La storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

wonder-woman-and-superman-art-portrait-social-campaign-domestic-woman-womens-violence-abuse-satire-cartoon-illustration-critic-humor-chic-by-alexsandrLa storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

 

Non l’ho mai raccontato, nemmeno a me stessa. Nessuno sa tutta la mia storia. Nessuno sa cosa si nasconde dietro di me. Nessuno mi conosce per davvero.

La mia è una storia “scomoda”, di quelle che pur sapendole, non ne si vuole parlare.

Non saprei nemmeno io da dove cominciare!

Ecco…

Sono sempre stata un po’ “speciale”.

Seconda di 4 figli, mia madre mi dice sempre che già da bambina ero “diversa”. Sapete come si dice: “la figlia muta la capisce solo la mamma”. Ma non era il mio caso. Io con mia madre mi sono sempre rifiutata di comunicare già appena nata.

Io avevo un magnifico principe, il MIO principe: mio padre.

Mamma dice che piangevo tutto il giorno fino a quando lui non tornava dal lavoro e mi prendeva in braccio. Non dormivo se non era lui a farmi addormentare.

Avevo 18 mesi quando rimanevo sveglia fino alle 2 di notte in piedi appoggiandomi alla culla, fino a quando lui non chiudeva la porta di casa quando usciva con amici.

Avevo 2 anni quando gli chiesi di rimanere con me una sera, e lui uscì lo stesso con un suo amico, e dopo un’ora mi ricoverarono per un’”improvvisa” febbre a 40 che mi è passata appena lui è arrivato in ospedale.

Bhè, un po’ il rapporto che hanno tutte le bimbe con il proprio papà. Per me era solo tutto molto amplificato.

Al resto del mondo, apparivo una bambina molto timida. Mia madre racconta sempre che fino ai 3 anni, nessun parente (se non i miei genitori e i miei fratelli) conosceva la mia voce. Allo stesso tempo ero una bambina sveglia e intraprendente. A 4 anni imparai sola a scrivere.

Tutto ok fin qui, no?

Lo ricordo come se fosse ieri. E’ una di quelle scene che la notte mi viene a trovare. Una di quelle scene che se chiudo gli occhi, mi sembra di essere ancora lì. Era inverno. Una mattina iniziai a fare i capricci perché non volevo andare a scuola. Mia madre allora mi disse che potevo rimanere a casa a patto di finire tutti i compiti che avevo, mentre lei andava a fare la spesa.

E così fu.

Chiuse la porta e mio padre mi chiamò. Lui era ancora a letto in camera sua.

Mi abbracciò come faceva sempre. Ma quella volta non fu come sempre.

Ricordo tutto. Un ricordo troppo lucido che fa paura.

Forse tanta paura io non l’ho mai avuta.

Non scendo nei dettagli, ma da qui ha inizio la mia storia. Da qui hanno inizio più di 8 anni di abusi in casa, dalla persona che avrebbe dovuto tutelarmi. Dall’unica persona che amavo.

Dalla prima elementare al primo superiore.

Io non capivo se era tutto normale. Avevo una sola certezza: non sapevo cosa fossero quelle attenzioni, sapevo solo che mi facevano paura. Anzi mi terrorizzavano.

Avrei potuto parlare. Ma l’unica persona con cui parlavo era lui. E poi lui mi voleva bene e diceva che quello che faceva era perché lui mi amava.

Iniziai a capire crescendo, quando sentivo brutte notizie al telegiornale.

Io ricordo perfettamente ogni volta che sentivo una storia in tv che mi faceva capire che la mia storia non era poi così normale.

La storia che più mi sconcertò in assoluto fu quella del piccolo Tommy (infatti sono rimasta parecchio sorpresa di trovare una sua foto enorme nella sede di Prometeo a a Bergamo).

2 marzo 2006, il piccolo Tommy viene rapito a soli due anni e trovato un mese dopo, ucciso. Viene arrestato Mario Alessi.

