Articoli marcati con tag ‘testimonianza abuso’

Da Facebook.

“La nostra famiglia è stata distrutta…lui, insieme a chi lo difende, vive libero, sereno. Lo incontri e ti sorride guardandoti in faccia”.

Vorrei tanto mostrarvi le lacrime che hanno appena bagnato la mia scrivania. Quel dolore che non passa, perché è ancora fresco. Quell’irritazione nell’incontrare ogni giorno chi ha tolto serenità a tua figlia e cammina per strada a testa alta.
C’è tanta strada da fare miei nuovi amici, e ce la faremo. Relegando all’oblio chi sorride fiero del proprio male. Un male che non vincerà. Che vi ha già rubato tanto. E che come diciamo spesso da ‘ste parti, non può, né deve, essere per sempre.

La storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

wonder-woman-and-superman-art-portrait-social-campaign-domestic-woman-womens-violence-abuse-satire-cartoon-illustration-critic-humor-chic-by-alexsandrLa storia di Mary. E del “magnifico principe” diventato……

 

Non l’ho mai raccontato, nemmeno a me stessa. Nessuno sa tutta la mia storia. Nessuno sa cosa si nasconde dietro di me. Nessuno mi conosce per davvero.

La mia è una storia “scomoda”, di quelle che pur sapendole, non ne si vuole parlare.

Non saprei nemmeno io da dove cominciare!

Ecco…

Sono sempre stata un po’ “speciale”.

Seconda di 4 figli, mia madre mi dice sempre che già da bambina ero “diversa”. Sapete come si dice: “la figlia muta la capisce solo la mamma”. Ma non era il mio caso. Io con mia madre mi sono sempre rifiutata di comunicare già appena nata.

Io avevo un magnifico principe, il MIO principe: mio padre.

Mamma dice che piangevo tutto il giorno fino a quando lui non tornava dal lavoro e mi prendeva in braccio. Non dormivo se non era lui a farmi addormentare.

Avevo 18 mesi quando rimanevo sveglia fino alle 2 di notte in piedi appoggiandomi alla culla, fino a quando lui non chiudeva la porta di casa quando usciva con amici.

Avevo 2 anni quando gli chiesi di rimanere con me una sera, e lui uscì lo stesso con un suo amico, e dopo un’ora mi ricoverarono per un’”improvvisa” febbre a 40 che mi è passata appena lui è arrivato in ospedale.

Bhè, un po’ il rapporto che hanno tutte le bimbe con il proprio papà. Per me era solo tutto molto amplificato.

Al resto del mondo, apparivo una bambina molto timida. Mia madre racconta sempre che fino ai 3 anni, nessun parente (se non i miei genitori e i miei fratelli) conosceva la mia voce. Allo stesso tempo ero una bambina sveglia e intraprendente. A 4 anni imparai sola a scrivere.

Tutto ok fin qui, no?

Lo ricordo come se fosse ieri. E’ una di quelle scene che la notte mi viene a trovare. Una di quelle scene che se chiudo gli occhi, mi sembra di essere ancora lì. Era inverno. Una mattina iniziai a fare i capricci perché non volevo andare a scuola. Mia madre allora mi disse che potevo rimanere a casa a patto di finire tutti i compiti che avevo, mentre lei andava a fare la spesa.

E così fu.

Chiuse la porta e mio padre mi chiamò. Lui era ancora a letto in camera sua.

Mi abbracciò come faceva sempre. Ma quella volta non fu come sempre.

Ricordo tutto. Un ricordo troppo lucido che fa paura.

Forse tanta paura io non l’ho mai avuta.

Non scendo nei dettagli, ma da qui ha inizio la mia storia. Da qui hanno inizio più di 8 anni di abusi in casa, dalla persona che avrebbe dovuto tutelarmi. Dall’unica persona che amavo.

Dalla prima elementare al primo superiore.

Io non capivo se era tutto normale. Avevo una sola certezza: non sapevo cosa fossero quelle attenzioni, sapevo solo che mi facevano paura. Anzi mi terrorizzavano.

Avrei potuto parlare. Ma l’unica persona con cui parlavo era lui. E poi lui mi voleva bene e diceva che quello che faceva era perché lui mi amava.

Iniziai a capire crescendo, quando sentivo brutte notizie al telegiornale.

Io ricordo perfettamente ogni volta che sentivo una storia in tv che mi faceva capire che la mia storia non era poi così normale.

La storia che più mi sconcertò in assoluto fu quella del piccolo Tommy (infatti sono rimasta parecchio sorpresa di trovare una sua foto enorme nella sede di Prometeo a a Bergamo).

