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Il bimbo, la mamma e il solletico.

“C’è tanta vita dopo l’abuso”. Sono anni che ve lo dico in ogni modo. Settimana scorsa incontro un’amica. Venuta poi al gruppo di auto aiuto. Durante il colloquio mi racconta di come a distanza di anni rifugga il contatto fisico. Anche con il suo bambino. Che invece è sempre alla ricerca di abbracci, coccole e adora che gli si faccia il solletico. Le do un compito. Non facile. Torna a casa. Fagli almeno due ore di solletico: scherzando aggiungo, “fino a che non lo ricoverano per eccesso di risate”. Il giorno dopo mi scrive. Nessun dolore è per sempre. Costa fatica, impegno, volontà, ma non è per sempre. Pure questo credo di avervelo già detto. Questo il suo messaggio << Ciao Max, quando sono tornata a casa ci ho provato, non sono state due ore di solletico, ma 15 minuti buoni si.. Quella sensazione non se ne va.. Però sai una cosa? L’ho fatto lo stesso… mio figlio non ha mai riso così tanto con me! MAI!! Avrei voluto registrare quella risata! Sai che ha fatto dopo?? Mi ha abbracciata e mi ha detto ” mamma sono tanto felice “… Continuerò a sopportare quella sensazione.. voglio sentire ancora quella risata!  Non pensavo che quello lì (il pedofilo) si fosse preso anche questo! Grazie! >>

#nessundoloreèpersempre

 

danni dell'abuso

La mia storia di bambina abusata in festini organizzati da pedofili.

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Ricevo e riporto.
Post adattissimo ai commenti di questi giorni.

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<<Sai Max la mia ischemia si mangia tanti ricordi e ne fa riaffiorare altri. e stanotte leggevo persone che auguravano la castrazione al violentatore di turno e i ricordi mi hanno sepolta. sai Max i pedofili spesso sono impotenti e la gente è convinta che se rendi impotente un violentatore questo non avrà più motivo di fare del male. non è così. anzi. gli impotenti sono i peggiori. la violenza sessuale NON è PENETRAZIONE. se ti ricordi la mia storia ricorderai che sono una “bambina usata come torta in festini organizzati”. potrei anche dirti una “prostituta bambina” ma rifiuto di essere definita prostituta o bambina dedita alla prostituzione in quanto non consenziente (questo vale per chiunque). sono passati molti corpi e molte mani su di me e credimi se ti dico che mi ha sempre colpito la facilità nel trovare clienti in un’era dove non esisteva alcun mezzo, anni 70/80, informatico/informativo se non il passaparola e le chiacchiere da bar. perché pensare di offrire una bambina di 8/9/10/11/12/13 anni e trovare con facilità compratori è qualcosa che va oltre la mia immaginazione. e sai Max ricordo che non erano i sessualmente attivi i peggiori. loro usavano, toccavano ma il tutto era concentrato sulla penetrazione e il piacere. era doloroso ma era veloce. ma gli impotenti… leccavano, penetravano con dita e unghie, a volte oggetti, strizzavano, e pretendevano rapporti orali e il tempo passava e il loro coso era morto e loro si sentivano umiliati e diventavano bruschi e violenti e magari smettevano di torturarti dopo 4 ore. e finalmente anche chi mi vendeva mi lasciava i polsi. e dire che mi sentivo sporca è dire poco. e il dolore non era trattenibile e le lacrime accusate di togliere l eccitazione e tutto ricominciava. ma eccitava l’uomo di mia madre, il magnaccia di mia madre, il pappone, che mi stuprava ancora e ancora davanti al cliente con la scusa di riaccendere quella eccitazione che prendeva solo la testa e mi colpevolizzava di non avvenuta erezione. quindi… prima di augurare la castrazione a qualcuno bisognerebbe capire che un bastardo violentatore può diventare anche molto, ma molto peggio.>>

 

La vostra voce: “da bambina subii abusi, chiesi aiuto, mi portarono dall’esorcista!”

LA VOSTRA VOCE.
Dedicata a tutti i leoni da tastiera (conigli nella vita). A quelli che in questi giorni, dal caso eclatante di pedofilia a quello del produttore di Hollywood, sanno tutto, giudicano tutte (le vittime) e meritano solo una cosa: l’estinzione.

<<Ho subito abusi da mio nonno dall’età di 4 anni fino ai 9 anni circa. Ho dimenticato tutto fino ai 15 anni e quando ho ricordato l’ho detto a mia madre che mi ha portata da un prete x farmi esorcizzare. X anni ho subito esorcismi perché mi avevano convinta che fossi io quella sporca e malata. Ho avuto problemi di dipendenza da droghe x 5 anni. Disturbi alimentari ed attacchi di panico. Poi ho detto tutto a mio fratello e da lì la svolta. Sono andata in terapia ed ho poi incontrato Prometeo. Una luce in fondo al tunnel. Oggi sto abbastanza bene. Soffro del disturbo ossessivo compulsivo ma ci sto lavorando. Adesso non mi sento più sola e sto dando nuova vita alla bimba che è dentro di me. Bisognerebbe parlare di più in generale e specialmente nelle scuole. Spiegare la differenza fra amore ed abuso perché spesso il pedofilo gioca molto su questo aspetto. Io avrei voluto che qualcuno lo avesse spiegato a me. E che mi avessero creduta…>>

n.b.: la foto tratta dal film “L’esorcista”, non vuole essere ironica, bensì critica. Questo (in una forma, diciamo, meno scenografica ma altrettanto violenta!) è quello a cui una bimba (più di una guardando la nostra casistica) è stata sottoposta, dopo aver parlato degli abusi subiti.

bambina abusata viene esorcizzata

Post pubblicato sulla pagina Facebook.
A cura di Blog Staff.

 

La storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

wonder-woman-and-superman-art-portrait-social-campaign-domestic-woman-womens-violence-abuse-satire-cartoon-illustration-critic-humor-chic-by-alexsandrLa storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

 

Non l’ho mai raccontato, nemmeno a me stessa. Nessuno sa tutta la mia storia. Nessuno sa cosa si nasconde dietro di me. Nessuno mi conosce per davvero.

La mia è una storia “scomoda”, di quelle che pur sapendole, non ne si vuole parlare.

Non saprei nemmeno io da dove cominciare!

Ecco…

Sono sempre stata un po’ “speciale”.

Seconda di 4 figli, mia madre mi dice sempre che già da bambina ero “diversa”. Sapete come si dice: “la figlia muta la capisce solo la mamma”. Ma non era il mio caso. Io con mia madre mi sono sempre rifiutata di comunicare già appena nata.

