La storia di Ercole. Dall’abuso, alla rinascita. Parte 1.

Questa è una storia di abuso. Come tutte quelle che da anni leggete qua. Simile e unica, perché unico è il dolore di ognuno di noi.
E’ una storia che parte dal male, per arrivare al bene. Che racconta di lacrime, ma anche di riscatto. Contiene dignità, speranza, esempi a non finire. Partendo da quel bimbo “ricciolino” che da solo cacia l’orco e da solo si riaffaccia alla vita, fidandosi di lei.
Io, noi di Prometeo, siamo stati solo dei testimoni della sua rinascita. E per questo non ci stancheremo mai di ringraziarlo.
Per scelta mia ho tolto il suo vero nome (che lui voleva ci fosse insieme al cognome) ed alcuni passaggi “forti”. Prendetevi qualche minuto e ascoltatelo. Lezioni così, non è cosa di tutti i giorni, poterle avere.

“I miei primi ricordi iniziano quando avevo 5 anni, siamo in un paesino della provincia di Bari, sono gli anni ’70. Tutti mi chiamavano “Gesù bambino” perchè, dicevano, gli assomigliassi molto fisicamente, ero piccolo di statura, biondino, capelli ricci a forma di boccoli e occhioni azzurri. Io però, Gesù bambino non l’ho mai conosciuto e non so dire se effettivamente gli assomigliassi oppure no. Quel nomignolo forse, deriva anche dal carattere gioviale che mi ritrovavo. Mi volevano tutti bene, a partire dai miei amichetti, ai loro genitori, le maestre, mamma e papà, mia sorella, i miei nonni… Mi cercavano tutti, mi dicevano tante belle parole dolci, mi riempivano di attenzioni e di carezze. Ricordo il mio primo giorno di scuola, quando mamma mi accompagnò e mi affidò alla mia maestra, lei andò via in lacrime, io non mi accorsi di nulla ed invece ero felice di stare con tutti quei bambini. La mia maestra passava tutte le mattine a prendermi da casa con la sua Fiat 500 per accompagnarmi a scuola, perchè diceva, non voleva prendessi freddo.
Mia madre si fidava di lei, erano amiche ed io mi fidavo a mia volta, di ciò che diceva la mia mamma. Era una brava signora e me lo dimostrava sempre, mi teneva vicino a lei accanto alla sua cattedra, non lo perchè, forse come senso di protezione nei miei confronti, forse perchè mi considerava suo figlio, dal momento in cui lei non ne aveva mai avuti. A me non dispiaceva star lì, mi faceva sentire importante, era una bella sensazione, ogni volta che si allontanava dalla classe, mi lasciava l’incarico di badare ai miei compagni affinchè non si scatenassero, il più delle volte riuscivo nell’intento, e quando lei rientrava mi faceva sempre dei gran bei complimenti. Avevo un buon rapporto con mamma e papà, ma chi mi copriva di coccole era sempre lei, la mia mamma. Papà invece, è sempre stato un uomo molto schivo, riservato, incrine alle dimostrazioni d’affetto, però mi voleva bene ed io lo percepivo comunque. Mia sorella era come mio padre, timida e riservata, avevamo solo 18 mesi di differenza e lei era la maggiore. Io invece, così mi dicevano, assomigliavo tutto a mia madre, sia caratterialmente che fisicamente, oltre che a Gesù bambino. I miei nonni materni erano adorabili, soprattutto mio nonno, ricordo che durante le feste natalizie, si mascherava da Befana e, uno alla volta, benchè fossimo 17 nipoti, faceva un regalo ad ognuno di noi, dal più grande al più piccolo. Mia nonna materna invece era una bellissima donna, ricordo di lei che passava buona parte della mattinata davanti ad uno specchio, a truccarsi e pettinarsi, devo dire che le riusciva molto bene, dal momento che per me, era la nonna più bella del mondo. I miei nonni paterni invece, erano quelli che vedevo più spesso, anche se mia nonna l’ho vissuta poco tempo, infatti se ne andò via molto giovane a 65 anni a causa di un maledetto cancro! Ricordo gli ultimi giorni della sua vita, quando in preda ai dolori diceva sempre, per pietà, di far uscire il “mostro” che era in lei! Quando morì, mio padre tirò un sospiro di sollievo, ma non fu capito da tutti i miei parenti, disse che finalmente era morta, rimasero tutti perplessi da quell’affermazione, io l’avevo capito eccome, invece. Aveva smesso di soffrire quella povera donna…