2 marzo 2006, il piccolo Tommy viene rapito a soli due anni e trovato un mese dopo, ucciso. Viene arrestato Mario Alessi.

Una storia che ha commosso l’Italia intera, compresa mia madre, che guardava con sdegno quell’uomo che aveva brutalmente ucciso Tommaso Onofri.

Ricordo che le indagini si spostarono anche sul padre perché aveva del materiale pedopornografico ben nascosto in casa. Chiesi a mia madre cosa significasse quella parola così complessa e appena capii di cosa stessimo parlando, pensai “Bhe e cosa c’è di male?”. Non lo dissi perché guardavo lo sguardo serio di mia madre, come se stesse raccontando di qualcosa di orribile. Una di quelle cose che veramente non dovrebbero esistere al mondo. E lì capii moltissimo di quello che mi stava succedendo. Questo è un altro ricordo fortissimo che ho nella mia testa. Lo rivivo mentre lo scrivo.

In tutto ciò iniziai ad odiare mia madre dal primo giorno.

Non credo di aver mai voluto così male a qualcuno.

Io avevo paura e lei non mi portava via da quell’incubo ad occhi aperti.

Io avevo paura e lei non vedeva. Lei non capiva che in me c’era qualcosa che non andava, eppure ero sempre sotto i suoi occhi.

Io l’ho odiata.

Io l’ho odiata per tutte le volte che mancava a casa e io ero sola con lui.

Io l’ho odiata quando guardava i miei disegni “deformati” in cui nessuno vedeva nulla tranne me, e diceva molto contenta “sono molto interessanti”.

Io l’ho odiata quando metteva le sue regole durante l’adolescenza, quando mi diceva che non potevo mica uscire tutti i giorni di casa e dovevo rimanere per forza nella tana del lupo.

Io l’ho odiata quando ad 8 anni scrissi grande grande sul muro con il gesso “MORIRO’ ”. E lei si limitò a sgridarmi, perché diceva che “quelle cose non si pensano”.

Io l’ho odiata per ogni volta che non si è chiesta perché avevo atteggiamenti non normali.

Io l’ho odiata quando guardava le mie mani graffiate senza prestarci attenzione e continuavo a graffiarmi e colpevolizzarmi per la mia situazione.

Appena cominciato il mio incubo, io iniziai ad avere “problemi nel relazionarmi”. Così li chiamavano. Non parlavo con nessuno. Mutismo globale.

In seconda elementare avevo bisogno di un apparecchio ortodontico, ma le maestre chiamarono i miei genitori chiedendo di posticipare, perché ero troppo “timida” e l’apparecchio non mi avrebbe aiutata. Ma ragazzi, qui non si tratta di essere timidi. ESSERE MUTI NON E’ SINONIMO DI TIMIDEZZA. ESSERE ISOLATI NON E’ SINONIMO DI RISERVATEZZA. NON SAPER COMUNICARE NON E’ SINTOMO DI INCAPACITÀ RELAZIONALI E BASTA!!!

Non sono mai nemmeno riuscita a scrivere un tema.

A scuola dalla 5 elementare in poi, ho sempre avuto un curriculum impeccabile, ad eccezioni delle insufficienze nei temi di italiano. Non erano poi così banali i miei “problemi di comunicazione”.

E lo sapeva bene il mio professore, quando in quarta liceo consegnai un tema in bianco e lui decise di diventare il mio psicologo. Lo sapeva bene quando continuava a chiamare mia madre a scuola per dirle che miei comportamenti non erano così normali.

Avevo anche disturbi del sonno. Cioè, non ricordo esattamente un periodo in cui io non facessi incubi una notte sì e una no. Incubi così brutti che mia madre mi chiese di non parlargliene più. Incubi che non mi facevano e non mi fanno tutt’ora dormire.

Ho iniziato ad avere troppi problemi che mi porto dietro ancora ora e che ormai mi formano.

Ho 22 anni e dormo con il mio orsacchiotto di peluche. Lui ha un’importanza che nessuno può capire. L’orsacchiotto di peluche è sempre stato il mio unico vero amico, perché lui era il mio unico testimone. Lui era con me nella maggior parte nei momenti. Lui vedeva quello che vedevo io. Fin quando mia madre ha ben deciso di buttarlo “perché era tutto rovinato” e quello fu uno dei momenti in cui la odiai di più. Mi aveva tolto l’unico amico che avevo.

Ho 22 anni e dormo senza cuscino, perché a 6 anni ero convinta che dormire con la testa sotto il cuscino mi rendeva invisibile.

Ho 22 anni e ho paura del buio!

