Articoli marcati con tag ‘coordinamento nazionale vittime pedofilia’

Prometeo – Gruppi di auto aiuto per vittime di abusi: ora anche per gli adolescenti.

stop child abuse
Sono ripartiti i nostri gruppi di auto aiuto. E da quest’anno una novità: il gruppo per adolescenti. Citando le parole di una persona che adolescente non lo è da un po’ di lune 😉 “avessi avuto io alla loro età questa opportunità la mia vita sarebbe stata diversa”.

Tra le frasi raccolte nel ultimo gruppo di auto aiuto, tenutosi domenica scorsa nella nostra sede alle porte di Bergamo, ve ne riporto un paio.

La prima è in realtà di Dominique Lapierre, l’autore tra i tanti capolavori di La città della gioia:
“se la strada non c’è, falla!”. Un insegnamento a spronare chi non crede di potersi liberare dalle catene di un abuso che spesso, se non risolto, condiziona la propria vita.

L’altra frase arriva da una ragazza che anche solo pochi mesi fa stava nel pineo di quel tunnel di dolore e incapacità di vedere la vita e che oggi invece urla ai quattro venti: “si può tornare a galla dopo l’abuso”.

Ultima frase, per par condicio, ad un pedofilo. Un padre pedofilo che chiamato in causa affinchè chiedesse scusa ai propri figli (scuse che ai figli sarebbero “bastate”/servite per cicatrizzare le loro ferite) ha risposto: “semmai chi deve chiedere scusa sono loro”.

 

Nota:
Per aderire ai gruppi (che non hanno ovviamente alcun costo!!!!!!), questi i contatti:

mandare una mail a prometeobrescia@yahoo.it oppure telefonare al
numero: 0364 880593 .
Forza che la vita è lì pronta a riabbracciarvi…e nessun dolore è per sempre!

gruppo auto aiuto pedofilia

La frase che segue è stata estratta  invece tolte da una pagina di Facebook (Humans of New York) dove ci sono interviste a Newyorkers, cittadini di New York.  Questa è stata detta da una ragazza e riassume in pieno lo spirito del nostro lavoro e del nostro gruppo:
<< Qual è stato il momento più triste della tua vita?”
“La mia tragedia personale, vuoi dire. Sicuro che vuoi sentirla?”
“Certo”.
“Sono stato abusata sessualmente da un membro della mia famiglia tra gli otto e i dodici anni. Ma, onestamente, non mi va neanche più di parlarne, perché ho finalmente compreso che non è questo aspetto della mia vita a definirmi. A lungo mi sono considerata una vittima, ma sono andata oltre. Sono arrivata al punto di rendermi conto che la mia vita mi appartiene perchè io possa reinventarla e goderne, e che il mio futuro sarà unicamente il risultato delle mie scelte”. >>

C’è la vita, dopo il tunnel dell’abuso sessuale.

Siamo già al lavoro per la prossima riunione del nostro coordinamento nazionale. L’unica vera risposta. La parte più bella, e impegnativa, del nostro lavoro. Quella che conta di più, visti i risultati. Lontani dai riflettori e per questo ancora più veri.
Questa la storia di una famiglia come tante. La vostra. Che ce l’ha fatta. Perché cambiare si può e nessun dolore è per sempre.

“Quando vedo alla tv le immagini di Sarah Scazzi non posso che tornare con la mente al giorno in cui le nostre vite sono cambiate per sempre. Non c’è nessuna connessione tra le nostre storie, ovviamente, eppure qualcosa mi lega al suo dolce viso.
Stavo facendo colazione quel mattino, con calma, la colazione è sempre stata il mio pasto preferito.
Anna era già a scuola, il fratellino di un anno dormiva beato nel lettino. Da un po’ qualcosa ci tormentava. Nostra figlia da un mesetto era inquieta, arrabbiata, non dormiva più, era diventata sonnambula, picchiava il fratellino e la mamma, era davvero incazzata con il mondo intero. Io e suo padre ci continuavamo a interrogare sul suo malessere, perché? Cosa non andava nella sua vita? Cosa ci sfuggiva? Cosa non riuscivamo a capire?

Al telegiornale quella notizia, il ritrovamento del corpo di Sarah, le lacrime che iniziano a scendere e dentro di me una voce che mi dice “vai a leggere quel diario”. Anna da un po’ di giorni scriveva un diario, lo chiudeva a chiave, ma non lo nascondeva, anzi lo lasciava in bella mostra in vari punti della casa, minacciandomi però con il ditino puntato “guai a te se lo leggi mamma”. Poi ho capito che era un “ti prego leggilo mamma”. La corsa in camera sua, la chiave trovata con molta facilità, il diario che si apre su quelle due pagine. Le uniche due di tutto il diario, oltre ad una pagina di cuoricini. Quello che ho letto è marchiato a fuoco nella mia memoria, non ci sarà passare del tempo che cancellerà quelle parole,non vanno via dalla mente, sono lì, come una filastrocca dell’orrore imparata a memoria.

Quello è stato l’inizio dell’incubo. Un tunnel senza uscita (apparente) nel quale siamo stati catapultati da un giorno all’altro, nel bel mezzo di una vita serena, semplice, come quella di moltissime famiglie, che iscrivono la loro bambina all’oratorio, d’estate, perché l’oratorio sembra il posto più tranquillo e protetto del mondo. Starà con le sue amichette, faranno tanti giochi, conoscerà nuove persone…chi mai potrebbe farle del male proprio lì, nella casa di Dio? Nella nostra testa non esisteva nemmeno questo pensiero.

Quel nome su quel diario, e la mente che ritorna subito ai racconti di Anna. Il primo giorno di attività in parrocchia “Sai mamma, ho conosciuto Roberto, ha detto che quando sarò grande mi sposa”.

Con la mente via a ripercorrere un’intera settimana, e di colpo intuire tutto. In un lampo. Avrei potuto capire prima? Oggi posso rispondere “NO, non avrei potuto”. Ma quel giorno ebbe inizio ufficialmente l’olimpiade dei sensi di colpa. Uno dei mali peggiori per una mamma. Un male che mi divorava dentro e non mi lasciava respirare. Un male che per mesi ha lavorato e lavorato in silenzio, fino a non farmi nemmeno accorgere della sofferenza di mio marito, che era uguale alla mia, ma io non lo capivo, anzi non lo vedevo proprio.

