C’è la vita, dopo il tunnel dell’abuso sessuale.

Siamo già al lavoro per la prossima riunione del nostro coordinamento nazionale. L’unica vera risposta. La parte più bella, e impegnativa, del nostro lavoro. Quella che conta di più, visti i risultati. Lontani dai riflettori e per questo ancora più veri.
Questa la storia di una famiglia come tante. La vostra. Che ce l’ha fatta. Perché cambiare si può e nessun dolore è per sempre.

“Quando vedo alla tv le immagini di Sarah Scazzi non posso che tornare con la mente al giorno in cui le nostre vite sono cambiate per sempre. Non c’è nessuna connessione tra le nostre storie, ovviamente, eppure qualcosa mi lega al suo dolce viso.
Stavo facendo colazione quel mattino, con calma, la colazione è sempre stata il mio pasto preferito.
Anna era già a scuola, il fratellino di un anno dormiva beato nel lettino. Da un po’ qualcosa ci tormentava. Nostra figlia da un mesetto era inquieta, arrabbiata, non dormiva più, era diventata sonnambula, picchiava il fratellino e la mamma, era davvero incazzata con il mondo intero. Io e suo padre ci continuavamo a interrogare sul suo malessere, perché? Cosa non andava nella sua vita? Cosa ci sfuggiva? Cosa non riuscivamo a capire?

Al telegiornale quella notizia, il ritrovamento del corpo di Sarah, le lacrime che iniziano a scendere e dentro di me una voce che mi dice “vai a leggere quel diario”. Anna da un po’ di giorni scriveva un diario, lo chiudeva a chiave, ma non lo nascondeva, anzi lo lasciava in bella mostra in vari punti della casa, minacciandomi però con il ditino puntato “guai a te se lo leggi mamma”. Poi ho capito che era un “ti prego leggilo mamma”. La corsa in camera sua, la chiave trovata con molta facilità, il diario che si apre su quelle due pagine. Le uniche due di tutto il diario, oltre ad una pagina di cuoricini. Quello che ho letto è marchiato a fuoco nella mia memoria, non ci sarà passare del tempo che cancellerà quelle parole,non vanno via dalla mente, sono lì, come una filastrocca dell’orrore imparata a memoria.

Quello è stato l’inizio dell’incubo. Un tunnel senza uscita (apparente) nel quale siamo stati catapultati da un giorno all’altro, nel bel mezzo di una vita serena, semplice, come quella di moltissime famiglie, che iscrivono la loro bambina all’oratorio, d’estate, perché l’oratorio sembra il posto più tranquillo e protetto del mondo. Starà con le sue amichette, faranno tanti giochi, conoscerà nuove persone…chi mai potrebbe farle del male proprio lì, nella casa di Dio? Nella nostra testa non esisteva nemmeno questo pensiero.

Quel nome su quel diario, e la mente che ritorna subito ai racconti di Anna. Il primo giorno di attività in parrocchia “Sai mamma, ho conosciuto Roberto, ha detto che quando sarò grande mi sposa”.

Con la mente via a ripercorrere un’intera settimana, e di colpo intuire tutto. In un lampo. Avrei potuto capire prima? Oggi posso rispondere “NO, non avrei potuto”. Ma quel giorno ebbe inizio ufficialmente l’olimpiade dei sensi di colpa. Uno dei mali peggiori per una mamma. Un male che mi divorava dentro e non mi lasciava respirare. Un male che per mesi ha lavorato e lavorato in silenzio, fino a non farmi nemmeno accorgere della sofferenza di mio marito, che era uguale alla mia, ma io non lo capivo, anzi non lo vedevo proprio.

Quel pomeriggio mi ricavai del tempo da sola con la mia bimba, parlammo della scuola, delle amicizie, e poi, senza sapere come, riuscii a farla parlare. Si aprì con me. Fu solo l’inizio certo, i racconti proseguirono, dolorosi, a lungo. Ma iniziarono  allora.

Quello che è successo da quel giorno è stato delirante. Nessuno ci ha dato una mano. Medici, psicologhe, neuropsichiatre infantili, avvocati, forze dell’ordine, assessori e sindaci, nessuna mano tesa. Anzi, siamo finiti io e mio marito PER MESI tartassati da incontri continui con psichiatre, che invece di vedere la bambina, continuavano a periziare noi. A distanza di quasi tre mesi dall’abuso di mia figlia finalmente qualcuno si degnò di parlare con lei, ma lo fece semplicemente per sapere  se “hai tanti amici maschi” o se “sai fare l’occhiolino?”. E mentre noi chiedevamo aiuto, perché nostra figlia di notte sbatteva la testa contro il muro, diceva di voler morire e si lavava in continuazione le parti intime con l’acqua bollente, qualcuno ci disse che quella era “masturbazione”. “non lo sa signora che i bambini iniziano presto a masturbarsi? Già a tre anni ai bambini viene il pisellino duro, e quando fanno cavallino sulle gambe della mamma, non è un gioco, lo fanno per provare piacere sessuale”.
Ho il vomito a ripensare a queste frasi, ma anche queste, sono impresse lì nella mente e non se ne vanno. Quanto può sopportare il cuore di un genitore?
La solitudine. Questo ricordo di quel periodo. Terribile. Due genitori soli con i loro bambini, il loro dolore, incapaci l’uno di dire all’altra quanto soffriva e viceversa. Ci trascinavamo e i giorni passavano, gli eventi ci travolgevano, più grandi di noi, nostra figlia stava male, non sapevamo come uscirne, come aiutarla, la vita ci passava davanti come un treno che non si ferma perché tu sei in ritardo.