Ho 22 anni e non ho una vera amica donna perché odio tutto ciò che ricorda mia madre. Certo, sicuramente ho compagne del mio stesso sesso, ma il mio cervello in automatico pone dei paletti, e un vero rapporto di amicizia profonda con una donna io non l’ho mai creato e inizio a credere che questa cosa non avverrà mai.

Ho 22 anni e non mi piacciono troppo gli abbracci o le attenzioni di gente che non conosco.

Ho sempre nascosto tutto. Il terrore era troppo.

Ricordo la sensazione di paura che provavo. Quando sentivo i suoi passi, iniziavo a gelare da dietro il collo. Il freddo scendeva fino alla punta dei piedi e poi mi paralizzavo. E non sto esagerando. Mi paralizzavo e mi sembrava di vivere tutto da fuori. Il mio corpo non lo sentivo. Non sentivo le sue mani, non sentivo nulla di lui.

Ma se la violenza fisica non la sentivo, quella psicologica era inevitabile. Le orecchie non si tappano. Gli insulti, alcune frasi, “mi tagliavano in due”. Sentivo il petto disfarmi in mille pezzi, sentivo un dolore atroce alla gola, trattenevo il pianto rimanevo inerme, ferma, non riuscivo a reagire.

Potrei parlare molto a lungo dei problemi che mi rendevano una persona “disagiata”, ma ce ne vorrebbe veramente molto di tempo.

Comunque la storia “termina” quando frequento il primo superiore e arriva per la prima volta il ciclo, quando avevo ormai veramente compreso la mia storia.

Allora non volendo distruggere la situazione familiare, in cui mia madre aveva parecchio bisogno di mio padre, perché poi le dinamiche familiari “complesse” ci sono sempre, decido di prendere tutto e sigillarlo con cura in una stanza del mio cervello, e disintegrare le chiavi, certa che nessuno ci sarebbe mai più entrato, neanche io.

Dal primo superiore allora conduco la mia vita pseudo-serena, cercando di togliermi il terrore di dosso, ma gli incubi non sono mai finiti nella mia testa. Nel cervello avevo troppe cicatrici, ma l’indifferenza era la strada più facile. E fu proprio la strada che intrapresi.

Compiuti 18 anni, cerco l’università tra i posti più lontani da casa. Non è un caso se le uniche opzioni che avevo erano Roma, Bologna e Padova. Scelsi Padova, mettendo una grossa distanza tra me e la mia amata Sicilia. Non sarei tornata molto a casa.

Quindi parto e comincio una nuova vita e riscopro una Mary che non conoscevo. Qualcuno mi dice che sembro più sicura e parecchio meno timida rispetto al primo anno e di questo ne sono parecchio felice.

Stava procedendo tutto molto bene.

Ma la vita è infida e a lei non piace tenere le cose sospese. Tutto torna.

Una sera dell’estate scorsa stavo studiando con i miei amici. Ad un certo punto arriva una chiamata. Mia sorella di 15 anni, Assunta. Niente di insolito. Mi chiama spesso la sera.

“Pronto”, dissi.

Dall’altra parte solo singhiozzi interminabili.

Non era quel pianto da adolescente che litiga con il fidanzatino. Quel pianto io lo conoscevo troppo bene. Mi è bastato un secondo. UNO. Io avevo già capito tutto.

Per me non era così difficile.

Iniziai a fare domande, non avrei chiuso quel telefono fin quando lei non mi diceva la verità. Dovevo tirarglielo fuori. Non potevo lasciarla sola.

Lei continuava a piangere e continuava a ripetere “Mary tu devi solo ripetermi che questa cosa non devo dirla a nessuno. Questa cosa mi ha rovinato la vita. Io mi ammazzo.”

Sono parole che non scordi. Sono attimi di panico. Sento ancora la sua voce assordante nelle orecchie.

Sono stati i 45 minuti della mia vita in cui sono stata la persona più insistente del mondo.

A lei bastò dire “Papà…” e io la fermai.

NON POTEVO PERMETTERMI DI LASCIARLA SOLA.

NON POTEVO NON TENDERLE LA MANO E TIRARLA SU.

Chiusi la chiamata e mi crollò il mondo addosso. Io sono morta dentro in quell’istante.

Ho sentito così tanto male entrarmi da per tutto che non sapevo proprio cosa fare.

Mi ritengo responsabile di un delitto compiuto su di lei. Io l’ho uccisa. Io sono responsabile di tutto quello che le è successo. E non ho scusanti. Sono convinta che lei mi odi (anche se lei dice di no). Io non riesco a vederla negli occhi… Io non so descrivere il male che provo stando davanti a lei.

Comunque Le consigliai di dirlo subito a mamma cercando di darle tutto quel coraggio che forse io non ho mai avuto.

