“Si vergognino i pedofili, non noi”: la storia di Elena.

Seduto. Vi ascolto. E ancora una volta trovo quell’ unione, quella miscela, magica quasi, di poesia e dolore. E poi quel coraggio, quella dignità, che fanno di voi, davvero, una “razza” speciale, un mondo a parte. Di sicuro la certezza di un futuro migliore.
Non è vero che l’abuso vi ha uccisi.
Vi ha ferito, questo sì, vi ha recato un mondo di dolore, tanto grande da far paura, da allontanare a volte chi vi stava accanto.
Ma non mortale.
E quando quelle ferite avrete imparato a cicatrizzarle. Quando il dolore sarà un bagaglio che sceglierete come e dove portare, sarete voi e solo voi, l’esempio da seguire.
Dirmi onorato di stare qua, ad ascoltarvi, non rende l’idea del bene che oggigiorno mi donate.
Un bene chiamato “incontro”.
Con delle anime grandi: voi.

«Più che l’abuso in sé, quello che mi ha ferita di più è stato il tradimento, un fortissimo senso di tradimento, perché proprio le persone che avrebbero in realtà dovuto difendermi dai pericoli, dai mali del mondo, sono state quelle che più me ne hanno fatto. Parlo di mio padre, il pedofilo e di mia madre, la complice-vittima inconsapevole-consapevole ma anche i miei parenti, che intuivano, i vicini, che immaginavano, per arrivare addirittura al medico di famiglia e al parroco del paese, che capivano. Nessuno che si sia preso la briga di fermarsi un attimo a domandarsi “ma questa bambina che cos’ha?”
E’ successo quando avevo 12 anni, quando ancora il Telefono Azzurro non esisteva, quando ancora di certe cose non si parlava, credevo di essere l’unica al mondo ad aver vissuto una cosa del genere. Mi sono svegliata una notte e me lo sono trovato sopra, mi aveva sfilato le mutandine si strofinava contro di me e mi baciava, mi aveva infilato la lingua in bocca, dopo poco sono riuscita a scappare e, come credo molte altre, ho passato la notte in bagno a lavarmi. Speravo fosse finita lì , speravo si fosse reso conto di aver fatto uno sbaglio. Decisi di non dire niente a mia mamma perché soffriva di depressione, e passava da un esaurimento nervoso all’altro, avevo paura di farla diventare completamente pazza, avevo paura di sfasciare la famiglia; niente di più sbagliato, non potevo sbagliarmi di più.
Dopo quella notte veniva ogni mattina presto da me, tentava di baciarmi, non ricordo quanto tempo è andato avanti, una settimana o un mese, ricordo bene però che avevo imparato a svegliarmi prima di lui, così potevo nascondermi sotto le coperte, e dovevo tenere forte il lenzuolo, perché tentava di scoprirmi, ma desisteva subito, aveva paura che mi mettessi a urlare, si rendeva certo conto di fare qualcosa che non doveva. Poi ha smesso. Ed ha iniziato con le torture psicologiche, dispetti piccoli e grandi, che potevano passare per degli scherzi agli occhi di chi non sapeva, ma che scherzi invece non erano.
Ho passato un paio di anni a non parlare con nessuno, non parlavo neppure a scuola quando venivo interrogata dalle insegnanti, me ne stavo sempre a testa bassa, da sola, pensavo al suicidio, non l’ho mai tentato, ma ci sono andata vicina molte volte, sono stata con una siringa piena d’aria in mano, sono stata in piedi sul parapetto del ponte del mio paese. Quello che mi ha salvato la vita sono stati i libri, mi consentivano di evadere,  di fantasticare, uno scrittore in particolare mi ha aiutata tantissimo, e così sono cresciuta.
Quando avevo 20 anni è stato arrestato per aver molestato, guarda un po’, una bambina, e sono stata io a dover accompagnare mia mamma dall’avvocato per tirarlo fuori, a quel punto le ho finalmente raccontato tutto perchè continuava a difenderlo anche con me. Quindi mi sono accollata anche la ricerca di uno psichiatra dove portarlo, a cui poi aveva anche provato a mentire quando gli aveva chiesto se avesse toccato anche me, ma durante la seduta con tutta la famiglia glielo feci ammettere davanti a tutti. Dopo un mese però si tenevano per mano come due fidanzatini e avevano anche ricominciato a fare sesso, me lo disse mia mamma in modo molto più che esplicito (che schifo!). A questo punto sono iniziati i litigi con mia mamma, anche se lavoravo non potevo permettermi di andare a vivere da sola, a casa non ci stavo mai, rientravo sempre tardi la notte, ero nervosa, e lei si arrabbiava, pretendeva che mi comportassi da brava ragazza, da persona seria, mi imbottivo di valium per andare avanti.
Per fortuna a un certo punto ho trovato l’uomo giusto, quello che mi ha fatto uscire da tutto questo schifo, adesso ho 2 bambini e sto bene, relativamente, basta che mio marito non mi tocchi quando dormo, faccio certi salti!
Nel corso degli anni lui  è stato denunciato qualche altra volta, di recente ho saputo che è stato denunciato per stupro da una disabile (dopo la pensione era andato a fare il volontario alla Misericordia), non so quanto tempo sia stato dentro ma credo meno di un mese, non capisco come abbia fatto a cavarsela sempre così . Io non l’ho mai denunciato, non ne avevo le forze prima, e ora non credo di essere più in tempo, sono passati troppi anni.
Con questa mia lunga lettera vorrei lanciare un messaggio, anzi due cose che per me sono molto importanti:
una che dico sempre ogni volta che posso, e non mi stancherò mai di ripetere,  che chiunque abbia anche un solo sospetto di abusi in famiglia, di parlarne, di denunciare, perché quando sono i genitori gli orchi cattivi, chi è che difende i bambini? Allora hanno il dovere morale e civile di intervenire i nonni, gli zii, i cugini, i vicini di casa, o anche solo i conoscenti (non parliamo poi del medico di famiglia e del parroco, dovrebbero essere i primi).
Un’altra cosa che ritengo molto importante sarebbe quella di consentire alle vittime di uscire dall’anonimato, io personalmente non ho niente di cui vergognarmi, non ho fatto niente di male per cui sono disposta a metterci il mio nome e la mia faccia, so che posso camminare a testa alta, e vorrei che anche tutte le vittime come me lo facessero. Sono loro che si devono vergognare non noi!
Grazie per il lavoro che state facendo. »
“Elena”