Quel pomeriggio mi ricavai del tempo da sola con la mia bimba, parlammo della scuola, delle amicizie, e poi, senza sapere come, riuscii a farla parlare. Si aprì con me. Fu solo l’inizio certo, i racconti proseguirono, dolorosi, a lungo. Ma iniziarono  allora.

Quello che è successo da quel giorno è stato delirante. Nessuno ci ha dato una mano. Medici, psicologhe, neuropsichiatre infantili, avvocati, forze dell’ordine, assessori e sindaci, nessuna mano tesa. Anzi, siamo finiti io e mio marito PER MESI tartassati da incontri continui con psichiatre, che invece di vedere la bambina, continuavano a periziare noi. A distanza di quasi tre mesi dall’abuso di mia figlia finalmente qualcuno si degnò di parlare con lei, ma lo fece semplicemente per sapere  se “hai tanti amici maschi” o se “sai fare l’occhiolino?”. E mentre noi chiedevamo aiuto, perché nostra figlia di notte sbatteva la testa contro il muro, diceva di voler morire e si lavava in continuazione le parti intime con l’acqua bollente, qualcuno ci disse che quella era “masturbazione”. “non lo sa signora che i bambini iniziano presto a masturbarsi? Già a tre anni ai bambini viene il pisellino duro, e quando fanno cavallino sulle gambe della mamma, non è un gioco, lo fanno per provare piacere sessuale”.
Ho il vomito a ripensare a queste frasi, ma anche queste, sono impresse lì nella mente e non se ne vanno. Quanto può sopportare il cuore di un genitore?
La solitudine. Questo ricordo di quel periodo. Terribile. Due genitori soli con i loro bambini, il loro dolore, incapaci l’uno di dire all’altra quanto soffriva e viceversa. Ci trascinavamo e i giorni passavano, gli eventi ci travolgevano, più grandi di noi, nostra figlia stava male, non sapevamo come uscirne, come aiutarla, la vita ci passava davanti come un treno che non si ferma perché tu sei in ritardo.

Poi qualcuno ci fece il nome di Massimiliano Frassi. L’ultima speranza in quel tunnel senza uscita, eravamo già all’inferno, poteva andare peggio? Tanto valeva provare.
Una mail, una risposta immediata, una telefonata, cazzo sembrava proprio una voce amica “signor Frassi…” “dammi pure del tu”…. Pochi giorni dopo in macchina, verso Bergamo, nevicava quel giorno. Un uomo con una felpa nera con la scritta Prometeo….allora era quello Massimiliano Frassi? “ve la sentite di raccontarmi la vostra storia, come se non l’aveste mai raccontata?” Certo, non si sa mai che questa è la volta in cui di fronte abbiamo qualcuno che non ci dice che i bimbi sono tutti “seduttivi”.
Non ce lo disse. No. Ci disse “tranquilli, ci siamo noi adesso”.

Sono passati due anni da quell’incontro. Prometeo ora fa parte della nostra vita quotidiana. Crediamo in Prometeo e vogliamo credere che le cose prima o poi cambieranno. Per tutti i bimbi del mondo. Perché hanno il diritto di essere creduti e difesi.
A distanza di due anni e mezzo dall’abuso nostra figlia sta subendo una perizia psichiatrica da parte del tribunale dei minori. Non ci sono moltissime speranze che si apra un processo. Poco importa. Non sarà quella la nostra giustizia. La giustizia è oggi il sorriso di nostra figlia. La sua serenità. Il coraggio con cui affronta tutto questo. La confidenza con cui si apre a noi. La fiducia nei nostri confronti. L’amore. E’ proprio vero, l’amore vince su tutto. Questa è l’unica nostra vittoria. Ma è la più grande. Noi quattro insieme possiamo affrontare tutto.
Un dolore simile ti fa mettere in discussione tutta la tua vita. Io e mio marito da quel giorno entrammo in crisi. Il dolore ti annebbia la vista e il cuore. Non riesci a gestirlo ed è tutto talmente più grande di te che non sai da che parte devi andare. Abbiamo rielaborato anche dolori nostri personali, della nostra infanzia, rimettendo così a posto tanti tasselli nei puzzle delle nostre vite. Dopo 13 anni mio marito un giorno mi ha raccontato di essere stato abusato da piccolo. Si è fidato di me. E poi l’ha raccontato a sua figlia. Vedere il loro abbraccio, le loro lacrime…eh sì, ci sono anche immagini belle tatuate per sempre nel mio cuore!

Oggi io e mio marito ci amiamo. Molto più di 13 anni fa. Ogni sera ci prendiamo per mano e ci diamo la buonanotte. Non abbiamo sensi di colpa. Non più. Abbiamo fatto l’unica cosa che potevamo fare: credere a nostra figlia. Difenderla. Proteggerla.
Lei ha insegnato a noi a non avere paura. Mai.
Prometeo ci ha insegnato che “nessun dolore è per sempre”. Che si può, anzi si DEVE tornare alla vita.
Mia figlia l’altro giorno era incazzata per la perizia psichiatrica. “non è giusto che io deve vedere tutte queste psicologhe, e lui? Lui le vede invece?” “Mamma, è come rientrare di nuovo in quel tunnel”. E’ vero, ma poi da quel tunnel si esce. E Anna lo sa.
La strada che ogni mese ci porta a Bergamo alle riunioni del Coordinamento Vittime Pedofilia è piena di gallerie. Io ho paura delle gallerie. Tutte le volte trattengo il fiato. Ce n’è una lunghissima, sembra non finire mai. Poi di colpo vedo la luce in fondo. Tutti gridano “dai mamma è quasi finita, tranquilla!”. E poi improvviso ecco il sole!
Così è anche la vita. Ci saranno ancora gallerie. Ma alla fine di ognuna c’è il sole. E se le percorri con a fianco le persone che ami fanno meno paura. Se poi pensi che la strada ti porterà “verso casa” il respiro lo trattieni più volentieri.
C’è la vita dopo il tunnel, e ne vale sempre la pena.

Dall’abuso alla rinascita. La storia di Ercole – parte 2/2

Ieri ci avete sommerso di messaggi, poiché tutti voi siete stati molto colpiti da quanto ha scritto “Ercole”. Oggi la seconda e ultima parte, che il titolo da noi dato aveva già riassunto: dall’abuso, alla rinascita. E lui ce l’ha fatta….alla grande! Orgogliosi di te, ma tanto…..!