Una storia che ha commosso l’Italia intera, compresa mia madre, che guardava con sdegno quell’uomo che aveva brutalmente ucciso Tommaso Onofri.

Ricordo che le indagini si spostarono anche sul padre perché aveva del materiale pedopornografico ben nascosto in casa. Chiesi a mia madre cosa significasse quella parola così complessa e appena capii di cosa stessimo parlando, pensai “Bhe e cosa c’è di male?”. Non lo dissi perché guardavo lo sguardo serio di mia madre, come se stesse raccontando di qualcosa di orribile. Una di quelle cose che veramente non dovrebbero esistere al mondo. E lì capii moltissimo di quello che mi stava succedendo. Questo è un altro ricordo fortissimo che ho nella mia testa. Lo rivivo mentre lo scrivo.

In tutto ciò iniziai ad odiare mia madre dal primo giorno.

Non credo di aver mai voluto così male a qualcuno.

Io avevo paura e lei non mi portava via da quell’incubo ad occhi aperti.

Io avevo paura e lei non vedeva. Lei non capiva che in me c’era qualcosa che non andava, eppure ero sempre sotto i suoi occhi.

Io l’ho odiata.

Io l’ho odiata per tutte le volte che mancava a casa e io ero sola con lui.

Io l’ho odiata quando guardava i miei disegni “deformati” in cui nessuno vedeva nulla tranne me, e diceva molto contenta “sono molto interessanti”.

Io l’ho odiata quando metteva le sue regole durante l’adolescenza, quando mi diceva che non potevo mica uscire tutti i giorni di casa e dovevo rimanere per forza nella tana del lupo.

Io l’ho odiata quando ad 8 anni scrissi grande grande sul muro con il gesso “MORIRO’ ”. E lei si limitò a sgridarmi, perché diceva che “quelle cose non si pensano”.

Io l’ho odiata per ogni volta che non si è chiesta perché avevo atteggiamenti non normali.

Io l’ho odiata quando guardava le mie mani graffiate senza prestarci attenzione e continuavo a graffiarmi e colpevolizzarmi per la mia situazione.

Appena cominciato il mio incubo, io iniziai ad avere “problemi nel relazionarmi”. Così li chiamavano. Non parlavo con nessuno. Mutismo globale.

In seconda elementare avevo bisogno di un apparecchio ortodontico, ma le maestre chiamarono i miei genitori chiedendo di posticipare, perché ero troppo “timida” e l’apparecchio non mi avrebbe aiutata. Ma ragazzi, qui non si tratta di essere timidi. ESSERE MUTI NON E’ SINONIMO DI TIMIDEZZA. ESSERE ISOLATI NON E’ SINONIMO DI RISERVATEZZA. NON SAPER COMUNICARE NON E’ SINTOMO DI INCAPACITÀ RELAZIONALI E BASTA!!!

Non sono mai nemmeno riuscita a scrivere un tema.

A scuola dalla 5 elementare in poi, ho sempre avuto un curriculum impeccabile, ad eccezioni delle insufficienze nei temi di italiano. Non erano poi così banali i miei “problemi di comunicazione”.

E lo sapeva bene il mio professore, quando in quarta liceo consegnai un tema in bianco e lui decise di diventare il mio psicologo. Lo sapeva bene quando continuava a chiamare mia madre a scuola per dirle che miei comportamenti non erano così normali.

Avevo anche disturbi del sonno. Cioè, non ricordo esattamente un periodo in cui io non facessi incubi una notte sì e una no. Incubi così brutti che mia madre mi chiese di non parlargliene più. Incubi che non mi facevano e non mi fanno tutt’ora dormire.

Ho iniziato ad avere troppi problemi che mi porto dietro ancora ora e che ormai mi formano.

