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LA BAMBINA COL PIGIAMA A RIGHE.

LA BAMBINA COL PIGIAMA A RIGHE.

Ho avuto il piacere di conoscere un paio di giorni fa la signora Hanna Kugler Weiss, classe 1928.
La signora si trovava in provincia di Bergamo per un ciclo di conferenze (con una media di 3 incontri al giorno), per raccontare la sua storia.
Affinché sia testimonianza e denuncia civile, perché le “stesse cose” non capitino più.
Aveva all’incirca 16anni quando con la sua famiglia fu arrestata dalla milizia mentre cercava di lasciare l’Italia e trovare rifugio in Svizzera.
Insieme alla mamma, alle 2 sorelle ed ai nonni materni, dopo un breve “soggiorno” italiano, venne portata, pardon, de-portata ad Auschwitz, ultimo girone dell’inferno. Massima realizzazione sulla terra di cosa il Male sia in grado di fare. Un Male con una sua logica, con un calcolo scientifico. Per tutto identico a quello che qua da anni combattiamo.
Sono andato ad incontrarla non solo per mio personale interesse sull’argomento, ma perché in vista del lavoro che facciamo col coordinamento nazionale vittime pedofilia, volevo porle la seguente domanda: “come si sopravvive?”.
Quando lei arrivò ad Auschwitz dopo un viaggio altrettanto infernale, dentro carri bestiame (impossibili chiamarli diversamente), affamata, impaurita ed umiliata (“dovevamo fare i nostri bisogni dentro un secchio…davanti a tutti…e svuotarli una volta al giorno quando aprivano le porte del treno. L’ultimo giorno corsi a respirare una boccata d’aria fredda ed invece respirai un forte odore di carne bruciata: eravamo arrivati al capolinea”) si trovò a dover percorrere una fila. Alla fine della quale c’era un uomo, in divisa.
Guardando lei e la sorella che la seguiva l’uomo alzò il dito e loro andarono a sinistra. I nonni, la sorellina più piccola e la mamma, andarono nella fila destra…..furono gasati probabilmente già poche ore dopo……”Lui era lì, con la sua divisa pulita, sembrava invincibile e sicuramente si credeva Dio…”.
Nel campo si ammalò e fu pure visitata da un medico, il cui nome risponde a quello di Mengele….
”Aveva uno sguardo che ti passava da parte a parte…per un attimo pensai riavrebbe ucciso, dato che tutti cercavamo di stare alla larga dall’ospedale perché da lì non si tornava…invece avevo solo una brutta scottatura, misurarono e rimandarono indietro…me lo ricordo ancora ridere delle mie  lentiggini….”.
Liberata, insieme agli altri prigionieri il 27 gennaio del 1954 tornò in Italia, si diplomò infermiera e poi da lì andò a vivere in Israele. Dove si è sposata, è diventata mamma (di tre figli) e nonna. E dove oggi dirige il museo della Shoà di Nazareth Illit.
Tre/quattro volte all’anno torna ad Auschwitz, accompagnando gruppi di giovani.
Ascoltavo questa donna e pensavo a come appunto fosse riuscita a sopravvivere. Ad affrontare un così grave lutto, oltre che alla privazione di qualsiasi diritto  umano, della propria identità, della propria dignità….
Credo di aver trovato la risposta nelle sue parole. Che riporto qua. Per le tante “Hanna” che ogni giorno ho l’onore di incontrare. Nelle sue parole c’è la risposta, a tanti temi a voi tristemente cari, uno su tutti “il senso di colpa”, quel dannato senso di colpa aggiungo io:
“vestita di stracci….con la testa rasata…sporca…magra…costretta a fare i miei bisogni davanti a tutti…..mi vergognavo come una ladra….poi però mi dissi, ma non è una vergogna mia, si vergognino loro che mi hanno fatto fare questo!”
“Impiegai 4 giorni a capire che avevo perso definitivamente tutta la mia figlia, tranne che mia sorella, 4 giorni per provare ad accettare un destino che mi era stato imposto con la violenza…lì scoprii che abbiamo tutti una forza interiore enorme, che non conosciamo. Spero nessuno debba scoprirla nel modo in cui l’ho fatto io, ma se ciò avvenisse, garantisco che questa ci rende davvero molto forti”.
”Quando liberarono il campo non capii subito che non ero più schiava, pensavo che quella sarebbe stata la mia condizione a vita, invece non è così, nessuno è schiavo di un aguzzino per tutta la sua vita, se non lo vuole…”.
E poi questo passaggio, che mi permetto di evidenziarvi più di tutti gli altri:
”fino al 1968 non parlai mai con nessuno del mio vissuto. In Israele poi non se ne parlava, si voleva voltare pagina e pensare solo al futuro. Poi nel ’68 appunto una giovane insegnante mi chiese di andare a parlare ai suoi studenti in occasione del giorno della memoria. Lo feci, raccontai tutto. La vita al campo. Quello che ci obbligavano a fare, a subire.
Alla fine quando dopo un rispettoso silenzio seguì un lungo applauso liberatorio, mi resi conto che ad ascoltarmi c’era mia figlia. Che di me non sapeva nulla. Come potevo raccontare a lei ed agli altri due figli, che per mesi dovetti portare le stesse mutande? Mangiare scorze di patate tolte dai rifiuti? Che non mi lavavo? Che di nascosto bevevo acqua maleodorante dai rubinetti? Che indossava una scarpa di una misura e un’altra completamente diversa, sotto ad una divisa di due taglie più grandi che cresceva sempre di più?
Pensavo, se i miei figli sapessero che madre ero, non mi avrebbero mai più voluto. Chi accetterebbe una madre… …sporca?
Poi elaborai. Che quello che mi era accaduto non era colpa mia.
Insieme ai miei figli allora, decisi di fare un viaggio ad Auschwitz”.
Chiaro vero? Questo passaggio lo dedico in particolare ad una mamma fantastica, che viene al nostro gruppo da due anni, e che quest’anno ha trovato la forza per raccontare il suo passato di abusi, alle figlie oramai grandi. E che in cambio non ha ricevuto giudizi o chissà cos’altro. Ma solo un grande forte abbraccio….perchè, appunto, non era colpa sua!
Continuo, per concludere, con le parole di Hanna, stavolta su chi ha fatto lei del male:
”è stato fatto da persone umane, civili, normali e quindi può succedere di nuovo, magari in un’altra forma, ma di nuovo. Certo oggi come ieri mi chiedo dove fossero i giusti? I buoni.”
“Come sto oggi? Sto bene grazie. Mi sono educata da sola e dentro di me ho trovato la migliore educazione. Sono diventata buona proprio perché ho conosciuto il male nella sua massima esposizione. Io per questo non maltratto, ma faccio del bene.
Perché io sono diversa”.

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