Intervista a Massimiliano Frassi per tesi di laurea sulla pedofilia

Riporto l’intervista integrale apparsa sulla tesi di laurea dell’amica Donatella.
Tesi dedicata a tema della pedofilia e che ha al suo interno un capitolo a me dedicato, grazie grande amica mia.

 

3.4 INTERVISTA A MASSIMILIANO FRASSI, PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PROMETEO ONLUS.

Massimiliano Frassi, presidente dell’Associazione Prometeo, lavora in questo campo da più di 10 anni, com’è nato questo impegno e qual è la “battaglia” che ricorda di più?

L’impegno dell’associazione nasce circa 15 anni fa. Dopo avere organizzato alcune conferenze su varie tematiche ne organizzammo una sulla pedofilia e benché il pubblico presente fosse numericamente scarso, ne parlarono i giornali, da quando uscì quell’articolo incominciò a suonare il telefono e dall’altro capo c’era chi chiedeva aiuto, passammo un primo periodo a formarci, in Italia e soprattutto all’estero, e aprimmo un primo sportello che raccoglieva anche segnalazioni, si scoperchiò un sommerso che fino ad allora non aveva nessuno che lo potesse ascoltare, la battaglia più grossa è stata fare capire quanto “l’orco”, sia una persona normale e, l’identikit, che si può andarne a tracciare è quello di una persona al di sopra di ogni sospetto, questa è anche la grande fregatura della pedofilia, perché in questo identikit, a livello teorico ci rientriamo tutti; è chiaro che la battaglia più grossa, è fare cambiare testa alla gente nel modo di porsi rispetto a questo problema, fino a quando avremo casi che quando emergono fanno si che ci sia una difesa ad oltranza dell’abusante e il vuoto intorno alla vittima, la battaglia resta aperta e che la lotta resta culturale.

Il linguaggio che la contraddistingue è la chiarezza e il non avere peli sulla lingua, è un modo per attirare l’attenzione sul tema?

Il linguaggio è fin dall’inizio un linguaggio senza peli sulla lingua, fatto non per presunzione, ma è più un grido di dolore, è chiaro non poteva avere sfumature, doveva essere o nero o bianco non c’era una via di mezzo e doveva essere fatto anche con un linguaggio urlato, forte, aggressivo, qualcuno da quel linguaggio ne è rimasto turbato ma è servito per abbattere certi muri e farsi notare, oggi quel linguaggio è in parte uguale in parte cambiato perché vuoi per l’esperienza vuoi la storia che ci portiamo appresso o per alcune situazioni e il contesto in cui si presentano che sono cambiate, ci sta che quel linguaggio a seconda della situazione possa avere toni e impatti diversi e a volte anche un maggiore equilibrio e un grido meno forte e meno urlato.

Perché siamo afflitti da questa carenza di cultura sociale? Perché non si parla di pedofilia?

Questa è “una domanda da un milione di euro”, noi siamo i primi a parlare di pedofilia con ogni mezzo, blog, social network, pubblicazioni, convegni, andando ovunque e incontrando ogni tipo di pubblico; la riflessione da tecnico su come mai non se ne parla è un punto che noi stessi spesso ci poniamo, come mai su 10 storie ne passa solo una sui giornali, quando ne hai altrettante 9 nella stessa città, con un uguale impatto emotivo?, da una parte forse, non passano perché la pedofilia è ancora un tabù, tocca alcuni tasti che possono essere una sorte di nervo scoperto, quindi uno non se ne occupa perché è disturbante l’argomento, perché fa male, altre volte perché dare spazio alla vittima, significa dare voce a chi ha subito abusi magari da realtà a loro vicine che devono proteggere di cui sono direttamente o indirettamente complici, gli aspetti sono tanti e la lotta è culturale, uno dei nostri modi è chiedere a forti lettere che se ne parli spesso, perché l’arma più grande che il pedofilo ha è il silenzio e l’omertà che vanno rotti con qualsiasi informazione ovviamente la più corretta che sia, e in qualsiasi modo la si riesca a farla.