Mio nonno paterno, io lo adoravo, per me era bellissimo, con la sua divisa da maresciallo dell’aeronautica e la sua pipa dall’inconfondibile odore di tabacco “Clan” (oggi lo riconoscerei in mezzo a mille, quel profumo che mi piaceva tanto, ma che, col tempo, ho imparato ad odiare! Se dovessi sentirlo oggi, andrei letteralmente in crisi). Adoravo quando mi raccontava le sue avventure durante la seconda guerra mondiale, mentre pilotava il suo idrovolante, un uccellaccio a motore che sembrava venisse giù da un momento all’altro, così mi diceva. Adoravo le domeniche pomeriggio, quando loro, i miei nonni paterni, venivano a trovarci e ci riempivano di doni e tante cose buone da mangiare. Adoravo la “TV Dei Ragazzi”, (programma pomeridiano riservato ai bimbi, trasmesso a partire dagli anni ’70 dall’unica rete Rai esistente in quel periodo). Ricordo che, mi sdraiavo sul divano e accendevo la TV, il telecomando non era ancora stato inventato, ma sarebbe servito a poco, dal momento in cui non esistevano altri canali da poter fare zapping. Ricordo che… Una volta, la prima volta, quella volta, arrivò anche lui, mio nonno, aveva accostato la porta e si sedette accanto a me. Ero felice di condividere quel momento insieme a lui, mai avrei pensato che, da quel momento sarebbe iniziato il mio incubo! Accese la sua pipa, e l’odore cominciò a espandersi per tutta la sala, ero entusiasta, gli commentavo le vicende del cavallo “Furia” o le imprese dell’eroico “Zorro”, per finire alle gesta del mitico “Rin Tin Tin” tutti personaggi che adoravo e che vedevo in TV. Ricordo che prese uno dei cuscini che erano sul divano, erano belli e colorati, con tanti fiorellini, li aveva fatti la mia nonna materna con la lana. Ricordo stranamente che, me lo mise sulle gambe, al momento non capii il perchè di quel gesto, ma ci volle ben poco per comprenderlo. Infilò la sua mano tra le mie gambe e il cuscino e mi sbottonò i pantaloni, tirando giù la cerniera. Tirai un sospiro, un misto tra spavento e sorpresa, infilò la mano nelle mie mutandine e tirò fuori il mio pene cominciando a masturbarmi. La mia reazione fu… Lo lasciai fare! Non so perchè, non potevo saperlo, ero un bimbo e quindi la cosa m’incuriosì molto. I bimbi, provano piacere quando si masturbano, è normale che lo facciano, è normale che scoprano il linguaggio del loro corpo, ma non è normale quando a farlo loro siano gli adulti, ma questo l’ho capito solo da adulto! Andò avanti per un po’, capii anche il significato del cuscino sulle gambe, sarebbe servito nel momento in cui fosse entrato qualcuno in sala, per nascondere il tutto. Provavo piacere e lo lasciavo fare, lui emetteva dei sospiri che non capivo, era il suo piacere, mi guardava e mi sorrideva, ed io gli sorridevo, sembrava tutto così “dannatamente” normale, ma di normale c’era ben poco! Notai che cominciò a toccarsi “lì” anche lui, ma lo faceva da sopra i pantaloni (probabilmente sarebbe stato troppo rischioso tirarlo fuori, in quel momento!), la cosa andò avanti finchè, ad un certo punto, sentì che emise un grosso respiro, molto più forte di quelli che faceva durante la sua “performance”, ed una specie di “ahhhhhh” liberatorio… Quello fu il primo incontro con il mio maledetto orcononno…