PARTE 2: “Tutte le notti, o quasi, mio nonno si divertiva con il suo “giocattolo erotico” (io), sembrava che il dolore per la scomparsa della nonna non l’avesse scalfito minimamente!
Ricordo che aspettavo che andasse a letto lui prima di me, con la speranza che s’addormentasse e mi lasciasse in pace, ma spesso ero talmente stanco, che immancabilmente ero io quello che andavo a letto per primo, e lui? Veniva in camera, col suo “pappagallo” in mano (per chi non lo conoscesse, una sorta di contenitore dove urinava durante la notte, per non alzarsi, manco se il bagno fosse fuori casa e che al mattino lasciava sempre una puzza di pipì da cui bisognava scappare!) ma non era quella puzza che m’infastidiva più di tanto, ma la sua puzza di pedofilo schifoso che riconoscerei ancor oggi a distanza di tanti anni. Mi svegliava in piena notte e cominciava sempre (…). Una mattina, non ne potevo più dei suoi sporchi giochi, così, prima di andare a scuola, decisi di parlarne con mia madre. Ricordo che cercavo il momento giusto per dirglielo, ma non sapevo quando farlo, era imbarazzante e mi vergognavo. Ricordo che stavo quasi per uscire di casa, quando aprii la porta d’ingresso, vidi mia madre davanti al lavandino della cucina che lavava le tazze della nostra colazione, e le dissi che nonno mi faceva male e tanto! Mia madre rimase di spalle, non si voltò neppure ed io scappai chiudendo la porta dalla vergogna. Mi aveva sentito? Ero sicuro di si, al mio rientro pensai che ne avremmo parlato e invece non mi disse una parola! Quello fu il momento in cui decisi di non parlarne mai più con nessuno. Quello fu il momento in cui mi resi conto che ero solo a lottare contro il mio orcononno…

Ero quasi un adolescente oramai, diventavo grandicello, anche se fisicamente restavo sempre bambino (sono rimasto piccoletto di statura), mi sentivo tradito dai miei genitori, era come se avessero affidato un cucciolo di agnellino nella tana del lupo! Lui l’orco, aveva terreno fertile intorno a se, immagino come fosse contento di poter fare di me ciò che voleva per soddisfare le sue “voglie” perverse… Con un bambino! Una delle tante notti in cui puntualmente mi svegliò, ricordo che mi fece più male del solito, così decisi, in quel momento, che dovevo far qualcosa per salvarmi e che dovevo farlo da solo. Decisi che dovevo reagire, così mentre faceva le sue porcate, lo interruppi bruscamente, gli presi il braccio con violenza e lo fermai, mi alzai dal letto e con uno spintone lo buttai sul suo. Poi gli urlai con decisione che se l’avesse fatto ancora, giurai, che l’avrei ammazzato! Non so cosa successe in lui, fatto sta che rimase sorpreso da quella mia reazione. Forse si era spaventato davvero? Forse pensava che l’avrei ammazzato per davvero? Forse pensò che si era spinto troppo in là con i suoi giochi perversi? Non lo so cosa pensò e sinceramente non me ne fregò nemmeno nulla di ciò che potesse pensar lui, la cosa più importante fu che da quella notte, quella magica notte in cui finalmente trovai il coraggio di ribellarmi, non mi tocco mai più!
Quella fu la mia ultima esperienza con l’abuso infantile.
Qualche giorno dopo, con mio grande stupore e gioia, mio nonno decise di tornare a vivere a casa sua, da solo e che ce l’avrebbe fatta benissimo, disse ai miei. Avevo vinto io finalmente! Avevo sconfitto il mio peggior nemico, lo avevo reso inerme, non avevo vinto una battaglia ma una guerra intera. Quella fu l’ultima notte in compagnia del mio orcononno…

Ho sempre avuto problemi a rapportarmi con l’altro sesso, e questo grazie a “lui”, mi aveva fatto un maledetto “regalo” per sempre! Avevo paura d’affrontare il discorso “sesso” con i ragazzi della mia età, così come fan tutti. Crescevo, ma dentro di me covava anche “quella” ferita che pian piano si rimarginava, ma che rimarrà per sempre nel mio cuore, anche se oggi, posso dirlo con tutta tranquillità, si è cicatrizzata! Decisi così, di sposare, a 25 anni, la donna con cui feci sesso per la prima volta, a quell’età, (prima non ci riuscii), la donna che poi diventerà madre di mio figlio, uno splendido ragazzo che oggi ha 15 anni. Ci trasferimmo in Lombardia per motivi di lavoro, erano gli anni ’90, ero felice, non ci pensavo più, credevo d’aver dimenticato tutto, erano già passati degli anni da quando lasciai Bari e la mia famiglia, da allora non l’avevo mai più rivisto mio nonno, per scelta. Nel frattempo si era ammalato anche lui, i miei l’avevano rinchiuso in una casa di riposo. Ricordo che un anno ero in vacanza in Puglia, dai miei genitori dove spesso mi recavo durante l’estate, mio padre mi propose d’andare a trovare il nonno dal momento in cui erano anni che non lo vedevo e che probabilmente non avrei mai più rivisto se non mi fossi affrettato a farlo. Non volevo dare un dispiacere alla mia famiglia, così accettai. Avevo paura, il cuore sembrava dovesse uscire da un momento all’altro, dalla mia gabbia toracica, talmente mi batteva forte! Lo vidi, un vecchio bavoso, rincoglionito, sopraffatto dal Parkinson, che nemmeno mi riconobbe. Non lo salutai neppure, mi faceva schifo avvicinarmi a lui. Per un attimo ebbi un momento di compassione, non chiedetemi perchè, ma lo ebbi (volevo comunque bene a mio nonno, è normale, quale bambino non vuole bene a suo nonno?). Rimasi lì una decina di minuti, poi non resistetti più e con la scusa d’uscire a fumarmi una sigaretta mi allontanai. Quella è stata l’ultima volta che ho visto il mio orcononno…