Collaborate con Scotland Yard, con la quale avete organizzato corsi di formazione per le forze dell’ordine italiane in tema di pedofilia, com’è stata la risposta italiana?

Da circa un anno con una certa periodicità, riuniamo in varie parti d’Italia una selezione di operatori delle forze dell’ordine, mandando random inviti a tutte le questure, caserme e quant’altro, e si è creato un gruppo solido che ci segue ovunque andiamo, una risposta molto positiva che si riassume con la frase dettami alcuni giorni fa al telefono da un carabiniere il quale dice: “mi è accaduto in passato di ricevere in ufficio una donna con dei lividi e di dirle signora torni a casa capita a tutti di litigare con il proprio partner e magari di esagerare un po’, oggi non lo farei, cosi come è capitato di commettere perché non c’era la formazione, l’errore di male interrogare un bambino o non decifrare quei segnali, quelle richieste che il bambino dava” questo corso ha il compito grazie anche ad esperti esterni prima su tutti, quelli di Scotland Yard e dell’F.B.I di New York, di dare uno strumento formativo che dal punto di vista ministeriale non viene fornito nel giusto modo, dall’altra parte creare un fronte comune e sapere che se capita un caso a Reggio Emilia, a Bologna, o a Lamezia Terme sappiamo lì di potere indirizzare le persone che fanno un esposto, che portano una richiesta di aiuto all’autorità giudiziaria a persone preparate e competenti che potranno investigare e intervenire nel modo migliore, per l’associazione questo progetto è un fiore all’occhiello anche se razionalmente è assurdo che un associazione si debba autotassare per offrire un corso di questo tipo che dovrebbe essere obbligatorio, fatto in ogni città, in modo costante, completo e ufficiale

Una delle cose che ripete spesso è che bisogna svestirsi dall’abito di vittime, cosa non semplice, anche perché per molti è più facile restare in quel ruolo, perché?

È purtroppo vero in questo tema come in altri, a volte capita che il male si cronicizzi e pur stando nella sofferenza, paradossalmente è più facile rimanere con quel vestito che provare a toglierselo, qualcuno ci ha provato, sbagliando non per colpa sua ma perché magari ha cercato un aiuto sbagliato o ha provato nel momento sbagliato in cui non era pronto, a togliersi quel vestito, c’è stata una ricaduta che è umana e più che ovvia, però questo ha fatto pensare che in realtà da quel vestito non ci si potesse più spogliare, c’è un po’ un arrendersi e crogiolarsi nella parte della vittima in tutta la sofferenza che quel vestito porta con tutta la scomodità di quel vestito ma c’è quasi la paura che se uno si toglie quel vestito non riceva più quelle attenzioni, che invece avrebbe, ma avrebbe nel modo più pulito e meno filtrato da richieste di aiuto da bisogno, togliersi il vestito da vittima, non è facile ma è un passaggio necessario, sicuramente difficile ma c’è tutta una vita che uno può viversi riscattandosi del tempo perduto, questo è un passaggio che si deve obbligatoriamente fare; su chi lì vuole rimanere non possiamo fare nulla, ci auguriamo che arrivi un giorno in cui razionalmente torni a chiedere aiuto a rimettersi in discussione; nella relazione di aiuto per ricevere aiuto devi anche tendere una mano e lasciare che la mano venga presa, quando questo capita, il risultato ci può essere

Bisogna educare i più piccoli a difendersi, come associazione state svolgendo un lavoro nelle scuole, in cosa consiste?