 (nota mia: la lettera è firmata con nome e cognome, ma preferisco per mille motivi, non ultimo il fatto che questo blog è letto anche da molti pedofili e loro supporter, riportare il nome “Elena” a firma. So che l’amica che ci ha scritto capirà. Ed anche voi. Grazie).

4 Commenti a ““Si vergognino i pedofili, non noi”: la storia di Elena.”

  • MARY:

    Conosco quell’angoscia assurda di sapere che come vai a letto,LUI arriva,la paura di addormentarsi,la paura di svegliarsi in una situazione che è peggio di un brutto incubo….il non poterlo dire a nessuno ma allo stesso tempo,cercare di farlo capire in tutti i modi sperando che qualcuno,che nel mio caso non è mai arrivato,se ne accorgesse……..Cara ELENA,ti sono vicina con tutto il cuore e ti mando un abbraccio immenso 🙂

  • aquila reale:

    so che vuol dire tacere e nello stesso tempo cercare disperatamente l’aiuto degli altri… in tutti i modi possibili ma indiretti
    e gli altri sembrano sempre non voler capire. forse per timore, per ignoranza o semplicemente per non impicciarsi di queste cose. si, perché alla fine le vittime finiscono per essere i colpevoli e viceversa… questo è il mondo, schifoso bastardo. questa è la vita. ingiusta.
    un abbraccio fortissimo a te elena, che hai trovato il coraggio. il coraggio per vivere

  • lamartina:

    Ho letto la tua storia in tre volte, ho dovuto fare delle pause, per respirare, per asciugarmi le lacrime. Ti sento molto vicina.
    Sono contenta che a qualuna riesca di uscirne e farsi una famiglia, AVERE FIGLI…a me non è andata così.
    Un abbraccio.

  • samantha:

    Come dice Max si puà rinascere come bellissimi fiori.
    Fiori,(e mi ispiro ad un bellissimo film) che possono essere “fiori d’acciaio”.
    Gli orchi si sono sempre fatti forza di queste paure, si fanno forza di quelle vergogne che tengono ingabbiate e nascoste le vittime.
    Un giorno questa cosa finirà e gli riverserete contro tutto il loro marciume.
    Grazie Elena, grazie a te e a tutte le Elene come te.
    Ti sei tolta un pesante fardello, che se lo porti lui ora, lui assieme a tutte quelle persone inette che non ti hanno aiutato.

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