Era il 01 Dicembre 1997, ci apprestavamo a festeggiare un Capodanno speciale in quanto quell’anno, a Maggio, sarebbe nato mio figlio. Era da poco passata la mezzanotte e i festeggiamenti andavano avanti, finchè giunse una telefonata. Era mio padre che doveva darmi due notizie, così disse, una bella l’altra brutta: la bella erano i suoi auguri di buon anno, la brutta invece che annunciava la morte di mio nonno! Ero felice? Ero triste? Ero amareggiato? Ero tutto questo! Da un lato, la fine di un incubo durato anni, la consapevolezza che quel nonno ormai, non m’avrebbe mai più fatto del male, dall’altro invece, la tristezza per l’ennesimo lutto familiare ma soprattutto, non avrei mai più potuto denunciare tutte le sue schifezze (anche se a dire il vero, non avevo mai pensato di farlo, e non perchè non lo meritasse, ma semplicemente perchè non ne volevo parlare con nessuno!) Era tutto finito. Mio padre mi chiese se avevo la possibilità di fare un salto a Bari per il suo funerale, m’inventai la scusa più banale, non potevo in quanto il lavoro non me lo permetteva, in realtà non volevo mai più rivederlo, nemmeno da morto, il mio orcononno…

Nel 2002 decisi di separarmi da quella donna, non avevamo più niente da dirci, lo feci con molta dignità e intelligenza, tant’è che sono rimasto comunque in buoni rapporti anche oggi, (d’altronde è la mamma di mio figlio e merita rispetto). Ricordo il giorno che andai via definitivamente da casa, raccolsi le mie ultime cose e via. La salutai e salutai mio figlio. Malgrado tutto, andavo via a malincuore, più che altro mi rendevo conto che da quel momento, non avrei mai più rivisto mio figlio tutti i giorni, non avremmo mai più cenato insieme, non lo avrei mai più accompagnato a letto, non lo avrei mai più baciato, non avrei mai più fatto questo tutte le sere! La prima notte nella mia nuova casa, fu un incubo, non riuscì a prender sonno, troppi pensieri mi tornavano alla mente, anche “quelli” di bambino abusato, e mi resi conto che è un dolore che ti porti dentro, che lascia il segno, anche se a volte sembra che lo dimentichi, invece è lì, pronto a farsi vivo quando meno te l’aspetti, e sembra che ti faccia a pezzi. Mi sentivo triste, solo e abusato! La vita è così, ti da e ti toglie. Dovevo rialzare la testa, ero un uomo ormai, ancora giovane, avevo 36 anni e dovevo reagire in qualche modo, avevo tutta una vita davanti ancora, ed io volevo tornare a vivere e lo feci, eccome se lo feci! Conobbi una ragazza giovanissima, aveva da poco compiuto 18 anni, ma era di una saggezza da far invidia a mia nonna materna (persona che ho sempre stimato per questa sua capacità). Nacque una bella amicizia, ci sentivamo spesso, mi consigliava, mi aiutava, mi rallegrava, ci vedevamo quando potevamo, stavamo bene insieme e lentamente cominciavamo ad accorgercene entrambi anche se a dire il vero avevo paura, era così tanto più giovane di me! Lei invece non temeva nulla, anzi, era molto determinata e probabilmente sapeva benissimo cosa sarebbe accaduto. Accadde che dopo due anni, ci innamorammo di un amore vero, quello che ti fa sentir le farfalle nello stomaco e che fa bene al cuore. Per lei ero il primo, ma anche per me era come se fosse la prima volta, non avevo mai conosciuto quell’amore e mai nessuno mi aveva amato così tanto in vita mia, Adottammo anche la nostra cagnolona labrador che ci seguiva ovunque, regalandoci gioia e serenità. Era bello il suo modo d’amare, lo faceva con delicatezza, quassi sussurrandolo, ed io ricambiavo con tanta dolcezza. Ero tornato a vivere, respirare, viaggiare, tutto insieme a lei. Non avevamo tempo per le discussioni, ed anche se talvolta accadevano per motivi stupidi, banali, era sufficiente guardarsi negli occhi, sorridere, abbracciarsi e si finiva per far l’amore come se niente fosse accaduto. Ero Felice? Si, lo ero” Avevo finalmente e definitivamente seppellitto in quella dannata tomba, il mio maledetto orcononno…