Lei lo fece, senza esitare e ringraziandomi perché “senza di me non l’avrebbe mai fatto”.

Era la sera del 29 luglio quando mia madre prepara la valigia a xxxxx e lui va via di casa.

Volevo sprofondare. Pregavo di non esistere.

Ricordate la stanza che avevo chiuso e buttato nel dimenticatoio?

E’ come se qualcuno l’avesse trovata, avesse sfondato la porta entrandoci di prepotenza, toccando tutto ciò che era mio. Questo qualcuno stava giocando con quello che fino a quel momento era solo MIO. Il mio dolore. Quel male che nessuno può comprendere se non lo vive, che nemmeno io so quantificare.

Mi stava togliendo tutte le forze, a tratti non respiravo e mi faceva male il petto e la gola proprio come quando ero piccola. La stanza è stata aperta e la porta è ancora spalancata e tutti i ricordi stanno tornando, sempre più forti, senza sosta la notte mi tornano in mente, e io rivivo tutto come se fossi li.

Speravo vivamente in mia madre che inizialmente ha dimostrato una forza non indifferente. Solo che adesso lei continua a vederlo, cena con lui e non con mia sorella. Lei parla ancora con lui, chiamandolo “mio marito” (con quale coraggio non riuscirò mai a capirlo). E io dal canto mio, pur consapevole di sbagliare, non riesco a dirle di me. Io continuo a non fidarmi di lei. Io proprio non riesco a vedere in lei un’amica. Lei sta rendendo la situazione ancora più complessa, così complessa che non so nemmeno spiegarla. Ancora una volta per me lei è la seconda abusante in questa storia.

Ma fare la vittima non è mai stato il mio forte.

Riconosco i miei limiti e so che adesso sola non arrivo da nessuna parte.

Ho tutto il mondo contro e non c’è un aspetto della mia vita che stia andando come vorrei. Intorno a me ho il nulla. Vedo tutto morto, tutto arido.

Mi alzo la mattina, con la pesantezza di vivere. La paura sta tornando. La voglia di vederlo morto mi assilla.

Anche se questa vita io non la voglio, io il fondo non voglio più toccarlo. Non voglio tornare a ritenermi una persona stupida e inutile. Non voglio che ritorni la voglia di non voler esistere. Non voglio e non posso permettermelo.

Allora ho deciso di fare un piccolo passo. Mi sono informata con tanta rabbia ed eccomi arrivare a Prometeo.

“Un piccolo passo per Mary, un passo enorme per la situazione.”

Da qui riparto io.

Maria Rosaria, ma per tutti, da oggi, Mary.

Il ragno nella pancia della bambina

pedofilia

 

Fu uno dei miei  primi casi. Lei, una bimba di 6 anni. Lui, un prete con uno zero in più dopo quel 6. Era una bimba solare e vivace, curiosa e sempre allegra, con le treccine bionde, motivo per il quale la nonna la chiamava “la mia Pippi”, come Pippi calze lunghe. La bimba adorava i micini. A casa non poteva averli, ma la nonna, ne aveva ben due. Lei adorava la sua nonna, anche per questo. Frequentava l’oratorio, ci andava a piedi poiché abitava proprio davanti a quel luogo e i suoi genitori si fidavano. In una giornata di fine giugno come quella di oggi, di circa 20 anni fa, il prete decise che quel sorriso glielo avrebbe spento per sempre. Ed iniziò ad abusarla. Prima dei palpeggiamenti. Poi rapporti orali. Ogni volta che raggiungeva il suo orgasmo le diceva che un ragno era stato messo dentro di lei e che se lei avesse svelato il segreto che c’era tra di loro quel ragno, insieme ai “suoi fratellini”, l’avrebbe mangiata dal di dentro. La pancia comincio a gonfiarsi. La bimba aveva paura che anche solo espletando le sue funzioni corporee un ragno sarebbe uscito (per la cronaca lei aveva il terrore dei ragni). Mesi di visite ma nessuno capì. Poi un giorno la nonna la sentì piangere mentre confidava ai suoi micini una storia atroce: quella che stava vivendo sulla propria pelle. Il resto è storia nota: la denuncia, il paese spaccato in due. Le difese del pedofilo. Che purtroppo morì di infarto prima della fine del processo. Accadde in Kenya….stava lì in vacanza…. Ci vollero mesi di terapia, lunghi ricoveri per far caprie alla piccola che i ragni dentro di lei non esistevano. Nel frattempo la famiglia aveva dovuto lasciare il paese, poiché “avevano letteralmente tutti contro”. Il giorno che la mia vita si incrociò con quella della bambina lei era già una foto stampata su un’immaginetta ricordo. “Una complicazione”, come dissero i medici, l’aveva portata via. Aveva solo 10 anni. Anche la nonna se n’era andata, il giorno dopo la scomparsa della nipote. E, incredibile a dirsi, pure uno dei due micini. Chissà forse non volevano lasciarla sola lassù in cielo. La madre venne da me, mi raccontò la sua storia e mi fece giurare che avrei sempre difeso i bambini abusati. Poi sparì. Ogni tanto una cartolina a Natale. Un saluto. Oggi non so dove sia. Come stia. Ma so per certo che ogni qual volta leggo , 20 anni dopo, di bambini abusati finiti sotto accusa, di inquirenti o realtà come al mia accusate di chissà quale complotto, e di difese ad oltranza di esseri per i quali l’unica risposta certa, è chiuderli in gabbia per sempre, penso ad una bambina con le trecce bionde che amava i gattini.