Abbiamo da più di otto anni questo corso che si chiama “impariamo a difendersi”, un corso in 4 moduli per i bimbi di terza, quarta e quinta elementare, inizialmente molto osteggiato, era difficile entrare nelle scuole, oggi abbiamo delle liste di attesa che si rilanciano di anno in anno e questo è positivo perché chi ci ha ospitati ci chiede la garanzia che si ritorni l’anno dopo; si svolge con un percorso che tocca le emozioni, che insegna ai bambini a non avere segreti cattivi, che sono quelli a cui il pedofilo o chi fa del male obbliga, il segreto buono è quel segreto che va a breve svelato, legato ad una manifestazione buona, un compleanno, un regalo che viene fatto, la differenza è che il primo ti fa star male, ti viene imposto e ti tiene legato a chi può continuare a nuocerti, al bambino insegniamo a cercare nel suo mondo ad identificare delle figure di adulti di fiducia e, dico agli adulti poi, quando diamo la restituzione del corso augurandoci che loro lo siano davvero, che una volta che c’è questa richiesta d’aiuto, la loro risposta ci sia davvero, è un corso dove il bambino divertendosi mette in atto alcune situazioni con alcune storie che andiamo a leggere loro sdrammatizzandole recitandole e mettendole in atto, imparano a tenere alzata la e sanno di non dover aver segreti, di dover chiedere aiuto di poter dire di no a chi fa loro delle richieste disturbanti, fosse anche solo “il poterlo fotografare senza vestiti o il poterlo fotografare a prescindere senza il suo consenso, è un corso che dimostra che il bimbo che ha questi strumenti, può rispondere nel modo più deciso e avere una risposta molto più serena e costruttiva rispetto ad un’aggressione da parte di un adulto verso un bimbo che non ha la conoscenza di questo problema.
Gruppi di auto aiuto, si tengono a cadenza mensile presso l’associazione, tanto dolore ma anche tanto riscatto, qual è l’immagine che più di tutte riassume questi incontri?

Altro progetto di cui ci vantiamo e che è un fiore all’occhiello, un progetto studiato per anni e dopo sette o otto anni di riflessioni, di partenze bloccate perché non volevamo rischiare di fare un passo falso, è partito ed è nato un coordinamento nazionale che oggi riunisce più di duemila sopravvissuti all’abuso, la storia che colpisce di più è chi arriva e magari ha una lametta nella borsa perché soffre di autolesionismo e si punisce anche a distanza di trenta anni da quell’ultimo abuso, o chi arriva e ha disturbi dell’alimentazione, a chi arriva e pensa di essere un bambino sporco, da punire che tutto sommato quello che gli è accaduto se lo meritava che arriva a testa bassa, non riesce ad abbracciarti, a guardarti quasi ti saluta a fatica e poi va via a testa alta, noi non facciamo nulla di magico, di speciale, facciamo da specchio, siamo uno specchio ben pulito, e quello che suggeriamo è di provare per un attimo a guardare in quello specchio, noi sappiamo che c’è una persona fantastica, con un sacco di ferite che vanno cicatrizzate e quando quella persona specchiandosi vede che la ferita diventa una cicatrice vede due occhi che sorridono, una bocca che sa di potere sorridere torna a casa, e poi, seguita nel tempo, dà veramente dei risultati che parlano di vita e in questa storia ci stanno tutti, che dai due mesi agli ottanta sei anni, che è la fascia di età che copre al momento il gruppo, con la bimba più piccola e la “bimba” più anziana, è veramente la risposta più bella.

Siamo abituati ad immaginare il pedofilo come un mostro, di sesso maschie, perché è cosi difficile immaginare che possa essere una donna ad abusare?

Nell’immaginario collettivo “l’orco” è di sesso maschile, ed è pur vero che se guardiamo ai dati, abbiamo una percentuale numericamente molto bassa, però una percentuale al femminile comincia ad esserci, una percentuale bassa ma molto disturbante, perché quando l’abuso è di tipo familiare per quel bambino che sia la mamma o la nonna l’abusante attiva, crea in quel bambino dei dolori, delle ferite che necessiteranno di un tempo sicuramente maggiore per essere rimarginate, se è chi ti ha messo al mondo a farti del male questo atto, fa nascere mille quesiti che portano una mole di dolore enorme, che necessita quindi di un impegno doppio per elaborarla e poterla smaltire però se guardiamo le percentuali sicuramente resta per più dei tre quarti dei casi, per un 95/97%, parlo dei casi conosciuti, può darsi che il sommerso porti a non dico a ribaltare ma sicuramente a fare cambiare questi numeri però parliamo di una percentuale che resta altissima di una pedofilia al maschile e una percentuale qualitativamente pesante ma quantitativamente bassa di una pedofilia al femminile.