Gli anni trascorrevano felicemente, cresceva insieme a me, diventava sempre più bella con i suoi bei riccioloni neri e gli occhi da cerbiatto, era una donna ormai ed io come per incanto, mi fermai ad aspettarla, avevamo entrambi la stessa età, la stessa voglia di vivere, anche se non era così all’anagrafe. Sembrava una favola la nostra storia, la principessa e il principe, eravamo fatti per stare insieme, per amarci. Ma non sempre le favole hanno un risvolto positivo, sembrava troppo bello per essere vero! Siamo nel 2011, la mia principessa cominciava a spegnersi. La sentivo più fredda, distaccata, distratta. Cominciai a sentire segnali di pericolo, stava cambiando, non era più quella di sempre. Cercavamo di parlarne, ma lei si chiudeva a riccio e non riusciva a dirmi nulla, non capiva nemmeno lei il motivo di quell’interruzione. Quando le chiedevo se voleva lasciarmi, piangeva, mi abbracciava e mi diceva di no, ma io sentivo che così non saremmo andati molto lontano, sentivo che… Aveva smesso d’amarmi! Ci mise quasi un anno prima di dirmelo e confermando così i miei dannati dubbi, non aveva il coraggio di farlo, e invece in un pomeriggio caldo di Giugno, me lo disse. Ricordo che le chiesi che doveva cambiare perchè così non ce l’avremmo fatta, mi rispose che probabilmente non sarebbe mai cambiata e non voleva farlo. Capii tutto! Fu così che le proposi l’ultimo disperato tentativo, un distacco momentaneo, per capire come saremmo stati lontani io e lei. Ci rivedemmo dopo una decina di giorni e purtroppo le cose non cambiarono. Passammo tutto il pomeriggio abbracciati e in lacrime, avevamo capito entrambi che era finita, da parte sua, io l’amavo come fin dal primo giorno. Quello fu l’ultimo giorno in cui vidi la mia principessa. Quello fu il mio primo giorno all’inferno! Ci salutammo per l’ultima volta, le promisi che ce l’avrei fatta anche senza di lei, mi promise che ci sarebbe stata ogni qualvolta ne avessi avuto bisogno, fu sincera con me e ne apprezzai comunque questa sua qualità, salutò la nostra cagnolona e scomparve, nel nulla. Avevo perso tutto in quel momento, mi sentivo un fallito, avevo voglia di morire e cercai la morte. Ero a Roma, nel frattempo lei era tornata a casa sua, abitava lì. Avevo preso in affitto una camera d’hotel per quell’occasione, era un tramonto bellissimo, si vedevano i sette colli all’orizzonte, amavo Roma, anche se in quel momento la odiavo. Capii che quella sarebbe stata forse l’ultima volta che avrei visto la città eterna. La disperazione ebbe il sopravvento su di me, non ce la facevo. D’improvviso mi tornarono alla mente i ricordi del passato. Fu come assistere ad un film horror in cui gli zombie escono da sottoterra e ritornano a vivere, vedevo il mio orcononno uscire anche lui dalla sua dannata tomba! Tutto non aveva più un senso, ero solo, senza più il mio grande amore, solo nella città che avevo amato per sette lunghi anni, uscii in terrazzo, m’arrampicai sul cornicione di marmo e mi sedetti a cavalcioni lì. L’hotel era isolato, nella campagna di Frascati, non mi vedeva nessuno e la finestra dava all’interno su di un giardino. Non so esattamente quanto tempo rimasi lì, ricordo però che guardavo giù e nel frattempo rivedevo come in un film, tutta la mia vita, ciò che mi aveva dato e tolto allo stesso tempo, facevo un bilancio di tutto quello che avevo fatto fino a quel momento ed era per me, un vero disastro, avevo 45 anni ed ero dannatamente solo. Ad un certo punto guardai verso l’interno del terrazzo e vidi la nostra cagnolona, ormai soltanto mia, che mi guardava stupita, probabilmente non capiva perchè fossi lassù, cominciò a guaire, forse si rendeva conto del pericolo, forse mi chiedeva di scendere da lì, forse voleva far qualcosa per aiutarmi, e lo fece. Ci guardammo negli occhi e non chiedetemi come, però mi convinse a scendere da lì e quando lo feci l’abbracciai e piansi, mentre lei cercava di consolarmi leccandomi dappertutto. Le chiesi scusa davvero, le chiesi di perdonarmi, che non l’avrei mai più fatto, chiesi perdono a mio figlio col pensiero, pensai a lui, alla sua bellezza, alla sua voglia di vivere, a quanto mi volesse bene. Raccolsi le mie cose e in piena notte partii verso Milano. Ero di nuovo in preda del mio orcononno…

Furono giorni terribili per me, ero sempre chiuso in casa, buttato sul mio letto, non avevo voglia di far nulla, non riuscivo ad alzarmi. Solo il lavoro riusciva a distrarmi e per fortuna riuscii a mantenere quella lucidità mentale che mi permise di andare avanti, in quel momento era l’unica certezza della mia vita. Provai e trovai conforto in mio figlio, ma anche lui non bastava più. Sentivo che dovevo far qualcosa per uscire da quel vortice, ma non sapevo come fare, avevo bisogno d’aiuto, soprattutto psicologico, ma non potevo permettermelo economicamente. Trovai conforto anche negli amici, e fu proprio lei, una mia cara amica d’infanzia, che m’illuminò. Mi disse di contattare l’associazione Prometeo e il suo Presidente, Massimiliano Frassi, lui avrebbe fatto al caso mio. Lo conoscevo da anni, sapevo quel che faceva, lo tenevo sotto controllo a distanza, ma non avevo mai avuto il coraggio di parlargli di me. Una mattina lo chiamai, fui felice di risentirlo, erano passati una quindicina d’anni dall’ultima volta in cui c’eravamo incontrati, in uno dei soliti concerti del nostro amato artista, Renato Zero. Era in quelle occasioni che avevo avuto modo di conoscerlo. La sua voce, dall’altra parte del telefono, mi rassicurò, mi fece capire che era quella la strada da intraprendere in quel momento. Mi diede appuntamento nella sede di Bergamo, a Gorle precisamente, per un colloquio. Ci andai, era estate, i primi di Luglio. Ricordo l’emozione e l’abbraccio che ci scambiammo, erano passati davvero tanti anni, ma non eravamo cambiati più di tanto. Gli raccontai tutto di me, del mio abuso, del mio amore finito, della mia paura di morire, e lui, con voce rassicurante mi disse che ero arruolato in Prometeo e che da quel giorno ne facevo parte. Avevo per un attimo, almeno riavvicinato nella sua tomba, il mio orcononno…

Mi presi un lungo periodo di vacanza, passai tutto il mese d’Agosto in Puglia, dai miei genitori, per poi tornare nell’afosa Milano, i primi di Settembre, Massimiliano stava organizzando un incontro di due giorni con tutto il gruppo di Prometeo, si sarebbe tenuto in un paesino di montagna nella provincia di Bergamo. La vita, si sa, come ho già detto, ti dà e ti toglie, e quella volta avrebbe tolto qualcosa a Massimiliano. Suo padre scomparve dopo una lunga malattia. Ancora una volta facevo i conti con la morte e quel lutto lo sentivo purtroppo, anche mio. Ricordo il giorno del funerale, gli dissi che avrebbe dovuto andare avanti col suo lavoro, di non fermarsi, in memoria di suo padre, affinchè tutto il lavoro svolto fino ad allora non svanisse nel nulla. E così fece, rialzò la testa dignitosamente, da grand’uomo qual’è, l’incontro si tenne lo stesso, era la fine di Settembre ed io vi partecipai per la prima volta. Fu quello il momento in cui cominciai a parlare con qualcuno, del mio problema con la pedofilia e degli abusi subiti da bambino, durati per così tanti anni. Ritornavano alla mente i dettagli, i ricordi, le puzze e quant’altro di tutto quello schifo, ma cominciavo a sentirmi più libero, mi faceva bene incontrare tutta quella gente che aveva subito lo stesso “trattamento” durante la propria infanzia, così come me. (Prometeo è un gruppo di autoaiuto, e le persone si consigliano e consolano a vicenda) Avevo ributtato nella fossa, ma senza riseppellirlo, il mio orcononno…