Io avevo un magnifico principe, il MIO principe: mio padre.

Mamma dice che piangevo tutto il giorno fino a quando lui non tornava dal lavoro e mi prendeva in braccio. Non dormivo se non era lui a farmi addormentare.

Avevo 18 mesi quando rimanevo sveglia fino alle 2 di notte in piedi appoggiandomi alla culla, fino a quando lui non chiudeva la porta di casa quando usciva con amici.

Avevo 2 anni quando gli chiesi di rimanere con me una sera, e lui uscì lo stesso con un suo amico, e dopo un’ora mi ricoverarono per un’”improvvisa” febbre a 40 che mi è passata appena lui è arrivato in ospedale.

Bhè, un po’ il rapporto che hanno tutte le bimbe con il proprio papà. Per me era solo tutto molto amplificato.

Al resto del mondo, apparivo una bambina molto timida. Mia madre racconta sempre che fino ai 3 anni, nessun parente (se non i miei genitori e i miei fratelli) conosceva la mia voce. Allo stesso tempo ero una bambina sveglia e intraprendente. A 4 anni imparai sola a scrivere.

Tutto ok fin qui, no?

Lo ricordo come se fosse ieri. E’ una di quelle scene che la notte mi viene a trovare. Una di quelle scene che se chiudo gli occhi, mi sembra di essere ancora lì. Era inverno. Una mattina iniziai a fare i capricci perché non volevo andare a scuola. Mia madre allora mi disse che potevo rimanere a casa a patto di finire tutti i compiti che avevo, mentre lei andava a fare la spesa.

E così fu.

Chiuse la porta e mio padre mi chiamò. Lui era ancora a letto in camera sua.

Mi abbracciò come faceva sempre. Ma quella volta non fu come sempre.

Ricordo tutto. Un ricordo troppo lucido che fa paura.

Forse tanta paura io non l’ho mai avuta.

Non scendo nei dettagli, ma da qui ha inizio la mia storia. Da qui hanno inizio più di 8 anni di abusi in casa, dalla persona che avrebbe dovuto tutelarmi. Dall’unica persona che amavo.

Dalla prima elementare al primo superiore.

Io non capivo se era tutto normale. Avevo una sola certezza: non sapevo cosa fossero quelle attenzioni, sapevo solo che mi facevano paura. Anzi mi terrorizzavano.

Avrei potuto parlare. Ma l’unica persona con cui parlavo era lui. E poi lui mi voleva bene e diceva che quello che faceva era perché lui mi amava.

Iniziai a capire crescendo, quando sentivo brutte notizie al telegiornale.

Io ricordo perfettamente ogni volta che sentivo una storia in tv che mi faceva capire che la mia storia non era poi così normale.

La storia che più mi sconcertò in assoluto fu quella del piccolo Tommy (infatti sono rimasta parecchio sorpresa di trovare una sua foto enorme nella sede di Prometeo a a Bergamo).

2 marzo 2006, il piccolo Tommy viene rapito a soli due anni e trovato un mese dopo, ucciso. Viene arrestato Mario Alessi.

Una storia che ha commosso l’Italia intera, compresa mia madre, che guardava con sdegno quell’uomo che aveva brutalmente ucciso Tommaso Onofri.

Ricordo che le indagini si spostarono anche sul padre perché aveva del materiale pedopornografico ben nascosto in casa. Chiesi a mia madre cosa significasse quella parola così complessa e appena capii di cosa stessimo parlando, pensai “Bhe e cosa c’è di male?”. Non lo dissi perché guardavo lo sguardo serio di mia madre, come se stesse raccontando di qualcosa di orribile. Una di quelle cose che veramente non dovrebbero esistere al mondo. E lì capii moltissimo di quello che mi stava succedendo. Questo è un altro ricordo fortissimo che ho nella mia testa. Lo rivivo mentre lo scrivo.

In tutto ciò iniziai ad odiare mia madre dal primo giorno.

Non credo di aver mai voluto così male a qualcuno.

Io avevo paura e lei non mi portava via da quell’incubo ad occhi aperti.

Io avevo paura e lei non vedeva. Lei non capiva che in me c’era qualcosa che non andava, eppure ero sempre sotto i suoi occhi.

Io l’ho odiata.

Io l’ho odiata per tutte le volte che mancava a casa e io ero sola con lui.

Io l’ho odiata quando guardava i miei disegni “deformati” in cui nessuno vedeva nulla tranne me, e diceva molto contenta “sono molto interessanti”.

Io l’ho odiata quando metteva le sue regole durante l’adolescenza, quando mi diceva che non potevo mica uscire tutti i giorni di casa e dovevo rimanere per forza nella tana del lupo.

Io l’ho odiata quando ad 8 anni scrissi grande grande sul muro con il gesso “MORIRO’ ”. E lei si limitò a sgridarmi, perché diceva che “quelle cose non si pensano”.

Io l’ho odiata per ogni volta che non si è chiesta perché avevo atteggiamenti non normali.

Io l’ho odiata quando guardava le mie mani graffiate senza prestarci attenzione e continuavo a graffiarmi e colpevolizzarmi per la mia situazione.

Appena cominciato il mio incubo, io iniziai ad avere “problemi nel relazionarmi”. Così li chiamavano. Non parlavo con nessuno. Mutismo globale.

In seconda elementare avevo bisogno di un apparecchio ortodontico, ma le maestre chiamarono i miei genitori chiedendo di posticipare, perché ero troppo “timida” e l’apparecchio non mi avrebbe aiutata. Ma ragazzi, qui non si tratta di essere timidi. ESSERE MUTI NON E’ SINONIMO DI TIMIDEZZA. ESSERE ISOLATI NON E’ SINONIMO DI RISERVATEZZA. NON SAPER COMUNICARE NON E’ SINTOMO DI INCAPACITÀ RELAZIONALI E BASTA!!!

Non sono mai nemmeno riuscita a scrivere un tema.

A scuola dalla 5 elementare in poi, ho sempre avuto un curriculum impeccabile, ad eccezioni delle insufficienze nei temi di italiano. Non erano poi così banali i miei “problemi di comunicazione”.

E lo sapeva bene il mio professore, quando in quarta liceo consegnai un tema in bianco e lui decise di diventare il mio psicologo. Lo sapeva bene quando continuava a chiamare mia madre a scuola per dirle che miei comportamenti non erano così normali.

Avevo anche disturbi del sonno. Cioè, non ricordo esattamente un periodo in cui io non facessi incubi una notte sì e una no. Incubi così brutti che mia madre mi chiese di non parlargliene più. Incubi che non mi facevano e non mi fanno tutt’ora dormire.

