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“Mi hanno detto che devo ucciderti”: poesia sulla pedofilia.
Mi hanno detto che devo “ucciderti”
Mi hanno detto che devo “ucciderti”
Mia piccola,dolce,splendente, Dandy.
Ma io ti guardo con la solita tenerezza
Sei, la sorpresa, la gioia,il candore.
Mi hanno detto che devo “ucciderti”
Piccola bambina dal vestito rosa.
“ucciderti per vivermi”.
Ma, la cosa che in questa notte così difficile,
mi sento di fare
è di guardarti con Amore,
di guardare te di fronte a me.
E, nella nuova estate, al Faro di Punta Carena
Arriverò con dei tulipani gialli e tante margherite bianche.
Penso che starai bene lì..
È il mio luogo dell’anima,
la mia anima,la tua anima….
Ma non è un funerale…
Ti voglio soltanto pensare nel luogo della felicità assoluta.
Fernanda.
Quella che avete letto è una poesia scritta, per noi, da una nostra Amica. Che partecipa al coordinamento vittime e da una discussione nata all’interno ha scritto poi di getto questo gioiellino.
La discussione verteva sul “lasciar andare la bambina che è in noi”. Bimba che non possiamo più difendere, ma che deve essere lasciata andare appunto.
Non possiamo più curarla, ma possiamo prenderci cura di ciò che quella bimba è divenuta: oggi. Adulta.
E questa, in prosa, la risposta di Fernanda. Alla bimba che è in lei e che, finalmente, ha deciso di lasciar andare. Regalandole un posto ….migliore…
E qua valgono le parole di un altro grande poeta, che io cito sempre, Renato Zero, quando scrive “dolore no, non sentirai, se fai poesia sarà poesia per sempre”.
La storia di Giulia. E la sua (errata) convinzione di “bimba nata per essere abusata”.
La vostra voce. Senso del nostro impegno.
Conosco una bambina. Ha tre, al massimo quattro anni. Si chiama Giulia, ha gli occhi verdi e i capelli castani. E’ piccola, nell’età e nella figura, “grillino” per il suo papà. E’ dolce, un po’ timida, in cerca di tenerezza. Sempre. Guarda gli adulti con speranza, perché la fiducia l’ha persa. Guarda gli uomini con paura, ma il desiderio di essere teneramente coccolata da loro la divora. Spera sempre che la parte buona delle persone faccia capolino e guardi lei. Si, che per una volta siano il buono e il bello a darle il privilegio, l’incredibile sensazione di valere la pena, di essere amata, di esistere. Così ogni momento della sua giornata è dedicato a cercare il modo migliore di piacere, di essere apprezzata, riconosciuta, facendo sempre quello che il mondo si aspetta da lei. Cresce, Giulia, ha sei anni e va a scuola. Per fortuna va a scuola, anche se non la ama almeno la tiene vicina a casa, dove sta bene e si sente sicura e non deve quasi più andare dalla nonna per i viaggi di mamma e papà. Non è costretta ad andare dove non vuole. Nessuno si accorge di quanto si sente sola, ma va bene così, non importa perché anche se volesse non potrebbe parlare e dirsi, raccontarsi. La solitudine per Giulia è un’abitudine e si può imparare a farsi compagnia da sole. Scrive lettere di addio, diari pieni di lacrime, ascolta musica di Claudio Baglioni e ne trascrive i testi, trovandovi un po’ di serenità. La fantasia è un luogo spettacolare, si può diventare forti e capaci di reagire, si può entrare nel ruolo di chi si vuole e si può far dire e fare alle persone ciò che si desidera di più. E Giulia, nel suo letto, immagina scene di profonda comprensione, amore, amicizia, fantastica sulla sua capacità di difendersi e urlare quel che vive. Il silenzio è anche peggio della violenza. E’ bellissimo sentirsi diversi dal nulla che ci si sente, riuscire a gridare il bisogno di pace e ascolto. Già, l’ascolto…e chi lo conosce? In Giulia questa esigenza sta diventando un pozzo senza fondo, un bisogno talmente esagerato che non troverà mai più pace, soddisfazione. Perché pensa che non imparerà mai a dire cosa prova, è troppo brutto da dire ed è certa che nessuno vuol sentirlo. Se anche parlasse la colpa sarebbe sua. La colpa…la vergogna…la voglia di morire, di non esistere… Così impara a dire solo ciò che va bene, ciò che fa piacere a tutti e anche se a casa racconta quel che non va a scuola o con gli amici lo fa in un modo che sia accettabile. Riceve amore, tempo e consigli da una madre troppo impegnata e dolcissima, ma non trova mai appagamento. Non ha detto tutto e mai potrà. Mai lo farà. Perché quando ci ha provato si è sentita liquidare dall’imbarazzo e dal disagio. Non importa, pensa Giulia…ho il mio mondo in cui posso parlare, dire, pensare, lottare, cambiare. Anche se poi fuori non cambia niente. Mi basta così. E il pozzo si scava da solo. Giulia ha 8 anni, sta giocando in cortile con gli amici del condominio, come fa ogni giorno e si trova spesso in situazioni strane. Va a studiare da una compagna e l’amico del papà l’avvicina in modo strano, le mette le mani addosso, vuole baciarla sulla bocca. Ma come, pensa Giulia, ha l’età del mio papà… Ma lui la stringe tra sé e il muro e Giulia sorride, non vuole fare brutta figura…sorride. Poi viene fermata in strada da un signore che vuole chiedere informazioni…e Giulia vuole essere gentile. La sua amica scappa, ma Giulia si avvicina all’auto…e il signore gentile di poco prima si masturba davanti a lei. Poi il papà di una amichetta vicina di casa e amico di famiglia inizia a prestarle attenzioni strane, tutte le sere in cortile, la bacia sul collo, le mette le mani sulle spalle e scende… e le dice che è bella…ma anche questo…ha l’età del suo papà… Ha 11 anni, Giulia, quando bacia per la prima volta un ragazzo di cinque anni più vecchio. Lo bacia e piano piano si ritrova a vivere strane situazioni nella casa di lui, di cui ricorda poco e si vergogna moltissimo. Prova a confidare alla mamma, in preda ad un attacco di panico da senso di colpa, ma si sente dire che quelle sono situazioni pericolose. Cosa può voler dire per Giulia “pericolose” a 11 anni? Forse, pensa, è meglio tacere…magari mamma non mi vorrà più bene se racconto queste cose. Gli anni passano e sono costellati di piccoli fatti che sembrano i bollini di una tessera del supermercato: il gelataio, quello che tutte le sere prepara il gelato a Giulia e al suo gruppo di amici, le chiede di fare un giro in bici. Giulia non sa dire di no, non sa difendersi. E poi le piace far contenti gli altri. Lo fa salire dietro e nemmeno un metro più avanti lui le tocca il seno appena accennato con una foga orribile. Altro bollino. Completata la tessera…Giulia è certa: è nata e vive per provocare gli uomini. E’ colpa sua se tutti le stanno dietro solo e soltanto in quel modo. Non capisce perché, ma è evidente che c’è qualcosa in lei che non va, è fuori discussione che la cattiva è lei. D’altra parte nessuno sarebbe disposto a darle ne’ credito ne’ ragione… Iniziano i campi scuola della parrocchia, perché ormai gli anni sono quindici e succede qualcosa di strano. Mentre è a letto con un’amica a parlare Giulia ha dei ricordi frammentati, flash di vecchie situazioni che mettono paura. Convinta che sia frutto dell’immaginazione sminuisce e dorme. Ma questi ricordi risalgono dallo stomaco più volte, nei giorni successivi, togliendo serenità, ingenuità. Accenna qualcosa all’amica, che non può capire, ma le dona compagnia, dolce compagnia. Le basta, per ora, perché pensare a quelle immagini di una stanza buia con una poltrona di un soffocante velluto verde, alla luce accesa nel corridoio accanto e la porta a vetri ben chiusa, ai vestitini, piccoli, troppo piccoli, appoggiati delicatamente sulla sedia altissima di legno…le fa male. Fa sempre più male, perché Giulia riconosce i posti che le vengono in mente, quelle librerie viste con la testa messa all’ingiù, piene di video di Disney, quei cuscini, quella credenza…e la luce accesa perché nell’altra stanza c’era qualcuno che lasciava fare. 