Il mio percorso andava avanti, cominciavo a riacquistare fiducia in me stesso e Massimiliano mi aveva fatto capire che valevo davvero qualcosa, avevo riacquistato stima in me stesso, ma non era abbastanza. Mi portavo dietro, quell’infernale dilemma che durava da più di trent’anni: mia madre, “quella” volta in cui le dissi che il nonno mi faceva male, non mi aveva sentito oppure aveva fatto finta di nulla? Ricordo che il mese di Maggio del 2011 fu un periodo importante per me, tutti mi dicevano che dovevo parlare con quella mamma affinchè potessi finalmente avere una risposta, Massimiliano mi convocò nella sede di Brescia, a Pisogne per l’esatezza, un posto incantevole in riva al lago d’Iseo. Lì, facemmo un po’ il punto della situazione e ci rendemmo conto che sarebbe stata una corsa contro il tempo, in quanto mia madre è gravemente ammalata da tempo, quindi dovevo far qualcosa e subito. Se fosse successo l’irreparabile e non fossi riuscito a parlarle, rischiavo di portarmi dietro e per sempre, il mio dilemma. Così mi consigliò di scriverle una lettera, e di leggerla alla prima occasione in cui l’avrei rivista. Mi disse anche di non aspettarmi nulla in cambio, infatti il rischio era che si, quella volta poteva essere che aveva fatto finta di nulla, oppure si, che non m’avesse sentito, ma di sicuro mi faceva bene parlargliene, qualunque fosse stata la sua reazione. Scrissi la lettera, molto dura a tratti, ma sentita e liberatoria. La correggemmo insieme per alcuni passaggi in cui ero davvero incazzato, lo scopo non era quello d’incolparla di qualcosa ma di comunicarle ciò che sentivo e che avevo dentro me, da anni. Cominciavo a buttare del terriccio in quella dannata tomba del mio orcononno…

Verso la metà di Maggio, mi recai a Bari, in visita dai miei genitori, con la mia lettera a seguito e un carico pieno d’emozioni indescrivibili. Ricordo la fatica nel trovare il momento adatto per leggere quella lettera a mia madre, volevo farlo solo in presenza sua, era con lei che dovevo chiudere quel “cerchio” e non avevo molto tempo a disposizione per farlo, solo pochi giorni. Una mattina restammo soli in casa, io e lei, papà era uscito a far la spesa, quello era il momento buono. Era il giorno della festa della mamma, lo ricordo benissimo, le dissi che dovevo farle un regalo non del tutto piacevole. La sistemai sulla sua sedia a ruote e cominciai a leggere. A tratti mi fermavo per vedere la reazione sul suo volto, era triste, piangeva, le dissi di non interrompermi ma di parlarmi soltanto alla fine di tutto. Le raccontai tutto, dello schifo che aveva fatto quel nonno di cui lei portava invece un buon ricordo. Terminai la lettera, la guardai e mi disse:” Figlio mio, come hai fatto a tenere dentro di te tutto questo per tanti anni?” Le dissi che l’avevo fatto e che non sapevo neanch’io come ce l’avessi fatta, poi le chiesi:” Ma tu, mi avevi sentito quella volta?” Mi rispose di no e che purtroppo non si era mai accorta di nulla per tanti anni e mi abbracciò sempre in lacrime. La strinsi forte, piangemmo insieme per dei minuti, non vi so dire quanti, ma erano tanti. Poi mi chiese cosa avesse potuto fare per me in quel momento, le risposi che non doveva far nulla e che quello che desideravo da anni, l’avevo ottenuto, ed era la sua risposta. Feci la prima cosa che mi venne in mente subito, e cioè telefonare a Massimiliano per comunicargli che finalmente ce l’avevo fatta e che ero libero, avevo riavuto la mia mamma così come tutto il resto della mia famiglia, e si, perchè quella sera ne parlai con tutti, anche mia sorella maggiore e le mie nipoti, tranne che con papà, con lui non ebbi il coraggio di farlo, dissi a mia madre che se voleva, sarebbe stata lei a farlo, dal momento in cui è suo marito, io il mio scopo ormai l’avevo raggiunto! Massimiliano ne fu felice, lo sentivo dalla sua voce, continuava a ripetermi che ero un “grande” ed io mi sentivo tale, grazie anche a lui. Si, ero libero, mi sentivo leggero, parlai ancora con mamma la quale mi raccontò episodi della mia infanzia in cui mi comportavo stranamente e che solo adesso poteva capirne il motivo. Era la mia richiesta d’aiuto che lei purtroppo non aveva colto. Lasciai Bari con una sensazione di libertà e, consentitemelo, anche di felicità, salutai mamma la quale mi disse di sentirsi in colpa, la tranquillizzai dicendole che non doveva, anzi, sarebbe dovuta essere felice come me in quel momento, perchè io ero finalmente libero. Ricordo il viaggio di ritorno, avevo la netta sensazione che avevo seppellito definitivamente e questa volta con tutto il terreno addosso, il mio orcononno…

Oggi sono un uomo di 46 anni, ho dimenticato il mio grande amore ma sono felice comunque d’averlo vissuto, credo sia meglio amare, anche solo per un giorno, piuttosto che non aver amato mai, ho solo dei ricordi belli, ma la cosa più importante è che adesso vivo la mia vita serenamente, non ho più paura di “lui” e so che non potrà farmi più del male. Queste sono le stesse parole che ho usato anche con mio figlio, quando ho raccontato tutto di me anche a lui. Ha pianto, gli ho chiesto il perchè di quelle lacrime, mi ha risposto che certe cose credeva accadessero solo nei film e invece… La mia strada è questa, tutta in discesa, anche se sicuramente la vita mi farà incontrare altri ostacoli, dei dossi, chiamiamoli così, ma vivo con la consapevolezza d’avercela fatta, grazie a me stesso ma anche e soprattutto a Prometeo e Massimiliano. E’ per questo che continuo a incontrare questa meravigliosa gente, una vera e propria famiglia la nostra, dove sono nate delle belle amicizie, a dei nuovi amori e altri bimbi. E’ per questo che ho deciso di farne parte per sempre, (utilizzo le parole di Massimiliano e le faccio mie, nostre) perchè “un dolore non è per sempre”.

Dedicato ai meravigliosi Arcobaleni di Prometeo, con immenso amore…”.
Ercole

Il G8 dei laureati. Ultimo incontro (dell’anno) del coordinamento vittime.

