La storia del bimbo e del pedofilo “di sani principi”.

Conosco “Giovanni” (nome fittizio) da tempo. So che persona meravigliosa sia. So quanta forza abbia. Forse non l’ha ancora capito lui. Ma so anche che è solo questione di tempo, poco credo, e lo vedrò spiccare il volo, magari mano nella mano con “Gioia”. Hanno tutta una vita che li sta aspettando e che non è giusto debba attendere un secondo di più….

Caro Massimiliano, è un po’ di tempo che nella testa mi gira l’idea di scriverti, di raccontarti di me, ma non ho mai avuto il tempo, o meglio la forza di farlo.. ma oggi, forse, è giunto il momento e sono davanti a questa tastiera e monitor a scriverti. Non so quanto volontariamente e quanto per difesa inconscia, per anni ho nascosto, sotterrato in me il passato, fin quasi a pensarlo come in terza persona. Ma per quanto possiamo esser bravi a celare il passato, a non pensarci, esso fa parte di noi ed inevitabilmente, prima o poi, fa capolino quel bimbo ferito e abbandonato dal mondo che bussa alla nostra porta, chiedendoci di prenderlo tra le nostre braccia, tirarlo via da quel cassetto dove l’avevamo lasciato e accompagnarlo nella vita. Io e quel bimbo ci siamo ritrovati circa tre anni fa. Appena venuto al mondo, la vita non fu clemente. Durante il parto mi fratturarono diverse ossa e mi misero nell’incubatrice, non per parto prematuro, ma per un soffio al cuore e perché ero rimasto senza ossigeno per un certo tempo. Non si sapeva se fossi sopravvissuto e in che condizioni.. ma la vita aveva ancora altro in serbo per me. Non so quando tutto ebbe inizio e nemmeno come, so solo che l’abusante, il pedofilo era mio nonno paterno, un rispettabilissimo ammiraglio della Marina Militare, che, come l’ha definito mia madre, era “un uomo di sani principi”. Fortunatamente, ci dividevano circa 400 km e quindi ci si vedeva raramente, eccezion fatta per l’estate, dove trascorrevo almeno una settimana in sua sola compagnia al campeggio nella roulotte. Non so come avvenne la prima volta, probabilmente mi presentò il tutto come un gioco, tant’è che successivamente fui a volte io a far in maniera tale da rimanere solo con lui, dato che “quel gioco” mi piaceva e mi dava piacere. Mi ricordo principalmente i letti della roulotte e il divano nella mia camera, con i vari movimenti, gesti e, ultimamente, a tratti sento ancora il sapore sgradevole del suo membro in bocca. Mi ricordo che una volta ebbi un episodio simile anche con mio fratello, sul suo letto; credo sia stata l’unica volta con lui. Arrivarono i 12 anni che videro mio padre abbandonarmi: aveva un’altra donna e così decise di lasciare la famiglia e disinteressarsi dei figli. Fino a quel momento era stato il mio punto di riferimento, l’unica persona che pensavo mi capisse e con la quale mi confidavo (escludendo l’abuso). Dei suoi atteggiamenti e discorsi, riporto solo una frase che penso esprima completamente tutto: “sono tuo padre dal lunedì al venerdì; il weekend e la sera, che sono con lei, no”. Ero rimasto solo e con il mondo addosso. Me la presi soprattutto con Dio, incolpandolo di tutto, e iniziai a bestemmiarlo pesantemente. La sensazione di inadeguatezza cresceva con i mesi, gli anni e con essa la stanchezza della vita. Pensai di farla finita, sia per il dolore e l’affaticamento di tutto sia per il pensiero che mio padre se ne fosse andato per causa mia, ma qualcosa mi tratteneva, mi bloccava. Gli anni passarono e non so se mio nonno fece leva sulla mia paura di perdere le persone o meno, ma gli abusi non finirono. Crescendo, però, la sensazione di far qualcosa di sporco, di anormale crebbe e dissi, non senza qualche difficoltà, a mio nonno di smetterla. Dopo quelle parole, successe ancora un volta e poi tutto fini. Avevo, credo, 17 anni ed in me non c’era la minima traccia di gioia della vita, anzi.. Per sentirmi “utile” iniziai a donare il sangue, almeno il mio vivere sarebbe servito a qualcuno. Dopo la morte di Giovanni Paolo II, mi riavvicinai al Signore, comprendendo che non potevo attribuire a Lui colpe di persone meschine, ignoranti e cattive. Negli anni successivi, persi una persona a me molto cara e ciò contribuì a far aumentare in me il senso di solitudine. Grazie a Dio, però, conobbi in chiesa una ragazza, “Gioia” con la quale condividevo un medesimo passato. Fu lei ad aprirsi per prima. Fino allora, la vita mi aveva insegnato che non valevo niente, che non meritavo niente, che dovevo esser forte, non per me, ma per gli altri. Per la prima volta, esisteva qualcuno, cui interessava come stavo veramente. Con i mesi, le raccontai del mio passato: fu la prima persona. Dopo un po’ di tempo, fu organizzato un incontro con Prometeo, associazione di cui lei mi aveva parlato. Decisi di scriverti per chiederti la possibilità di partecipare. Non sapevo cosa aspettarmi, ma fu emozionante e mi diede tanti spunti su cui riflettere, oltre che darmi tanta forza. Sull’onda di quell’incontro, presi coraggio e, non senza paura e vergogna, raccontai del mio passato al mio migliore amico: lo lasciai senza parole e, anche se non ne abbiamo