Ho iniziato ad avere troppi problemi che mi porto dietro ancora ora e che ormai mi formano.

Ho 22 anni e dormo con il mio orsacchiotto di peluche. Lui ha un’importanza che nessuno può capire. L’orsacchiotto di peluche è sempre stato il mio unico vero amico, perché lui era il mio unico testimone. Lui era con me nella maggior parte nei momenti. Lui vedeva quello che vedevo io. Fin quando mia madre ha ben deciso di buttarlo “perché era tutto rovinato” e quello fu uno dei momenti in cui la odiai di più. Mi aveva tolto l’unico amico che avevo.

Ho 22 anni e dormo senza cuscino, perché a 6 anni ero convinta che dormire con la testa sotto il cuscino mi rendeva invisibile.

Ho 22 anni e ho paura del buio!

Ho 22 anni e non ho una vera amica donna perché odio tutto ciò che ricorda mia madre. Certo, sicuramente ho compagne del mio stesso sesso, ma il mio cervello in automatico pone dei paletti, e un vero rapporto di amicizia profonda con una donna io non l’ho mai creato e inizio a credere che questa cosa non avverrà mai.

Ho 22 anni e non mi piacciono troppo gli abbracci o le attenzioni di gente che non conosco.

Ho sempre nascosto tutto. Il terrore era troppo.

Ricordo la sensazione di paura che provavo. Quando sentivo i suoi passi, iniziavo a gelare da dietro il collo. Il freddo scendeva fino alla punta dei piedi e poi mi paralizzavo. E non sto esagerando. Mi paralizzavo e mi sembrava di vivere tutto da fuori. Il mio corpo non lo sentivo. Non sentivo le sue mani, non sentivo nulla di lui.

Ma se la violenza fisica non la sentivo, quella psicologica era inevitabile. Le orecchie non si tappano. Gli insulti, alcune frasi, “mi tagliavano in due”. Sentivo il petto disfarmi in mille pezzi, sentivo un dolore atroce alla gola, trattenevo il pianto rimanevo inerme, ferma, non riuscivo a reagire.

Potrei parlare molto a lungo dei problemi che mi rendevano una persona “disagiata”, ma ce ne vorrebbe veramente molto di tempo.

Comunque la storia “termina” quando frequento il primo superiore e arriva per la prima volta il ciclo, quando avevo ormai veramente compreso la mia storia.

Allora non volendo distruggere la situazione familiare, in cui mia madre aveva parecchio bisogno di mio padre, perché poi le dinamiche familiari “complesse” ci sono sempre, decido di prendere tutto e sigillarlo con cura in una stanza del mio cervello, e disintegrare le chiavi, certa che nessuno ci sarebbe mai più entrato, neanche io.

Dal primo superiore allora conduco la mia vita pseudo-serena, cercando di togliermi il terrore di dosso, ma gli incubi non sono mai finiti nella mia testa. Nel cervello avevo troppe cicatrici, ma l’indifferenza era la strada più facile. E fu proprio la strada che intrapresi.

Compiuti 18 anni, cerco l’università tra i posti più lontani da casa. Non è un caso se le uniche opzioni che avevo erano Roma, Bologna e Padova. Scelsi Padova, mettendo una grossa distanza tra me e la mia amata Sicilia. Non sarei tornata molto a casa.

Quindi parto e comincio una nuova vita e riscopro una Mary che non conoscevo. Qualcuno mi dice che sembro più sicura e parecchio meno timida rispetto al primo anno e di questo ne sono parecchio felice.

Stava procedendo tutto molto bene.

Ma la vita è infida e a lei non piace tenere le cose sospese. Tutto torna.

Una sera dell’estate scorsa stavo studiando con i miei amici. Ad un certo punto arriva una chiamata. Mia sorella di 15 anni, Assunta. Niente di insolito. Mi chiama spesso la sera.

“Pronto”, dissi.

Dall’altra parte solo singhiozzi interminabili.

Non era quel pianto da adolescente che litiga con il fidanzatino. Quel pianto io lo conoscevo troppo bene. Mi è bastato un secondo. UNO. Io avevo già capito tutto.

Per me non era così difficile.

Iniziai a fare domande, non avrei chiuso quel telefono fin quando lei non mi diceva la verità. Dovevo tirarglielo fuori. Non potevo lasciarla sola.

Lei continuava a piangere e continuava a ripetere “Mary tu devi solo ripetermi che questa cosa non devo dirla a nessuno. Questa cosa mi ha rovinato la vita. Io mi ammazzo.”

Sono parole che non scordi. Sono attimi di panico. Sento ancora la sua voce assordante nelle orecchie.

Sono stati i 45 minuti della mia vita in cui sono stata la persona più insistente del mondo.

A lei bastò dire “Papà…” e io la fermai.

NON POTEVO PERMETTERMI DI LASCIARLA SOLA.

NON POTEVO NON TENDERLE LA MANO E TIRARLA SU.

Chiusi la chiamata e mi crollò il mondo addosso. Io sono morta dentro in quell’istante.

Ho sentito così tanto male entrarmi da per tutto che non sapevo proprio cosa fare.

Mi ritengo responsabile di un delitto compiuto su di lei. Io l’ho uccisa. Io sono responsabile di tutto quello che le è successo. E non ho scusanti. Sono convinta che lei mi odi (anche se lei dice di no). Io non riesco a vederla negli occhi… Io non so descrivere il male che provo stando davanti a lei.

Comunque Le consigliai di dirlo subito a mamma cercando di darle tutto quel coraggio che forse io non ho mai avuto.

Lei lo fece, senza esitare e ringraziandomi perché “senza di me non l’avrebbe mai fatto”.

Era la sera del 29 luglio quando mia madre prepara la valigia a xxxxx e lui va via di casa.

Volevo sprofondare. Pregavo di non esistere.

Ricordate la stanza che avevo chiuso e buttato nel dimenticatoio?

E’ come se qualcuno l’avesse trovata, avesse sfondato la porta entrandoci di prepotenza, toccando tutto ciò che era mio. Questo qualcuno stava giocando con quello che fino a quel momento era solo MIO. Il mio dolore. Quel male che nessuno può comprendere se non lo vive, che nemmeno io so quantificare.

Mi stava togliendo tutte le forze, a tratti non respiravo e mi faceva male il petto e la gola proprio come quando ero piccola. La stanza è stata aperta e la porta è ancora spalancata e tutti i ricordi stanno tornando, sempre più forti, senza sosta la notte mi tornano in mente, e io rivivo tutto come se fossi li.

