Dall’abuso alla rinascita. La storia di Ercole – parte 2/2

Ieri ci avete sommerso di messaggi, poiché tutti voi siete stati molto colpiti da quanto ha scritto “Ercole”. Oggi la seconda e ultima parte, che il titolo da noi dato aveva già riassunto: dall’abuso, alla rinascita. E lui ce l’ha fatta….alla grande! Orgogliosi di te, ma tanto…..!

PARTE 2: “Tutte le notti, o quasi, mio nonno si divertiva con il suo “giocattolo erotico” (io), sembrava che il dolore per la scomparsa della nonna non l’avesse scalfito minimamente!
Ricordo che aspettavo che andasse a letto lui prima di me, con la speranza che s’addormentasse e mi lasciasse in pace, ma spesso ero talmente stanco, che immancabilmente ero io quello che andavo a letto per primo, e lui? Veniva in camera, col suo “pappagallo” in mano (per chi non lo conoscesse, una sorta di contenitore dove urinava durante la notte, per non alzarsi, manco se il bagno fosse fuori casa e che al mattino lasciava sempre una puzza di pipì da cui bisognava scappare!) ma non era quella puzza che m’infastidiva più di tanto, ma la sua puzza di pedofilo schifoso che riconoscerei ancor oggi a distanza di tanti anni. Mi svegliava in piena notte e cominciava sempre (…). Una mattina, non ne potevo più dei suoi sporchi giochi, così, prima di andare a scuola, decisi di parlarne con mia madre. Ricordo che cercavo il momento giusto per dirglielo, ma non sapevo quando farlo, era imbarazzante e mi vergognavo. Ricordo che stavo quasi per uscire di casa, quando aprii la porta d’ingresso, vidi mia madre davanti al lavandino della cucina che lavava le tazze della nostra colazione, e le dissi che nonno mi faceva male e tanto! Mia madre rimase di spalle, non si voltò neppure ed io scappai chiudendo la porta dalla vergogna. Mi aveva sentito? Ero sicuro di si, al mio rientro pensai che ne avremmo parlato e invece non mi disse una parola! Quello fu il momento in cui decisi di non parlarne mai più con nessuno. Quello fu il momento in cui mi resi conto che ero solo a lottare contro il mio orcononno…

Ero quasi un adolescente oramai, diventavo grandicello, anche se fisicamente restavo sempre bambino (sono rimasto piccoletto di statura), mi sentivo tradito dai miei genitori, era come se avessero affidato un cucciolo di agnellino nella tana del lupo! Lui l’orco, aveva terreno fertile intorno a se, immagino come fosse contento di poter fare di me ciò che voleva per soddisfare le sue “voglie” perverse… Con un bambino! Una delle tante notti in cui puntualmente mi svegliò, ricordo che mi fece più male del solito, così decisi, in quel momento, che dovevo far qualcosa per salvarmi e che dovevo farlo da solo. Decisi che dovevo reagire, così mentre faceva le sue porcate, lo interruppi bruscamente, gli presi il braccio con violenza e lo fermai, mi alzai dal letto e con uno spintone lo buttai sul suo. Poi gli urlai con decisione che se l’avesse fatto ancora, giurai, che l’avrei ammazzato! Non so cosa successe in lui, fatto sta che rimase sorpreso da quella mia reazione. Forse si era spaventato davvero? Forse pensava che l’avrei ammazzato per davvero? Forse pensò che si era spinto troppo in là con i suoi giochi perversi? Non lo so cosa pensò e sinceramente non me ne fregò nemmeno nulla di ciò che potesse pensar lui, la cosa più importante fu che da quella notte, quella magica notte in cui finalmente trovai il coraggio di ribellarmi, non mi tocco mai più!
Quella fu la mia ultima esperienza con l’abuso infantile.
Qualche giorno dopo, con mio grande stupore e gioia, mio nonno decise di tornare a vivere a casa sua, da solo e che ce l’avrebbe fatta benissimo, disse ai miei. Avevo vinto io finalmente! Avevo sconfitto il mio peggior nemico, lo avevo reso inerme, non avevo vinto una battaglia ma una guerra intera. Quella fu l’ultima notte in compagnia del mio orcononno…

