Come si mangia un elefante? Un aiuto per i sopravvissuti all’abuso.

Da oggi vorrei concentrarmi su un tema: la sopravvivenza, che toccherò con alcuni interventi nei giorni a seguire.
Partendo ancora una volta dalla vostra voce, dal vostro modo di vivere, reagire, agire.
Poiché voi e solo voi siete l’esempio.
Oggi parto dalla risposta ad una domanda.
Che ieri ho posto su Facebook e sulla quale vi siete davvero scatenati.
La domanda è questa:
“come si mangia un elefante?”.
Vado al sodo, tralasciando le mille interpretazioni date e pure alcune spiegazioni. La domanda va presa alla lettera e la risposta è duplice:
o in un boccone solo, oppure un (piccolo) boccone per volta.
Se lo mangiamo in un boccone solo (o comunque in una volta sola) faremo sicuramente indigestione e staremo male. E non andremo da nessuna parte.
Ma se invece lo mangiamo un boccone per volta. Dandoci tutto il tempo che ci serve, bhè allora lo potremo finire, tranquillamente, senza alcun effetto collaterale. Puntuali alla meta. Ma soprattutto sazi e non indigesti.
Cosa c’entra con l’abuso? E da dove arriva questo esempio?
Procediamo per gradi (o meglio per bocconi).
L’esempio l’ho usato la prima volta domenica scorsa, alla riunione del coordinamento nazionale vittime pedofilia e l’ho saccheggiato da una testimonianza sul corso che viene fatto in America per le forze armate dell’aeronautica militare, per i soldati che si trovano ad affrontare situazioni estreme o d’emergenza e devono imparare appunto a sopravvivere.
Immaginatevi di essere su un elicottero e che questo venga colpito e precipiti girando su sé stesso finchè non finisce in fondo al mare.
Voi siete imbragati, storditi, tutt’intorno è acqua, buio, freddo eppure voi potete farcela.
Dovete cercare di mantenere la calma (….), cercare un punto di contatto, anche minuscolo, non perderlo mai di vista e da quel punto lavorare per trovare la via d’uscita, liberarvi, risalire, e una volta fuori respirare a pieni polmoni.
Sembra facile detta così, difficilissimo farlo. Ma chi ci riesce, chi mantiene un punto di contatto e segue quel punto fa al differenze, poichè si salva.
La domanda dell’elefante appare proprio in un test per questi soldati.
Che imparano a mangiare appunto un boccone per volta. La foga, il tutto subito, il desiderio di correre, fare alla svelta, recuperare il tempo perduto non porta da nessuna parte.
Un boccone dopo l’altro, questa la via d’uscita
Magari uno di questi bocconi ci andrà pure di traverso ed uno lo dovremo sputare poiché troppo amaro, ma poi ricominceremo da capo, un boccone per volta. Fino a saziarci.
Ecco, questa la risposta. Questo il modo per affrontare il post-abuso.
Dare al proprio corpo ed al proprio cuore tutto il tempo necessario. Non fare indigestione. Mangiare un boccone per volta. Tenere un punto di riferimento ben saldo ed arrivare, sani e salvi, rinati, alla meta.
So che ce la farete.

“Ciao Max, io sono stanca di nascondermi, in alcuni casi lo faccio ancora, ma sto prendendo sempre piu’ coraggio, poi ieri è stato terribile, mi sono riaffiorati dei ricordi degni di un film horror,
oggi mal di testa pazzesco, dicevo sono stanca di nascondermi, cosa ci sarebbe di male a far sapere al mondo intero quello che è successo a me e a tante altre come me, solo che noi abbiamo sempre paura di essere giudicati per tutto quello che ci è stato imposto, a volte è davvero faticoso, allora mangiamo questo elefante ♥”

5 Commenti a “Come si mangia un elefante? Un aiuto per i sopravvissuti all’abuso.”

  • Come tutto lo bello della vita, l’amore, la libertà, il cammino …a un passo per volta si arriva alla cima. en tranquillità si vede tutto in modo diverso.
    un bacio massi..e forza a chi ancora stanno scalando per arrivare alla pace dell’anima.

  • samantha:

    Un pezzetto alla volta si digerisce tutto.
    Anche io sono più che d’accordo che non bisogna nascondersi.
    Vecchio assurdo retaggio, che riguardava sopratutto le donne, con la teoria che se la sono cercata, magari con l’idea che provocavano con la famosa minigonna per cui una parte di colpa veniva affibbiata guarda caso comunque anche a loro.
    I minori però non sono adulti, non si cercano un bel nulla, è il pedofilo che ha un gusto abominevolmente illegale.
    Parlarne libera innanzi tutto se stessi da un maledetto peso.
    Farci sentire e vedere dal mondo intero ci rende veri, troppa gente pensa che siano cose incredibili, che succedono solo nei libri o nei brutti sogni.
    E’ tempo che non ci si vergogni più, non è nostra la colpa.
    E’ tempo di restituire la colpa ai mittenti.
    E’ tempo di dare un volto anche ai mittenti.
    E’ tempo di girare a testa alta e spedire loro in un habitat a loro più consono, tipo nelle fogne…al buio!

  • Daniela:

    anche se sono vegana, un boccone di questo elefante me lo mangio pure io. Perché noi siamo i nostri punti di contatto, soprattutto tu sei il punto di contatto. E come dici tu, bisogna focalizzare. Focalizziamo insieme, abbattiamo lo schifo che ci circonda…
    Io dal canto mio, sto cercando tanti commensali. Per dividerci l’elefante, s’intende.
    Un abbraccio stritoloso.

  • yzy:

    bella metafora max, veramente calzante. ci riconquisteremo tutto, con forza, lottando un centimetro alla volta. ma vinceremo.

  • Spero che di ritrovare la pace…spero che la ritroveremo…

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