Speravo vivamente in mia madre che inizialmente ha dimostrato una forza non indifferente. Solo che adesso lei continua a vederlo, cena con lui e non con mia sorella. Lei parla ancora con lui, chiamandolo “mio marito” (con quale coraggio non riuscirò mai a capirlo). E io dal canto mio, pur consapevole di sbagliare, non riesco a dirle di me. Io continuo a non fidarmi di lei. Io proprio non riesco a vedere in lei un’amica. Lei sta rendendo la situazione ancora più complessa, così complessa che non so nemmeno spiegarla. Ancora una volta per me lei è la seconda abusante in questa storia.

Ma fare la vittima non è mai stato il mio forte.

Riconosco i miei limiti e so che adesso sola non arrivo da nessuna parte.

Ho tutto il mondo contro e non c’è un aspetto della mia vita che stia andando come vorrei. Intorno a me ho il nulla. Vedo tutto morto, tutto arido.

Mi alzo la mattina, con la pesantezza di vivere. La paura sta tornando. La voglia di vederlo morto mi assilla.

Anche se questa vita io non la voglio, io il fondo non voglio più toccarlo. Non voglio tornare a ritenermi una persona stupida e inutile. Non voglio che ritorni la voglia di non voler esistere. Non voglio e non posso permettermelo.

Allora ho deciso di fare un piccolo passo. Mi sono informata con tanta rabbia ed eccomi arrivare a Prometeo.

“Un piccolo passo per Mary, un passo enorme per la situazione.”

Da qui riparto io.

Maria Rosaria, ma per tutti, da oggi, Mary.

Il ragno nella pancia della bambina

pedofilia

 

Fu uno dei miei  primi casi. Lei, una bimba di 6 anni. Lui, un prete con uno zero in più dopo quel 6. Era una bimba solare e vivace, curiosa e sempre allegra, con le treccine bionde, motivo per il quale la nonna la chiamava “la mia Pippi”, come Pippi calze lunghe. La bimba adorava i micini. A casa non poteva averli, ma la nonna, ne aveva ben due. Lei adorava la sua nonna, anche per questo. Frequentava l’oratorio, ci andava a piedi poiché abitava proprio davanti a quel luogo e i suoi genitori si fidavano. In una giornata di fine giugno come quella di oggi, di circa 20 anni fa, il prete decise che quel sorriso glielo avrebbe spento per sempre. Ed iniziò ad abusarla. Prima dei palpeggiamenti. Poi rapporti orali. Ogni volta che raggiungeva il suo orgasmo le diceva che un ragno era stato messo dentro di lei e che se lei avesse svelato il segreto che c’era tra di loro quel ragno, insieme ai “suoi fratellini”, l’avrebbe mangiata dal di dentro. La pancia comincio a gonfiarsi. La bimba aveva paura che anche solo espletando le sue funzioni corporee un ragno sarebbe uscito (per la cronaca lei aveva il terrore dei ragni). Mesi di visite ma nessuno capì. Poi un giorno la nonna la sentì piangere mentre confidava ai suoi micini una storia atroce: quella che stava vivendo sulla propria pelle. Il resto è storia nota: la denuncia, il paese spaccato in due. Le difese del pedofilo. Che purtroppo morì di infarto prima della fine del processo. Accadde in Kenya….stava lì in vacanza…. Ci vollero mesi di terapia, lunghi ricoveri per far caprie alla piccola che i ragni dentro di lei non esistevano. Nel frattempo la famiglia aveva dovuto lasciare il paese, poiché “avevano letteralmente tutti contro”. Il giorno che la mia vita si incrociò con quella della bambina lei era già una foto stampata su un’immaginetta ricordo. “Una complicazione”, come dissero i medici, l’aveva portata via. Aveva solo 10 anni. Anche la nonna se n’era andata, il giorno dopo la scomparsa della nipote. E, incredibile a dirsi, pure uno dei due micini. Chissà forse non volevano lasciarla sola lassù in cielo. La madre venne da me, mi raccontò la sua storia e mi fece giurare che avrei sempre difeso i bambini abusati. Poi sparì. Ogni tanto una cartolina a Natale. Un saluto. Oggi non so dove sia. Come stia. Ma so per certo che ogni qual volta leggo , 20 anni dopo, di bambini abusati finiti sotto accusa, di inquirenti o realtà come al mia accusate di chissà quale complotto, e di difese ad oltranza di esseri per i quali l’unica risposta certa, è chiuderli in gabbia per sempre, penso ad una bambina con le trecce bionde che amava i gattini.

p.s. Il mio formatore Ray Wyre mi raccontò una storia simile…accaduta a lui de da lui seguita con Scotland Yard…chissà forse i pedofili si scambiano pure le idee su come spaventare i bambini, non solo i supporter.

La mia lettera aperta alla piccola Fortuna

associazione prometeo + fortuna

Ciao piccolo Fortuna, sono passate quasi tre settimane da quando la tua storia è rimbalzata nuovamente su tutti i giornali e per giorni, sai, non si è parlato d’altro. Come sempre è stato un fiorire di esperti, morti di fama, ansa dipendenti. Tutti, o quasi, hanno sempre parlato solo degli adulti (pochi dei bambini): “del non dover generalizzare, che poi non sono tutti così omertosi, che lì c’è la povertà, che lo Stato non fa niente, che Gomorra è un’invenzione” e via dicendo per una sequela di qualunquisti luoghi comuni, politicamente corretti quanto moralmente corrotti. Qualcuno si è scagliato contro chi parlava del condominio dove ti hanno abusata e poi uccisa come del “condominio degli orrori”, dimenticando che forse sì non avrebbero dovuto farlo, perché di orrore lì c’è tutto il mondo intorno a quel condominio. Un mondo dove, in diretta televisiva (vi ho assistito di persona) un giornalista è invitato a lasciare la sua postazione perché a quell’ora (le 2 del  pomeriggio) si spaccia ai ragazzini e lui, con le telecamere, è di disturbo. Ma non è di quel degrado e di quel mondo lì che voglio parlare. Perché cadrei prue io nell’errore di  parlare dei “grandi”. La foto che ti mostro contiene tantissimi fogli. Stampati da quel giorno in cui il tuo viso è tornato a ricordare al mondo che ogni giorno, nella nostra povera Italietta, centinaia di bambini hanno il tuo identico vissuto. In ogni pagina una storia. Una richiesta di aiuto. Un grido di dolore. Loro sono ciò che saresti stata tu, se non ti avessero lanciata nel vuoto. Tu, tra 10, 15, 20 anni saresti arrivata a noi,  col tuo carico di silenzi e di Male. Appiccicato alla pelle come un indelebile tatuaggio. Zittito dalle lamette usate per tagliarti, autopunendoti per una colpa MAI tua. Magari pure con un ago infilato in braccia sottilissime, già compresse dall’anoressia. Eppure, malgrado questo, per tutte quelle ex bambine lì ci sarà una nuova vita. Una rinascita. Per chi mi ha scritto “non voglio continuare a stare così perchè farei la  fine di Fortuna” oggi c’è la speranza di una vita nuova, di una cicatrice da coprire per sempre o di una ferita ancora da cicatrizzare, ma sempre e solo nel segno della vita. Ti dico tutto questo perchè questo, forse, dà un senso al tuo volo, alla tua partenza. Tu oggi stai in un posto dove è impossibile anche solo pensare che a un bimbo venga torto un capello. Loro diventeranno quella mamma che tu non sei stata. Quel adulto che non sei potuta essere. Quel mondo che qualcuno, forse per gelosia, ti ha portato via.
Lo faranno anche per te, sappilo. Per te si laureeranno, si sposeranno, ameranno, vivranno, coloreranno al loro vita come meglio credono. E solo così, ribadisco, alla fine tutto avrà un senso. Mentre chi ha permesso tutto questo, purtroppo, non cambierà mai…ma come ho detto in apertura, qua si parla di bambini, non di (certi) adulti…
Ciao Piccola.