Ho sempre avuto problemi a rapportarmi con l’altro sesso, e questo grazie a “lui”, mi aveva fatto un maledetto “regalo” per sempre! Avevo paura d’affrontare il discorso “sesso” con i ragazzi della mia età, così come fan tutti. Crescevo, ma dentro di me covava anche “quella” ferita che pian piano si rimarginava, ma che rimarrà per sempre nel mio cuore, anche se oggi, posso dirlo con tutta tranquillità, si è cicatrizzata! Decisi così, di sposare, a 25 anni, la donna con cui feci sesso per la prima volta, a quell’età, (prima non ci riuscii), la donna che poi diventerà madre di mio figlio, uno splendido ragazzo che oggi ha 15 anni. Ci trasferimmo in Lombardia per motivi di lavoro, erano gli anni ’90, ero felice, non ci pensavo più, credevo d’aver dimenticato tutto, erano già passati degli anni da quando lasciai Bari e la mia famiglia, da allora non l’avevo mai più rivisto mio nonno, per scelta. Nel frattempo si era ammalato anche lui, i miei l’avevano rinchiuso in una casa di riposo. Ricordo che un anno ero in vacanza in Puglia, dai miei genitori dove spesso mi recavo durante l’estate, mio padre mi propose d’andare a trovare il nonno dal momento in cui erano anni che non lo vedevo e che probabilmente non avrei mai più rivisto se non mi fossi affrettato a farlo. Non volevo dare un dispiacere alla mia famiglia, così accettai. Avevo paura, il cuore sembrava dovesse uscire da un momento all’altro, dalla mia gabbia toracica, talmente mi batteva forte! Lo vidi, un vecchio bavoso, rincoglionito, sopraffatto dal Parkinson, che nemmeno mi riconobbe. Non lo salutai neppure, mi faceva schifo avvicinarmi a lui. Per un attimo ebbi un momento di compassione, non chiedetemi perchè, ma lo ebbi (volevo comunque bene a mio nonno, è normale, quale bambino non vuole bene a suo nonno?). Rimasi lì una decina di minuti, poi non resistetti più e con la scusa d’uscire a fumarmi una sigaretta mi allontanai. Quella è stata l’ultima volta che ho visto il mio orcononno…

Era il 01 Dicembre 1997, ci apprestavamo a festeggiare un Capodanno speciale in quanto quell’anno, a Maggio, sarebbe nato mio figlio. Era da poco passata la mezzanotte e i festeggiamenti andavano avanti, finchè giunse una telefonata. Era mio padre che doveva darmi due notizie, così disse, una bella l’altra brutta: la bella erano i suoi auguri di buon anno, la brutta invece che annunciava la morte di mio nonno! Ero felice? Ero triste? Ero amareggiato? Ero tutto questo! Da un lato, la fine di un incubo durato anni, la consapevolezza che quel nonno ormai, non m’avrebbe mai più fatto del male, dall’altro invece, la tristezza per l’ennesimo lutto familiare ma soprattutto, non avrei mai più potuto denunciare tutte le sue schifezze (anche se a dire il vero, non avevo mai pensato di farlo, e non perchè non lo meritasse, ma semplicemente perchè non ne volevo parlare con nessuno!) Era tutto finito. Mio padre mi chiese se avevo la possibilità di fare un salto a Bari per il suo funerale, m’inventai la scusa più banale, non potevo in quanto il lavoro non me lo permetteva, in realtà non volevo mai più rivederlo, nemmeno da morto, il mio orcononno…