p.s. Il mio formatore Ray Wyre mi raccontò una storia simile…accaduta a lui de da lui seguita con Scotland Yard…chissà forse i pedofili si scambiano pure le idee su come spaventare i bambini, non solo i supporter.

Sopravvivere all’abuso. la vostra voce.

La vostra voce. Senso del nostro impegno.
Riceviamo e pubblichiamo:
testimonianza di abusoraduno nazionale vittime pedofilia 2012

“Scrivo alle 2 di notte per poter raccontare la mia storia , perché nessuno a parte me sa cosa ho passato. ho dovuto prendere il coraggio a quattro mani per poter scrivere , ora lo faccio perché questo segreto mi sta letteralmente divorando e perché chi leggera questa mia , non mi vedrà mai in faccia mentre la racconto . Sto piangendo come quasi ogni notte da quando sono piccola , piccolissima. Ho ricordi della materna quando mi cugino , forse 18enne , mi molestava.  Al tempo abitavo in una villa  a Napoli che apparteneva a mio zio . Lo stesso zio che era il padre del cugino molestatore . Non ricordo la prima volta , ma i primi ricordi che ho , sono di mio cugino che mi molesta . Ora leggo di un maestro di scuole elementari , accusato di violenza sessuale nei confronti di 9 suoi alunni tra gli 8 e i 13  anni, condannato a 10 anni….come a dire che per ogni bambino abusato , viene inflitto poco più che 1 anno . Quello che mi ha fatto mio cugino non è tra i più gravi , né tra i più violenti , ma mi ha ugualmente segnata per il resto della mia vita e ancora oggi , che ho 30 anni ,  non riesco a dimenticare né a perdonare . Semplicemente , credo che la gravità della situazione da parte di chi la subisce , purtroppo , non sia ancora ben chiara oppure sottovalutata . Perché chi subisce una molestia o una violenza non vive , ma ‘SOPRAVVIVE’ .”

Caro Nonno che abusavi di me…riposa in pace…

Riceviamo e pubblichiamo:
stop pedofilia

Caro nonno
Sono tua nipote…   Maria  ricordi?
Mah… Forse no o forse sì.
È passato tanto tempo.
Avevo 17 anni quando sei morto e ora ne ho quasi 55 .
Fa te… quanto tempo.
Quanto tempo.
Eppure, neppure in così tanto tempo sono riuscita a dimenticare.
Strano.
Neppure.
In così.
Tanto.
Tempo.
È andata sempre in peggio nonno.
Mi violentavi che avevo 2/3 anni.
Piccina ero. Non capivo.
Non ti racconto quello che mi facevi perché suppongo tu lo ricorda.
E già. Dai su… non si dimenticano certe cose.
Cose orribili, inimmaginabili.
Cosa ti posso dire: che sei stato un vecchio porco schifoso bastardo maledetto farabutto assassino?
Che mi hai rubato la vita?
Cosa ti posso dire. .. che anche a te era stato fatto questo e che quindi
Dovevi ripeterti?
Non sapevi che mi stavi portando via la vita?
Che non faceva differenza che tu sparassi, oppure no?
Sappilo ora: Il risultato era lo stesso. Viva Morta.
Vivere per me è come tirare un carro senza ruote.
E la so io tutta la fatica.
Tutta la fatica per tirare avanti, per di più senza capire.
Già, la mia mente per proteggermi ha rimosso.
Solo ora mi vomita addosso immagini indicibili.
Nemmeno questa possibilità.  Nemmeno la possibilità di raccontare.
Vomito Immagini e male.
Male di quello forte.
Profondo.
Più profondo del profondo dell’anima. Un male eterno, senza tempo.
Ci affogo certi giorni in questo male.
La mia vita, come quella di tutti, avrebbe avuto già le sue salite… non ne avevo bisogno, nonno.
Vorrei trovarti una giustificazione valida… te ne ho trovate tante sappilo.
Malato forse. Ritardato. Eppure, non ricordo tu lo fossi.
Ignorante sicuramente Sì.
L’ ho nascosto bene questo male.  Non si vedeva.
Sempre sorridente.
Va tutto bene.
Lo conoscevo solo io.
Ma chi era più attento se ne accorgeva.
Si accorgeva che qualcosa non andava.
Bastava un abbraccio che le mie braccia di botto cadevano lungo i fianchi. Il fastidio era indescrivibile.
Il non riuscire a sentire e ad amare per bene miei figli come avrei sicuramente fatto.
A dar loro il giusto affetto.
Paura anche solo di abbracciarli.
E qua mi fermo, perché se dovessi fare l’elenco di dove s’insinuano i tentacoli di questa piovra, sarebbe interminabile.

