
Ma andiamo per ordine.
La piccola ha circa 5 anni e lo zio, invitato a pranzo a casa dei genitori di lei con tutta la sua famiglia (figlioletto annesso) si offre di andare a prendere il gelato.
Il Bar sta proprio davanti a casa ma lui decide di prendere l’auto ed andare “da un’altra parte”, portando con sé la bambina.
Che subito intuisce l’inversione di marcia della normalità: “perchè andiamo con l’auto? Perché fare la strada quando il gelato è buon anch’e qua? Perché porti solo me e non porti anche il mio cuginetto?”.
La macchina si ferma alcuni chilometri dopo nello spiazzo isolato ai bordi della strada. Davanti, quasi invisibile tra le siepi, l’inizio di un sentiero.
Lo zio prende per mano la bimba. Non le fa forza, solo che ora non parla più. La luce sul suo viso è diversa. Diversi gli occhi.
L’uomo sta sudando.
Anche la luce sul volto della bimba è diversa ora. Ha paura, non capisce, ma in fondo è con lo zio, cosa può accaderle? Magari in quel bosco cercheranno dei fiori per la sua mamma o delle fragoline da mettere sul gelato, di quelle piccole ma dolcissime, di cui anche lei va ghiotta. Magari……
Quando la bimba e lo zio escono dal bosco è passata quasi un’ora.
Sulle gambe della bimba un rivolo di sangue che le mani sudaticce dello zio ripuliscono con dei fazzolettini profumati, una volta arrivati all’auto.
“Hai capito bene vero? Questo segreto rimane solo tra te e me. Guai se lo dici alla mamma. Non vorrai farla stare male? E poi sei venuta tu con me nel bosco, potevi dire di no se non ti piaceva…”.
La bimba troverà la forza di parlarne 3 giorni dopo. Ogni sera quando la mamma spegneva la luce e le augurava buona notte rimboccando le coperte lei aveva dei veri e propri attacchi di panico.
”Mi mancava completamente l’aria, mi sentivo soffocare, non riscrivo nemmeno a gridare ma sbattevo nel letto così forte da farlo tremare. I miei non capivano, temevano fossi diventata epilettica e poi io del buio non avevo mai avuto paura, doveva essere qualcosa d’altro. Certo è che ancora oggi mi addormento solo se le luci restano bene accese”.

Passano tre giorni e la bimba ne parla con la madre, preoccupata di quanto le sta accadendo.
La bimba, col suo racconto di bimba, con le sue parole di bimba, dice alla mamma quanto lo zio le ha fatto. “Ma perché non me l’hai detto subito? Ora sta tranquilla però, ci pensa la tua mamma e lui non ti farà più del male”.
”Lui no, ribatte la bambina, ma il diavolo sì”.
“Il diavolo, e cosa c’entra il diavolo”.
“Sì il diavolo” ribatte la piccola in lacrime, “lo zio mi ha detto che il diavolo sarebbe venuto a prendermi quando andavo a letto per mangiarmi, se ti avessi raccontato il nostro gioco del bosco”.
Il diavolo, quale alleato migliore per fare del male ad un bambino.
Il giorno seguente i genitori della bimba affrontano lo zio. Quindi vanno a raccontare tutto ai carabinieri. La moglie del pedofilo si presenta a casa offrendo dei soldi, “dite voi la cifra”, purché non facciano nessuna denuncia.
“Venni interrogata così tante volte che oramai passavo più tempo nelle aule dei tribunali che a casa mia. Mi fecero anche una visita ginecologica che attestò che la violenza era stata completa. Ricordo ancora la faccia dei miei genitori davanti al medico. E poi dovetti presenziare anche al processo. Alla fine ricordo che il giudice mi diede delle caramelle dicendo che ero stata proprio brava”.
L’uomo fu condannato ma risolse il tutto con una pena pecuniaria, “daltronde una volta andava così” ed oggi, anziano e malandato, vive a due chilometri di distanza dalla sua vittima.
“Ho il terrore di incontrarlo. So che quando mi dici che oggi lui non mi può più fare alcun male hai ragione, ma la paura ha la meglio su tutto il resto”.
Durante l’ultima riunione del coordinamento nazionale vittime pedofilia, la sedia di questa bimba è rimasta vuota.
All’ultimo momento non se l’è sentita. Le ci vuole ancora del tempo, poi, ne sono certo verrà. E riceverà quell’abbraccio che le farà bene.
Il primo passo, quello di parlarne con noi, l’ha fatto. E Dio solo sa quanto le sia costato. Ora la aspettano sfide più grandi. Non ultima quella di uscire di casa e lasciare un marito violento. Perché se è assolutamente falso che un bimbo abusato diventa un adulto abusante, è purtroppo spesso vero, che una donna abusata va a ritrovare nella propria esistenza avanzi d’uomo come compagni.
Ma questa è un’altra parte della sua storia che , forse, racconterò un’altra volta.
Intanto bentrovata Angela. Bambina che pensava di andare a cercare le fragole nel bosco e vi trovò il Diavolo. Bentrovata, ma soprattutto, arrivederci. Da oggi non sei più sola…

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