Nel 2002 decisi di separarmi da quella donna, non avevamo più niente da dirci, lo feci con molta dignità e intelligenza, tant’è che sono rimasto comunque in buoni rapporti anche oggi, (d’altronde è la mamma di mio figlio e merita rispetto). Ricordo il giorno che andai via definitivamente da casa, raccolsi le mie ultime cose e via. La salutai e salutai mio figlio. Malgrado tutto, andavo via a malincuore, più che altro mi rendevo conto che da quel momento, non avrei mai più rivisto mio figlio tutti i giorni, non avremmo mai più cenato insieme, non lo avrei mai più accompagnato a letto, non lo avrei mai più baciato, non avrei mai più fatto questo tutte le sere! La prima notte nella mia nuova casa, fu un incubo, non riuscì a prender sonno, troppi pensieri mi tornavano alla mente, anche “quelli” di bambino abusato, e mi resi conto che è un dolore che ti porti dentro, che lascia il segno, anche se a volte sembra che lo dimentichi, invece è lì, pronto a farsi vivo quando meno te l’aspetti, e sembra che ti faccia a pezzi. Mi sentivo triste, solo e abusato! La vita è così, ti da e ti toglie. Dovevo rialzare la testa, ero un uomo ormai, ancora giovane, avevo 36 anni e dovevo reagire in qualche modo, avevo tutta una vita davanti ancora, ed io volevo tornare a vivere e lo feci, eccome se lo feci! Conobbi una ragazza giovanissima, aveva da poco compiuto 18 anni, ma era di una saggezza da far invidia a mia nonna materna (persona che ho sempre stimato per questa sua capacità). Nacque una bella amicizia, ci sentivamo spesso, mi consigliava, mi aiutava, mi rallegrava, ci vedevamo quando potevamo, stavamo bene insieme e lentamente cominciavamo ad accorgercene entrambi anche se a dire il vero avevo paura, era così tanto più giovane di me! Lei invece non temeva nulla, anzi, era molto determinata e probabilmente sapeva benissimo cosa sarebbe accaduto. Accadde che dopo due anni, ci innamorammo di un amore vero, quello che ti fa sentir le farfalle nello stomaco e che fa bene al cuore. Per lei ero il primo, ma anche per me era come se fosse la prima volta, non avevo mai conosciuto quell’amore e mai nessuno mi aveva amato così tanto in vita mia, Adottammo anche la nostra cagnolona labrador che ci seguiva ovunque, regalandoci gioia e serenità. Era bello il suo modo d’amare, lo faceva con delicatezza, quassi sussurrandolo, ed io ricambiavo con tanta dolcezza. Ero tornato a vivere, respirare, viaggiare, tutto insieme a lei. Non avevamo tempo per le discussioni, ed anche se talvolta accadevano per motivi stupidi, banali, era sufficiente guardarsi negli occhi, sorridere, abbracciarsi e si finiva per far l’amore come se niente fosse accaduto. Ero Felice? Si, lo ero” Avevo finalmente e definitivamente seppellitto in quella dannata tomba, il mio maledetto orcononno…