Non s’impicciava. O aveva tanta paura come lei. Chissà. Quella presenza dietro di lei, sempre dietro di lei che le diceva di tenere gli occhi chiusi che faceva tutto lui. E faceva. E finiva, finalmente. Lei una volta ha trasgredito…ha aperto appena appena gli occhi, ma li ha richiusi inorridita. E così poi Giulia poteva tornare a prendere i suoi piccoli vestiti, li poteva infilare velocemente, molto velocemente e dimenticava… Poteva tornare ad essere la bambina che aspetta che la mamma torni a prenderla…ma la mamma non arriva mai in tempo… La mamma non l’ha ascoltata nemmeno quando Giulia ha avuto il coraggio di piangere fortissimo, come non aveva mai fatto, chiedendole davanti a tutti di non lasciarla lì…ma la mamma non aveva scelta, l’aveva consolata e abbandonata nelle mani di chi si sarebbe vendicato poco dopo. Perché i giorni passavano e lui tornava a prenderla dal lettone dove andava a dormire, dal bagno dove si preparava per la notte, dal giardino dove giocava…e perché si ricordasse bene chi comandava in quella casa l’accusava di aver calpestato l’erba, di aver ucciso un pulcino, di aver rovinato i fiori… Giulia nega, ma non serve. Resta in piedi sotto al portico anche un’ora e alla fine si arrende, ammette ciò che non ha fatto e prende l’ingiusta punizione. Tanto quello forte è lui, quello che taglia la coda e le orecchie al cane con la forbice da giardino, quello che tira il collo ai conigli con disinvoltura, quello che sgozza maiali e li apre sul tavolo della taverna come fossero trofei…quello che lascia morire i suoi animali senza provare nulla… Giulia ha sedici anni quando incontra Lorenzo, la persona con cui passerà la sua vita. A lui racconta di queste strane immagini, ma gli fa giurare silenzio eterno, anche perché rimane un grosso dubbio: e se mi fossi inventata tutto? Se non fosse vero niente? E se anche fosse vero…ma non abbastanza grave da starci male? Chi mi dà l’autorizzazione a stare male? Sarebbe meglio m’avessero ridotta male, pensa Giulia, almeno sarebbe tutto evidente… Meglio il silenzio, a cui Giulia è così abituata…sa nuotare benissimo nella sua palude! E chi la vuole l’acqua pulita? Chi può giurare che non ci affogo? Nessuno… Poi, anni dopo, Giulia va in vacanza con Lorenzo e la sua famiglia e le presentano un vecchio amico, gentilissimo, ospitale, premuroso. Tanto che ogni mattina si prende l’incarico di andare lui a svegliare Giulia nel suo letto, infilando le mani sotto alle lenzuola… Ancora bollini…
Passano gli anni, ma non la paura, non la vergogna, non la voglia di non esistere, di sparire nel nulla improvvisamente e per sempre. La sensazione di non esistere per nessuno, di non poter interessare, di non avere diritto ad essere ascoltata, di non poter gridare il dolore…è tutto quello che ha veramente. Le cose belle, l’amore di Lorenzo, l’amicizia di molte persone non scaldano quel cuore.
Giulia esiste, in attesa di vivere.

La vostra voce. I cocci della mia anima frantumata: la lettera di Chiara al suo carnefice.
Solo negli ultimi quattro giorni, 15 nuovi amici hanno aderito al nostro coordinamento. 15 anime che abbiamo incontrato e che ci hanno onorato, con la loro presenza e le loro parole, aprendoci il cuore come forse mai prima d’ora avevano fatto con qualcuno. Dire che sono anime speciali, significa cadere nella ripetizione, ma mai come ora tale ripetizione è obbligatoria. “Chiara” (nome inventato ma per lei importante e simbolico) è l’amica che oggi vi presento. Tolgo dal cassetto la sua storia, ne abbatto in qualche modo la privacy, perché voglio che da adesso in poi anche voi le vogliate bene quanto gliene voglio io.
La accogliate e, con il cuore in mano, le diciate che bella persona è.
Io che l’ho incontrata mi faccio garante della sua bellezza, di quella dolcezza rimasta intatta malgrado anni di sofferenza. Ma anche del suo stupore nel vedersi accolta, la sua difficoltà a capire che sì, stupenda lo è per davvero, e basta guardarla negli occhi, per volerle bene. Chi fino ad oggi le ha fatto solo tanto male invece, quella capacità di osservarla, quella sua grandezza, non l’ha mai capita. Perché certi soggetti sono così. Nascono per abusare. Muoiono senza aver mai davvero conosciuto l’amore.
”Gli uomini non cambiano”, cantava Mimì, e non cambierà mai l’essere che ha ferito “Chiara”.
Ma può cambiare invece lei. Deve cambiare lei. Aprendo le porte al mondo. Tornando a fidarsi dell’amore, quello vero, a doppio senso non a senso unico. E un domani presentare a noi il dono più bello che la vita le avrà portato.
Io so che ce la farà. Ci scommetto tutto l’oro del mondo.
Voi fatele sentire su Facebook (e pure qua) il vostro calore. Riscaldatele il cuore. Credetemi, le servirà e mi auguro saprà farne buon uso…..
Ciao Chiara, grazie di questo incontro, abbiamo tanta strada da fare, ma insieme sarà ancora più bello percorrerla.
Eccomi qua…a riunire i cocci della mia anima frantumata, non mi riconosco più, non so più chi sono veramente.
Tutto ha avuto inizio quando ti ho conosciuto, sei stato il primo e unico vero amore della mia vita, ti ho amato con tutta me stessa, come mai avrei creduto fosse possibile, pensavo tu fossi l’uomo della mia vita e ti ho messo tra le mani la mia anima, ma tu l’hai distrutta e ora sono persa non so più dove andare.
Ho tanti perchè che non hanno trovato una risposta, continuo a chiedermi dove ho sbagliato,cosa c’è di sbagliato in me, rimugino tra i se e i ma senza trovare una soluzione.
Tutto è cominciato dal tuo essere così geloso, non potevo uscire più con le mie amiche, non potevo più andare in Parrocchia e non potevo neanche uscire a far la spesa con mia mamma perchè chissà chi avrei potuto incontrare!! Ti ho amato così tanto che mai e poi mai avrei pensato di tradirti.
Ho smesso di volermi bene il mio primo giorno di tirocinio da infermiera, a fine turno ho accompagnato un mio compagno alla fermata del pullman, tu eri lì nascosto, mi avevi seguito… hai iniziato ad insultarmi e io non capivo il perchè, credevo di non aver fatto nulla di male e invece…sei tornato a casa ed hai incominciato a graffiarti, hai simulato un tentato suicidio e dentro me è scattata un odio per quello che sono, perchè inconsapevolmente ti avevo procurato un dolore enorme.
Da quel momento più nulla è rimasto uguale, durante le discussioni mi hai lasciato spesso per strada, a chilometri da casa, sotto la pioggia, mi hai riempito di insulti, anche davanti ad altre persone, mi hai minacciato, mi hai tolto tutto ciò in cui io credevo e sono diventata niente, perchè non hai mai capito quanto tenevo a te? Credevo che il tempo potesse aggiustare le cose, credevo che isolandomi da tutto potessi acquistare fiducia in me, invece non è servito a niente.