Chi mi ridà tutto questo.
Nessuno.
Peccato! Posso dire.
Potevo volare invece posso solo saltellare come una gallina.

E così ora mi ritrovo qua a cercare disperatamente di non cedere.
Che poi spesso mi domando che significa. Ho già ceduto.
Non mi sento male quando dico  questo.  È la realtà e va accettata.
Potrei raccontarti le cose belle che ho avuto e che mi hanno impedito di morire del tutto.
Pensa… ironia della sorte il regalo più grande e bello me lo hai fatto proprio tu. Tuo figlio.
Mio padre. Un papà di quelli con la P   maiuscola. Capace di voler bene e di un bene di prima qualità. Mani scure rovinate, callose, che mi stringevano le spalle forte sorridendo. Sì sorridevano pure le mani.
Forza, sento quando ci penso.
Molta forza.
Mi hai dato il veleno, ma anche l’ antidoto.

Ora, nonno, riposa in pace.
Riposa del sonno eterno.
Incurante di me, come sei sempre stato.
Non farai più male a nessuno e questo già mi rassicura.
Io continuerò a cercare pace come fosse acqua.
Pace dentro l’anima.
Me la auguro più di ogni
altra cosa e credo di meritarla
Almeno un po’……

C’è la vita, dopo il tunnel dell’abuso sessuale.

Siamo già al lavoro per la prossima riunione del nostro coordinamento nazionale. L’unica vera risposta. La parte più bella, e impegnativa, del nostro lavoro. Quella che conta di più, visti i risultati. Lontani dai riflettori e per questo ancora più veri.
Questa la storia di una famiglia come tante. La vostra. Che ce l’ha fatta. Perché cambiare si può e nessun dolore è per sempre.

“Quando vedo alla tv le immagini di Sarah Scazzi non posso che tornare con la mente al giorno in cui le nostre vite sono cambiate per sempre. Non c’è nessuna connessione tra le nostre storie, ovviamente, eppure qualcosa mi lega al suo dolce viso.
Stavo facendo colazione quel mattino, con calma, la colazione è sempre stata il mio pasto preferito.
Anna era già a scuola, il fratellino di un anno dormiva beato nel lettino. Da un po’ qualcosa ci tormentava. Nostra figlia da un mesetto era inquieta, arrabbiata, non dormiva più, era diventata sonnambula, picchiava il fratellino e la mamma, era davvero incazzata con il mondo intero. Io e suo padre ci continuavamo a interrogare sul suo malessere, perché? Cosa non andava nella sua vita? Cosa ci sfuggiva? Cosa non riuscivamo a capire?

Al telegiornale quella notizia, il ritrovamento del corpo di Sarah, le lacrime che iniziano a scendere e dentro di me una voce che mi dice “vai a leggere quel diario”. Anna da un po’ di giorni scriveva un diario, lo chiudeva a chiave, ma non lo nascondeva, anzi lo lasciava in bella mostra in vari punti della casa, minacciandomi però con il ditino puntato “guai a te se lo leggi mamma”. Poi ho capito che era un “ti prego leggilo mamma”. La corsa in camera sua, la chiave trovata con molta facilità, il diario che si apre su quelle due pagine. Le uniche due di tutto il diario, oltre ad una pagina di cuoricini. Quello che ho letto è marchiato a fuoco nella mia memoria, non ci sarà passare del tempo che cancellerà quelle parole,non vanno via dalla mente, sono lì, come una filastrocca dell’orrore imparata a memoria.

Quello è stato l’inizio dell’incubo. Un tunnel senza uscita (apparente) nel quale siamo stati catapultati da un giorno all’altro, nel bel mezzo di una vita serena, semplice, come quella di moltissime famiglie, che iscrivono la loro bambina all’oratorio, d’estate, perché l’oratorio sembra il posto più tranquillo e protetto del mondo. Starà con le sue amichette, faranno tanti giochi, conoscerà nuove persone…chi mai potrebbe farle del male proprio lì, nella casa di Dio? Nella nostra testa non esisteva nemmeno questo pensiero.