Gli anni trascorrevano felicemente, cresceva insieme a me, diventava sempre più bella con i suoi bei riccioloni neri e gli occhi da cerbiatto, era una donna ormai ed io come per incanto, mi fermai ad aspettarla, avevamo entrambi la stessa età, la stessa voglia di vivere, anche se non era così all’anagrafe. Sembrava una favola la nostra storia, la principessa e il principe, eravamo fatti per stare insieme, per amarci. Ma non sempre le favole hanno un risvolto positivo, sembrava troppo bello per essere vero! Siamo nel 2011, la mia principessa cominciava a spegnersi. La sentivo più fredda, distaccata, distratta. Cominciai a sentire segnali di pericolo, stava cambiando, non era più quella di sempre. Cercavamo di parlarne, ma lei si chiudeva a riccio e non riusciva a dirmi nulla, non capiva nemmeno lei il motivo di quell’interruzione. Quando le chiedevo se voleva lasciarmi, piangeva, mi abbracciava e mi diceva di no, ma io sentivo che così non saremmo andati molto lontano, sentivo che… Aveva smesso d’amarmi! Ci mise quasi un anno prima di dirmelo e confermando così i miei dannati dubbi, non aveva il coraggio di farlo, e invece in un pomeriggio caldo di Giugno, me lo disse. Ricordo che le chiesi che doveva cambiare perchè così non ce l’avremmo fatta, mi rispose che probabilmente non sarebbe mai cambiata e non voleva farlo. Capii tutto! Fu così che le proposi l’ultimo disperato tentativo, un distacco momentaneo, per capire come saremmo stati lontani io e lei. Ci rivedemmo dopo una decina di giorni e purtroppo le cose non cambiarono. Passammo tutto il pomeriggio abbracciati e in lacrime, avevamo capito entrambi che era finita, da parte sua, io l’amavo come fin dal primo giorno. Quello fu l’ultimo giorno in cui vidi la mia principessa. Quello fu il mio primo giorno all’inferno! Ci salutammo per l’ultima volta, le promisi che ce l’avrei fatta anche senza di lei, mi promise che ci sarebbe stata ogni qualvolta ne avessi avuto bisogno, fu sincera con me e ne apprezzai comunque questa sua qualità, salutò la nostra cagnolona e scomparve, nel nulla. Avevo perso tutto in quel momento, mi sentivo un fallito, avevo voglia di morire e cercai la morte. Ero a Roma, nel frattempo lei era tornata a casa sua, abitava lì. Avevo preso in affitto una camera d’hotel per quell’occasione, era un tramonto bellissimo, si vedevano i sette colli all’orizzonte, amavo Roma, anche se in quel momento la odiavo. Capii che quella sarebbe stata forse l’ultima volta che avrei visto la città eterna. La disperazione ebbe il sopravvento su di me, non ce la facevo. D’improvviso mi tornarono alla mente i ricordi del passato. Fu come assistere ad un film horror in cui gli zombie escono da sottoterra e ritornano a vivere, vedevo il mio orcononno uscire anche lui dalla sua dannata tomba! Tutto non aveva più un senso, ero solo, senza più il mio grande amore, solo nella città che avevo amato per sette lunghi anni, uscii in terrazzo, m’arrampicai sul cornicione di marmo e mi sedetti a cavalcioni lì. L’hotel era isolato, nella campagna di Frascati, non mi vedeva nessuno e la finestra dava all’interno su di un giardino. Non so esattamente quanto tempo rimasi lì, ricordo però che guardavo giù e nel frattempo rivedevo come in un film, tutta la mia vita, ciò che mi aveva dato e tolto allo stesso tempo, facevo un bilancio di tutto quello che avevo fatto fino a quel momento ed era per me, un vero disastro, avevo 45 anni ed ero dannatamente solo. Ad un certo punto guardai verso l’interno del terrazzo e vidi la nostra cagnolona, ormai soltanto mia, che mi guardava stupita, probabilmente non capiva perchè fossi lassù, cominciò a guaire, forse si rendeva conto del pericolo, forse mi chiedeva di scendere da lì, forse voleva far qualcosa per aiutarmi, e lo fece. Ci guardammo negli occhi e non chiedetemi come, però mi convinse a scendere da lì e quando lo feci l’abbracciai e piansi, mentre lei cercava di consolarmi leccandomi dappertutto. Le chiesi scusa davvero, le chiesi di perdonarmi, che non l’avrei mai più fatto, chiesi perdono a mio figlio col pensiero, pensai a lui, alla sua bellezza, alla sua voglia di vivere, a quanto mi volesse bene. Raccolsi le mie cose e in piena notte partii verso Milano. Ero di nuovo in preda del mio orcononno…

Furono giorni terribili per me, ero sempre chiuso in casa, buttato sul mio letto, non avevo voglia di far nulla, non riuscivo ad alzarmi. Solo il lavoro riusciva a distrarmi e per fortuna riuscii a mantenere quella lucidità mentale che mi permise di andare avanti, in quel momento era l’unica certezza della mia vita. Provai e trovai conforto in mio figlio, ma anche lui non bastava più. Sentivo che dovevo far qualcosa per uscire da quel vortice, ma non sapevo come fare, avevo bisogno d’aiuto, soprattutto psicologico, ma non potevo permettermelo economicamente. Trovai conforto anche negli amici, e fu proprio lei, una mia cara amica d’infanzia, che m’illuminò. Mi disse di contattare l’associazione Prometeo e il suo Presidente, Massimiliano Frassi, lui avrebbe fatto al caso mio. Lo conoscevo da anni, sapevo quel che faceva, lo tenevo sotto controllo a distanza, ma non avevo mai avuto il coraggio di parlargli di me. Una mattina lo chiamai, fui felice di risentirlo, erano passati una quindicina d’anni dall’ultima volta in cui c’eravamo incontrati, in uno dei soliti concerti del nostro amato artista, Renato Zero. Era in quelle occasioni che avevo avuto modo di conoscerlo. La sua voce, dall’altra parte del telefono, mi rassicurò, mi fece capire che era quella la strada da intraprendere in quel momento. Mi diede appuntamento nella sede di Bergamo, a Gorle precisamente, per un colloquio. Ci andai, era estate, i primi di Luglio. Ricordo l’emozione e l’abbraccio che ci scambiammo, erano passati davvero tanti anni, ma non eravamo cambiati più di tanto. Gli raccontai tutto di me, del mio abuso, del mio amore finito, della mia paura di morire, e lui, con voce rassicurante mi disse che ero arruolato in Prometeo e che da quel giorno ne facevo parte. Avevo per un attimo, almeno riavvicinato nella sua tomba, il mio orcononno…