Fortuna-Loffredo-abusi-cronici-caivano

 

C’è vita dopo l’abuso. Una testimonianza di rinascita.

gruppo auto aiuto vittime pedofilia (2)

 

<< Mio zio,quando avevo 8 anni, ha deciso che le mie vacanze estive e natalizie dai nonni potessero divenire un suo divertimento…usandomi nei modi piu’ beceri possibili…”per fortuna” è durato solo due anni..e da allora è cominciato l’inferno..di me ricordo la tristezza..gli incubi notturni..la voglia di farmi male perché “facevo schifo, non valevo, ero stata io a volervo”..gli anni seguenti credo di non essermi fatta mancare nulla: sono passata dai DCA, in cui vivevo mangiando e vomitando dalle 5 alle 10 volte al giorno fino al momento in cui il latte era l’unica cosa che ingurgitavo in un giorno insieme ad una ginnastica forsennata per consumarlo. Poi ci sono stati gli anni della depressione, in cui il mio unico scopo al mattino era sperare che arrivasse presto la sera..a volte non mi alzavo neanche dal letto..quindi la fase di alternanza di abuso di alcolici e pastiglie per dormire per dimenticare..oltre a pensieri in cui speravo di non svegliarmi piu’..
A cio’ si è aggiunto l’aver avuto una famiglia abusante..non faccio commenti..riporto solo le parole di mia madre dopo la mia “confessione”: “immaginavo che ci fosse qualcosa sotto perché quando ti portava in cantina a prendere il vino, ci mettevate troppo tempo..”..”ho parlato con lui..non voleva farti del male ma ha imitato il vicino di casa che faceva quelle cose con la sorellastra..”..e considerando che sabato parte per andarlo a trovare.. capite che le mie parole sarebbero fiato sprecato…io sono sempre stata sola..DA SOLA HO DOVUTO FAR TUTTO…ho fatto la valigia e sono andata a ricoverarmi in un centro per DCA..ci sono stata per un anno…ho cercato una psicoterapeuta valida che potesse aiutarmi, cambiandone anche alcune fino a trovare quella “giusta” per me…ho trovato mille lavori e preso e lasciato l’università..
Tutto questo per farvi capire che il termine INFERNO è appropriato..e che dietro il sorriso che vedete oggi non c’è un’infanzia ed adolescenza felici..pertanto se da tutto cio’ io ci sono uscita, lo puo’ fare chiunque.. il percorso è faticoso, doloroso..ci sono momenti in cui si puntano i piedi dicendo “preferisco stare male’”..si passa dal sentirsi in colpa al vedersi come vittima fino pero’ al capire che NON PUOI PASSARE TUTTA LA VITA A METTER L’ABUSO AL CENTRO DI OGNI TUA SCELTA, DECISIONE, EMOZIONE VISSUTA..io non sono l’abuso, l’ho subito, ma oggi sono solo altro..
Non dimentico, non perdono, non do significati subliminali all’abuso: si, è una merda..si,darei chissà cosa per non averlo dovuto subire, ma è successo..e si, gli ho regalato anche troppi anni della mia vita..ma oggi IO SCELGO e IO SONO RESPONSABILE DI COME VOGLIO VIVERE..
Ed io ho scelto di stare bene, di amare e di essere amata, di riprendere in mano i miei sogni…e non solo a parole.. >>

 

Una bimba abusata parla alle maestre: ecco cosa dovreste fare per tutelarci!

una bambina abusata parla alle maestre

Buongiorno a tutti, benvenuti e grazie di essere qui. ….

Il mio nome è Pierina, vivo in Piemonte e conosco Prometeo da alcuni anni.

La mia esperienza con l’abuso risale a, quando avevo circa 7/8 anni, fui avvicinata da un predatore che con una scusa banale, mi trascinò nella cantina del palazzo dove abitavo, ricordo come allora la sua fuga quando senti mio fratellino, che, compreso cosa stava accadendo, urlò con tutto il fiato che aveva in gola.

Ciò che restò in me fu un trauma, uno shock …ed un segreto celato per tanti anni.

Non riportai nulla dell’accaduto a casa…vivevo in una famiglia dove il rapporto padre figli non esisteva…dove l’unica immagine che avevo di famiglia era di un padre/padrone irascibile, sopratutto verso mia una madre.. succube… avevo paura, come avrei potuto parlare loro del mio abuso?

Come conseguenza, la mia esperienza con la scuola fu alquanto negativa, ero una bambina timida, introversa, molto insicura, che viveva nel proprio mondo costruito apposta per non soffrire.

Ricordo bene alcuni episodi…uno in particolare, il più doloroso, un giorno, una compagna fece notare all’insegnante le mie gambe, segnate, violacee, l’insegnante diresse lo sguardo per un attimo verso di me, io, immaginando di dover raccontare quei lividi, cominciai ad arrossire, mi vergognavo, ma Lei non disse una parola, e proseguì il suo lavoro facendo finta di nulla, quei segni erano i lividi che mio padre mi aveva lasciato il giorno prima dando sfogo alla sua rabbia.