Poco dopo sono rimasta incinta, ricordo ancora il tuo sguardo quando l’hai saputo, mi hai detto “ il bambino non è mio, è del tuo amante perchè tu sei una puttana!!”, il mondo mi è crollato addosso, avevo 19 anni e avevo paura. Mi hai lasciato due giorni da sola, in posto dove non conoscevo nessuno, ho deciso di interrompere la gravidanza perchè non ero capace di fare la mamma, perchè avevo paura di tutto anche di me. Mi hai sempre accompagnato alle visite, ma non hai mai voluto partecipare, neanche quando la ginecologa ti chiedeva di entrare, tu rispondevi che il problema non era tuo e potevo fare quello che volevo.
Mi ricordo che quando vomitavo mi accompagnavi in un campo, tu rimanevi in macchina e cantavi, da allora non riesco più ad ascoltare quel gruppo senza che mi vengano in mente quei giorni.
Il 23 agosto ho messo fine alla futura vita, quel giorno diluviava, come se qualcuno più grande di noi stesse piangendo per il gesto che stavo per compiere. Tu hai perso una giornata di lavoro per accompagnarmi e ho dovuto pagarti per questo, durante l’intervento sei stato fuori dal reparto, sentivo la tua voce chiacchierare con altre persone, avrei voluto stringerti la mano, avrei voluto piangere con qualcuno, invece l’unica persona che mi ha rivolto la parola è stata un’infermiera che mi ha somministrato l’antidolorifico. Durante l’intervento ho avuto dei problemi, ma tu hai detto ai medici che non mi conoscevi, mi sono autodimessa perchè non sapevo come tornare a casa e da te neanche una parola. Nei giorni successivi ti ho cercato, ho aspettato ore davanti alla tua porta ma non mi hai mai aperto. Ho pensato più volte di togliermi la vita, perchè da quel giorno Chiara è morta insieme al suo bambino.
Settimane dopo mi hai cercato e io sono tornata da te, pronta a ricominciare, persa più di prima con un odio inverosimile verso me stessa, mi facevo e mi faccio schifo. Da allora sono passati quattro anni, ho continuato a stare con te, a sopportare ogni insulto, ogni umiliazione, mi sono umiliata davanti alla tua famiglia per avere un briciolo del tuo affetto ma non è servito a niente… ho provato ancora una volta a mettere tutto nelle tue mani, o forse l’ho fatto fin da subito e non sono più riuscita a riprendere il controllo sulla mia vita. Sei stato e sei tutt’ora l’unica persona a cui abbia raccontato degli abusi da parte di mio zio, ma tu mi ha detto che era colpa mia, perchè mi facevo toccare perhè sono una puttana!! Le minacce sono diventate sempre più dure, fino a che una sera mi hai detto che mi avresti ucciso perchè avevo guardato troppo un nostro amico ad una cena… urlavi, ti dimenavi ed io ho avuto veramente paura di morire, tre giorni dopo ti ho lasciato e tu hai detto va bene… forse non ti importava di me già da un po’, ma allora perchè continuare a stare con me se per te sono solo una lurida e schifosa puttana che non merita di vivere??
Non mi hai più cercato per giorni, ogni tanto mi scrivi che ti manco che ti ha rovinato la vita, che nonostante tutto saresti pronto a perdonarmi e a tornare da me.
Io mi sono persa, non trovo più Chiara in ciò che sono, mi odio, mi faccio schifo, non capisco dove ho sbagliato, non capisco cosa c’è di sbagliato in me… sono passati sei mesi, com’è ancora soffocante e irruente il pensiero di te. Sento ancora le tue parole, quando mi guardo allo specchio vedo i tuoi occhi schifati per quello che sono su di me.
Non sono più in grado di gestire la mia vita, mi riempio la giornata di cose da fare per non pensare, mi sento sola, persa, da dove posso ricominciare? Se le persone che ho vicino sapessero veramente chi sono, mi vorrebbero ancora bene? Non so se riuscirò mai a trovare una risposta alle mie domande, non so se riuscirò mai a sorridere con il cuore e non più con la maschera che indosso ogni giorno per nascondere tutto agli altri, perchè in fondo penso di proteggerti, è tutto dentro me nessuno saprà mai quello che è successo e tutti continueranno a stimarti, mentre io mi odio.
Non riesco a non pensarti, sei un chiodo fisso nella mia anima, nel mio cuore, nella mia testa…se solo avessi capito quanto ti amavo!! Le lacrime continuano a scendere calde sulle mie guance, ogni piccola cosa mi ricorda te, non so se riuscirò mai a superare questo dolore, non so se merito di essere felice… non riesco ad odiarti, ogni tanto ti incrocio per strada e vedo la tua nuova vita, ti vedo sorridere, io non faccio che piangere e chiedermi il perchè, se avessi potuto leggere nel mio cuore avresti scoperto quanto amore c’era per te…ora non è rimasto più nulla, è distrutto, dilaniato, senza forze, svuotato…continuo a farmi scivolare la vita addosso in questi giorni che passano, arrancando, aspettando la sera per poter piangere le mie lacrime affogate nel cuscino, e ogni giorno perdo un po’ di me, se ancora ne è rimasto e cado in un baratro nero dove non vedo uscita.
”Chiara”
Storia di una Gabbianella, che oggi vola in alto.
LA VOSTRA VOCE, SENSO DEL NOSTRO IMPEGNO.
Oggi vi presento “Sara”. Sara, come voi, è un essere speciale:
è una gabbianella dalle ali colorate, che oggi ha il dono del volo e quando è lassù, raggiunge al giusta distanza da quel dolore che non può più nuocerle. Perché, appunto, Lei vola (e lui no), perché appunto Lei è un essere speciale (l’esatto opposto di chi le ha fatto del male).
Questa la sua storia, che in questa giornata per molti di voi vacanziera, dedichiamo a tutte quelle gabbianelle che ancora non si sono viste nella giusta prospettiva. Che ancora non hanno dato il giusto valore a quelle ali, che le porteranno lontane. Dal dolore, verso la vita.
<< Da dove cominciare non saprei…… nel blog ne ho lette alcune
davvero agghiaccianti, e ho pianto dopo, tanto.
Non ricordo come sono venuta a conoscenza del blog, di te e dell’associazione, , anche perchè quando sei sensibile a certe cose, l’occhio cade subito là… e leggevo di te, delle vittime, delle vostre attività… ci
ho impiegato un anno per trovare il coraggio di scrivere… poi ieri la trasmissione in tv su rai uno con la tua intervista e mi sono “fatta coraggio”… ti scrivo perchè vorrei comunicare questo:
è vero che se trovi qualcuno che ti infonde fiducia, qualcuno che è disposto ad esserci per te, solo ascoltandoti e non facendoti sentire in colpa per tutto il male che hai ricevuto, se trovi accanto poi le persone giuste, si può fare,
ce la si può fare a trovare un po’ più di amore per la vita

e questa è la mia storia. non so se può essere utile farla leggere ad altri,
il mio e’ un voler condividere quello che e’ stato il mio dolore
perchè ho toccato con mano che parlarne fa davvero bene. ma non mettere il mio nome… è la prima volta
che la racconto diciamo così “pubblicamente”… sono un po’ agitata.
Non ho avuto un’infanzia facile, ho visto mio padre picchiare mia mamma più di una volta, ma col tempo ho capito che era a causa di una malattia psichiatrica… forse questo ha influito dopo: non sono mai riuscita a parlarne con loro, per tutta la mia adolescenza e anche dopo, sentivo di non potermi fidare, non vedevo nessuno intorno a me capace di potermi concretamente dare aiuto.. non ho mai vissuto realmente la mia vita, diciamo che ho provato a sopravvivere..ma è diverso .
La prima volta è accaduto nella casa delle vacanze, avevo 10 anni, mia mamma mi aveva mandato da sola con i miei nonni per un mesetto, poi sarebbe arrivata anche lei e tutto il resto della famiglia…
Era una mattina di giugno, mia nonna non c’era, io ero sul letto, ero in
costume e mio nonno vicino a me. Non saprò mai perché, ma lui cominciò ad accarezzarmi sulle braccia, poi sulla pancia, e scendeva fino alla mutandina e continuava anche ‘’dentro’’… lui ‘’ giocava’’, mi diceva… io non capivo… rimasi immobile… “vedi, ti ho toccato la farfallina” diceva.. scappare, restare, chiedere aiuto, acconsentire.. che si fa?