più parlato, penso che lo scioccai profondamente, ma si comportò benissimo. Parlai poi con mio padre per comprendere, almeno vagamente, perché se n’era andato e si era comportato in quella maniera: scoprii che fu per paura di perdere quella donna, del resto io ero “solo” il figlio. Infine parlai anche con mio fratello, per chiedergli di nostro nonno, anche se non ebbi la forza di domandargli di quella volta tra noi. Mi confermò i sospetti che nostro nonno non avesse risparmiato nemmeno lui, ma del resto, sue testuali parole “lui era fatto così e poi bastava dirgli di no”. Queste parole mi riecheggiano ancora in testa e, soprattutto all’inizio, mi hanno fatto sentire ancora più sporco, complice, una puttana incapace di dire basta. Quasi un anno fa decisi di intraprendere un percorso con una psicoterapeuta, per scavare e comprendere meglio gli strascichi e le ferite causatemi dall’abuso e dai vari traumi, in primis dall’abbandono di mio padre. Ero convinto che il trauma maggiore fosse quello proveniente da mio padre e non tanto dall’abuso; quello c’era stato, ma un po’ perché vissuto come un gioco, un po’ perché era una “cosa a sé”, pensavo non avesse influenzato il mio essere: ma mi sbagliavo. Come il miglior regista, quando pensi di aver compreso bene quello che è successo, fa accadere l’inaspettato che ti porta a dover riscrivere e rivalutare tutto, così la vita fece con me durante una tua conferenza. Fu una conferenza “normale”, nella quale parlasti dei tratti comuni dei pedofili e degli abusati, o, come vengono definiti in Prometeo, dei “sopravvissuti”. Per me fu come vedere il castello, che mi ero costruito con tanta fatica e dolore, letteralmente sgretolarsi e pormi domande nuove e veder tutto sotto un’altra luce. Se da un lato potevo “giustificare” mio fratello, dato che a volte gli abusati, per attirare l’attenzione e chiedere aiuto, assumono comportamenti del pedofilo, dall’altra parte sorgevano domande inquietanti che mi portavano a dover rivedere l’idea che avevo del mio passato. Dopo un abuso, un bambino esprime le sue ferite tramite atteggiamenti “nuovi”, magari dal bimbo vivace che era, diventa il più tranquillo del mondo. Io questo cambiamento non l’ho mai avuto, ma fin da piccolo ho mostrato segnali di autolesionismo, come tirare le testate al pavimento, e fino all’età di 4 anni non ho parlato. Queste considerazioni mi hanno portato a riflettere che forse gli abusi non iniziarono a una certa età, come pensavo, ma da neonato, o quasi, e che quei miei comportamenti non fossero conseguenze della nascita traumatica, come supposto da tutti, ma solo richieste di aiuto non comprese. Alla luce di questo, l’abbandono di mio padre fu così tremendo, non solo in quanto padre, ma anche perché senza di lui non avevo più un’ancora di salvezza ed ero in completa balia del nonno. Oltre ad aprire gli occhi sul passato, la conferenza mi fece accorgere di comportamenti del presente: l’assenza di un obiettivo, di un sogno e il vivere in maniera apatica e indifferente quello che mi accadeva era come un lento e vile suicidio. Oggi.. mi piacerebbe scriverti che ho superato tutto, che finalmente ne sono fuori, che sto bene o almeno che vedo la luce in fondo al tunnel, ma mentirei. Oggi la sensazione di stanchezza e inadeguatezza è sempre più forte, anche a causa dell’assenza di un lavoro che non mi fa vedere e sperare in un futuro. La solitudine che ho dentro è come un buco nero che pian piano cresce e divora tutto. Al confronto del mio pessimismo, quello leopardiano sembrerebbe appartenere a Tonino Guerra. Ho paura a sognare, quasi fuggo dai sogni, perché inevitabilmente li vedo infrangersi. Come ti dissi dopo la conferenza, mi sento come una nave in mezzo al mare in balia della tempesta, senza un porto di partenza e, tanto meno, un porto di arrivo; tutt’intorno a me è acqua e solamente acqua. Nonostante tutto questo turbinio di sensazioni avvilenti e di emozioni affliggenti e non molto confortanti, c’è una grossa differenza rispetto a prima: ora ho una consapevolezza e, quindi, la possibilità di scegliere. Posso restare fermo nel mio stagno, continuando a nascondere me e il mio passato, facendomi trascinare da un futuro ignoto, in balia delle onde e degli avvenimenti, o afferrar per mano quel bimbo solo e abbandonato e salpare nel mare della vita. Ho scelto la seconda. Sento già ora che sarà dura, difficile, che i momenti di abbattimento e fallimento non mancheranno, che la destinazione è sconosciuta e magari affonderò, ma ho il dovere di provarci, se non per me, per quel bimbo cui hanno rubato l’infanzia e i sogni, quel bimbo che sogna l’isola che non c’è. Voglio anche provarci per scoprire qual è il piano di Dio nella mia vita, anche ascoltando l’esortazione di papa Wojtyla con queste parole: “Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”. Ringrazio te e tutta Prometeo per tutto quello che fate ogni giorno per i “nostri” bambini. C’è bisogno di gente come voi al mondo, per migliorare il mondo. Un abbraccio, “Giovanni”

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