Ormai ero in balìa dei suoi “giochi”, lui era il predatore ed io la preda, non avevo scampo! Mi riempiva di regali, per lo più modellini di automobili e motociclette, le adoravo, e lui l’aveva capito, ne avevo una collezione infinita, ed ogni modellino corrispondeva ad una “prestazione”, era quella la sua tattica, quando voleva farmi capire che bisognava “appartarsi”. Ed io, dovevo ringraziare quel nonno che, mi voleva “bene” e che mi accontentava sempre, ogni qualvolta la fabbrica che le produceva (Polistil per l’esattezza, cessò l’attività nei primi anni ’90. Grazie Wikipedia) sfornava un nuovo modellino. Bastava un mio sguardo nella vetrina dei giocattoli, e come per incanto, il desiderio si materializzava. Pensavo che, il mio modo per ringraziarlo, fosse “quello”, non potevo capire diversamente, con la mente di un bambino. Andò avanti così, per molto tempo, non vi so dire esattamente quanto, ma tanto. La dinamica era sempre la stessa: soggiorno, divano, cuscini sulle gambe e via… Finchè un giorno, era domenica lo ricordo bene, i miei nonni vennero a pranzo da noi. Ero sempre felice quando questo accadeva, sentivo l’aria di festa, la mattina mi svegliai e trovai papà in cucina che preparava il ragù (era quasi un rituale che la domenica si occupasse lui della cucina), mi vestii e andai in chiesa con i miei amichetti per la Santa Messa (anche questo era un rituale domenicale, oggi sono ateo!), alla fine della cerimonia, andammo a comprarci un gelato nella piazza principale del paese, i miei gusti preferiti, cioccolato e zuppa inglese. Poi m’incamminai verso casa, era quasi l’ora di pranzo, loro, i nonni, erano già arrivati. Avevano portato tante cose buone da mangiare, dolci, pizzette, biscotti. Il pomeriggio, dissi a mamma che volevo andare al cinema (adoro il cinema, è una passione che ancor oggi mi fa star bene) ma nessuno si rese disponibile per portarmi, ed allora, come per incanto, ecco che saltò fuori il”volontario” disponibile ad accompagnarmi. Indovinate chi fu? Al cinema si, mi ci portò, ricordo anche il titolo del film “Anche gli angeli mangiano fagioli” con Bud Spencer e Terence Hill (altri due personaggi che amavo in quel periodo, era l’anno 1973 per l’esattezza, ed io avevo quindi 7 anni. Grazie Wikipedia). Alla fine del film, mi disse che saremmo passati da casa loro, prima di riaccompagnarmi, probabilmente m’inventò una scusa, non lo ricordo bene. Non perse tempo, questo lo ricordo benissimo, mi portò in cucina e mi sedette sul tavolo, mi sbottonò i pantaloni, tirò fuori il mio pene ed il suo, e cominciò a succhiarmelo (non so esattamente cosa riuscisse a prendere in bocca, era piccolino il mio pene, quello di un bimbo della mia età), mi dava fastidio, a volte faceva anche male e non so perchè (probabilmente usava anche i denti) e la puzza… La brillantina per i capelli che usava lui quando aveva la sua testa tra le mie gambe, era per me una puzza, non la sopportavo! Il gioco doveva invertirsi, a questo punto ero io che dovevo prendere il “suo” in bocca! Lo feci, mi faceva schifo, puzzava, era grosso (contrariamente al mio), sembrava immenso (agli occhi dei bambini tutto , oggetti, paesaggi, assumono sembianze più grosse rispetto alle reali dimensioni), andò avanti finchè all’improvviso mi staccò la testa dal suo pene, urlò come un dannato (…)  Mi riaccompagnò a casa, mi vergognavo da morire per quanto fosse successo e non mi passò neanche per l’anticamera del cervello, di parlarne coi miei genitori, lui lo sapeva e non chiedetemi come facesse a saperlo perchè non lo so nemmeno io, era così sicuro che non l’avrei mai detto a nessuno, tant’è che non mi fece alcuna raccomandazione, come di solito succede! Quello fu il mio primo pomeriggio al cinema con il mio orcononno…

Quel giorno, uno qualunque, decise di spingersi oltre, forse non gli bastava più lo schifo che avesse fatto fino a quel momento, così penso bene di raggiungere il massimo della depravazione che un maledetto pedofilo possa raggiungere! Mi portò ancora a casa sua, la nonna non c’era e probabilmente s’inventò un’altra maledetta scusa per attirare la mia attenzione, non ci voleva molto, bastava un modellino di auto o moto, ed il gioco era fatto! Mi ritrovai in quella dannata camera degli ospiti (succedeva spesso lì, in quella stanza), nudo, mi vergognavo, era la prima volta in cui mi ritrovavo in quella condizione. Era nudo anche lui, brutto, grasso e goffo. Mi fece distendere sul letto, il mio respiro era affannoso, avevo paura, ero in suo potere, non riuscivo a ribellarmi, me lo succhiò… Poi volle che fossi io a (…), facevo fatica a respirare. Quel giorno s’inventò un nuovo gioco, così mi disse. Mi fece sdraiare a pancia in giù e (…). Un dolore lancinante, urlai, gli dissi che mi faceva male, ma lui rispose che presto sarebbe passato e mi sarebbe piaciuto (a me non piacque mai!). Poi volle farlo al contrario, si mise accucciato come un cagnolino (…) Questo era il mio orcononno…
Era l’Aprile del 1979 quando mia nonna paterna decise di smettere di lottare contro il suo “mostro” che la divorava dall’interno e se ne andò per sempre. Quella fu la mia prima esperienza nei confronti della morte, feci conoscenza quindi, con il dolore del mio primo lutto familiare, un dolore diverso da quello che mi portavo dentro e che non riuscivo a comunicare a nessuno. Ci fu una breve riunione familiare nel quale si decise che, pochi giorni dopo, mio nonno sarebbe venuto a vivere da noi per non lasciarlo solo. Lui solo? Ed io, pensai? Nessuno ci pensa alla mia di solitudine? Iniziò un vero calvario per me! Indovinate dove lo sistemarono mio nonno? Nella mia cameretta!” –

CONTINUA. DOMANI LA PARTE 2.

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