Ogni interrogazione era un tormento per me, ero presa da una tosse convulsa, tanto da non riuscire e parlare, e immancabilmente collezionavo voti scarsi, e non perché non studiassi. Ma nessuno degli insegnanti trovati sulla mia strada, si è mai chiesto il perché. E’ cosi divenivo via via prima una bambina chiusa e poi una ragazzina svogliata…

In questi ultimi anni ho lavorato molto su me stessa per poter finalmente uscire dal mio guscio, sono riuscita grazie a Prometeo, grazie al nostro gruppo di auto/aiuto a tirare fuori tutto ciò che avevo dentro, a parlare del mio abuso, a volermi bene, a trovare la stima perduta, a ricucire e rafforzare affettivamente un rapporto , pur profondo , ma difficile con mia figlia, e ad avere un bellissimo e unico legame con la mia nipotina che oggi ha 10 anni.

Ecco, quello che non avuto nella mia esperienza scolastica, è la sensibilità da parte dei miei insegnanti, la mancanza d’attenzione  verso una bambina che dava dei segnali, mai capiti, che cercava aiuto, protezione, anche solo di un  sostegno (es.“ Ok non ti interrogo, scrivimi la lezione su un foglio, la leggerò e ti darò il voto” )

Oggi ,io direi a quegli insegnanti, per la grande importanza che ha il loro ruolo, di osservare i propri alunni, i bambini danno sempre dei segnali ,  di usare tatto, di avvicinarsi a loro con accortezza, di adoperarsi in tutti i modi, di mettere in moto tutti gli strumenti a disposizione, per non lasciarli, come successo a me, soli a combattere il proprio dolore.

Le vittime della pedofilia si appellano agli insegnanti di oggi.

Le vittime della pedofilia si appellano agli insegnanti di oggi.

corso formazione pedofilia maestre

Sabato  23 maggio a Gorle presso la nostra sede faremo una intera giornata di studi dedicata a chi opera nel mondo della scuola.
Ci saranno vari interventi, tra cui uno del sottoscritto e poi parleranno degli adulti che da piccoli hanno subito abusi e non sono stai aiutati.
Questi alcuni messaggi raccolti all’interno del coordinamento nazionale vittime della pedofilia, affinché gli insegnati di oggi, se si trovassero di fronte ad uno di questi bambini, non compiano gli stessi errori dei loro colleghi di “ieri”.

 

La domanda di partenza è proprio: cosa diresti a queste maestre?
Gli “alunni” arrivano da ogni parte d’Italia. La più lontana dalla Sicilia, la più vicina dalla provincia di Bergamo.

 

1- Direi che comprendo le loro difficoltà, la loro perdita di entusiasmo, il loro sentirsi accusati di essere degli incapaci e poco preparati, la mancanza di riconoscimento… ma vorrei far capire loro quanto invece sia fondamentale il loro ruolo…. hanno nelle loro mani, non soltanto il presente, ma anche il futuro dei loro scolari/studenti! Fra pre-scuola, dopo scuola, tempo pieno e quant’altro, passano più tempo loro con i nostri bambini di quanto questi non ne passino in famiglia. Li inviterei a cercare ed anche a pretendere una maggiore partecipazione da parte delle famiglie in modo da poter “crescere” insieme i nostri cuccioli. Il risultato sarebbe sicuramente una maggiore attenzione, un confronto costante, che permettono di individuare velocemente i problemi e le difficoltà. E se la famiglia è assente, allora porre ancor più attenzione perchè sicuramente quel bimbo ne ha più bisogno! direi loro di interrogarsi un po’ di più sugli atteggiamenti, sui comportamenti, sugli sguardi, sul riso e sul pianto dei loro bimbi. Cercherei di far capire loro quanto la pedofilia non sia così distante, quanto c’è di sommerso, quanto reale sia il pericolo…. e quanto, anche in questo caso, possa essere di vitale importanza la loro attenzione e la loro collaborazione… Forse sarebbe interessante, oltre ai numeri e alle statistiche, che anche loro, come le forze dell’ordine, potessero sentire con le proprie orecchie le testimonianze di noi arcobaleni così da toccare con mano quanti danni può causare avere la malaugurata “sfiga” di incontrare nel proprio cammino di vita un predatore di bambini.

 

2. La mia maestra elementare scriveva sempre nei giudizi finali in pagella che ero una bambina introversa, poco socievole, educatissima e studiosa..ogni volta che tornavo a casa con quel pezzo di carta, tremavo di paura perché sapevo che il mostro mi avrebbe picchiata.. Dovevo sorridere a tutti costi altrimenti significava che non apprezzavo abbastanza la mia famiglia.. L’ho odiata a volte..ma ho imparato a sorridere e così, alle medie, la prof. d’italiano scriveva che ero molto portata per lo studio, sempre attenta, preparata, educata.. ma curavo poco l’aspetto e questo provocava nei compagni di classe la voglia di ironizzare, per cui consigliava un abbigliamento più consono ad una ragazzina. Ovvio che si scatenava un altro inferno per me.. ho provato a spiegarle che vivevo un disagio, che mi vergognavo ad indossare le minigonne, che avevo paura.. Fece chiamare mia madre e le offrì dei soldi perché pensava che ci fosse un problema economico di fondo… Sarebbe bastato che mi guardasse davvero ,mi chiedesse cosa intendevo davvero con la parola “vergogna”, bastava le leggesse oltre le poesie intrise di paura che scrivevo e che lei, orgogliosamente, correggeva.. ho lanciato tanti segnali.. nessuno si è degnato di coglierne uno.. quanto alle alle superiori.. beh.. non ce la faccio a raccontare, non riesco proprio.. Se potessi, direi agli insegnanti che il loro lavoro non va inteso come “posto statale”, hanno il compito di formare, educare, istruire.. hanno il compito di imparare quanto sia difficile essere bambini.. hanno il compito di osservare, perché a guardare sono capaci tutti…

 

3. Direi alle insegnanti di “soffermarsi un po’ di più” su un bimbo che…
..non sorride mai..
..è bravissimo a scuola in modo quasi ossessivo..
..è iperatttivo..
..è troppo timido..
..ha paura del contatto fisico..
..viene a scuola mascherato da super eroe..
..non vuole andare in bagno da solo..
..fa disegni color nero..
..non vuole tornare a casa..
..sembra tranquillo ma a volte “si assenta” e si chiude nel suo mondo..
Insomma..so che hanno tanto lavoro, tante ore, tanti alunni…però quel terzo occhio usatelo, anche se questo dovesse comportare lavoro extra e andare contro le altre colleghe che dicono..”fai finta di nulla”…
Esperienza mia, figli di amiche, insegnante che conosco…