Poi qualcuno ci fece il nome di Massimiliano Frassi. L’ultima speranza in quel tunnel senza uscita, eravamo già all’inferno, poteva andare peggio? Tanto valeva provare.
Una mail, una risposta immediata, una telefonata, cazzo sembrava proprio una voce amica “signor Frassi…” “dammi pure del tu”…. Pochi giorni dopo in macchina, verso Bergamo, nevicava quel giorno. Un uomo con una felpa nera con la scritta Prometeo….allora era quello Massimiliano Frassi? “ve la sentite di raccontarmi la vostra storia, come se non l’aveste mai raccontata?” Certo, non si sa mai che questa è la volta in cui di fronte abbiamo qualcuno che non ci dice che i bimbi sono tutti “seduttivi”.
Non ce lo disse. No. Ci disse “tranquilli, ci siamo noi adesso”.

Sono passati due anni da quell’incontro. Prometeo ora fa parte della nostra vita quotidiana. Crediamo in Prometeo e vogliamo credere che le cose prima o poi cambieranno. Per tutti i bimbi del mondo. Perché hanno il diritto di essere creduti e difesi.
A distanza di due anni e mezzo dall’abuso nostra figlia sta subendo una perizia psichiatrica da parte del tribunale dei minori. Non ci sono moltissime speranze che si apra un processo. Poco importa. Non sarà quella la nostra giustizia. La giustizia è oggi il sorriso di nostra figlia. La sua serenità. Il coraggio con cui affronta tutto questo. La confidenza con cui si apre a noi. La fiducia nei nostri confronti. L’amore. E’ proprio vero, l’amore vince su tutto. Questa è l’unica nostra vittoria. Ma è la più grande. Noi quattro insieme possiamo affrontare tutto.
Un dolore simile ti fa mettere in discussione tutta la tua vita. Io e mio marito da quel giorno entrammo in crisi. Il dolore ti annebbia la vista e il cuore. Non riesci a gestirlo ed è tutto talmente più grande di te che non sai da che parte devi andare. Abbiamo rielaborato anche dolori nostri personali, della nostra infanzia, rimettendo così a posto tanti tasselli nei puzzle delle nostre vite. Dopo 13 anni mio marito un giorno mi ha raccontato di essere stato abusato da piccolo. Si è fidato di me. E poi l’ha raccontato a sua figlia. Vedere il loro abbraccio, le loro lacrime…eh sì, ci sono anche immagini belle tatuate per sempre nel mio cuore!

Oggi io e mio marito ci amiamo. Molto più di 13 anni fa. Ogni sera ci prendiamo per mano e ci diamo la buonanotte. Non abbiamo sensi di colpa. Non più. Abbiamo fatto l’unica cosa che potevamo fare: credere a nostra figlia. Difenderla. Proteggerla.
Lei ha insegnato a noi a non avere paura. Mai.
Prometeo ci ha insegnato che “nessun dolore è per sempre”. Che si può, anzi si DEVE tornare alla vita.
Mia figlia l’altro giorno era incazzata per la perizia psichiatrica. “non è giusto che io deve vedere tutte queste psicologhe, e lui? Lui le vede invece?” “Mamma, è come rientrare di nuovo in quel tunnel”. E’ vero, ma poi da quel tunnel si esce. E Anna lo sa.
La strada che ogni mese ci porta a Bergamo alle riunioni del Coordinamento Vittime Pedofilia è piena di gallerie. Io ho paura delle gallerie. Tutte le volte trattengo il fiato. Ce n’è una lunghissima, sembra non finire mai. Poi di colpo vedo la luce in fondo. Tutti gridano “dai mamma è quasi finita, tranquilla!”. E poi improvviso ecco il sole!
Così è anche la vita. Ci saranno ancora gallerie. Ma alla fine di ognuna c’è il sole. E se le percorri con a fianco le persone che ami fanno meno paura. Se poi pensi che la strada ti porterà “verso casa” il respiro lo trattieni più volentieri.
C’è la vita dopo il tunnel, e ne vale sempre la pena.

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