Quel nome su quel diario, e la mente che ritorna subito ai racconti di Anna. Il primo giorno di attività in parrocchia “Sai mamma, ho conosciuto Roberto, ha detto che quando sarò grande mi sposa”.

Con la mente via a ripercorrere un’intera settimana, e di colpo intuire tutto. In un lampo. Avrei potuto capire prima? Oggi posso rispondere “NO, non avrei potuto”. Ma quel giorno ebbe inizio ufficialmente l’olimpiade dei sensi di colpa. Uno dei mali peggiori per una mamma. Un male che mi divorava dentro e non mi lasciava respirare. Un male che per mesi ha lavorato e lavorato in silenzio, fino a non farmi nemmeno accorgere della sofferenza di mio marito, che era uguale alla mia, ma io non lo capivo, anzi non lo vedevo proprio.

Quel pomeriggio mi ricavai del tempo da sola con la mia bimba, parlammo della scuola, delle amicizie, e poi, senza sapere come, riuscii a farla parlare. Si aprì con me. Fu solo l’inizio certo, i racconti proseguirono, dolorosi, a lungo. Ma iniziarono  allora.

Quello che è successo da quel giorno è stato delirante. Nessuno ci ha dato una mano. Medici, psicologhe, neuropsichiatre infantili, avvocati, forze dell’ordine, assessori e sindaci, nessuna mano tesa. Anzi, siamo finiti io e mio marito PER MESI tartassati da incontri continui con psichiatre, che invece di vedere la bambina, continuavano a periziare noi. A distanza di quasi tre mesi dall’abuso di mia figlia finalmente qualcuno si degnò di parlare con lei, ma lo fece semplicemente per sapere  se “hai tanti amici maschi” o se “sai fare l’occhiolino?”. E mentre noi chiedevamo aiuto, perché nostra figlia di notte sbatteva la testa contro il muro, diceva di voler morire e si lavava in continuazione le parti intime con l’acqua bollente, qualcuno ci disse che quella era “masturbazione”. “non lo sa signora che i bambini iniziano presto a masturbarsi? Già a tre anni ai bambini viene il pisellino duro, e quando fanno cavallino sulle gambe della mamma, non è un gioco, lo fanno per provare piacere sessuale”.
Ho il vomito a ripensare a queste frasi, ma anche queste, sono impresse lì nella mente e non se ne vanno. Quanto può sopportare il cuore di un genitore?
La solitudine. Questo ricordo di quel periodo. Terribile. Due genitori soli con i loro bambini, il loro dolore, incapaci l’uno di dire all’altra quanto soffriva e viceversa. Ci trascinavamo e i giorni passavano, gli eventi ci travolgevano, più grandi di noi, nostra figlia stava male, non sapevamo come uscirne, come aiutarla, la vita ci passava davanti come un treno che non si ferma perché tu sei in ritardo.

Poi qualcuno ci fece il nome di Massimiliano Frassi. L’ultima speranza in quel tunnel senza uscita, eravamo già all’inferno, poteva andare peggio? Tanto valeva provare.
Una mail, una risposta immediata, una telefonata, cazzo sembrava proprio una voce amica “signor Frassi…” “dammi pure del tu”…. Pochi giorni dopo in macchina, verso Bergamo, nevicava quel giorno. Un uomo con una felpa nera con la scritta Prometeo….allora era quello Massimiliano Frassi? “ve la sentite di raccontarmi la vostra storia, come se non l’aveste mai raccontata?” Certo, non si sa mai che questa è la volta in cui di fronte abbiamo qualcuno che non ci dice che i bimbi sono tutti “seduttivi”.
Non ce lo disse. No. Ci disse “tranquilli, ci siamo noi adesso”.