 

4. Io ho 3 episodi della scuola che mi sono rimasti ben impressi…. Soprattutto sul primo ci ho pensato tantissimo, probabilmente se fosse stato posto dalla maestra in modo diverso forse mi sarei salvata molto tempo fa…
Il primo episodio risale alla 4 elementare….. Era da poco successo il brutale omicidio di Silvestro Delle Cave che mi aveva molto impressionato… Era un bambino della mia stessa età che era stato ucciso da 3 pedofili che dissero di aver ridotto il corpo a pezzettini e sotterrato. Questa storia, appunto, mi impressiono perché se ne parlo’ molto nei telegiornali e da allora avevo cominciato a capire che quello che mi succedeva non era molto normale e avevo paura che se mi fossi ribellata a mio zio avrei fatto la stessa fine dato che a volte quando abusava di me indossava la divisa da guardia giurata con la pistola. Ecco della storia di Silvestro ne parlammo un pomeriggio intero un classe con la maestra che ci spiego cosa era successo e cosa era la pedofilia. Durante questa discussione la maestra chiese “c’è qualcuno di voi che subisce le stesse cose e non dice niente?” Io ebbi l’impulso di alzare la mano e stavo per farlo quando mi sono bloccata perché mi vergognavo di dire una cosa così davanti ai miei compagni. Ancora oggi mi chiedo come sarebbe cambiata la mia vita se avessi alzato la mano oppure se la maestra avesse detto “se c’è qualcuno che subisce le stesse cose può venire a parlarne con me quando vuole, anche dopo la lezione”. Per me invece fini’ li’, tornai nel mio silenzio e non mi passo’ più per l’anticamera del cervello di parlarne con qualcuno perché mi vergognavo.
Un’altro episodio è successo in terza media… Una mattina sono scoppiata a piangere durante la lezione e la prof mi chiese perché piangessi. ..si accontento’ della mia risp: “stamattina è morto il mio gatto”
Ultimo episodio…. Durante un’interrogazione avevo avuto una specie di malessere, avevo incominciato a tremare e balbettare.la prof si era accorta che questo non era la solita agitazione di chi non ha studiato ma che ci fosse qualcos’altro sotto tant’è che mi chiese, davanti a tutta la classe, se volessi parlare con uno psicologo: io ancora una volta mi sono vergognata dei miei compagni e dissi di no. Ancora oggi credo che se me lo avesse chiesto in disparte alla fine della lezione avrei accettato.
Quindi, alla fine di tutto questo papiro , Direi alle maestre di avere molto tatto nel porre anche le domande più banali verso i bambini/ragazzi… di mettere in considerazione la vergogna che i bambini devono superare per riuscire a raccontarsi a loro…

 

5.Nessuno dei miei insegnanti ha mai capito cosa ci fosse di anomalo in me, nemmeno a casa, anzi la mia solitudine era associata da tutti al  “gioca troppo al computer”.
Gli insegnanti non hanno la bacchetta magica o sfera di cristallo, ma la scuola serve per imparare e anche chi è adulto deve imparare a capire come intuire e avvicinarsi per aiutare chi vive questa triste realtà nascosta.

 

 

Quello che direi agli insegnanti è di usare più tatto e sensibilità, di farsi delle domande se ogni qualvolta una bambina, nel corso di tante interrogazioni viene presa da tosse convulsiva e non riesce a rispondere, e non perché non ha studiato, Le direi di non girarsi dall’altra parte quando una scolara le fa notare che una tal bambina ha le gambe piene di lividi, facendo finta di niente, le direi di andare a fondo, di capire il perchè , di aiutare quella bambina e non lasciarla sola nel suo dolore. Questa purtroppo, cari amici è stata la mia esperienza personale.

 

 

6. Direi agli insegnanti che ogni studente dovrebbe essere come un figlio.. Di amarlo per quello che è.. Di cercare di chiedersi perché sempre.. Quando è bravo ed ha ottimi voti e quando è strafottente e va male.. Quando parla sempre ed è sempre un sacco sorridente e quando si isola e piange per niente.. Quando si veste da velina e quando si veste con vestiti sformati e inadeguati alla stagione.. Chiediti perché sempre e scava finché non trovi la risposta.. E poi agisci… Insisti..dimostrati credibile e coerente..abbi pazienza e sopporta, anche quando ti verrebbe voglia di andartene..perche è quando stai per girati e andare via che al tuo alunno viene il coraggio di dirti qualcosa..la sussurra..ma se tu sei di spalle non lo sentirai… Gli direi di capire di più di quello che è il mondo del proprio alunno.. Chi frequenta, chi ama, chi ammira..chi non sopporta, verso chi mostra insofferenza… Non è facile, ma pensi che x quel bambino lo sia?? Ci vuole coraggio x denunciare e segnalare.. Ma pensi che una vita salvata possa valerne la pena?? Ci vuole coraggio e forza x andare contro un genitore o un allenatore o un collega.. Ma pensa alla paura che ha quel bambino… Direi di tenere in considerazione che un bambino tradito da un adulto avrà paura a fidarsi di nuovo di un adulto..abbi pazienza anche se ti allontana.. .. Direi che vedere quel bambino rinascere dopo il tuo interessamento, la tua denuncia ti ripagherà di tutti i sacrifici e le difficoltà di un’intera carriera.. Un bambino felice, amato, compreso sarà un adulto equilibrato, coerente che sa amare e proteggere..il futuro scorre ogni giorno nelle vostre mani.. Cosa volete farne????

 

 

7. Due episodi alle elementari. …di ritorno da quell’estate, guardando un video dell’ acquario di Genova che avevo portato da far vedere alla classe, e che avevamo girato in quel periodo, mi hanno dovuta accompagnare fuori dalla stanza perché non riuscivo più a respirare e ho quasi perso i sensi…..non mi é stato chiesto nulla sul perché mi fossi sentita male, é stato dato per scontato fosse l’effetto del “buio”….poi in quinta ho reagito in maniera abbastanza violenta quando un mio compagno di classe mi aveva abbracciata alle spalle per gioco…ma anche in quel caso non é stata fatta alcuna domanda, solo una gran sgridata per aver tirato un calcio, più di uno in realtà, “inutilmente, solo per un gioco”. Poi sulle insegnanti delle superiori avrei da scrivere un libro intero forse….ma si può riassumere il tutto chiedendo agli insegnanti un po’ di umanità e disponibilità anche, e forse soprattutto, verso quei ragazzi che sembrano più intrattabili. E poi come han già detto prima di me, ascoltare anche quando si girano le spalle….perché é proprio in quel momento, quando speri che non ti sentano, che in realtà lanci gli SOS più disperati.

