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Perché da almeno 15 anni vi dico di non mettere foto dei vostri figli in Rete.

foto dei minori in internet

Perché da almeno 15 anni vi dico di non mettere foto dei vostri figli.

Ve lo spiego con dei piccoli flash che recupero dalla mia memoria.
Era l’inizio del 2000. Fui chiamato in una Questura per una conferenza stampa. All’epoca scrivevo su un noto giornale locale una rubrica sulla pedofilia. E poi quella indagine, che il Questore ed i suoi uomini presentavano, era partita da una mia segnalazione dettagliata, fatta con l’associazione Prometeo. Per mia scelta decisi però di non comparire. Ma di ascoltare, tra il pubblico di addetti ai lavori i risultati dell’indagine, con tanto di conseguenti arresti, in tutta Italia. A fine incontro pubblico il Questore chiamò me e l’allora direttore di quel giornale in una sala a parte. E ci mostrò il materiale che aveva sequestrato al pedofilo della nostra città. Migliaia di foto. Normali. Normalissime. “Bambini al parco giochi. Fuori da scuola. Feste di compleanno. Bambini a passeggio col cane”. Le aveva tutte realizzate lui, in più di 20 anni. Era Andato in giro, fuori dalle scuole, nei parchi, nei centri commerciali e li aveva fotografati. Ad un certo punto il Direttore ebbe un sussulto: tra le foto che il “maiale” aveva realizzato vide tre scatti. Che lo raggelarono. C’era sua figlia. Nulla di pornografico, lo ripeto, quel tipo di foto c’erano ma non erano queste. Queste erano foto della sua bambina di tre anni che giocava a palla nel parco giochi sotto casa sua. E quel uomo, che era stato inviato di guerra e che nella vita ne aveva viste di cotte di crude, come si suol dire, crollò. E pianse come un bambino. Vedendo che l’innocenza di sua figlia era stata, seppur a distanza, “disturbata”. Dallo sguardo di un pedofilo che se l’era immortalata, per tornare a casa con un trofeo e fantasticare su di lei. 2) Passano i mesi, non tanti.   Viene arrestato un professore di musica. Altra chiamata dalla Questura. Stavolta senza stampa appresso. Il pedofilo aveva un sacco di riviste pornografiche. Fino a qui, direte, nulla di particolarmente strano. Infatti erano riviste comprate in edicola, per soli adulti e con adulti protagonisti. Quindi tutto sommato affari suoi. Ma…c’è sempre un ma, altri enti non ce ne saremmo occupati. Al posto dei visi degli uomini e delle donne ritratti in quelle riviste, aveva pazientemente incollato teste di bambini e bambine. Da lui fotografati o ritagliati a loro volta da altre riviste (addirittura dal catalogo Postal Market, all’epoca ancora in voga, da cui poi aveva ritagliato tutte le foto di biancheria intima ….). L’anno dopo: è boom del sito My Space. Presto diventerà più un sito legato la musica ma in quel periodo in tanti (me compreso) aprono un profilo lì. E i genitori fanno a gara a pubblicare foto dei loro figli. Inutili, o quasi, gli allarmi che lanciamo…. Il sito oggi è scomparso ma l’allarme rimane lo stesso. Saltiamo di dieci anni. Facebook è esploso. E tutti, o quasi, hanno un profilo. Purtroppo continuano a pubblicare foto on-line dei loro figli. Ma come se non bastasse mettono la scuola che frequentano, i parchi dove vanno, il posto dove stanno al mare o in montagna quando vanno in vacanza. Insieme a questi dati sensibili centinaia di foto. Mi trovo a Londra, sede di Scotland Yard, per un corso di formazione. E vedo l’utilizzo che di quelle foto i pedofili ne fanno, nei report della Polizia inglese. Gli agenti mi ricordano che ogni anno spariscono (anche in Italia) migliaia di bambini. E che le informazioni per farli sparire, paradossalmente, a darle ai genitori siamo noi. Che mettiamo la foto di nostro figlio, scriviamo dove viviamo, dove lui/lei va a scuola, etc. etc. e per un pedofilo diventa facilissimo avvicinarlo. E adescarlo. “Ciao Antonio, mi manda la mamma, sono un suo amico – Come sai il mio nome? – (Chiedilo a tua madre che lo scrive in Facebook mettendo la tua foto, almeno sei volte al giorno) – Lo so perché sono suo amico come ti ho appena detto”. Il resto immaginatevelo da soli. Febbraio 2016: organizzo a Bergamo un corso per le forze dell’ordine. Ancora una volta anticipiamo i tempi, non per chissà quale dote, ma perché sappiamo guardare la realtà dei fatti. Ospite un criminologo canadese. Ci spiega come i reclutatori dell’Isis aggancino in rete i giovani, giovanissimi. Per mandarli poi a combattere o farsi saltare in aria. Lo fanno tramite i social network. Leggendo prima le info che i giovani medesimi pubblicano. E da lì stendendo un profilo che gli permetta di fingersi loro amici e adescarli. Un po’ come fanno i pedofili. Solo che qua alla fine della storia, anziché un bimbo abusato abbiamo un bimbo con del tritolo legato ad una cintura. Ma il punto resta questo: ai pedofili ( e non solo) consegniamo dati sensibili. Ma anche solo immagini su cui fantasticheranno. Detto questo, fate voi. Non sono (più) qua a dirvi di NOJN pubblicarle, anzi confesso che per la prima volta in vita mia, mi arrendo. Alla superficialità di chi ancora non ha capito quanto possa essere pericolosa la Rete. Pubblicatele pure. Mettete pure l’indirizzo dove volete. E se non vi importa che un pedofilo si trastulli e fantastichi eroticamente sulla foto del vostro neonato, perdonate, ma da oggi resta affar vostro non più mio. tanto purtroppo alla fine ci rincontreremo. Perché è qua che verrete a piangere e chiedere aiuto. E state tranquilli, siamo troppo educati per dirvi, “ve l’avevamo detto”….

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