Mi presi un lungo periodo di vacanza, passai tutto il mese d’Agosto in Puglia, dai miei genitori, per poi tornare nell’afosa Milano, i primi di Settembre, Massimiliano stava organizzando un incontro di due giorni con tutto il gruppo di Prometeo, si sarebbe tenuto in un paesino di montagna nella provincia di Bergamo. La vita, si sa, come ho già detto, ti dà e ti toglie, e quella volta avrebbe tolto qualcosa a Massimiliano. Suo padre scomparve dopo una lunga malattia. Ancora una volta facevo i conti con la morte e quel lutto lo sentivo purtroppo, anche mio. Ricordo il giorno del funerale, gli dissi che avrebbe dovuto andare avanti col suo lavoro, di non fermarsi, in memoria di suo padre, affinchè tutto il lavoro svolto fino ad allora non svanisse nel nulla. E così fece, rialzò la testa dignitosamente, da grand’uomo qual’è, l’incontro si tenne lo stesso, era la fine di Settembre ed io vi partecipai per la prima volta. Fu quello il momento in cui cominciai a parlare con qualcuno, del mio problema con la pedofilia e degli abusi subiti da bambino, durati per così tanti anni. Ritornavano alla mente i dettagli, i ricordi, le puzze e quant’altro di tutto quello schifo, ma cominciavo a sentirmi più libero, mi faceva bene incontrare tutta quella gente che aveva subito lo stesso “trattamento” durante la propria infanzia, così come me. (Prometeo è un gruppo di autoaiuto, e le persone si consigliano e consolano a vicenda) Avevo ributtato nella fossa, ma senza riseppellirlo, il mio orcononno…

Il mio percorso andava avanti, cominciavo a riacquistare fiducia in me stesso e Massimiliano mi aveva fatto capire che valevo davvero qualcosa, avevo riacquistato stima in me stesso, ma non era abbastanza. Mi portavo dietro, quell’infernale dilemma che durava da più di trent’anni: mia madre, “quella” volta in cui le dissi che il nonno mi faceva male, non mi aveva sentito oppure aveva fatto finta di nulla? Ricordo che il mese di Maggio del 2011 fu un periodo importante per me, tutti mi dicevano che dovevo parlare con quella mamma affinchè potessi finalmente avere una risposta, Massimiliano mi convocò nella sede di Brescia, a Pisogne per l’esatezza, un posto incantevole in riva al lago d’Iseo. Lì, facemmo un po’ il punto della situazione e ci rendemmo conto che sarebbe stata una corsa contro il tempo, in quanto mia madre è gravemente ammalata da tempo, quindi dovevo far qualcosa e subito. Se fosse successo l’irreparabile e non fossi riuscito a parlarle, rischiavo di portarmi dietro e per sempre, il mio dilemma. Così mi consigliò di scriverle una lettera, e di leggerla alla prima occasione in cui l’avrei rivista. Mi disse anche di non aspettarmi nulla in cambio, infatti il rischio era che si, quella volta poteva essere che aveva fatto finta di nulla, oppure si, che non m’avesse sentito, ma di sicuro mi faceva bene parlargliene, qualunque fosse stata la sua reazione. Scrissi la lettera, molto dura a tratti, ma sentita e liberatoria. La correggemmo insieme per alcuni passaggi in cui ero davvero incazzato, lo scopo non era quello d’incolparla di qualcosa ma di comunicarle ciò che sentivo e che avevo dentro me, da anni. Cominciavo a buttare del terriccio in quella dannata tomba del mio orcononno…