La pedofilia è vista come malattia, ma da una malattia si può guarire e dall’essere pedofili?

Tecnicamente parlando la pedofilia è una parafilia e quindi sappiamo essere un disturbo della sfera sessuale e quindi è considerata dall’OMS come una malattia, non dimentichiamoci che fino a non molti anni fa l’OMS considerava anche l’omosessualità come una malattia, cosa poi sminuita e smentita dalla scienza che oggi sta facendo la stessa cosa sulla pedofilia, il pedofilo non è una persona sana, e quindi non volendo fare dei giochi di parole, non essendo sano è insano e di conseguenza malato, nel senso più dispregiativo del termine, il pedofilo è un criminale, un soggetto, dice la cassazione italiana, perfettamente in grado di intendere e di volere sa ciò che vuole, sa come ottenerlo e quindi non può essere considerato alla stregua di una persona non in grado di controllare le proprie azioni che camminando in strada vede un bambino e lo aggredisce, quello non è un pedofilo, ci può stare che lo sia anche quello, ma la percentuale di possibilità che quel bimbo ha di essere aggredito è la stessa che ho io adulto se passo vicino a quell’adulto, il pedofilo è un astuto che conosce il mondo del bambino, che si intrufola nel suo mondo e lo studia, che si guadagna la fiducia del bambino e dei genitori, se non è un caso dove è il papà o la mamma l’abusante, e che intrufolato in quel mondo, di li ad un giorno, un mese, un anno, lui ha tutto il tempo che vuole, incomincerà a colpire e lo farà con una logica assolutamente scientifica. Il termine malato è spesso un alibi che questi soggetti hanno, è un termine utilizzato spesso dicendo una cosa che oggi la scienza ha abolito, quella per cui un bambino abusato diventerà un adulto abusante, non è vero, può anche capitare, ma la scienza dati alla mano, dati anche nostri, in 15 anni non abbiamo mai incontrato un pedofilo che avesse avuto un infanzia infelice.

Quali sono gli obiettivi a breve e lungo termine dell’associazione?

Continuare a dare voce all’infanzia violata cercando di raggiungere un numero sempre maggiore di persone per creare una sorta di esercito, di persone che hanno conosciuto questo male che oggi vogliono spendersi per chi è all’inizio di un percorso, ha appena scoperto che il proprio bambino è stato ferito, vuole lui adulto fare i conti con quella ferita e cicatrizzarla e nell’ottica del reciproco aiuto fare questo tipo di percorso e poi il formare in questo modo il maggior numero di persone possibili ma che vanno dalla casalinga alla mia vicina di casa, al questore della piccola o grande città.

Un’ultima cosa, un suo messaggio rivolto a chi ha conosciuto l’orrore dell’essere abusato?

Una frase che nell’ultimo periodo utilizzo sempre è “nessun dolore è per sempre” che non è una frase da bacio perugina o per far contento qualcuno che così torna a casa felice, ma nasce da anni di fatti concreti ed osservazione diretta, ed è una frase che una volta un adulto, o meglio un bambino oggi cresciuto, disse in uno dei nostri coordinamenti e disse: “è vero nessun dolore è per sempre, oggi sono qua, mi sono sposato, sto per diventare papà e fino a pochi anni fa questa cosa se me l’avessero prospettata, l’avrei ritenuta folle e comunque impossibile”, quindi il messaggio che passa è che richiede sforzo, richiede impegno, ma veramente nessun dolore è per sempre.

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