Ho 22 anni e dormo con il mio orsacchiotto di peluche. Lui ha un’importanza che nessuno può capire. L’orsacchiotto di peluche è sempre stato il mio unico vero amico, perché lui era il mio unico testimone. Lui era con me nella maggior parte nei momenti. Lui vedeva quello che vedevo io. Fin quando mia madre ha ben deciso di buttarlo “perché era tutto rovinato” e quello fu uno dei momenti in cui la odiai di più. Mi aveva tolto l’unico amico che avevo.

Ho 22 anni e dormo senza cuscino, perché a 6 anni ero convinta che dormire con la testa sotto il cuscino mi rendeva invisibile.

Ho 22 anni e ho paura del buio!

Ho 22 anni e non ho una vera amica donna perché odio tutto ciò che ricorda mia madre. Certo, sicuramente ho compagne del mio stesso sesso, ma il mio cervello in automatico pone dei paletti, e un vero rapporto di amicizia profonda con una donna io non l’ho mai creato e inizio a credere che questa cosa non avverrà mai.

Ho 22 anni e non mi piacciono troppo gli abbracci o le attenzioni di gente che non conosco.

Ho sempre nascosto tutto. Il terrore era troppo.

Ricordo la sensazione di paura che provavo. Quando sentivo i suoi passi, iniziavo a gelare da dietro il collo. Il freddo scendeva fino alla punta dei piedi e poi mi paralizzavo. E non sto esagerando. Mi paralizzavo e mi sembrava di vivere tutto da fuori. Il mio corpo non lo sentivo. Non sentivo le sue mani, non sentivo nulla di lui.

Ma se la violenza fisica non la sentivo, quella psicologica era inevitabile. Le orecchie non si tappano. Gli insulti, alcune frasi, “mi tagliavano in due”. Sentivo il petto disfarmi in mille pezzi, sentivo un dolore atroce alla gola, trattenevo il pianto rimanevo inerme, ferma, non riuscivo a reagire.

Potrei parlare molto a lungo dei problemi che mi rendevano una persona “disagiata”, ma ce ne vorrebbe veramente molto di tempo.

Comunque la storia “termina” quando frequento il primo superiore e arriva per la prima volta il ciclo, quando avevo ormai veramente compreso la mia storia.

Allora non volendo distruggere la situazione familiare, in cui mia madre aveva parecchio bisogno di mio padre, perché poi le dinamiche familiari “complesse” ci sono sempre, decido di prendere tutto e sigillarlo con cura in una stanza del mio cervello, e disintegrare le chiavi, certa che nessuno ci sarebbe mai più entrato, neanche io.

Dal primo superiore allora conduco la mia vita pseudo-serena, cercando di togliermi il terrore di dosso, ma gli incubi non sono mai finiti nella mia testa. Nel cervello avevo troppe cicatrici, ma l’indifferenza era la strada più facile. E fu proprio la strada che intrapresi.

Compiuti 18 anni, cerco l’università tra i posti più lontani da casa. Non è un caso se le uniche opzioni che avevo erano Roma, Bologna e Padova. Scelsi Padova, mettendo una grossa distanza tra me e la mia amata Sicilia. Non sarei tornata molto a casa.

Quindi parto e comincio una nuova vita e riscopro una Mary che non conoscevo. Qualcuno mi dice che sembro più sicura e parecchio meno timida rispetto al primo anno e di questo ne sono parecchio felice.

Stava procedendo tutto molto bene.

Ma la vita è infida e a lei non piace tenere le cose sospese. Tutto torna.

Una sera dell’estate scorsa stavo studiando con i miei amici. Ad un certo punto arriva una chiamata. Mia sorella di 15 anni, Assunta. Niente di insolito. Mi chiama spesso la sera.

“Pronto”, dissi.

Dall’altra parte solo singhiozzi interminabili.

Non era quel pianto da adolescente che litiga con il fidanzatino. Quel pianto io lo conoscevo troppo bene. Mi è bastato un secondo. UNO. Io avevo già capito tutto.

Per me non era così difficile.

Iniziai a fare domande, non avrei chiuso quel telefono fin quando lei non mi diceva la verità. Dovevo tirarglielo fuori. Non potevo lasciarla sola.