Si è tenuto ieri l’ultimo incontro (ultimo dell’anno) del coordinamento nazionale vittime pedofilia, forse il progetto più ambizioso (e più bello) da noi mai realizzato.
Dopo il “G8” (noi l’abbiamo ribattezzato così) dei “miracoli” stavolta parlerei di G8 dei laureati. Non solo per la laurea vera di un’amica, presa proprio nei giorni scorsi, ma perché come ha detto uno dei partecipanti
“se si fanno i compiti di Prometeo, poi davvero se ne può fare di strada per tornare alla vita” ecco direi che ieri tutti i presenti hanno portato a casa il proprio meritato 110 e lode….Commissione “giudicante” non la Prometeo, ma la Vita quella sì….e vedere come l’hanno riabbracciata ripaga di tutto, ma proprio tutto….
Peccato davvero per chi per scelta ha rinunciato a vivere simili esperienze…ma qualche bocciato c’è anche nelle scuole migliori.
Per chi c’era invece vale davvero la pena di dire che siamo orgogliosi di voi!

http://www.youtube.com/watch?v=yd5Ati39OxM

La lettera di Martina al suo Mostro.

Da anni pubblichiamo le vostre lettere, dandovi voce, raggiungendo chi ancora non ha avuto l’occasione per poterlo fare.
Occasione e coraggio.
Ce ne vuole tanto, tantissimo. E quando arriva da una ragazza di 16 anni fa ancora più impressione. Ma allo stesso tempo ci fa capire che meraviglia di persona lei sia. Malgrado ancora non si veda così, ha davanti a sé tutta una vita. Di amore, rispetto, affetti da coltivare e far crescere. Con lei.
Da qua il nostro abbraccio più caloroso.
Questo il suo sfogo:

“ciao mostro,
ti chiamo mostro perchè non meriti di essere chiamato per nome.

Sai chi sono? Sono quella a cui hai rovinato la vita,sono “martina”!!! Ti scrivo perchè voglio cercare di farti capire come sto adesso e di quello che provo in questo momento.

Devo iniziare col dirti che per colpa tua non posso avere una vita da semplice sedicenne, faccio fatica a relazionarmi con la gente sopratutto con i ragazzi!! Ho una paura assurda di stare da sola con un ragazzo, non riesco ad immaginare il mio futuro.

Ti sto scrivendo questa lettera in lacrime perchè mi fa ripensare a quei momenti e fidati che in 7/8 anni che è uscita questa storia non sono mai stata così a pezzi, sono sempre stata forte ma ora non ce la faccio piu!! Sto esplodendo!! per colpa tua non ho potuto vedere gli ultimi anni della nonna!! Per colpa tua non ho potuto vedere crescerei miei cugini!! Per colpa tua la mia vita è rovinata, ogni cosa che faccio è condizionata dal mio passato, cioè da te… Ti ricordi quando mi dicevi:“ mi alleno con te per far bella figura con la mia amica.” Te lo ricordi? Oppure quando mi promettevi che mi regalavi l’orso gigante che era nella camera vecchia dello zio!! Queste cose tu non te le ricordi vero? Ah è vero secondo te io mi sono inventata tutto anche i dettagli di quando mi facevi mettere la mia mano nelle tue mutande, oppure quando mi baciavi con la lingua… Sto sbagliando?

Ormai sono passati 7/8 anni che non ci parliamo, l’ultima volta che ci siamo visti era al funerale della nonna s e non sarebbe stato il funerale della nonna ti sarei venuta a prendere a sberle ma non l ho fatto per non rovinare l’ultimo saluto della nonna.

Ti odio con tutto il cuore, sei un mostro dovresti vergognarti di aver rovinato la vita a due bambine sopratutto del fatto che le due bambine facevano parte della tua stessa famiglia. Noi eravamo le tue nipoti, io avevo 8 anni e mia sorella aveva 2 anni.

Per me tu non sei altro che un parassita della società e basta, le persone come te dovrebbero subire quello che hanno fatto subire alle loro vittime, anzi no perchè poi vi comincia a piacere!!!

Tu ora sei in giro, non hai subito nessun cambiamento, mentre noi dobbiamo andare tutte le settimane in neuropsichiatria poi ci hanno dato l’educatrice.

So gia che questa lettera è destinata al cestino, ma mi piacerebbe aver una risposta… Vorrei sapere cosa pensi di tutto quello che ti sto scrivendo, vorrei sapere se pensi che tutte queste cose sono inventate da me.

Mi sono dimenticata di dirti che sei un lurido maiale!!! Per colpa tua soffro di emorroidi fin da quando sono piccola, cosa che nei bambini non succede… A me e successo per colpa tua perchè mi mettevi le tue luride dita nel culo.

Se adesso dovessi incontrarti in giro non so come reagirei, sicuramente ti salterei addosso e te ne darei tante ma tante che tu non t’immagini neanche non ti faccio piu alzare dal male che ti farei!!

Ora sono diventata grande, capisco tutto quello che mi hai fatto e per questo ci sto male perchè il mio rapporto con i ragazzi non sarà mai come quello di una ragazza normale che non ha mai subito quello che ho subito io.

Non riuscirò mai a fidarmi completamente di un ragazzo, farò sempre fatica per colpa tua… Non te la dimenticare sta cosa!!

Quando sto con un ragazzo non so mai come comportarmi per il semplice motivo che ho paura succeda la stessa cosa che è successa con te, queste sono le mie paure.

Le mie storie con i ragazzi non durano molto proprio perchè quando si parla di farlo io scappo perchè mi tornano in mente le cose brutte che facevamo io e te, hai ricatti che mi dicevi ad esempio :” se mi tocchi il pisello ti faccio un regalo, oppure se non mi baci con la lingua non ti voglio piu bene non sarai più mia nipote” queste cose te le ricordi?

La mia vita ora è condizionata dal mio passato, il mio passato sei te con la tua mente malata!!!

La tua faccia è cambiata, sembri un vecchio decrepito.

(…) Ti ricordi quando ci chiamavano per dirci che eri malato e stavi per morire solo per far avvicinare la famiglia, te lo ricordi?

Io quando me lo diceva mio papà pensavo subito che era una punizione per tutto il male che ci avevi fatto, solo che dopo qualche giorno casualmente si scopriva che erano tutte palle, che sarebbero servite a far pace tra le due famiglie.

Ora mi ritrovo con una ferita interna che non si può guarire, nessuno può aiutarmi a far rimarginare questa ferita… Continuerò a lottare fino alla morte pur di avere giustizia!!!

Lotterò sia per me che per le ragazze nella mia stessa situazione!!