Cosa si fa se ti accade questo?
Nessuno te lo spiega, ma tu percepisci che c’è qualcosa che proprio non va…
… mia nonna tornò, lui si ricompose… si era sbottonato il pantalone.. il resto non lo ricordo… ma ricordo che nei giorni successivi mi toccò ancora, quando mia nonna non vedeva o non c’era, mi toccava un seno che
appena spuntava, ero così piccola, poi incominciò a baciarmi, lui voleva sulla bocca.. provai un senso di schifo terribile… era il gesto che aveva dichiarato definitivamente lo stato di allarme: non era ‘’un’impressione’’!
Da allora mio nonno continuò.. anche quando ritornammo in città. ogni volta che andavamo a trovarlo a casa, se capitava che rimanessimo soli in una stanza, incurante della presenza di altre persone nella casa, tentava di baciarmi, di toccarmi… era la prima volta che provavo tanto disgusto e tanta vergogna… è durato 2 anni, poi mio nonno è morto di infarto e credo di essere stata l’unica ad esserne stata felice!
Ma sembra che non ci fosse ancora pace per me: mia madre, dopo un periodo di grave depressione, voleva divorziare da mio padre (cosa che poi ha fatto più), ha cominciato a frequentare un gruppo di preghiera, una comunità; avevo qualche anno in più: 13 più o meno. Quest’uomo, 46 anni, sposato con tre figli, che tanto piaceva a tutti, perché gentile, perché autorevole, fu il mio nemico. Un giorno, sul pianerottolo dove si riunivano con la comunità, uscivo dal bagno, stavo davanti allo specchio, entrò, si avvicinò a me, mi prese i capelli e si poggiò dietro di me..si era eccitato.. si strofinava addosso a me, mi toccava.. mi prese il terrore, la paura: l’incubo non era finito! Questa cosa si è ripetuta più volte. Era come ossessionato, ogni momento in cui era indisturbato era buono per eccitarsi addosso a me, in bagno, nel corridoio, sapeva come trovarmi; era alto, non riuscivo a divincolarmi, mi stringeva forte il braccio, io mi sentivo niente, ero paralizzata dalla paura e dalla vergogna. L’incubo è finito anche qui più o meno un paio d’anni dopo quando poi, per altri motivi, lasciammo la comunità e noi ci trasferimmo in un’altra parrocchia. Avrei voluto avere il coraggio di raccontare cosa mi stava accadendo, ma non ce l’ho fatta. Ho sempre avuto paura che non mi avrebbero creduto, che mi avrebbero accusata di essermi inventata tutto.
Sono vissuta nel timore, nella diffidenza, nell’ansia…
A 17 anni ho avuto il primo di una lunga serie di attacchi di panico… ma io non sapevo che si chiamavano così, l’ho capito dopo. Il sesso per me era qualcosa di vergognoso e sporco, il mio primo rapporto è stato molto complicato, poi col tempo pensi che se non lo fai dicono che non sei normale e ti abitui anche questo. io mi sentivo sporca e in colpa per tutto quello che succedeva di male intorno a me. Anche oggi, io preferirei mille volte solo stare abbracciati, che avere un rapporto, sento sempre che qualcosa mi dà fastidio.
La mia famiglia non se ne è mai accorta, e tutt’ora non lo sanno. Eppure ho sofferto di disturbi psicosomatici, ansia, attacchi di panico, disturbi
alimentari… ma come potevano comprendere cosa mi stava accompagnando da tanti anni.
Devo dire però che ho mantenuto la mia fede sempre. Dio non c’entra con l’egoismo degli uomini, io ci credo fermamente e penso anche che mi è stato accanto, ha sofferto con me e ha messo sulla mia strada chi poi mi ha tanto aiutato.
La mia sfera affettiva manca di un pezzo, mi definisco un puzzle a cui è stato tolto il pezzo centrale.
Da tre anni sono in psicoterapia, e adesso abbiamo un solo incontro al mese. Ma non perché avessi trovato il coraggio di parlare, quello è venuto dopo. C’è stato un momento, quando sono diventata mamma, in cui ho avvertito che stavo per precipitare davvero: depressione e attacchi di panico così violenti da non farmi mangiare più e non uscire più di casa.
Si, dopo tre mesi dal parto, ho iniziato ad avere crisi di panico ingestibili, urlavo, cercavo la finestra per fuggire, avvertivo un caldo più forte degli altri, mi sentivo soffocare, pensavo realmente che sarei morta subito, non
mangiavo più. Ero stravolta! Ho perso 15 chili in due mesi.. mangiavo solo un omogeneizzato al giorno e bevevo un solo bicchiere d’acqua al giorno.. era tutto quello che con la forza riuscivano a farmi ingoiare.
In realtà, se guardo indietro, non sono mai stata realmente sola, mio marito è rimasto accanto a me, nonostante tutto, e nonostante la sua incapacità ad accettare questo mio stato, le persone a me vicine mi hanno offerto il loro
aiuto come potevano. Così ho cominciato questo percorso psicologico.. ma non era abbastanza. Dopo pochi mesi che avevo cominciato a curarmi ho incontrato quello che chiamo “il mio amico del cuore e della mente”. Lui ha avuto la capacità di ispirarmi fiducia, di farmi sentire capace, importante, lui, che è abituato a fare da solo nelle sue cose, per alcune sue vicende personali ha chiesto aiuto anche a me, si è fidato di me… che per la mia personalità e la mia bassissima autostima, è stato un gesto importante. A lui ho raccontato tutto, per la prima volta ho raccontato la mia storia, mi sono fidata, lui non mi avrebbe mai fatto del male e così è, mi è stato sempre vicino, anche da lontano.
Mi ripeteva “per te ci sono sempre”: sembra una frase fatta, ma credo sia
stata la medicina decisiva, quella a cui pensavo nei momenti più tristi, di solitudine e di vuoto…
Il suo affetto e la sua amicizia mi hanno curato lentamente, senza che se ne
accorgesse; oggi lo vedo chiaramente…
Oggi gestisco la casa, vivo la mia famiglia, continuo il lavoro, e da un anno non ho più attacchi di panico, nonostante i problemi che la vita continuamente riserva un po’ a tutti…
Questo blog, l’ascolto continuo che dai a chi ha subito abusi, mi fa pensare a ciò che per me rappresenta il mio amico: la differenza tra lui e “il resto del mondo” è che ha il dono di infondere così tanto coraggio, da farmi finalmente aprire la scatola dove “dormiva silenzioso e amaro il dolore”. Quell’uomo che 21 anni fa mi tolse la gioia di vivere un’adolescenza normale è ricomparso, poco tempo fa, mi ha contattato su fb, per ben due volte.. pazzesco!
All’inizio sono andata in crisi, ma come! Perché? Cosa vuole da me ancora? Non gli è bastato?
Allora non si rende conto del male che mi ha fatto? …no…
L’ho bloccato e basta… Avevo chiamato il mio amico, ero spaventata, e non sapevo che fare. Adesso denunciarlo sarebbe servito? Avrei dovuto farlo molto prima…Ora ho trovato le strategie per continuare la mia vita, so che non sono più
sola! Ci sono sempre momenti in cui piango di tristezza, ma adesso almeno so dare un nome alle mie emozioni e cerco di riconoscere il perchè, e credo sia un passo importante.
E per una come me, per chi ha questo tipo di cicatrici, questo fa la differenza…
Leggo molto, mi piacciono i libri, se dovessi paragonarmi ad un personaggio, mi viene in mente la gabbianella, quella del romanzo di Sepùlveda, a cui il gatto insegnò a volare, nonostante avesse perso la sua mamma. >>
”Sara”
Incontrare o no, anni dopo, il pedofilo che ci ha tolto l’infanzia?
Incontrare o no, anni dopo, il pedofilo che ci ha tolto l’infanzia?