Lei continuava a piangere e continuava a ripetere “Mary tu devi solo ripetermi che questa cosa non devo dirla a nessuno. Questa cosa mi ha rovinato la vita. Io mi ammazzo.”

Sono parole che non scordi. Sono attimi di panico. Sento ancora la sua voce assordante nelle orecchie.

Sono stati i 45 minuti della mia vita in cui sono stata la persona più insistente del mondo.

A lei bastò dire “Papà…” e io la fermai.

NON POTEVO PERMETTERMI DI LASCIARLA SOLA.

NON POTEVO NON TENDERLE LA MANO E TIRARLA SU.

Chiusi la chiamata e mi crollò il mondo addosso. Io sono morta dentro in quell’istante.

Ho sentito così tanto male entrarmi da per tutto che non sapevo proprio cosa fare.

Mi ritengo responsabile di un delitto compiuto su di lei. Io l’ho uccisa. Io sono responsabile di tutto quello che le è successo. E non ho scusanti. Sono convinta che lei mi odi (anche se lei dice di no). Io non riesco a vederla negli occhi… Io non so descrivere il male che provo stando davanti a lei.

Comunque Le consigliai di dirlo subito a mamma cercando di darle tutto quel coraggio che forse io non ho mai avuto.

Lei lo fece, senza esitare e ringraziandomi perché “senza di me non l’avrebbe mai fatto”.

Era la sera del 29 luglio quando mia madre prepara la valigia a xxxxx e lui va via di casa.

Volevo sprofondare. Pregavo di non esistere.

Ricordate la stanza che avevo chiuso e buttato nel dimenticatoio?

E’ come se qualcuno l’avesse trovata, avesse sfondato la porta entrandoci di prepotenza, toccando tutto ciò che era mio. Questo qualcuno stava giocando con quello che fino a quel momento era solo MIO. Il mio dolore. Quel male che nessuno può comprendere se non lo vive, che nemmeno io so quantificare.

Mi stava togliendo tutte le forze, a tratti non respiravo e mi faceva male il petto e la gola proprio come quando ero piccola. La stanza è stata aperta e la porta è ancora spalancata e tutti i ricordi stanno tornando, sempre più forti, senza sosta la notte mi tornano in mente, e io rivivo tutto come se fossi li.

Speravo vivamente in mia madre che inizialmente ha dimostrato una forza non indifferente. Solo che adesso lei continua a vederlo, cena con lui e non con mia sorella. Lei parla ancora con lui, chiamandolo “mio marito” (con quale coraggio non riuscirò mai a capirlo). E io dal canto mio, pur consapevole di sbagliare, non riesco a dirle di me. Io continuo a non fidarmi di lei. Io proprio non riesco a vedere in lei un’amica. Lei sta rendendo la situazione ancora più complessa, così complessa che non so nemmeno spiegarla. Ancora una volta per me lei è la seconda abusante in questa storia.

Ma fare la vittima non è mai stato il mio forte.

Riconosco i miei limiti e so che adesso sola non arrivo da nessuna parte.

Ho tutto il mondo contro e non c’è un aspetto della mia vita che stia andando come vorrei. Intorno a me ho il nulla. Vedo tutto morto, tutto arido.

Mi alzo la mattina, con la pesantezza di vivere. La paura sta tornando. La voglia di vederlo morto mi assilla.

Anche se questa vita io non la voglio, io il fondo non voglio più toccarlo. Non voglio tornare a ritenermi una persona stupida e inutile. Non voglio che ritorni la voglia di non voler esistere. Non voglio e non posso permettermelo.

Allora ho deciso di fare un piccolo passo. Mi sono informata con tanta rabbia ed eccomi arrivare a Prometeo.

“Un piccolo passo per Mary, un passo enorme per la situazione.”

Da qui riparto io.

Maria Rosaria, ma per tutti, da oggi, Mary.

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