Verso la metà di Maggio, mi recai a Bari, in visita dai miei genitori, con la mia lettera a seguito e un carico pieno d’emozioni indescrivibili. Ricordo la fatica nel trovare il momento adatto per leggere quella lettera a mia madre, volevo farlo solo in presenza sua, era con lei che dovevo chiudere quel “cerchio” e non avevo molto tempo a disposizione per farlo, solo pochi giorni. Una mattina restammo soli in casa, io e lei, papà era uscito a far la spesa, quello era il momento buono. Era il giorno della festa della mamma, lo ricordo benissimo, le dissi che dovevo farle un regalo non del tutto piacevole. La sistemai sulla sua sedia a ruote e cominciai a leggere. A tratti mi fermavo per vedere la reazione sul suo volto, era triste, piangeva, le dissi di non interrompermi ma di parlarmi soltanto alla fine di tutto. Le raccontai tutto, dello schifo che aveva fatto quel nonno di cui lei portava invece un buon ricordo. Terminai la lettera, la guardai e mi disse:” Figlio mio, come hai fatto a tenere dentro di te tutto questo per tanti anni?” Le dissi che l’avevo fatto e che non sapevo neanch’io come ce l’avessi fatta, poi le chiesi:” Ma tu, mi avevi sentito quella volta?” Mi rispose di no e che purtroppo non si era mai accorta di nulla per tanti anni e mi abbracciò sempre in lacrime. La strinsi forte, piangemmo insieme per dei minuti, non vi so dire quanti, ma erano tanti. Poi mi chiese cosa avesse potuto fare per me in quel momento, le risposi che non doveva far nulla e che quello che desideravo da anni, l’avevo ottenuto, ed era la sua risposta. Feci la prima cosa che mi venne in mente subito, e cioè telefonare a Massimiliano per comunicargli che finalmente ce l’avevo fatta e che ero libero, avevo riavuto la mia mamma così come tutto il resto della mia famiglia, e si, perchè quella sera ne parlai con tutti, anche mia sorella maggiore e le mie nipoti, tranne che con papà, con lui non ebbi il coraggio di farlo, dissi a mia madre che se voleva, sarebbe stata lei a farlo, dal momento in cui è suo marito, io il mio scopo ormai l’avevo raggiunto! Massimiliano ne fu felice, lo sentivo dalla sua voce, continuava a ripetermi che ero un “grande” ed io mi sentivo tale, grazie anche a lui. Si, ero libero, mi sentivo leggero, parlai ancora con mamma la quale mi raccontò episodi della mia infanzia in cui mi comportavo stranamente e che solo adesso poteva capirne il motivo. Era la mia richiesta d’aiuto che lei purtroppo non aveva colto. Lasciai Bari con una sensazione di libertà e, consentitemelo, anche di felicità, salutai mamma la quale mi disse di sentirsi in colpa, la tranquillizzai dicendole che non doveva, anzi, sarebbe dovuta essere felice come me in quel momento, perchè io ero finalmente libero. Ricordo il viaggio di ritorno, avevo la netta sensazione che avevo seppellito definitivamente e questa volta con tutto il terreno addosso, il mio orcononno…

Oggi sono un uomo di 46 anni, ho dimenticato il mio grande amore ma sono felice comunque d’averlo vissuto, credo sia meglio amare, anche solo per un giorno, piuttosto che non aver amato mai, ho solo dei ricordi belli, ma la cosa più importante è che adesso vivo la mia vita serenamente, non ho più paura di “lui” e so che non potrà farmi più del male. Queste sono le stesse parole che ho usato anche con mio figlio, quando ho raccontato tutto di me anche a lui. Ha pianto, gli ho chiesto il perchè di quelle lacrime, mi ha risposto che certe cose credeva accadessero solo nei film e invece… La mia strada è questa, tutta in discesa, anche se sicuramente la vita mi farà incontrare altri ostacoli, dei dossi, chiamiamoli così, ma vivo con la consapevolezza d’avercela fatta, grazie a me stesso ma anche e soprattutto a Prometeo e Massimiliano. E’ per questo che continuo a incontrare questa meravigliosa gente, una vera e propria famiglia la nostra, dove sono nate delle belle amicizie, a dei nuovi amori e altri bimbi. E’ per questo che ho deciso di farne parte per sempre, (utilizzo le parole di Massimiliano e le faccio mie, nostre) perchè “un dolore non è per sempre”.

Dedicato ai meravigliosi Arcobaleni di Prometeo, con immenso amore…”.
Ercole

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