È un quesito che spesso ci riportate. A volte l’incontro è l’ultimo passo prima di chiudere definitivamente le porte al dolore e tornare alla vita. Altre invece è un ennesimo naufragio. Un’ennesima prova di dolore. Ricevuto.
Non c’è una sorta di ricetta, o di giusta risposta. Ogni storia fa da sé.
A volte, ripeto, è terapeutico (soprattutto quando si capisce quanto codardi siano questi soggetti che se guardati negli occhi, dovranno abbassare loro lo sguardo), altre invece (se ci si presenta a tale “incontro” non preparati, diventa un’occasione per lui di nuocere ancora).
Una nostra amica da alcuni mesi si crogiola proprio per questa decisione.
Quella che state per leggere è la sua lettera, che io per ora non commento.
Vorrei lo faceste voi.
” Forse è solo un volersi sentire dire “scusa”. Questo senso d’irrisolto. Profondo. Fortemente magnetico. E’ la vita che pretende un riscatto. Una bambina che chiede giustizia.
E’ passato un quarto di secolo. E ancora non si può dimenticare. Non ci si riesce. Le sue espressioni, il suo odore, le sue mani, la sua voce.
Quel giorno è successo qualcosa di spaventosamente inquietante. E quel giorno ha cambiato tutta la mia vita. In modo irreversibile.
Non l’ho mai presa troppo sul serio. E forse è stato un errore. Semplicemente, fare finta che non fosse successo nulla di grave, rendeva la gravità di quei gesti più sopportabile. In fondo ero solo una bambina. Non ero fatta per le cose da grandi, io. Come poter gestire quella paura, così immensa, senza un adulto che mi proteggesse? Come affrontarla, se non bastavo nemmeno a me stessa? E dunque l’ho ridimensionata. Cercando di farla piccola piccola. Una pallina minuscola che però ha mantenuto la stessa massa e, come una supernova, a un certo punto è implosa. Diventando un buco nero. Che sta sconvolgendo tutto. Che sta curvando lo spazio e il tempo attorno a sé. Cioè me. E con me, anche la mia salute mentale, se non mi sbrigo a risolvere l’irrisolto.
Non riesco a resistere al suo magnetismo. Mi sta risucchiando dentro di sé. Sempre più forte, sempre più velocemente, sempre più follemente. E’ una corsa che non si può fermare. E’ il mio passato che mi chiama. “Ehi tu…Questo è quello che ti è successo. Questa è la paura che hai provato. E questo è quello che accade quando quella paura non l’affronti”. Un buco nero.
“E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”(Nietzsche).
L’abuso sessuale è esattamente questo. E ora il mio abisso mi sta scrutando. Coi suoi occhi invisibili, ma che sento essere enormi. Profondo. Scuro. Immobile. Però capace di leggermi dentro e di attirarmi a sé. Perché è dentro me.
Ho bisogno di rivedere quel adulto, ora che sono grande anch’io e che possiamo lottare ad armi pari. Vorrei parlargli.
O forse no. Vorrei vederlo marcire in galera. O forse no. Vorrei vomitargli addosso tutta la merda che mi ha costretto ad ingoiare. O forse no. A giorni mi sembra di stare sulle montagne russe. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Come una luce intermittente che si accende e si spegne continuamente, quando i neuroni fanno contatto nella scarsa materia grigia che stoicamente resiste nel mio cervello. Cervello che spesso va in corto circuito. Specie quando cerco di sviscerare quei ricordi. Maledetta sindrome di Stoccolma. Che mi ha impedito di parlare. Per proteggerlo. Anche se lo odiavo… Per difenderlo. Anche se lui mi faceva del male…Per evitare che mi odiasse. Perché avevo bisogno di sentirmi accettata…Per evitare che lo scoprissero. Anche se abusava di me.
E ora che sono grande, ora sono io che non vedo l’ora di toccarlo. Sì. Con un bel paio di manette. Di vederlo. Certo. Con un bel pigiamino a righe bianche e nere. Orizzontali. Gli auguro una lunga vita. Già. Visto che sono così indecisa, che non gli venga in mente di defungere prima che io gli possa parlare. Che avrei un paio di cose urgenti da dirgli.
La prima, che sono cresciuta. Eh già. Non potevo mica rimanere piccola in eterno. Passi la Sindrome di Stoccolma, ma quella di Peter Pan gliela lascio volentieri.
La seconda, che sono incazzata. Molto incazzata. Con lui e con il mondo. Ma lui offre il giro e paga per tutti.
La terza, che non c’è nulla di peggio di una donna incazzata che ha un buco nero grosso così. (…)
Mi dispiace.
Ecco. Le parole che lui non ha mai detto. “Mi dispiace”.
Ma io lo so che le sue, di scuse, non arriveranno mai.
Tutt’al più, potrà arrivare solo altra merda.
D’altronde, ognuno vende quello che ha.
O quello che è…..”
ESCLUSIVO BLOG – Grazie alle lettere pro pedofili, una vittima esce allo scoperto: ”don Pezzotti ha abusato anche di me.”
ESCLUSIVO BLOG.
Grazie alle lettere pro pedofili, una vittima esce allo scoperto:
“don Pezzotti ha abusato anche di me.”
Tutto è iniziato così, con la pubblicazione di queste due lettere a favore di Don Marco Baresi. In una delle lettere si citava però anche un altro sacerdote, “Padre” Mario Pezzotti (v. foto) di cui spesso ci siamo occupati in passato: lo si citava come ennesimo innocente di cui avremmo (s)parlatoa vanvera. Per chi non le avesse lette, le lettere stanno qua:
Dopo la pubblicazione, una vittima di padre Pezzotti, che conosciamo da parecchio tempo, ci ha contattati ed ha deciso per la prima volta, con la forza e la sensibilità che la contraddistingue, di esporsi.
Quella che segue è la sua lettera, che riportiamo integralmente.
A cui fa seguito una nostra richiesta:
per la Giustizia italiana purtroppo questi reati sono in prescrizione. Per questo ci appelliamo a quella “religiosa”: chiedendo che, dopo i fatti americani già accertati (v. foto di uno dei tanti documenti in nostro possesso) ora con questa nuova testimonianza “Padre” Mario Pezzotti venga sospeso immediatamente “a divinis”.
Per coerenza con le parole di Papa Ratzinger.
Per rispetto verso tutti quei sacerdoti che vengono chiamati “Padre” nello stesso modo in cui viene chiamato “Padre” un pedofilo, che sacerdote non deve essere:
“Caro Gianmario,
rimango un po’ basito nel leggere il tuo commento postato sul blog di Massimiliano Frassi dove accenni al fatto che Padre (?) Mario Pezzotti è stato condannato ingiustamente e accusi l’associazione Prometeo di non conoscere i fatti,
le persone e di dover approfondire il tutto prima di fare danni “incalcolabili”.
Lascia che ti dica che, nel caso specifico di Padre (?) Mario Pezzotti, sia tu a non conoscere i fatti.
All’età di 8 anni il “buon” Padre (?) Mario Pezzotti ha abusato di me. In Italia, in casa dei miei genitori che l’hanno ospitato. Da bravo pedofilo abusò di me con la scusa di giochetti, (che tralascio di descriverti).
Quando diventai più grande cominciai a capire cosa mi era successo e per me fu come avere un macigno sopra di me. Mi sentivo colpevole, che forse mi ero inventato tutto? Che i ricordi fossero frutto della mia immaginazione?
Come pensare che una “brava” persona come Padre (?) Mario Pezzotti avesse fatto quello che ricordavo?
Essendo uno che ha sempre cercato la verità all’età di 18 anni scrissi una lettera, a lui direttamente; gli chiesi spiegazioni su cosa mi aveva fatto, perchè lo aveva fatto e come continuava a professarsi testimone del messaggio evangelico.