Sono passati due anni da quell’incontro. Prometeo ora fa parte della nostra vita quotidiana. Crediamo in Prometeo e vogliamo credere che le cose prima o poi cambieranno. Per tutti i bimbi del mondo. Perché hanno il diritto di essere creduti e difesi.
A distanza di due anni e mezzo dall’abuso nostra figlia sta subendo una perizia psichiatrica da parte del tribunale dei minori. Non ci sono moltissime speranze che si apra un processo. Poco importa. Non sarà quella la nostra giustizia. La giustizia è oggi il sorriso di nostra figlia. La sua serenità. Il coraggio con cui affronta tutto questo. La confidenza con cui si apre a noi. La fiducia nei nostri confronti. L’amore. E’ proprio vero, l’amore vince su tutto. Questa è l’unica nostra vittoria. Ma è la più grande. Noi quattro insieme possiamo affrontare tutto.
Un dolore simile ti fa mettere in discussione tutta la tua vita. Io e mio marito da quel giorno entrammo in crisi. Il dolore ti annebbia la vista e il cuore. Non riesci a gestirlo ed è tutto talmente più grande di te che non sai da che parte devi andare. Abbiamo rielaborato anche dolori nostri personali, della nostra infanzia, rimettendo così a posto tanti tasselli nei puzzle delle nostre vite. Dopo 13 anni mio marito un giorno mi ha raccontato di essere stato abusato da piccolo. Si è fidato di me. E poi l’ha raccontato a sua figlia. Vedere il loro abbraccio, le loro lacrime…eh sì, ci sono anche immagini belle tatuate per sempre nel mio cuore!

Oggi io e mio marito ci amiamo. Molto più di 13 anni fa. Ogni sera ci prendiamo per mano e ci diamo la buonanotte. Non abbiamo sensi di colpa. Non più. Abbiamo fatto l’unica cosa che potevamo fare: credere a nostra figlia. Difenderla. Proteggerla.
Lei ha insegnato a noi a non avere paura. Mai.
Prometeo ci ha insegnato che “nessun dolore è per sempre”. Che si può, anzi si DEVE tornare alla vita.
Mia figlia l’altro giorno era incazzata per la perizia psichiatrica. “non è giusto che io deve vedere tutte queste psicologhe, e lui? Lui le vede invece?” “Mamma, è come rientrare di nuovo in quel tunnel”. E’ vero, ma poi da quel tunnel si esce. E Anna lo sa.
La strada che ogni mese ci porta a Bergamo alle riunioni del Coordinamento Vittime Pedofilia è piena di gallerie. Io ho paura delle gallerie. Tutte le volte trattengo il fiato. Ce n’è una lunghissima, sembra non finire mai. Poi di colpo vedo la luce in fondo. Tutti gridano “dai mamma è quasi finita, tranquilla!”. E poi improvviso ecco il sole!
Così è anche la vita. Ci saranno ancora gallerie. Ma alla fine di ognuna c’è il sole. E se le percorri con a fianco le persone che ami fanno meno paura. Se poi pensi che la strada ti porterà “verso casa” il respiro lo trattieni più volentieri.
C’è la vita dopo il tunnel, e ne vale sempre la pena.

Il mio ricordo di Carlotta. Fuggita dagli abusi, suicidandosi.

Il mio ricordo di Carlotta. Fuggita dagli abusi, suicidandosi.
Dopo che nessuno, mai, l’aiutò veramente…

La tua foto, da oggi, sta nella bacheca appena sopra la mia scrivania.
Come vedi sei in ottima compagnia.
Basta che giri di poco i tuoi occhi verdi e il piccolo Tommy ti regala uno dei suoi sorrisi speciali. Che scaldano il cuore. Che donano amore.
Mentre altri Angioletti come lui, sembrano dirmi: “hey Max, guarda che stavolta l’abbiamo conosciuta prima noi di te”.
Accadeva circa un anno fa, in questi giorni.
Una finestra aperta. Il volo. Silenzio.
Di fatto il modo peggiore per incominciare a vivere.
Doloroso per chi va. Figuriamoci per chi resta.
10 anni di abusi sessuali da parte del padre. Schiere di psicologi e psicoterapeuti che curavano sempre qualcosa d’altro, mai quello…
Insegnati assenti (“guarda che il tuo papà l’ho conosciuto e non ridicono queste cose brutte su di lui”).
E poi farmaci, tantissimi farmaci.
A cui aggiungere la denuncia archiviata (chi crede ad una ragazza uscita da una clinica psichiatrica, ti dissero). Bulimia. Anoressia. Obesità. Droga. Tagli….
Tutto questo e molto altro ti ha spinto con forza giù da quella finestra.
Ed ora che scrivo queste poche righe su un foglio che domattina copierò mi accorgo di aver parlato con tua madre per più di 2 ore solo del tuo dolore, ma poco di te.
Tranne per quell’ultima frase, regalatami quando in piedi ci stavamo salutando ed io, ti confesso,non ho più tenuto a bada la commozione:
“era buona, tutti i suoi amici mi hanno detto quanto era buona”.
Ogni giorno cerchiamo forze, stimoli, motivazioni per lottare con l’impegno che serve.
Da oggi ripartiamo da te…nel cuore…per sempre…
Ciao Carlotta……

“Tre cose ci sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini” (Dante Alighieri)

Nota: a breve metterò una tua lettera.

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