 

8. Ecco io chiederei loro il perché hanno scelto quella professione, qual è l’obiettivo principale che deve avere un’insegnante, qual è per ognuna di loro il “vero” ruolo di un’insegnante, cosa si aspetterebbero e quali competenze dovrebbe avere l’insegnante del proprio figlio. Insomma le farei interrogare su sé stesse così a brucia pelo e poi chiederei a loro di pensare a come si comportano realmente loro stesse ogni volta che varcano il cancello della scuola, un piccolo esame di coscienza sul loro operato. A questo punto direi a loro quanto è importante – osservare-annotare subito su di un foglio-parlarne con i colleghi-di fronte a dubbi di qualsiasi genere NON AVERE PAURA DI MUOVERSI A FAVORE, PER TUTELARE IL BAMBINO, di agire, non aspettare che altri lo faranno, il tempo è prezioso. Non esiste solo l’apprendimento, ma è il bambino il punto centrale, con tutte le sue caratteristiche, quello silenzioso- quello educato -quello esuberante -quello che dorme troppo -quello che modifica il suo comportamento etc etc . Ecco dovrebbero rendersi conto che loro sono lì per i bambini, che sono piccole persone indifese, che chiedono in modi diversi di essere ascoltati, capiti, creduti e aiutati. Care maestre aiutateli a diventare persone adulte, serene e felici.

Ciao piccola: lettera di una donna abusata, a sé stessa!

“Martina” era una bella e serena bambina. Poi un giorno l’orco delle favole, l’uomo nero, prese vita e forma. E le rubò con la forza il sorriso.
Questa la sua lettera oggi. Dopo anni di battaglie. Contro sé stessa in primis. Anni in cui il suo corpo ha sofferto, è dimagrito (troppo!), ha sfiorato il vento della morte. Ma anche anni di battaglie vinte. Di traguardi raggiunti. E di una vita che è lì, ad un passo. E per poterla riabbracciare forte, oggi serve fare i conti col passato. E per questo, eccola scrivere una lettera. A sé stessa bambina. Lettera che condivido con voi.

Massimiliano Frassi

stop child abuse blog pedofilia

 

Ciao piccola,
mi trovo qua, di fronte a te, ma dall’altra parte, in un mondo dove non so se credere a ciò che vedo, che sento, che tocco e che odoro. In un posto dove è facile trovare angoli per restare nascosta e osservare ciò che succede, ma nello stesso tempo pieno di catene, filo spinato, fantasmi e strane figure che trovi ovunque ti giri, ti seguono, non ti mollano mai, come se ti stanno incollati, usando la paura, lo spavento, lo scherno, gli incubi e appunto con catene o altro ti legano a loro facendoti un male terribile, da toglierti il respiro, la forza di pensare e di capire. Spesso ti fanno male e soprattutto mi ritrovo a farmi male per poter scappare via, ma sono più forti loro, mi strangolano. Accidenti devo, bisogna venire via da questo posto, bisogna saltare in quel luogo dove, così mi viene detto, che esistono posti, mondi, spazi sia belli che brutti, ma, dicono sempre, che in questi luoghi puoi essere sempre al sicuro sia col bello che col cattivo tempo, dicono anche, che puoi essere te stessa e fare o dire quello che vuoi, che pensi e sei libera di non fare ciò che una persona non ha voglia di fare. Attenta piccola, ti posso e ti devo dire che io in questo mondo non ci sono ancora o forse non riesco a restare, ascolto, capisco, condivido tutto, ma non riesco farlo mio. Penso che siano cose giuste, perfette, meritevoli ma che vanno bene per tutti gli altri che mi stanno attorno e non per me, non me lo merito, non è giusto non è possibile. Un’altra cosa da questo mondo dicono che ti devo aiutare, ma cavoli come faccio? Tu sei li oltre quella cortina di fuoco, di lame taglienti che ti perforano il pensiero, il respiro.

Uffa, cavoli fai qualcosa anche tu, apri gli occhi, muoviti, spostati, respira esci da quel torpore, da quella melma schifosa, viscida e puzzolente che hai addosso, appiccicata, meglio ne sei composta.
Scusami lo so che hai la bocca tappata, mani e piedi bloccati, tenuti fermi con la forza. So che non ti è permesso di muoverti, di fare rumore, di urlare e a te non resta che sparire. Sparire con quella parte di te che tutti chiamano anima, pensiero. Lo so quanto è difficile sopportare quel respiro, quella voce che ti dice un sacco di cose, spesso sembrano molto dolci, tenere per poi farti sentire un male cane, dolori lancinanti dove non sai come fare per non sentirli. Non ti è permesso di urlare, non devi farti sentire da nessuno, se poi servisse farti sentire, nessuno ti ascolta o si accorge che tu esisti sei al mondo, che tu ci sei, che anche tu respiri, senti e odori. Lo so che non sopporti quel tocco, quel calore, quel sudore, quel viscido che ti trovi addosso, ma porca vacca esci da quel torpore, scuotiti, rompi quella crosta che hai e allungati verso di me e prova, magari questa volta, non so, insieme ci facciamo male una volta per tutte e poi basta, magari riusciamo a catapultarci in quel mondo, in quel posto che ti dicevo e che in molti dicono “tu sei tu”, puoi parlare, sentire, percepire e giudicare con semplicità e sincerità. Dicono che qui non esiste quel filo spinato dove tu ti fai male, non serve, è anche vero che ci possono essere momenti brutti, spiacevoli, ma puoi dire ciò che provi e che senti. Però accidenti esci da quel torpore, svegliati, apri gli occhi, reagisci non non riesco ad avvicinarmi a te, posso solo allungarmi un po’, ma tu svegliati, datti una mossa e urla, urla,urla.
Scusami piccola se non riesco a starti vicina, a svegliarti con dolcezza, a prenderti in braccio e portarti via da li, sto cercando di liberare le mie mani, ma i nodi delle catene  sono stretti e i miei movimenti sono difficili. Ti ripeto svegliati, urla, grida e io lo farò con te, magari in due ci ascoltano e ci credono. Ciao piccola vorrei dirti a presto e spero di vederti presto, ma per favore svegliati, esci da quel torpore e poi da quel putridume in cui ti trovi, che sei. Un giorno riuscirai  e riusciremo a lavarcelo via, disinfettarci ed uscire allo scoperto.

Ciao ciao

“Martina”

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