Mi rispose, con una lettera scritta di suo pugno, nella quale mi chiese perdono per due motivi “per avermi mostrato brutto esempio e per non averne parlato subito con me”. Non solo, in tutta la lettera parla della sua difficoltà della fede, di aver “vacillato” di aver avuto un brutto momento di “questionamento” ma non una parola di cordoglio, di affetto, di rammarico per quegli atti ripetuti più volte che mi hanno lasciato una ferita che porterò sempre con me.
Certo nel 1989 (anno in cui scrissi la lettera e ricevetti risposta da lui) non c’era internet (o meglio era agli albori) e non c’era la circolazione di notizie e di comunicazioni che c’è oggi. Decisi, come ovvio, di non rivolgergli più la parola e tenni il segreto (sbagliando) per me.
Non ti dico la mia sorpresa e angoscia di aver saputo che non ero stato l’unica vittima, che altri ragazzi e ragazze erano stati/e oggetto delle sue attenzioni, dei suoi momenti di “questionamento”.
Ecco l’altra faccia del “buon” Padre (?) Mario Pezzotti. Tu avrai avuto la fortuna di conoscere solo un lato della sua persona, il lato che predica bene, che dice belle parole, che parla di spiritualità, di amore di Dio. Ma non difenderlo, nelle scritture si parla chiaro “chiunque abbia fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Può una persona così essere un testimone credibile della parola di Dio? Non credo proprio. Ognuno di noi ha il proprio cammino e il proprio rapporto con Dio e da lui sarà giudicato o perdonato, ma la giustizia terrena, il male compiuto dal “buon” Padre (?) Mario Pezzotti deve essere condannato e data giustizia alle vittime.
Per motivi personali (legati alla mia famiglia) tengo l’anonimato, ma l’associazione Prometeo sa chi sono.
Mi spiace vedere che ci sono persone che cercano di difendere l’integrità morale di una persona che ha abusato di piccoli innocenti anzichè aprire gli occhi e decidere che non vale la pena sprecare tempo a difendere soggetti che si sono macchiati di tali abonimi.
Ultimo commento: perchè se un prete, un bidello, un maestro, viene accusato di pedofilia tante persone si mobilitano a difenderlo SENZA SPENDERE una parola in difesa delle piccole vittime? Tutti pronti a fare magliette, a scendere in piazza, a mandare lettere di incoraggiamento… e alle vittime chi ci pensa?
Grazie Massimiliano e a Prometeo che pensate anche a noi.
AMDP
La storia di Angela: la bimba ed il bosco.
Questa storia è accaduto parecchi anni fa. Più di 40. Ma per la bimba di allora che oggi sta seduta davanti a me il tempo non conta e quegli anni in realtà sono pochi secondi.
La sua e l’ennesima favola nera. Con tutti gli ingredienti della favola.
Il bosco. Il lupo cattivo. La bimba sola.
Ma andiamo per ordine.
La piccola ha circa 5 anni e lo zio, invitato a pranzo a casa dei genitori di lei con tutta la sua famiglia (figlioletto annesso) si offre di andare a prendere il gelato.
Il Bar sta proprio davanti a casa ma lui decide di prendere l’auto ed andare “da un’altra parte”, portando con sé la bambina.
Che subito intuisce l’inversione di marcia della normalità: “perchè andiamo con l’auto? Perché fare la strada quando il gelato è buon anch’e qua? Perché porti solo me e non porti anche il mio cuginetto?”.
La macchina si ferma alcuni chilometri dopo nello spiazzo isolato ai bordi della strada. Davanti, quasi invisibile tra le siepi, l’inizio di un sentiero.
Lo zio prende per mano la bimba. Non le fa forza, solo che ora non parla più. La luce sul suo viso è diversa. Diversi gli occhi.
L’uomo sta sudando.
Anche la luce sul volto della bimba è diversa ora. Ha paura, non capisce, ma in fondo è con lo zio, cosa può accaderle? Magari in quel bosco cercheranno dei fiori per la sua mamma o delle fragoline da mettere sul gelato, di quelle piccole ma dolcissime, di cui anche lei va ghiotta. Magari……
Quando la bimba e lo zio escono dal bosco è passata quasi un’ora.
Sulle gambe della bimba un rivolo di sangue che le mani sudaticce dello zio ripuliscono con dei fazzolettini profumati, una volta arrivati all’auto.
“Hai capito bene vero? Questo segreto rimane solo tra te e me. Guai se lo dici alla mamma. Non vorrai farla stare male? E poi sei venuta tu con me nel bosco, potevi dire di no se non ti piaceva…”.
La bimba troverà la forza di parlarne 3 giorni dopo. Ogni sera quando la mamma spegneva la luce e le augurava buona notte rimboccando le coperte lei aveva dei veri e propri attacchi di panico.
”Mi mancava completamente l’aria, mi sentivo soffocare, non riscrivo nemmeno a gridare ma sbattevo nel letto così forte da farlo tremare. I miei non capivano, temevano fossi diventata epilettica e poi io del buio non avevo mai avuto paura, doveva essere qualcosa d’altro. Certo è che ancora oggi mi addormento solo se le luci restano bene accese”.
Passano tre giorni e la bimba ne parla con la madre, preoccupata di quanto le sta accadendo.
La bimba, col suo racconto di bimba, con le sue parole di bimba, dice alla mamma quanto lo zio le ha fatto. “Ma perché non me l’hai detto subito? Ora sta tranquilla però, ci pensa la tua mamma e lui non ti farà più del male”.
”Lui no, ribatte la bambina, ma il diavolo sì”.
“Il diavolo, e cosa c’entra il diavolo”.
“Sì il diavolo” ribatte la piccola in lacrime, “lo zio mi ha detto che il diavolo sarebbe venuto a prendermi quando andavo a letto per mangiarmi, se ti avessi raccontato il nostro gioco del bosco”.
Il diavolo, quale alleato migliore per fare del male ad un bambino.
Il giorno seguente i genitori della bimba affrontano lo zio. Quindi vanno a raccontare tutto ai carabinieri. La moglie del pedofilo si presenta a casa offrendo dei soldi, “dite voi la cifra”, purché non facciano nessuna denuncia.
“Venni interrogata così tante volte che oramai passavo più tempo nelle aule dei tribunali che a casa mia. Mi fecero anche una visita ginecologica che attestò che la violenza era stata completa. Ricordo ancora la faccia dei miei genitori davanti al medico. E poi dovetti presenziare anche al processo. Alla fine ricordo che il giudice mi diede delle caramelle dicendo che ero stata proprio brava”.
L’uomo fu condannato ma risolse il tutto con una pena pecuniaria, “daltronde una volta andava così” ed oggi, anziano e malandato, vive a due chilometri di distanza dalla sua vittima.
“Ho il terrore di incontrarlo. So che quando mi dici che oggi lui non mi può più fare alcun male hai ragione, ma la paura ha la meglio su tutto il resto”.
Durante l’ultima riunione del coordinamento nazionale vittime pedofilia, la sedia di questa bimba è rimasta vuota.
All’ultimo momento non se l’è sentita. Le ci vuole ancora del tempo, poi, ne sono certo verrà. E riceverà quell’abbraccio che le farà bene.
Il primo passo, quello di parlarne con noi, l’ha fatto. E Dio solo sa quanto le sia costato. Ora la aspettano sfide più grandi. Non ultima quella di uscire di casa e lasciare un marito violento. Perché se è assolutamente falso che un bimbo abusato diventa un adulto abusante, è purtroppo spesso vero, che una donna abusata va a ritrovare nella propria esistenza avanzi d’uomo come compagni.
Ma questa è un’altra parte della sua storia che , forse, racconterò un’altra volta.
Intanto bentrovata Angela. Bambina che pensava di andare a cercare le fragole nel bosco e vi trovò il Diavolo. Bentrovata, ma soprattutto, arrivederci. Da oggi non sei più sola…
LA STORIA DI MARIA STELLA E DEL PROFESSORE PEDOFILO: “non smettiamo mai di guardare avanti!”