Ora ti saluto perchè non ho tempo da perdere per un MOSTRO!!!

ADDIO MOSTRO!! Ti odio per tutto il male che ci hai fatto…”
Aggiungo una nota: l’ultima volta che ho visto “Martina” le ho regalato un grande orso di peluche. Per dimostrarle che non tutti i maschi sono così….Oggi lei sta bene, anche se questa lettera è di poche settimane fa. Sta imparando che “nessun dolore è per sempre” e soprattutto ci sta dimostrando che quando scriviamo che è grande, lo è per davvero….

Sconfiggere l’abuso si può. Nuovo raduno nazionale “vittime” pedofilia

questa la canzone che riassume lo spirito della prossima 3 giorni del raduno nazionale sopravvissuti alla pedofilia, che inizia oggi. se non sapete lo spagnolo cercate tramite google il testo e la sua traduzione. Il titolo è comunque chiaro “Creo en tì, Io credo in te”. Ve la dedico e vi chiedo di credere. Sempre. In voi stessi e in quella forza che a volte non sapete dove sia, ma c’è, eccome se c’è! ♥

Riunione nazionale vittime pedofilia.

Riunione nazionale vittime pedofilia.
Confesso di non avere avuto ancora il tempo di raccontare la nostra 3 giorni col coordinamento nazionale vittime pedofilia.
Uno dei momenti più “alti” del nostro percorso.
Tanti i temi e gli spunti affrontati (alcuni dei quali diverranno momento di riflessione per questo blog).
Oggi metto una sola fotografia. Che riassume cosa vuol dire partecipare a un momento simile.
Si arriva come i cuccioli ritratti in basso, “spelacchiati”, senza colore, indifesi. E si torna a casa rinati. A testa alta. E con la propria tavolozza che si tinge di colore….

Pensieri dalla riunione vittime pedofilia……

Da giorni devo scrivere un resoconto della intensa riunione del coordinamento nazionale vittime pedofilia avvenuta lo scorso week end.
Stamani ho pensato di farla con dei flash, appunti tratti dal mio quaderno, frasi sparse, frammenti di emozioni, grida di dolore soffocate dalla vita che prepotente ha riaffermato il suo bisogno di esserci, di farsi spazio. Basta davvero poco a volte, un piccolo fiammifero che fa breccia in un muro di tenebre.

 

Premessa:
C’è un’immagine che riassume più di tutte la due giorni appena trascorsa. Ha il volto di due bimbi, uno di pochi mesi l’altro di un anno, che sereni stanno in braccio ai loro genitori, ex anime ferite, oggi specchio di ciò che ogni “vittima” può/deve diventare. Uno dei due sgattaiola (indovinate quale?) più volte verso il tavolino delle caramelle e con fare da equilibrista si arrampica pescando a piene mani. L’altro si perde negli occhi dei genitori e per tutta risposta regala sorrisi che sono tatuaggi impressi direttamente nel cuore.
Ecco loro semmai ci fosse bisogno di ripeterlo sono la dimostrazione che nessun dolore vive per sempre.

Loro (anche loro) ci fanno tornare a casa “ubriachi di vita”.

 

Queste invece le vostre frasi (ognuna delle quali meriterebbe un post a sé stante):
”quando racconti a chi ti sta accanto cosa ti è accaduto rompi un equilibrio.
E due sono le scelte che si prospettano: c’è chi pensa “voglio rimanere nel mio mondo” e quindi nega l’aiuto e la comprensione del tuo dolore, oppure chi ti accoglie, crede, capisce ma decide pure di fare i conti con i sensi di colpa, le proprie responsabilità”.

“so come mamma che non si può arrivare ovunque, ma per dare il meglio a mio figlio farò di tutto, e in questo c’è anche il mio senso di venire qua”

“ognuno di noi ha il suo personale modo di trasformare il male in bene, ma non venga mai meno l’idea che questa cosa (trasf. male in bene) sia possibile!”

 

“il proprio riscatto inizia da quando non si è più soli!”

“quando ti prendi cura di qualcuno non puoi prenderti cura di te stesso”

“voglio smettere di farmi del male”

 

“si ha paura ad uscire dal dolore”

 

“siamo quello che facciamo, non quello che ci hanno fatto”

 

“ la psicologa che segue il mio ex marito sostiene che lui non è mica un pedofilo, è solo un dissociato sessuale”

 

  “smettiamola con l’equazione bimbi abusati diventano abusanti: vengano qua le psicologhe che vanno nei salotti televisivi a dire queste stronzate, per vedere se siamo diventati mostri o esempi di vita!”

 

“mia figlia guardandomi negli occhi, dopo avermi asciugato le lacrime mi disse: “mamma non preoccuparti ora papà è andato via”

 

“mi dicevano che ero pazza, che sentivo le voci, che avevo strane visioni…..poi anni dopo l’ho rivisto, ho ricordato tutto, ho dato un nome ai miei problemi, gliel’ho detto, ha ammesso tutto, non sono pazza!”

Coordinamento vittime pedofilia: un vostro messaggio

Si è tenuta una paio di giorni fa una due giorni con le vittime aderenti al “coordinamento nazionale vittime pedofilia”. A breve un nostro (atteso) resoconto. Oggi solo una lettera, tra le tante a noi lasciate in sede, alla fine della 2 giorni. Che faccia da stimolo a chi ancora non ci ha raggiunto:
“Alla Prometeo che 10 anni fa ha ascoltato, creduto e
risposto al dolore di mia figlia, anziché giudicarla, un abbraccio immenso!
Quando dico che mi avete ridato la vita, caro Max, non esagero (anche se tu no vuoi che lo dica), poiché è questo che è stato!
Se tu non avessi creduto, sarebbe ancora laggiù e io con lei!
Invece oggi sono dove sai……(…)

 .Nota: prossimo incontro domenica 26 febbraio!

Da domani nuova due giorni di coordinamento vittime pedofilia.

Da domani nuova due giorni di coordinamento vittime pedofilia.

Per aderire e vedere di cosa si tratta, leggete qua:

http://www.associazioneprometeo.org/pilot.php?cl=2&im=3&ip=0

Come usare il Blog
Libri
libro nero pedofilia
ho conosciuto un angelo
bambini bucarest
adesivo
prometeo

Per non dimenticare Tommaso Onofri

Tommy

Archivio
Powered by AtSafe