Ci sono giorni in cui la stanchezza si illude di avere il sopravvento sopra ogni cosa, portando nuovi pensieri, indicando altre strade.. Poi, dall’altro capo del telefono arriva la vostra voce. Quel appello che non si può zittire e che, finalmente, spesso dopo tanto peregrinare, trova l’ascolto che si merita. E allora si raccolgono le forze e si riparte. Più forti di prima. Questa la strada. Non risono alternative. M soprattutto, questo l’esempio e la forza:, che si riassume con un solo nome: voi!

Mi chiamo “Maria Stella” ho 51 anni, scrivo perchè è la prima volta che sento il bisogno di urlare a tutti quello che mi è successo…
Avevo 14 e mezzo ero in prima liceo e sono stata rimandata a settembre, il mio professore si è offerto di farmi ripetizioni a casa (ovviamente pagate), i miei genitori hanno accettato ed è iniziata la storia… mentre disegnavo, mi toccava le gambe io sapevo che non volevo ma lui diceva che lo faceva per tranquillizzarmi e che era un nostro segreto, che lui non lo faceva a tutte ma solo a me perchè ero carina.
Dopo poco ha iniziato ad andare avanti e io ero sempre più a disagio, ho iniziato ad avere malesseri, vomitavo ogni volta che aspettavo l’ora della lezione. Un giorno ha convinto i miei a farmi andare nel suo studio perchè lui aveva delle cose da fare e poteva farmi lezione solo lì….mi ha portata in auto, io stavo male, si è fermato e ha toccato con le mani un pezzo di plastica (ora da cinquantenne lo chiamo profilattico) e poi mi ha sollevato la gonna e…. ricordo solo che guardavo fuori dal finestrino e pensavo a cosa dovevo studiare e fare il giorno dopo…ricordo solo immagini, vaghe sensazioni… non ho voluto dare l’esame per poter ripetere l’anno e cambiare sezione, ma mi hanno rimesso nella sua sezione e la cosa è andata avanti… mi portava via dall’aula con una scusa lasciando i miei compagni soli in classe a continuare i lavori e mi portava in una stanza usata come ripostiglio e lì mi costringeva ad avere rapporti orali…io vomitavo, piangevo e lui faceva capire a bidelli e compagni che avevo crisi epilettiche e che lui sapeva come starmi vicino… Poi mi riportava in classe e pretendeva che finissi i lavori nella sola ora che mi restava e mi valutava come gli altri, dandomi voti appena sufficienti.
La sera dopo la scuola uscivo con qualche amica sotto casa e lui girava in auto, non voleva che vedessi i miei compagni di scuola per paura che parlassi, credo. Mi minacciava, se parlavo mi avrebbero mandato via da tutte le scuole d’Italia e io stavo zitta perchè volevo studiare anche se a scuola non avevo dei bei voti… Ho deciso di iscrivermi a fare karate per potermi difendere e i miei hanno acconsentito…
lui si è iscritto nella stessa palestra…. UN INCUBO.
Sono passati 35 anni e non ricordavo niente…ho rimosso tutto…
Sono andata da uno psichiatra psicoterapeuta per curare lo stato di ansia che aumentava per via di molestie sul lavoro e dopo alcune domande ho tirato fuori questa storia dapprima solo episodi, poi con l’aiuto della terapia EMDR ho ricordato tante altre cose, per tre anni ho ricordato rivivendo tanti momenti, dolorosi, dolorosissimi da togliere il fiato, da dilaniare il cervello, stavo rivivendo tutto quello che avevo passato ma ancora mancano tasselli .
Grazie all’aiuto di alcuni compagni di classe del liceo ritrovati dopo tanti anni, ho ricostruito tante altre cose e ho visto finalmente il quadro della situazione e prendere le distanze… Tutti vedevano e nessuno ha parlato, non pensavano che le sue attenzioni fossero morbose, pensavano che fossi la preferita… Durante la terapia ho lavorato in terza persona e mi sono presa cura della bambina (termini che usa il mio psicoterapeuta), ora l’assolvo per i sensi di colpa che ha avuto, la compatisco perchè non ha potuto parlare, la consolo perchè ha sofferto la coccolo perchè è stata una bambina infelice.
Ho saputo che ora lui ha 72 anni e vive in Florida…ho trovato la sua mail e gli ho scritto poche parole che mi hanno in piccola parte liberato…
Devo ancora superare l’ansia e controllarla, sono migliorata molto… nel frattempo vi dico che ho un marito che mi ama e che amo tantissimo così come le mie figlie figlie e dei genitori anziani che non sanno niente e non devono sapere niente (li ucciderei dal dolore), ho una vita bella, fino a adesso, posso dire che sono felice ma dentro ora che ho ricordato ed elaborato, ho un peso, un segreto grosso come un macigno….ma voglio continuare a guardare avanti, voglio cercare di godere e “recuperare” il tempo perso…
Vorrei che questa mia storia servisse a qualcuno, per far capire che anche con tutto quello che abbiamo subito possiamo guardare avanti anche se qualcuno ci ha sporcato, offeso, usato, violentato nel corpo e soprattutto nell’anima…Non smetterò di ringraziare mio marito per essermi stato vicino e il mio psicoterapeuta per avermi sostenuto in modo professionale ma con un pizzico di affetto e simpatia…infine grazie a voi per avermi dato la possibilità di urlare la mia storia.
“Maria Stella”
Storia di Roberto. Che ha capito quanto è speciale. E che ha deciso di non fare più sconti. A chi non lo merita.
Un giorno lo faremo. Metteremo insieme tutte queste storie, stampandole, pagina dopo pagina. Quasi 15 anni di voi. E con quei fogli, che tanto male hanno esorcizzato, tappezzeremo il mondo, dalla terra al cielo. Perché tutti possano vedere. Toccare con mano. Capire.
Poi torneremo da voi. Con un vagone carico di commozione, lacrime, anche rabbia, certo, perché noi siamo esseri umani e quando calpestano un bambino gli esseri umani si arrabbiano.
Ma soprattutto, in quel vagone, ci metteremo quel sorriso, quel abbraccio, quella solidarietà che altrove vi hanno negato. Per paura, timori, complicità.
O semplicemente perchè non hanno mai capito quanto grandi voi siate.
Quella che segue sarà una di quelle lettere che stamperemo. Credo en siano arrivate migliaia in questi anni. Così simili e così uniche. L’ha scritta un’altra persona speciale. Lo chiameremo “Roberto”. So che lo accoglierete come sempre avete fatto fino ad oggi con chi l’ha preceduto. Con chi lo seguirà:
Mi chiamo “Roberto”, ho compiuto da poco 25 anni. Due anni fa, dopo anni di tormenti e confusione, decisi di rivolgermi alla psicologa della mia Università per cercare di guarire da dei tremori e rossori persistenti, che mi stavano rovinando la vita fino a farmi desiderare il suicidio. Tutti i miei conoscenti mi avevano sempre detto che si trattava di timidezza e che con l’età sarebbe passata. In realtà il tempo passava ma i miei problemi no, anzi sembravano peggiorare. Mi sentivo un freak, un diverso, perché spesso non riuscivo a intrattenere una semplice conversazione senza tremare, arrossire, senza provare una paura irrazionale e un enorme desiderio di scappare e evitare le persone. Non riuscivo a fare una presentazione in classe, non giocavo a calcio perché l’emozione di essere guardato in campo era troppo opprimente, avevo rinunciato a suonare la chitarra perché le mani mi tremavano troppo quando un’altra persona mi guardava, inutile dire che non ho mai potuto avere una ragazza. Ma ero solo timido, come diceva mia mamma. Col tempo sarebbe passato. La psicologa mi disse che soffrivo di fobia sociale e così iniziammo una terapia per affrontare questa patologia. Dopo un altro anno di sofferenza cominciai a notare i primi miglioramenti, ero più sicuro di me stesso e riuscivo a stare in mezzo agli altri più tranquillamente. Però a un certo punto cominciai a stare male: la notte non dormivo più a causa degli incubi, spesso mi capitava di iniziare a piangere all’improvviso, senza una ragione; e poi cominciarono ad affiorare i ricordi. I ricordi di quando ero bambino. Quando mia madre mi picchiava, mi lanciava oggetti contro, mi insultava, mi diceva che “non ero un uomo, che non valevo niente, che ero nato per farla esaurire”. Ho sempre saputo che mia madre soffriva di depressione e che probabilmente soffre di problemi psicologici anche più gravi. Ho sempre saputo che era stata violenta con me e mio fratello. Però in qualche modo quei ricordi li avevo rimossi, non avevo addirittura mai collegato la mia fobia e il ritiro sociale a quello che era successo nella mia infanzia! Sono tornati alla mente anche i ricordi di quando mi lavava nella vasca da bagno, quando mi facevo alzare e sedere a comando e mi strofinava tutto il corpo, genitali compresi. Essere lavato da una madre può sembrare una cosa innocente e tenera. Ma io ancora sogno quegli occhi che mi fissano i genitali e mi controllano. Quei bagni hanno distrutto la mia sessualità, impedendomi di avere rapporti con le ragazze e permettendomi di ricevere tutta una serie di simpatici nomignoli come asessuato o eunuco. Adesso sono in cura da uno psicoterapeuta specializzato in traumi che mi sta aiutando a ricostruire come le disfunzioni della mia vita sono collegati agli abusi subiti da piccolo. A quanto pare soffro di un disturbo dissociativo, ho cioè separato da me stesso e rimosso tutti quei ricordi e sentimenti terribili per costruirmi un’immagine più umana di mia madre e poter così sopravvivere attraverso l’infanzia e poi l’adolescenza. Se ho deciso di raccontare la mia storia, però, è perche l’aiuto terapeutico mi sta facendo lentamente rendere conto che la visione di me stesso e degli altri che ho avuto per tanti anni è totalmente falsa: non sono un essere inaccettabile, un fallimento, uno sfigato che nessuna ragazza vorrebbe, un fesso o un ingenuo che non capisce nulla della vita; e gli altri non sono tutti lupi pronti a sbranarmi al primo segno di debolezza, non sono tutti manipolatori e cospiratori con malvagi secondi fini, non tutte le persone sono inaffidabili o corrotte. Mi sono reso conto che per tutti questi anni mi sono assunto la colpa delle violenze subite, ho creduto davvero che la paura, il terrore, il dolore che provavo fossero stati causati da me, da me che in qualche modo ero sbagliato e quindi mi ero meritato queste punizioni; ma soprattutto, ed è la cosa che mi fa più rabbia, ho capito che la vergogna, il senso di isolamento, l’idea di essere sempre deriso e ridicolizzato, la convinzione che ogni volta che esprimessi la mia opinione sembrassi stupido o falso, sono stati solamente gli strumenti utilizzati da mia madre per mantenermi in silenzio, per tenere tutto nascosto e avvolto nella segretezza, perché non fosse macchiata l’immagine di famiglia perfetta e felice e non si venisse a conoscenza della sua vergogna e della sua vigliaccheria. Poiché lei sì che ha davvero vergogna di quello che ha fatto, ma ha preferito distruggermi la vita e scaricare tutto il peso su di me e mio fratello, ha preferito chiudermi la bocca screditandomi e facendomi sentire un imbecille, piuttosto che ammettere che lei non fosse una moglie e madre modello. Mi ci sono voluti due anni di terapia per capire che persona orrenda sia mia madre, ma adesso non le faccio più sconti.
Grazie per avermi ascoltato
“Roberto”
Ma non finisce qua.
Ieri parlavamo di come le vittime vengano oltraggiate. Sempre!
Oggi raddoppiamo la loro voce. Che qua è già da tempo un coro. Potente. Fortissimo.
Con una lettera che è dolore puro. Vivo.
Scritta da un’amica che vi chiedo di abbracciare. E che con noi farà un pezzo di strada, mano nella mano….
“Ciao!
Io non ti conosco nemmeno di persona, non so chi sei, ma so come per incanto che ho bisogno di te, della tua presenza nella mia vita per poter dare voce a quella bambina che è rimasta sepolta sotto le macerie per troppo tempo. Da quando ho letto queste testimonianze sul tuo sito non mi sento più sola, l’unica al mondo, anche se poi il dolore è “unico”. In alcune testimonianze pare che l’elemento dominante per chi abbia ricevuto abusi è “il senso di colpa”. Quel senso di colpa che ti rende vittima di te stessa, delle tue paure. Zitta, del resto la prima cosa regola è “stare zitta” “TACERE”!
È troppo tardi per salvare quelle bambine che da piccole sono state abusate!
Ma forse esiste per ognuna di noi un attimo, un solo attimo in cui tutto questo diventa consapevolezza e le grida di quella bimba le senti, le senti forti nel cuore della notte, le senti forti, hai paura! Paura di non essere creduta, paura di impazzire, paura di crollare, paura di credere che quel lupo cattivo possa fagocitarti ancora e ancora. E’ un suono, un odore, quell’odore acre pungente di alcool che ti ricorda quelle grida che irrompono nel silenzio apparente della tua vita.
Mani troppo grandi per un corpo troppo piccolo quasi inesistente, odori persistenti che non andranno mai più via. Sei già sporca quando per te il significato di sporcizia equivale solo a polvere. Zitta! Zitta! perché poi la mamma ti da botte. E la mamma le botte le da sul serio, anche per nulla, perché tu sei cattiva, la bimba più cattiva del mondo! Già sporca e cattiva! la mia famiglia, la famiglia del mulino bianco, tutti con il sorriso e poi dopo quel bellissimo tramonto, la casa degli orrori. Da pochi giorni è come se avessi ritrovato quella memoria persa, mi sento impazzire nei meandri di questi ricordi. È terribile solo pensarlo tutto questo, è terribile poi pensarlo nella tua vita. Ti senti ancora una volta divorare dai sensi di colpa, dalla paura di impazzire, ti senti perso e solo. Come fai a far ripartire la tua vita, come se nulla fosse accaduto.
Grazie!”
“Rosanna”
E alla fine mia figlia si è tolta la vita!
LA VOSTRA VOCE. E CHE NON CESSI MAI DI FARSI SENTIRE!
Dopo il post riportato qua sopra, questa lettera ha ancora più valore. L’ho ricevuta martedì e non pensavo che l’avrei mai pubblicata, ma credo
abbia senso farlo oggi:
Cari amici di Prometeo,
Sono d’accordo che bisogna educare i genitori, gli adulti, affinché siano in grado di riconoscere situazione di disagio e campanelli di allarme che
i piccoli mandano.
La mia povera figlia, dopo una vita di sofferenza, si e tolta la vita alla età di 29 anni. Alla età di 13 anni ha fatto il primo tentativo di suicidio.
Alla età di 15 anni mi disse piangendo davanti a suo padre, che lui suo padre aveva abusato di lei, da quando aveva 3 anni.
Io purtroppo non le ho creduto, pensavo che si era inventato tutto, in quanto il suo rapporto con suo padre era ottimo, loro due erano molto legati, e lui privilegiava lei in tutto.
Il ricordo è stato soppresso, fino alla età di 23 anni, finalmente ha tirato fuori, sono uscite anche delle prove e finalmente Io le ho creduto.
Dopo questo evento, la sua depressione è peggiorata, e cercava continuamente di togliersi la vita, con tagli, overdose di medicinali. La sua vita era diventata orribile.
Secondo me i bambini piccoli non potranno difendersi d’un padre, che anzi deve proteggergli, è impossibile, dobbiamo essere noi adulti ad educare e portare coscienza di questo atroce orco, che può essere loro acconto, godendo d’una stima dalla società, mascherato del padre benestante, perfetto, che cura della sua bambina.
Chiedo scusa del mio terribile Italiano.
Cordiali Saluti,
“Anna”
nota: come sempre diciamo i nomi, tra virgolette, non sono corrispondenti alla realtà ma da noi inventati.









